Le immense ali del Drago Ancestrale fendevano l'aria, immobili, dominando le correnti ascensionali che accarezzavano le piume nere facendole fremere, come se esprimessero la pura gioia di vivere, di essere lì, nel cielo azzurro.
Valgarv assaporava per la prima volta quella dirompente felicità, dimenticando per qualche istante ogni preoccupazione, l'ebbrezza del volo purificava la sua anima dal dolore che aveva posto il suo incancellabile marchio mille anni prima.
La percezione di qualcosa che si muoveva aggrappato alle scaglie della sua schiena lo riportò lentamente e controvoglia alla realtà, e si ricordò del suo compagno di viaggio. Voltò il lungo collo flessuoso chiedendo: "Riesci a reggerti? Vado forse troppo veloce?"
Zelgadiss rialzò la testa e sbatté sorpreso le palpebre vedendosi specchiato in uno dei grandi occhi dorati del drago. Sbuffò e si limitò a dire: "Conosci la strada?"
"No."
"Cosa?" sul volto abitualmente impassibile della Chimera passò prima un'espressione di attonita sorpresa, poi la confusione e infine la rabbia: "Come sarebbe a dire? Hai detto che sapevi come arrivare nell'Aldilà!"
Val gli tenne testa e replicò: "Hai frainteso. Io ho detto che posso portarti da Rezo, e lo farò, ma non so esattamente come questo sia possibile. Lo faccio e basta. Come se chiedessi a Xelloss come fa a essere tanto str***o: lo è e basta."
Zelgadiss si trovò a reprimere una risatina. Aveva dimenticato quanto i Demoni-Drago fossero schietti… sia Valgarv che il suo defunto maestro, Garv Dragon Chaos, avevano un atteggiamento decisamente diretto, privo di esitazioni e ripensamenti. Sorprendendo se stesso, il mago spadaccino si ritrovò a sorridere: rispettava quel modo di essere. Anche se erano stati nemici, considerava i due Demoni-Drago creature oneste e sincere, incapaci di doppiezza e falsità fino a essere addirittura brutali nella loro fedeltà alle proprie convinzioni. Appartenevano al genere di persona che definisce l'uso degli eufemismi "un'elegante presa per i fondelli". In quel momento si accorse di fidarsi di Valgarv: se aveva detto che l'avrebbe portato nel successivo Piano dell'Esistenza, allora l'avrebbe fatto.
Rivolse al Drago un cenno d'intesa e si rilassò un poco.
Val gli sorrise allegramente mostrando un buon numero di zanne acuminate, e lo avvertì: "Ora saliamo in quota. Farà freddo."
"Sono un tipo resistente. Quel che mi preoccupa è la carenza d'ossigeno."
Val rifletté un attimo: "Ho la sensazione che questo non sarà un problema" e con un vigoroso battito d'ali il giovane Drago Ancestrale si tuffò letteralmente verso l'alto, sempre di più, finché l'azzurro non divenne di tinte più scure arricchito dai primi punti brillanti delle stelle.
Zelgadiss cominciò a sentirsi leggero, in preda a un lieve capogiro che gli procurava una sensazione più esaltante che fastidiosa, mentre la vista gli si appannava un poco. Lo sciamano attribuì questi fenomeni alla pressione e all'aria rarefatta, ma poi si rese conto che il mondo era letteralmente sparito da sotto di loro insieme a tutto il resto dell'universo, e le possenti ali del Drago fendevano ora le nebbie impalpabili di un indistinto nulla.
Si guardò intorno, ma quel luogo (se era un luogo) non aveva niente che indicasse una qualsiasi dimensione… e forse non ne aveva: né spazio né tempo. Ricordò enigmatici frammenti dei suoi studi sulla teoria dei Piani di Esistenza… ed esultò dentro di sé: quello doveva essere il misterioso Stadio del Passaggio, situato in modo indefinito tra la vita e la morte poiché non appartiene né all'una né all'altra. Tra quelle nebbie infide e vorticose si intersecavano gli innumerevoli passaggi tra i mondi… e vi dimoravano entità che sarebbe meglio ignorare.
