I suoni di battaglia si facevano più vicini ad ogni passo della loro corsa; Zelgadiss doveva sfruttare al massimo la sua velocità soprannaturale di Chimera per riuscire a seguire le ampie falcate di Valgarv, che a sua volta spingeva al massimo le possibilità dei suoi muscoli di Drago, gridando parole in una lingua che risultava sconosciuta al compagno. A causa della loro rapidità il paesaggio cambiava assai rapidamente, ma nonostante lo sforzo i sensi dello sciamano colsero nel mutare di ciò che li circondava squarci di vedute su mondi e universi estremamente differenti dal loro, fino a che una valle arida e desertica si aprì davanti ai suoi piedi.
Zel si arrestò, ma Val si gettò dall’orlo della scarpata urlando a pieni polmoni un grido di guerra selvaggio e traboccante di gioia. Al mago spadaccino bastò un’occhiata per comprendere: il fondo della valle nereggiava di creature amorfe, alcune vagamente umane, altre apparentemente demoniache, indistinguibili singolarmente ma impressionanti in quanto massa che vorticava tumultuosa attorno a due fuochi. Val si era lanciato verso uno di essi, e il perché era lampante: il Re Demone-Drago giganteggiava imponente come uno scoglio scarlatto contro cui si infrangevano invano le onde di quel nero mare; ogni volta che la sua lunga spada fendeva l’aria con un sibilo quasi musicale, falciava nemici con la facilità e l’efficienza di un contadino che miete le spighe. Non appena fu raggiunto dall’amato discepolo, non poté nascondere un sorriso raggiante ed entrambi ricominciarono la carneficina con entusiasmo raddoppiato.
Garv indicò all’allievo un punto dove il tumulto non era inferiore: Zel non udì le parole, ma non appena spostò lo sguardo le creature che vi si affollavano furono scaraventate in tutte le direzioni da un’impressionante esplosione di energia tenebrosa che ne uccise, mutilò, dilaniò e incenerì centinaia. Zelgadiss sgranò gli occhi e nell’improvviso vuoto che si era creato vide distintamente un ragazzino… dall’aria terribilmente familiare… che rideva, con un’espressione sul volto di puro compiacimento e gioiosa crudeltà, sfidando gli esseri neri ad attaccare qualcuno che (Zel lo sapeva per esperienza personale) era di gran lunga più oscuro e maligno di loro: il Principe degli Inferi, Fibrizio Hellmaster.
La Chimera lo vide ammiccare a Garv, che gli rispose con un ghigno allegro e batté una mano sulla spalla di Val; il Drago Ancestrale lanciò un’occhiataccia alla quale il pestifero ragazzino rispose con uno sfacciato sorrisone. Lo sciamano vagò con lo sguardo sui nemici che si muovevano nuovamente verso di lui e non poté fare a meno di chiedersi se fossero folli o disperati per continuare ad accanirsi contro avversari così superiori… a meno che non stessero solo cercando di tenerli occupati per prendere tempo, intuì, scorgendo solo in quel momento alcune creature solitarie che si disponevano in modo nient’affatto casuale tutt’intorno alla valle.
Deciso a vederci chiaro, Zelgadiss si avvicinò furtivamente a uno di quegli esseri; sfruttando tutta la sua abilità nel muoversi silenziosamente e senza farsi vedere, giunse dietro le spalle dell’ignara creatura. Pensò che probabilmente non si sarebbe accorta di lui in nessun caso, poiché sembrava impegnata con gran frenesia a tracciare qualcosa per terra… Zel trattenne il fiato per la sorpresa non appena scorse che cosa preoccupava tanto la creatura, riempiendola di panico e di eccitazione: il pentacolo che aveva tracciato era incredibilmente simile ai disegni che lui aveva esaminato durante i suoi studi alla ricerca di un modo per viaggiare attraverso i Piani dell’Esistenza!
Questo però presentava un gran numero di simboli e iscrizioni che lo sciamano non riuscì a riconoscere; sembrava che qualcuno avesse messo insieme le conoscenze magiche di più mondi per realizzare qualcosa di completamente nuovo.
Il mago spadaccino osservò il pentacolo con precisione minuziosa e annotandosi mentalmente ogni gesto necessario alla sua attivazione. Era tanto concentrato che solo alla fine si pose la domanda: cosa avevano intenzione di fare?