Zel rabbrividì involontariamente: viaggiare attraverso quello Stadio dell'Esistenza poteva rivelarsi estremamente pericoloso.
I timori di Zelgadiss non tardarono a manifestarsi. Attraverso la coltre di nebbia la vista acuta della Chimera individuò grandi sagome scure saettare attorno a loro. Spingendosi verso il collo del Drago, cercò di farsi udire in quell'atmosfera stranamente ovattata: "Valgarv!…"
"Li ho visti." Replicò l'altro.
Dapprima ombre indistinte, le creature si fecero sempre più vicine e lo sciamano vide emergere dalla nebbia di volta in volta squarci di pelle putrescente, lunghi artigli neri e seghettati, elitre ronzanti come quelle degli insetti e teste mostruose da cui colava una bava verdastra e viscida.
Zel si portò una mano al naso; non era necessario disporre del finissimo olfatto di una Chimera o di un Drago per giungere a una conclusione:
"Quei cosi puzzano in maniera disgustosa!"
E, cosa peggiore, si stavano avvicinando con intenzioni chiaramente non amichevoli!
Valgarv sfoderò un ghigno che avrebbe messo in fuga un esercito di umani: "Vediamo se riescono a starmi dietro!" e con un colpo d'ali aumentò la velocità in modo così repentino che Zel fu quasi disarcionato. "Basta con questo passo da lumache! Facciamo una corsetta per sgranchirci le ali, ragazzi!"
Per fortuna la velocità supersonica costrinse Zelgadiss a usare tutte le sue energie solo per riuscire a respirare, altrimenti la Chimera avrebbe usato un linguaggio molto poco elegante per commentare dal suo punto di vista l'iniziativa del Drago.
Quest'ultimo invece pareva divertirsi un mondo: "Nessun dannato insetto ipertrofico può darmi lezioni di volo!" e si esibì in uno spericolato giro della morte, al culmine del quale lanciò dalle fauci un raggio di energia che vaporizzò tre dei loro inseguitori in un accecante bagliore.
Nonostante la scomoda posizione a testa in giù, il mago spadaccino calcolò che l'intensità e la temperatura del raggio erano tali da liquefare istantaneamente l'acciaio.
Val, che invece se la spassava, si gettò in una vertiginosa picchiata con avvitamento, seguito da altri mostri; poi con una cabrata a centottanta gradi attaccò i nemici dal basso con zanne e artigli snudati, facendoli a brandelli. Davanti a una tale performance, anche creature stupide come quelle capirono che l'unica possibilità era la fuga; troppo tardi però, perché…
"Rah Tilt!"
…i sopravvissuti furono repentinamente disintegrati dall'incantesimo preferito di Zelgadiss.
Concluso lo scontro, i due guerrieri rimasero per alcuni secondi immobili in silenzio. Poi Valgarv scoppiò a ridere. Zelgadiss rimase alquanto sconcertato, aggrappandosi saldamente al corpo del Drago squassato dalle risate.
Val rideva dal profondo del cuore, fino alle lacrime, un riso liberatorio come mai aveva sperimentato: un'altra tappa del cammino per la purificazione del suo animo.
Ripresero il viaggio. La Chimera cercò invano di calcolare da quanto tempo si trovavano in quel luogo, finché capì: dove non esistevano tempo e spazio, tali concetti erano del tutto privi di significato. Ma allora, teoricamente, attraversare quello Stadio dell'Esistenza doveva essere pressoché istantaneo.
Quando espose le sue congetture a Valgarv, il Drago parve 'estraniarsi': la sua espressione divenne curiosamente vaga, e Zelgadiss comprese che stava consultando quella che lui ormai chiamava "l'anima collettiva" dei suoi simili.
"In effetti hai ragione" rispose infine "ma questo è valido quando ti limiti a passare tra due mondi o due universi, perché passi semplicemente da un continuum spazio-temporale ad un altro. La nostra destinazione invece è al di fuori dal tempo e ha uno spazio che è diverso dalla realtà finita dei mondi abitati dai mortali." Val ci ripensò su un attimo: "Insomma, non ci ho capito molto neanch'io: di certo so che andare nell'aldilà è un viaggetto maledettamente complicato da fare se non sei morto; dobbiamo trovare il punto giusto, e attraversarlo non sarà una passeggiata!"
Zelgadiss non badò alle ultime parole perché qualcos'altro aveva attirato la sua attenzione: la nebbia si era diradata mostrando un cerchio di alti monoliti, al centro del quale cominciò a brillare un punto luminoso come una stella, che crebbe fino a trasformarsi in una grande bolla di luce candida.
Zel ebbe un inquietante presentimento: "Cos'è?"
Valgarv strinse i denti: "Quella è la nostra entrata, socio. Ci sarà da ballare, per cui tieni duro e cerca di non perdere qualche pezzo per la strada."
Il tono cupo di quelle parole non piacque affatto alla Chimera, ma non poté chiedere spiegazioni perché il Drago si tuffò senza esitare nel centro della luce.
Zelgadiss aprì gli occhi e li richiuse di scatto, abbagliato dalla luce del sole calante. Gemette. Ogni centimetro del suo corpo doleva in modo quasi intollerabile. Come se Lina mi avesse colpito col suo Dragon Slave pensò. Questo gli ricordò le ultime parole del Drago, così si affrettò a controllare di avere ancora tutti gli arti al loro posto… si, gli facevano così male che non averli sarebbe stato quasi un sollievo. Imponendosi di non pensare simili sciocchezze, castò un Recovery che gli permettesse almeno di alzarsi.
Localizzò subito Valgarv, di nuovo in forma umana, steso a terra privo di sensi a pochi passi da lui. Il panorama circostante non era granché vario: una sconfinata distesa di sabbia rossastra sotto un cielo azzurro tinto d'intense sfumature rosa e arancione da uno spettacolare tramonto.
All'improvviso gli tornarono alla mente gli ultimi istanti prima di svenire. Rabbrividì. Appena oltrepassata la soglia luminosa erano stati travolti da quella che sembrava una tempesta energetica di infinita potenza; Valgarv aveva coraggiosamente proseguito lottando contro la corrente impetuosa, ma poi l'assalto era divenuto ancora più violento… Zel ricordò di avere intravisto la fine della perturbazione…
Si voltò verso il giovane Drago senza nascondere un sorriso: Val ce l'aveva fatta nonostante tutto, aveva mantenuto la promessa. La parte diffidente della Chimera però non era convinta: erano davvero nell'aldilà? Com'erano finiti in quel posto? Chi ce li aveva portati?
"Rilassati, Greywords. Sono stato io a portarvi qui."
Zelgadiss s'irrigidì: quella voce… l'aveva già sentita, oltre vent'anni prima… e il suo possessore non poteva certo essere dimenticato. Inspirando profondamente e tenendo i nervi saldi si voltò verso la formidabile presenza comparsa alle sue spalle. Con ammirevole autocontrollo riuscì a mantenere un'espressione neutra e la voce non tremò nel dire:
"Garv Dragon Chaos. Sono sorpreso di rivederti."
Il Dark Lord scoppiò in una tonante risata. La Chimera ne approfittò per una rapida analisi; Garv manteneva ancora lo stesso aspetto che aveva al tempo del loro ultimo incontro: un umano di corporatura altissima e possente, com'era consono a un Lord guerriero suo pari; la selvaggia chioma di capelli rossi, lunga quanto l'immancabile impermeabile arancione, incorniciava il volto abbronzato dai lineamenti virili in cui spiccavano occhi verde scuro. Tutta la sua figura emanava un'aura di orgogliosa fierezza e di tangibile pericolosità. Tuttavia in quel momento l'espressione del Re Demone-Drago era pervasa da un'allegria ferina stranamente tranquillizzante.