Si rese conto che il rumore dello scontro in basso era cambiato: ora le nere amorfità battevano in ritirata lasciando i due Dark Lord e il Drago Ancestrale padroni del campo…
In quel momento fasci di luce scaturirono da dieci punti diversi intorno alla valle, convergendo all’interno di essa…
Zelgadiss si lanciò sulla creatura davanti a lui e le spezzò il collo di netto con una rapida torsione, ma nel fare ciò mise piede all’interno del pentacolo. Venne scaraventato lungo un’abbagliante linea di forza all’interno del campo magico e immediatamente precipitato, insieme agli altri tre, in un vortice luminoso che li trascinava sempre più in basso come una caduta senza fine.
Valgarv si sentiva trascinare, preda di una corrente sconosciuta. Udì confusamente la voce di Zelgadiss, da qualche parte alla sua sinistra, che urlava cercando di sovrastare il turbine qualcosa su una frattura tra Piani dell’Esistenza…
In quel momento il suo istinto ancestrale gli diede la certezza di dover fare qualcosa, subito, prima di giungere all’altra estremità del vortice: a quel punto sarebbe stato troppo tardi. Cercò gli occhi di Garv, e quando s’incrociarono con i suoi i loro pensieri furono una cosa sola: com’era sempre stato, come se la loro separazione non fosse mai avvenuta. Il ragazzo gioì in cuor suo di quel legame ritrovato, ma non c’era tempo di esternarlo… né necessità, dato che percepiva nel Maestro l’eco dei suoi stessi sentimenti.
Garv capì ciò che il suo allievo stava per fare: gli cinse la vita con un braccio, afferrò l’Hellmaster e se lo mise sotto l’altro come un pacco postale.
Val tese la mano verso Zelgadiss. La Chimera lottò per afferrare il braccio proteso del Drago, ma per quanto si sforzasse restavano sempre pochi insuperabili centimetri a dividerli…
Già si intravedeva la fine del tunnel: dopo tanta luce, un pozzo di tenebra così profonda da ferire gli occhi…
Sembrava ormai che il destino di Zel fosse quello di essere trascinato via dal vortice magico fino alla sua ignota destinazione, quando lo sciamano sentì qualcosa avvolgersi intorno alla sua caviglia, come un grande serpente piumato: si rese conto che Val aveva materializzato la sua coda di Drago Ancestrale per recuperarlo e ora si stava preparando a…
I quattro avvertirono fisicamente il violento scossone dovuto allo strappo provocato da Valgarv nel flusso spazio-dimensionale, tanto forte da provocare un senso di nausea e vertigine; un istante dopo, infatti, da un moto selvaggio in una corrente luminosa si ritrovarono barcollanti su una stretta cengia rocciosa immersa nell’oscurità.
“Ehi, mettimi giù! Mi hai preso per una valigia?!?” strillò Fibrizio scalciando.
Garv sembrò accorgersi solo allora del suo rumoroso “bagaglio a mano”: con un sogghigno più allegro che mai afferrò l’Hellmaster per la collottola come un gattino e lo depositò a terra.
“Ok, ora qualcuno è così gentile da spiegarmi cos’è successo?” chiese il ragazzino con tono petulante.
Zelgadiss rivide nella sua mente il simbolo magico che aveva attivato quella specie di teletrasporto: “Quelle creature vi hanno attaccato solo per tenervi occupati mentre altri attivavano un potente campo magico allo scopo di creare una zona di compressione tra i Piani dell’Esistenza; così si è creato una distorsione del continuum che ci ha trascinato attraverso la momentanea frattura delle barriere infradimensionali che separano gli universi. Un’operazione simile è difficilissima, perciò il tutto è durato solo una frazione di secondo, sufficiente tuttavia a farci cadere nella trappola: ovvero il vortice caotico che avrebbe dovuto portarci in un luogo non meglio definito.”
I due demoni si scambiarono un’occhiata impenetrabile. Riportarono all’unisono lo sguardo sullo sciamano: “Abbiamo capito tutto (“Certo, come no!!!” NdGarv).” commentò alla fine Fibrizio. “Il punto è: dove ci troviamo adesso?”
“Non molto lontani dal luogo in cui ci volevano, purtroppo.” Dichiarò asciutto Val. “Sono riuscito a farci uscire dal vortice, ma ormai eravamo quasi a destinazione.”
Garv gli posò rassicurante una mano sulla spalla: “Non preoccuparti. L’importante è che ora non sanno dove siamo; un buon vantaggio per noi: il nemico colto di sorpresa è già sconfitto per metà.”
Val sorrise, sollevato: il suo amato Maestro aveva sempre avuto il potere di rischiarare il suo animo con poche semplici parole.
Zelgadiss rifletté: “Credi che trasformandoti in Drago riusciresti a portarci via da qui?”
“Certo. Ma ho bisogno di più spazio per cambiare forma: dovremo scalare la parete di roccia…”
I quattro alzarono gli occhi verso la sommità della scarpata immersa nel buio. Solo in quel momento si accorsero però che quella tenebra era tutt’altro che silenziosa. L’intero crepaccio sopra le loro teste sembrava frusciare come le foglie secche spazzate dal vento autunnale, quasi un ipnotico, costante ronzio; Zel tornò con la memoria a lunghe giornate estive, a strade di campagna tra le messi non ancora mietute, il caldo afoso che soffocava ogni alito di vita e in sottofondo, onnipresente, il frinire di elitre delle cicale…
La Chimera fu scossa da un brivido e aguzzò la vista scavando nel buio che cominciava a farsi meno impenetrabile: un raggio di sole penetrò con la sua luce sanguigna, aliena, tra le rocce, illuminando i primi anfratti. Il respiro gli si mozzò in gola e sentì il sangue defluirgli dalle membra; dalle sue labbra irrigidite uscì solo un rantolo strozzato:
“Nel nome di LoN… è un formicaio!”
L’immagine rendeva esattamente l’idea: le pareti di roccia nereggiavano di creature simili a quelle che avevano aggredito i due Dark Lord; queste tuttavia erano delle più svariate forme e dimensioni. Alcune erano gigantesche, si spostavano solo volando con ali membranose come quelle delle falene; altre, più piccole, sciamavano come api industriose tra le imboccature di cunicoli che conducevano nelle viscere della terra. Erano migliaia, milioni, impegnate in un’attività frenetica quanto misteriosa.
“Per Shabranigdu…!” mormorò Fibrizio, nascondendosi istintivamente dietro le falde del soprabito di Garv “Ma si può sapere che diavolo sono quei cosi???”
“Non ne ho idea… ma dobbiamo muoverci!” decretò Garv. Il Re Demone-Drago era un guerriero: sapeva che in una situazione di pericolo perdersi in sterili riflessioni poteva essere letale; bisognava prendere l’iniziativa, agire subito e con decisione. “Per il momento non si sono ancora accorti di noi, ma qui siamo troppo allo scoperto. Là c’è l’ingresso di una galleria. Andiamo!”
“Aspetta!” Fibrizio lo trattenne aggrappandosi all’estremità della sua lunga chioma rossa: “Ti rendi conto che stai proponendo di cacciarci proprio nella tana del lupo?”
Garv lo fissò con serietà: “Il nemico prima o poi va affrontato. Ma un buon guerriero sa che c’è modo e modo di combattere. Meglio avanzare insieme, in un luogo di nostra scelta, come una galleria stretta dove non possono prenderci alle spalle e sfruttare il vantaggio numerico, dovendo affrontarci pochi alla volta; siamo molto più forti di loro se presi singolarmente. Se tu vuoi restare qui… fa pure. Ma personalmente non annovero il “finire in pasto a ‘termiti’ ipertrofiche” tra i piaceri della vita. E, nel caso ancora non te ne fossi accorto… qui il teletrasporto non funziona.” Detto ciò entrò in avanguardia nel cunicolo, seguito immediatamente da Valgarv. Zelgadiss, riconoscendo la logica delle affermazioni udite, li imitò.
L’Hellmaster, preso in contropiede, dopo un’ultima occhiata verso l’alto corse a raggiungerli: “Ehi, ragazzi, aspettatemi!!!”
Zelgadiss toccò la parete della galleria: granito massiccio; eppure non un segno che indicasse come fosse stata scavata, neppure una scalfittura che indicasse l’opera di un piccone o sostanze esplosive. Presentava solo una lieve luminescenza giallastra, una specie di fosforescenza naturale della roccia che consentiva una minima illuminazione. Quel labirinto di cunicoli era un enigma inquietante; l’unica consolazione della Chimera era il fatto che fino ad allora avessero incontrato ben poche di quelle creature sconosciute, rapidamente eliminate in silenziosa efficienza dai due Demoni-Drago. Tuttavia lo sciamano era ben conscio che presto la loro intrusione sarebbe stata scoperta; era riuscito a estorcere a Garv la promessa che, a quel punto, avrebbero cercato di evitare gli scontri con le pattuglie più numerose e sentiva che il momento di far valere l’accordo era arrivato.