Garv si riprese dalla sua esplosione d'ilarità: "Sorpreso a dir poco, scommetto. Tu e i tuoi amici mi credevate spacciato, vero?" chiese sogghignando.
"Puoi biasimarci? Venisti disintegrato davanti ai nostri occhi."
Scosse ironicamente la testa: "Non è così facile eliminare un Demone Superiore. Anche senza una forma fisica, la mia essenza demoniaca sopravvisse. D'accordo" concesse "mi ci sono voluti quasi vent'anni per riacquistare completamente le forze… ma credo che LoN c'entri qualcosa. Di certo ha i suoi motivi per avermi lasciato in circolazione, ma spero si tratti di una guerra: non vedo l'ora di tornare a combattere!"
"Hai recuperato tutti i tuoi poteri originari?"
Annuì con una smorfia contrariata: "Non che adesso mi servano a granché: per il momento non posso ancora lasciare questo piano di esistenza, e se non fossi già morto una volta… rimorirei di noia! Cerca di vivere a lungo, ragazzo, perché l'aldilà è una vera barba! Non trovi l'occasione per un bel combattimento neanche a cercarla!"
Zelgadiss cercò di distogliere l'attenzione dal gocciolone comparso sulla sua testa chiedendo: "E ci hai portato qui… solo per avere un diversivo?"
L'espressione sul volto sogghignante cambiò all'improvviso, divenendo terribilmente seria. Il mago spadaccino tornò a preoccuparsi: le reazioni dell'impetuoso Mazoku Lord erano totalmente imprevedibili. E infatti, quando ricominciò a parlare, all'inizio lo sciamano non capì dove volesse arrivare.
"Sai, qui non siamo del tutto all'oscuro di ciò che accade nel nostro vecchio mondo. Quelli che arrivano portano notizie, e altre cose riusciamo a… vederle… direttamente da qua."
Parlando si allontanò di qualche passo, spaziando con lo sguardo sul nudo paesaggio. Poi i suoi occhi, come se fino ad allora avessero volutamente evitato di farlo, si posarono sul corpo esanime di Valgarv… e la loro espressione si colmò di una tale tristezza che Zel provò un groppo in gola: erano lacrime quelle che rendevano lucidi gli occhi del Demone-Drago?
"In questi anni di esilio ho sofferto la mancanza di una cosa soltanto… di una sola persona…" s'interruppe, nel tentativo di dominare un'emozione troppo forte "Ho provato il sapore dolce e amaro della nostalgia. I Demoni non possono provare nostalgia: forse mi sento così perché sono stato in parte umano per tanti anni. Ma non mi dispiace. È… strano… essere così felice e triste nello stesso momento."
Zelgadiss capì che Garv non si rivolgeva a lui ma a se stesso e le sue parole erano un tentativo di mettere ordine nei suoi sentimenti così estranei alla natura di un Mazoku… specie per un Demone-Drago, portato più all'azione che all'introspezione. Infatti, ripresosi da quell'attimo di commozione, Garv dichiarò:
"Ho un favore da chiederti, Zelgadiss Greywords."
La Chimera rialzò la testa, guardando l'altro chinato accanto a Valgarv: i suoi occhi ora asciutti erano colmi di fermezza.
"Prenditi cura di Val. Proteggilo."
Zel pensò d'impulso che, dal suo punto di vista, era l'universo che doveva essere protetto da lui… Ma Garv parve nuovamente leggergli nel pensiero:
"Ha bisogno di qualcuno di cui fidarsi, perché è più fragile di quanto non sembri. E ha bisogno di qualcuno per cui lottare, perché è più forte di quanto tu possa immaginare."