Udì alle loro spalle lo scalpiccio di numerose paia di piedi, o zampe, o qualsiasi altra appendice che quegli esseri usassero per la deambulazione. Con un gesto deciso indicò al resto del gruppo l’ingresso di un tunnel secondario, e vi rimasero acquattati nel buio, immobili, mentre la folta squadra transitava davanti a loro.
Queste creature erano ancora diverse dalle precedenti: vagamente antropomorfe, almeno a giudicare da braccia e gambe (in numero variabile da quattro a otto), erano rivestite da qualcosa che sembrava un’armatura chitinosa… oppure un esoscheletro, come i coleotteri, rifletté Zelgadiss. Non potendo ancora classificare in alcun modo le creature senza nome, la Chimera le paragonava istintivamente agli insetti, di cui sembravano ricalcare (secondo le poche informazioni di cui disponeva) il comportamento sociale.
La sua mente sempre protesa verso nuove scoperte gli poneva a ogni istante nuovi interrogativi sulla natura dei Nameless (così ormai li chiamava), sulla loro organizzazione e soprattutto sul loro livello di studi magici. La complessa elaborazione del pentacolo che aveva visto continuava ad ossessionarlo: da dove traevano tutta quella conoscenza e quel potere? Era necessaria un’energia magica notevolissima per attivarlo, eppure ne aveva percepita relativamente poca nei singoli individui…
La pattuglia si era ormai allontanata e Zel emerse dalle sue riflessioni per seguire Valgarv che accennava a tornare nel corridoio principale, ma Fibrizio li fermò:
“Sento un odore familiare, da questa parte.” Dichiarò con tono molto serio, insolito per lui.
Val fiutò l’aria con il suo acutissimo olfatto di Drago… e starnutì. “Polvere. Secca e sgradevole. Puzza di chiuso.”
“O di tomba.” Aggiunse l’Hellmaster con timbro di voce sepolcrale.
Si guardarono a vicenda in cupo silenzio per svariati secondi.
“Diamo un’occhiata.” Risolse Garv alla fine.
Il cunicolo sfociò in una caverna immersa in un’oscurità densa come l’inchiostro e tanto fitta che neppure i sensi soprannaturali dei quattro riuscivano a penetrarla. La grotta doveva essere molto grande a giudicare dall’eco dei loro passi, ma vi gravava un’atmosfera pesante, soffocante. Ogni tanto i loro piedi calpestavano qualcosa che si spezzava con uno schiocco, sollevando nuvolette di polvere disgustosa. Zelgadiss non resistette, così, pur conscio del rischio che correvano, lanciò un Lightning… e capì che avrebbe preferito restare al buio.
Cadaveri. L’intera cavità era un’enorme cripta ove giacevano innumerevoli corpi mummificati.
Era proprio questa la cosa sorprendente, pensò lucidamente Zel dopo aver represso il primo moto di nausea: nessuno di quei morti era in putrefazione, neppure quelli all’apparenza più recenti; tutti sembravano prosciugati, disseccati di ogni fluido vitale. Vincendo il disgusto, si trincerò dietro la sua fredda razionalità analitica ed esaminò più da vicino i resti: riconobbe elfi, demoni, elementali, goblin, folletti, unicorni, umani, (deglutì) chimere e persino un paio di draghi.
“Tutte creature magiche, o che possedevano poteri soprannaturali.” Concluse Fibrizio avvicinandosi a lui.
Zel riconobbe che l’Hellmaster aveva ragione: notò infatti che tutti i cadaveri umani indossavano ancora brandelli di vesti da mago o monaco. Cosa significa?
Fibrizio forse gli lesse nel pensiero: “Queste creature vanno a caccia di demoni o quant’altro di magico esista negli universi per prosciugarli di ogni loro conoscenza o potere… e alla fine gettano qui ciò che resta, come un guscio vuoto.”
“Perché lo fanno? A cosa gli serve tutta quella magia?”
“Non ne ho idea! Ma l’hai detto anche tu, non è uno scherzo aprire un passaggio come quello che ci ha condotti qui! Se hanno sprecato tanta energia per noi, è solo perché sperano di spremerne molta di più da me e da Garv!”
“Si dà il caso che io abbia qualcosa in contrario!” sbottò Garv digrignando i denti in un’espressione feroce, scorrendo lo sguardo su quelle misere spoglie. “Se quei bastardi vogliono strizzarci come limoni, dovranno pagarla cara la mia energia!” concentrò nel palmo una sfera di fuoco demoniaco e la lanciò, spazzando via cadaveri e parete in una gran nube di polvere. “Usciamo da questo schifo di posto.” Disse soltanto, attraversando il varco che aveva aperto.
I quattro avanzarono per un lungo tratto, infine si arrestarono davanti a una biforcazione.
“I due tunnel sembrano uguali. Quale seguiamo?” chiese Valgarv.
“Scelgo io da che parte andare!” esclamò Fibrizio.
“In base a quale criterio?” s’informò Zelgadiss.
Fibrizio lo fissò con aria offesa: “Osi forse dubitare dei miei ineffabili poteri mistici?”
Zel fece un nervoso cenno di diniego: “Non mi permetterei mai. Procedi pure.”
Il Principe degli Inferi avanzò solennemente fino al punto in cui la galleria si divideva; chiuse gli occhi, concentrando il suo immenso potere demoniaco, e la sua figura venne avvolta da un alone quasi palpabile di oscurità e mistero. Aprì gli occhi di scatto e le sue verdi iridi feline parvero risplendere nelle tenebre circostanti…
“Ambarabà ciccì cocò, tre civette sul comò…”
Gli altri tre caddero a terra.
“Ecco qua! Questa è la direzione giusta!” esclamò gioioso Fibrizio, terminata la conta.
La Chimera e i due Demoni-Drago si rialzarono con molti capelli fuori posto ed enormi goccioloni dietro la testa.
(“Ineffabili poteri mistici, eh?!?” NdVal. “Alla faccia del metodo scientifico!!!” NdZel)
“Cosa c’è? Qualche problema?” chiese l’Hellmaster con visino ingenuo.
“Lasciamo perdere” sospirò Garv portandosi una mano alla fronte. “Seguiamo pure la direzione che hai scelto. Tanto, peggio di così cosa ci può ancora capitare?”
Nemmeno cinque minuti dopo si ritrovarono davanti al Cerchio di Fuoco.
… rapidus flammis ambit torrentibus amnis,
Tartareus Phlegethon, torquetque sonantia saxa.
(Virgilio, Eneide, VI vv.550-551)
(… rapido lambisce il fiume dalla corrente di fiamma,
il tartareo Flegetonte, e trascina fragorosamente i massi.)
Prima fu la luce, che dipinse le pareti di roccia con le tinte sanguigne del crepuscolo; poi ad essa si unì un suono di pietra sgretolata, che sporadicamente franava e cadeva con un tonfo soffocato e vischioso. Infine, agli occhi dei nostri si parò davanti il più infernale dei gironi.
Un fiume di fuoco si snodava avvolgendosi su se stesso e innalzandosi fino al soffitto della grande caverna. Il muro di fiamme lambiva la roccia e il suo calore era tale da frantumarla; la pietra spezzata si staccava dall’alto e finiva nel corso incandescente dove si fondeva e diventava tutt’uno con il magma che ricopriva il pavimento.
I viaggiatori si avvicinarono nonostante l’aria incendiasse i polmoni; sembrava voler ardere dall’interno coloro che le avide vampate di fuoco non riuscivano a raggiungere.
Zelgadiss fissò quasi ipnotizzato quelle fiamme furibonde, che parevano vive e ansiose di placare la loro fame divorando chiunque osasse sfidarle per scoprire il loro segreto… Si sentì afferrare per un braccio e vide Valgarv che lo trascinava indietro, lontano dal fuoco, pallido in volto:
“Sei impazzito? Non puoi avvicinarti! Quel fuoco non è naturale! Non avverti la sua potenza, la spaventosa energia da cui è generato?”
La Chimera capì che il Drago aveva ragione, ma… “C’è qualcosa al di là delle fiamme.” Decretò con sicurezza. “Una barriera così poderosa dev’essere stata posta per un motivo. Se ai Nameless interessa l’energia magica, non ne sprecherebbero così tanta per nulla. Dobbiamo scoprire cosa c’è oltre.”
“Nameless?” chiese incuriosito Garv. Comprese: “Ah, gli sgorbi neri. Mi piace. Ma tornando a noi: cosa c’importa di quel che nascondono quegli incubi da indigestione di peperonata?”