Lo sciamano provò l'istinto di rifiutare considerando la richiesta completamente assurda… ma in un'altra parte di sé sapeva di aver già accettato.
"Perché proprio io?"
"Sei stato un nemico onorevole. Perciò mi fido di te." Si volse nuovamente a guardare il volto di Valgarv e protese esitante una mano come per accarezzarlo… ma la ritirò. "Stagli vicino, Zelgadiss… perché io non posso più farlo." Poi, cedendo all'impulso affettuoso, la mano di Garv scostò gentilmente i capelli dalla fronte del Drago addormentato e vi posò leggermente le labbra, come un padre che dà il bacio della buonanotte al suo bambino.
"Vorrei poter fare di più per te, figlio mio."
Zel non fu sicuro di aver realmente udito quel sussurro, ma la dolcezza e la tristezza di quella scena colpirono in profondità il suo animo; tanto che, quando vide Garv alzarsi e allontanarsi, non riuscì a trattenersi: "Aspetta! Val si sveglierà a momenti; permettigli almeno di salutarti! Sai… credo che tu gli manchi tantissimo…" s'interruppe, imbarazzato.
Sul volto del Re Demone-Drago ricomparve il familiare ghigno, ma stavolta con una sfumatura malinconica: "Meglio di no… temo di avergli procurato fin troppi guai. Ora ciò di cui ha veramente bisogno è di lasciarsi il passato alle spalle. Quindi… non dirgli della mia visita, per favore. È stata una debolezza che non avrei dovuto concedermi." Strizzò l'occhio e scomparve.
Fissando il vuoto, la Chimera sussurrò:
"Per lasciarsi il passato alle spalle a volte bisogna tornare indietro a cercarlo."
Valgarv si svegliò stiracchiandosi con un accenno di sorriso sulle labbra. Zelgadiss scrutando ancora l'orizzonte chiese distrattamente: "Dormito bene?"
"Ho sognato Garv-sama."
La Chimera s'irrigidì ma non si voltò: "Davvero?"
"Si" proseguì il Drago con voce dolce e serena "Era accanto a me e mi accarezzava i capelli… Zelgadiss!"
L'esclamazione improvvisa lo fece voltare di scatto e quando posò gli occhi sull'altro si accorse subito del motivo: "Il tuo Corno Demoniaco è ricomparso!"
Quello era il simbolo del suo legame con Garv, il catalizzatore che amplificava i suoi poteri oscuri: Zelgadiss credeva che la parte mazoku di Val fosse scomparsa dopo la sua morte e rinascita, ma ora capì che invece aveva solo tardato un po' di più a manifestarsi… risvegliata forse dalla vicinanza con il maestro.
Sul volto del giovane dai capelli verdi si aprì un radioso sorriso: "Questo significa che i poteri donatimi da Garv-sama sono ancora parte di me! È meraviglioso!"
"Spiacente di raffreddare il tuo entusiasmo, ma questo rende le cose molto più problematiche" intervenne l'altro con tono duro "la tua parte Ryuzoku (trad.: drago) e Mazoku (trad.: demone) ricominceranno a lottare l'una contro l'altra come accadde vent'anni fa… e se tu non riuscissi a controllarle, potresti addirittura rimanere ucciso!"
Valgarv s'incupì per un attimo ma poi rivolse alla Chimera uno sguardo fiducioso: "Se non sbaglio avevi promesso di insegnarmi a fare proprio questo… o hai cambiato idea?"
"Manterrò la promessa" e anche quella che ho fatto a Garv assicurò il mago spadaccino.
"Allora io porterò a termine la mia." Disse il Drago alzandosi. "Andiamo."
"Manca ancora molta strada?"
"No, siamo quasi arrivati; possiamo andare a piedi."
"Attraverso questo sconfinato deserto?" chiese incredulo lo sciamano. Ma ripensandoci rispose da solo alla sua domanda: "Hai detto che questo piano di esistenza ha caratteristiche spaziali diverse: intendevi dire che il modo di spostarsi segue diverse leggi fisiche?"
"Infatti. Da qui in poi devi guidare tu, perché io non ho mai visto la persona che cerchi."
"E allora?"
Val scrollò le spalle: "So solo che devi pensare a quella persona e in qualsiasi direzione tu vada la troverai. Non chiedermi altre spiegazioni, perché non le conosco neanch'io."
Sbuffando contro i Draghi privi di esattezza scientifica, Zelgadiss s'incamminò verso il sole che scendeva all'orizzonte seguito da Valgarv.
La Chimera e il Drago avanzavano in uno scenario che mutava attorno a loro ad ogni passo. Nel giro di pochi minuti la sabbia era scomparsa e i loro piedi calpestavano l'erba folta della brughiera, e il sole sembrava aver invertito la marcia poiché riversava su di loro la pallida luce di un'alba invernale; all'orizzonte s'intravedevano montagne azzurrine, che un istante dopo si dissolsero nella bruma per trasformarsi nelle limpide acque di un lago baciato dal caldo sole a mezzogiorno. Neppure il tempo di giungere sulla riva che l'acqua si era prosciugata in un'arida sassaia da cui, con crescita istantanea, s'innalzò un boschetto di pioppi tra i quali cantava una piacevole brezza primaverile. Poi ai pioppi si sostituirono le querce e i due viaggiatori si trovarono immersi in un'atmosfera ombrosa e silente.
Zelgadiss si fermò.
Inspirò quell'aria di tarda estate mentre il suo sguardo penetrante vagava tra i tronchi massicci, scrutandone le ombre. Avanzò di un passo e un ruscello gorgogliante cominciò a scorrere tra i ciottoli davanti a lui.
"Il posto è questo." Sentenziò.
"Che cos'ha di tanto speciale?" chiese Valgarv incuriosito e un po' preoccupato dall'espressione cupa dell'altro: lui stesso aveva rivissuto troppi tristi ricordi per non riconoscere il dolore che si celava negli occhi della Chimera.
"Fu in questo luogo, molti anni fa, che Rezo mi fece diventare… ciò che sono ora."
Il Drago non replicò, turbato dal tormento interiore che emergeva da dietro l'atteggiamento sempre controllato dell'uomo dalla pelle di pietra.
"Ogni volta che penso a lui ritorno a quel giorno… a questo luogo… Non può essere un caso: è destino che tutto finisca dov'è cominciato. E finirà oggi, qui." Sussurrò come rivolto a sé stesso. poi rialzò lo sguardo in cui si leggeva una determinazione sovrumana: "Dove sei, Rezo? Mostrati, se non temi di affrontarmi!"
Lunghi attimi di silenzio seguirono la veemente sfida; poi, un sussurro si unì al soffio del vento tra le fronde:
"Sono qui, Zelgadiss. Sono sempre rimasto qui."
Un'ombra si separò dal sottobosco e scivolò verso la luce. Un uomo paludato in lunghe e ampie vesti rosse avanzava come chi non ha più bisogno dei sensi fisici, quasi i suoi piedi non toccassero terra.
Valgarv non aveva mai incontrato il Monaco Rosso, ma la semplice presenza di quell'uomo gli ispirava un profondo rispetto… e un senso di familiarità: l'istintivo riconoscersi di due persone accomunate dal diretto contatto con entità divine e malvagie… Sabranigdu e Dabranigdu, Maou demoniaci d'infinito potere tenebroso… un'esperienza che aveva segnato entrambi in modo più profondo di quanto essi stessi potessero sapere.
Sul volto senza età si dipinse un triste sorriso e, sebbene tenesse gli occhi chiusi, quello sguardo si posò su Zelgadiss con palpabile rimorso:
"Ti ho aspettato a lungo. Sapevo che un giorno saresti giunto fin qui."