Fibrizio gli tirò una gomitata nello stinco (Che volete, al fianco non ci arriva… NdAutrice. “Ehi! Io non sono così basso!” NdFiby. Ah, no? ;-p NdAutrice).
“Ragiona, ogni tanto! Potrebbe esserci l’uscita per andarsene da questo posto!”
“Apri gli occhi, Hellmaster! Questo fiume di fuoco sembra più un cerchio che un semplice muro! Perché cacciarci in una trappola?”
Mentre i due Dark Lord bisticciavano, Zelgadiss rifletteva; alla fine, giudicò di aver trovato una soluzione: “Forse c’è un sistema per…” cominciò voltandosi e… si bloccò, senza parole.
Garv cercava di scrollarsi di dosso Fibrizio tirandolo per il naso mentre il pestifero Hellmaster si teneva aggrappato come un koala ai lunghi capelli del Dragon Chaos nel tentativo di strapparli.
Una vena guizzante cominciò a pulsare sulla tempia di Zel: “Volete piantarla di accapigliarvi per cinque minuti? Quando saremo fuori da qui allora potrete pestarvi a volontà, ma fino ad allora cercate di collaborare!”
I due si bloccarono all’istante, guardandolo stupefatti; si scambiarono un’occhiata:
“Meglio fare come dice, o gli verrà un attacco epilettico.” Disse Garv.
“Ok. Continueremo il nostro gioco più tardi.” Concordò serafico Fibrizio.
Sulle teste della Chimera e del Drago comparve un grosso gocciolone.
“Gioco?” chiese telepaticamente Valgarv al suo Maestro.
“Esatto. Io e Fibrizio abbiamo condiviso per vent’anni la noia dell’oltretomba; con l’andare del tempo, la nostra inimicizia si è smorzata e farci la guerra è diventato solo un gioco divertente.”
“Avete… fatto la pace?” chiese incredulo Val.
“Nessuno di noi lo ammetterebbe mai! Semplicemente, la nostra disputa ha assunto una connotazione più… amichevole.”
Val non rispose a parole, ma Garv avvertì i suoi sentimenti come se fossero i propri: il suo allievo prediletto non metteva neppure in dubbio la sua affermazione, ma nutriva ancora una profonda diffidenza nei confronti del Principe degli Inferi; era ancora troppo vivido nella sua memoria il ricordo di mille anni di battaglie sanguinose che lui e il Maestro avevano dovuto sostenere contro gli eserciti dell’Hellmaster. Val era preoccupato per lui, e non lo nascondeva.
Garv comprese tutto questo e lo rassicurò: “La sorte è imprevedibile, nella vita come in guerra: un nemico pericoloso può diventare un prezioso alleato, ma è meglio tenere gli occhi aperti e non voltargli le spalle finché non ne avrai provato l’affidabilità.”
Il giovane Drago si rilassò: era certo che Garv avrebbe saputo gestire la situazione nel miglior modo possibile. Poi riportò l’attenzione su Zelgadiss: conoscendo la Chimera, doveva già aver messo a punto un piano per varcare l’invalicabile Cerchio di Fuoco.
“Oltre queste fiamme potrebbe esserci l’uscita” esordì, concordando con Fibrizio “Ma è imprudente lanciarsi a testa bassa in una possibile trappola senza prendere precauzioni” concesse a Garv. “Per cui, la mia proposta è questa: voi tre userete i vostri poteri per indebolire la barriera in un punto; io l’attraverserò, guarderò cosa c’è oltre e tornerò indietro a riferire.”
“Sei sicuro di voler rischiare, Zel? Anche indebolendo le fiamme, il calore potrebbe…” il fragore di un pezzo di roccia frantumata che crollava in una cascata di faville sfrigolanti sottolineò in modo eloquentemente sinistro le parole di Valgarv.
“So cosa vuoi dire: neanche il mio corpo di pietra può resistere a lungo in quella fornace. Tuttavia voglio tentare: casterò un Gray Buster (incantesimo di magia sciamanica elementale ghiaccio, abbassa la temperatura intorno al castatore; è usato per raffreddare l’aria e congelare gli oggetti. NdAutrice); questo dovrebbe darmi qualche minuto come margine di sicurezza.” Zel si umettò nervoso le labbra: il suo piano era pericoloso, ma poteva funzionare… no, teoricamente sarebbe filato tutto liscio. Un altro fatto lo preoccupava: era consapevole di aver messo la sua vita nelle mani di tre persone che un tempo erano state tra i suoi peggiori nemici. Scrollò la testa, rendendosi conto che come al solito non aveva altra scelta: se l’avessero tradito, sarebbe morto. Ma se non fosse riuscito a trovare l’uscita, sarebbe morto comunque, prosciugato dai Nameless di ogni sua energia vitale. E dopo aver visto i cadaveri disseccati delle loro vittime, i loro volti irrigiditi dalla morte in un’espressione di perpetuo orrore, Zelgadiss aveva deciso che al confronto bruciare vivo era una sorte accettabile.
Sentì una mano posarsi sulla sua spalla: Valgarv. “Se all’interno del Cerchio dovesse succedere qualcosa, io verrò a riprenderti.”
Zel fissò quei risoluti occhi d’oro e fu certo che l’avrebbe fatto. “Già. Devo mantenere la mia parte del nostro accordo, giusto?”
Val sorrise: “Non è solo per questo. Io non lascio un amico nei guai.”
“Amico?” pensò sorpreso Zelgadiss. Ma non poté riflettere oltre su quella sorprendente affermazione: Garv e Fibrizio avevano già cominciato la castazione del Flare Seal (incantesimo anti-fuoco; la sua lunga castazione lo rende inadatto all’uso in battaglia. NdAutrice) che avrebbe indebolito il muro di fuoco.
Zelgadiss avanzò nuovamente: attorno a lui comparve sempre più intensa un’increspatura nell’aria, quasi un mantello di nebbia che sembrava celarlo alla bramosa attenzione delle lingue di fiamma. Chiuse gli occhi e vide non con i suoi sensi fisici, ma con la percezione che ogni mago ha della forza che lo pervade: avvertì il vuoto che l’incantesimo dei suoi compagni aveva creato, una breccia in quella spaventosa opera deterrente. Davanti a lui il fuoco ruggiva come prima, ma il mago spadaccino affrontò a viso aperto la paura e saltò all’interno di essa.
Il Cerchio di Fuoco lo inghiottì.
La Chimera provò un dolore tremendo, come se la sua pelle di pietra si stesse sciogliendo e scivolasse via lasciando nuda e vulnerabile la sua carne. Fu solo un istante, ma quando Zel si trovò all’interno della barriera di fuoco fu scosso da un brivido al pensiero di dover ripetere l’esperienza. Un atto dettato solo dalla reazione muscolare, pensò immediatamente, non certo dalla temperatura esterna: la prima cosa di cui si rese conto fu l’essere assalito da un calore soffocante, talmente più intenso di quello provato all’esterno che gli parve di poter quasi toccare l’aria rovente oltre la nube causata dall’incantesimo. Zel lo rafforzò: senza di esso, i suoi polmoni non sarebbero stati in grado di trarre un solo respiro senza bruciare.
Scrutò oltre la coltre di nebbia, spingendo lo sguardo attraverso le onde di calore che distorcevano la vista al punto da creare miraggi… Zel si sfregò i limpidi occhi blu: come poteva esserci neve in quella tartarea fornace? Mosse i primi, esitanti passi, quasi nuotando nel calore verso quella candida macchia: più si avvicinava, più il respirare gli diveniva agevole, come se l’aria stessa perdesse il suo torturante ardore stemperandosi in un tepore quasi mite.
Quando vi giunse accanto e poté distinguere chiaramente, nonostante fosse in un bagno di sudore, Zelgadiss tremò raggelato dall’orrore: cadde in ginocchio, lottando per trattenere un conato che gli lasciò in bocca un sapore amaro come il fiele.
La figura giaceva stesa davanti a lui, avvolta in una rete di catene spesse come il polso d’un uomo; erano forgiate nel puro Orialchon e ricoperte di potenti rune magiche, affinché nessuno potesse infrangerne la feroce prigionia. Come serpenti di metallo serravano implacabili nelle loro strettissime spire dalla testa ai piedi quel corpo immobile, completamente celato da un lungo mantello niveo che nascondeva alla vista il sembiante della creatura così orribilmente torturata. Solo una mano era libera dalle pieghe del tessuto, bianchissima ed elegante, diafana e quasi innocente vittima di un acuminato cuneo d’Orialchon che l’inchiodava al suolo straziandone il palmo. Questa insensata crudeltà era dovuta ad un’altra mostruosità: un lungo ago era conficcato in quel polso inerme e da esso un’empia flebo sottraeva alla vittima non sangue, ma prezioso liquido trasparente che emanava un lucore perlaceo, un alone mistico freddo e remoto come la luce delle stelle invernali; si riversava goccia a goccia in un alambicco ormai quasi colmo.