"Allora sai anche il perché." Replicò laconico l'altro.
"Posso ben immaginarlo." Rispose chinando il capo.
La freddezza apparente di Zelgadiss scomparve: "Voglio che tu mi restituisca l'umanità che mi hai tolto! Per tutti questi anni la mia vita è stata un inferno! Neanche t'immagini ciò che ho dovuto passare, cosa significhi vivere solo, evitato da tutti ed evitando tutti, non potersi fidare di nessuno, nemmeno di sé stessi! Essere definito un mostro… e forse a volte… perfino temere di esserlo davvero." Terminò in un sussurro disperato.
Il Monaco non parlò, né rialzò la testa.
Zelgadiss lo fissò con sguardo febbrile: "Non credi che abbia sofferto abbastanza? Che non abbia il diritto di essere finalmente libero? Sei così spregevole da farmi pagare ancora un singolo errore, quello di fidarmi di te? Rispondimi Rezo, maledizione!"
Valgarv trattenne il fiato: una lacrima scivolò dalle palpebre serrate dell'uomo vestito di rosso.
"Ho perso tutti i miei poteri…" confessò Rezo con un filo di voce.
"Ma non le tue conoscenze!" ribatté testardo Zelgadiss "Tu sai come sciogliere la mia maledizione! Parla, Rezo! Lo sai, vero?" la voce della Chimera vibrava di rabbia e di disperazione.
Rezo sospirò tristemente: "So che mi odi, Zelgadiss… solo LoN sa che ne hai tutti i motivi…" s'interruppe, come raccogliendo il coraggio per pronunciare le parole seguenti "…e so di non avere il diritto di chiederti una cosa del genere, ma…" la sua voce tremò di un'inconfondibile speranza "…non riusciresti proprio a chiamarmi nonno?"
Zelgadiss fissò su di lui uno sguardo che sembrava trapassarlo da parte a parte; i suoi occhi blu lampeggiavano come nubi di tempesta: "Hai detto bene, Rezo: ti odio, nemmeno puoi immaginare quanto; se tu non fossi già morto, nulla mi darebbe più soddisfazione che ucciderti con le mie mani." Chiuse gli occhi e distolse lo sguardo. "Mi sono ripetuto queste parole per tutti questi anni, ma forse… in realtà non odiavo altri che me stesso." Rialzò gli occhi, ora calmi come profondissimi laghi: "Per questo ora ho bisogno del tuo aiuto… nonno."
Il sorriso di Rezo fu mesto e felice allo stesso tempo: sapeva quanto quell'ammissione fosse costata al suo fiero nipote… mai come in quel momento fu oppresso dal rimorso per tutto ciò che gli aveva fatto… e per la sua incapacità a porvi rimedio.
Valgarv assistette in silenzio al confronto tra i due: più li osservava e più la loro somiglianza gli appariva evidente, tanto da cancellare ben presto l'attimo di stupore seguito alla rivelazione della loro parentela. Non era una familiarità solo fisica, ma comprendeva il loro intero modo di essere. Non erano accomunati solo dai lineamenti e dalla caratteristica pettinatura: entrambi possedevano un'aura di… autorevolezza; una compostezza che rivelava la piena padronanza di sé, una calma che era indice, se non di serenità, di una tranquilla consapevolezza delle proprie capacità e la certezza di poter affrontare qualunque ostacolo ricorrendo a una rigorosa logica. Intuì che quei due volti senza tempo celavano dietro a un'apparente giovinezza una disciplina mentale resistente e affilata come una lama d'acciaio, forgiata nel corso di anni di fatica, dolore e dure esperienze.
"Mio caro nipote…" esordì infine Rezo "per quanto io lo desideri, non posso sciogliere la tua maledizione, poiché all'epoca ero già sotto l'influsso del Dio Demone dagli Occhi di fuoco e suo era il potere che usai per trasformarti…" provò una fitta al cuore vedendo lo spasmo di disperazione contorcere il volto di Zelgadiss; come se avesse preso una risoluzione, la voce di Rezo divenne più serena e più dolce: "ma ti darò tutto l'aiuto che è in mia facoltà concedere: la mia conoscenza, acquisita in anni di studi che non ti sono stati possibili, sarà per te uno strumento utile per raggiungere infine l'oggetto della tua ricerca; sei dotato di un coraggio e di una determinazione che non hanno eguali, e sono sicuro che un giorno realizzerai il tuo desiderio."
Davanti a uno Zelgadiss sempre più stupefatto ad ogni parola pronunciata dal Monaco Rosso, Rezo avanzò oltrepassando il ruscello; il suo corpo diventava più etereo al diminuire della distanza che lo separava dal nipote. Quando gli fu di fronte, la sua immagine ormai evanescente aprì gli occhi:
"Non perdere mai la speranza, nipote mio."
Lo spirito di Rezo entrò attraverso il corpo di Zelgadiss… e svanì.
La Chimera scivolò lentamente a terra cadendo in ginocchio sulla riva del torrente, che scomparve insieme al bosco tutt'intorno.
Valgarv si sedette sul margine erboso del campo di grano, poco lontano da dove Zelgadiss restava inginocchiato tra una profusione di papaveri. Il Drago si rendeva conto del turbamento che la Chimera doveva star provando in quel momento e ritenne giustamente che la cosa migliore da fare era dargli un po' di tempo per mettere ordine tra i suoi pensieri ed emozioni… e la consapevolezza dell'eredità appena ricevuta. Val sorrise tra sé e sé: forse non sarebbe stato facile, ma prima o poi il mago spadaccino avrebbe apprezzato ciò che il suo avo aveva fatto per lui.
Si distese all'ombra della palma da datteri comparsa in quel momento accanto a lui e si dispose ad aspettare pazientemente… per circa cinque minuti, poi si alzò annoiato. Decisamente la pazienza non era una dote per cui i Demoni-Drago andavano famosi.
Attraversò a grandi passi il pascolo montano verso Zelgadiss, ancora immobile tra le stelle alpine:
"Hai intenzione di rimanere in questo piano d'esistenza senza la seccatura di dover morire?" chiese sarcastico. Lo sciamano lo fissò con sguardo assente. Val cercò di essere incoraggiante: "Andiamo! Restando qui non troverai mai la cura per la tua maledizione!"
La Chimera si riscosse: "Hai ragione; chissà che le parole di Rezo non fossero una profezia: in tal caso, intendo realizzarla a tutti i costi!"
"E io ti aiuterò!" esclamò il giovane Drago.
"Dici davvero?" chiese Zel stupito.
Val sorrise: "Ti risulta che io abbia qualcos'altro da fare al momento? Ti ricordo che devi darmi altre lezioni per controllare i miei poteri e inoltre… se non riuscissimo a trovare una cura sul nostro mondo, avere a disposizione un Drago Ancestrale che può viaggiare tra gli universi potrebbe tornarti molto utile…" suggerì.
Sul viso di Zelgadiss spuntò finalmente un sorriso: "Prevedo che d'ora in avanti le avventure non ci mancheranno…"
"Sei diventato un veggente anche tu?" chiese scherzosamente Val.
"Chiamala un'intuizione!" ridacchiò Zel.
La loro allegria fu interrotta da un urlo acuto, a metà tra lo strillo di un bambino e il miagolio furioso di un gatto selvatico; un istante dopo i rumori di lotta furono sovrastati da un grido, anzi, un vero e proprio ruggito di guerra.
Valgarv sbarrò gli occhi e, come rispondendo a una chiamata che gli scorreva nel sangue, si gettò senza indugio verso il clamore di battaglia che si faceva sempre più intenso. Zelgadiss lo seguì: aveva un brutto presentimento.
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