Zelgadiss tremava in modo incontrollabile, incapace di muoversi e di parlare, paralizzato dall’orrore e dal disgusto, dall’odio e dalla compassione che quella vista gli provocava. Sentì la rabbia scorrere nelle sue vene, un’ira gelida invase i suoi occhi e con un grido inarticolato si gettò su quel paletto coperto di rune pulsanti. Il metallo affilato lacerò la sua pelle di pietra, il suo sangue coprì le incisioni luminose e piovve rosso sulla mano bianca, ma Zelgadiss non se ne accorse neppure: tirò con tutte le sue forze fino a divellere il maledetto strumento e lo gettò in pasto alle fiamme. Seguì con lo sguardo la sua parabola, lo vide cadere nella lava incandescente e fondersi in pochi istanti.
Un lampo di amara soddisfazione gli illuminò i lineamenti duri del volto. Ma la sua indignazione non era ancora soddisfatta: estrasse con la massima delicatezza dal polso martoriato la disgustosa flebo che drenava l’energia vitale, e la frantumò sotto il tacco del suo stivale, calpestandola con violenza. Afferrò poi l’anfora splendente di magia e la scaraventò tra le fiamme: il recipiente esplose come una bomba di inaudita potenza, accecandolo; quando lo sciamano riaprì gli occhi, si accorse che un’intera sezione della circonferenza ardente si era trasformata in una parete di ghiaccio.
Rimase a bocca aperta, chiedendosi quale creatura aveva in sé il potere di fare una cosa del genere… In quel momento percepì su di sé lo sguardo intenso di quegli occhi che ancora gli restavano nascosti.
Era cosciente!
Fissò a sua volta le tenebre del cappuccio e non riuscì a trattenersi dal giurargli: “Ti porterò via da qui.”
Si chinò nuovamente accanto alla figura; verificò con maggiore attenzione i vincoli d’Orialchon incantati: indistruttibili, sia fisicamente che con la magia, ma… Zel non riuscì a trattenere un ghigno di scherno: quei Nameless potevano disporre di una magia illimitata, ma non dovevano essere molto furbi se chiudevano le loro inattaccabili catene mistiche con un comunissimo lucchetto! Estrasse rapidamente il suo campionario di grimaldelli e in pochi istanti i magici legami finirono nella sua sacca: sperava di farne un uso migliore.
Il misterioso prigioniero non reagì in alcun modo alla sua liberazione, ma la Chimera ne capì il motivo: il continuo prelievo di energia a cui era stato sottoposto doveva averlo gravemente indebolito, e la tortura era resa ancora peggiore dalle condizioni in cui veniva tenuto intrappolato. Infatti, anche se Zel sembrava quasi essersene dimenticato negli ultimi minuti, il calore si manteneva nonostante tutto elevatissimo; persino la strana frescura emanata dal suo nuovo compagno non poteva impedire l’esaurirsi da un momento all’altro dell’incantesimo che lo proteggeva dall’ardere vivo. Dovevano andarsene da lì, e alla svelta. Senza perdere altro tempo il mago spadaccino prese il braccio dell’altro, se lo passò intorno alle spalle e l’afferrò per la vita, sorreggendolo contro di sé.
“Ray Wing!” castò, e la bolla magica li avvolse, scattando verso il punto della parete di fuoco che gli altri tre (Zel sperava) stavano indebolendo. Per un istante temette che la sfera di magia si sciogliesse; si concentrò sull’incantesimo, stringendo inconsapevolmente la presa sul braccio del compagno: fu come se altra energia si unisse alla propria e si ritrovò oltre l’ostacolo senza quasi accorgersene.
Atterrarono di fronte ai tre in attesa, ma prima ancora che il Ray Wing si dissolvesse risuonò nell’aria la rimbombante nota metallica di un gong, seguita da un cupo muggito di corni che proveniva da molteplici direzioni. Lo sciamano intuì subito il loro significato: ma non c’era tempo per le chiarificazioni.
“Dobbiamo muoverci! Allontaniamoci da qui, vi spiego strada facendo!” Si assicurò meglio sulla schiena l’individuo dal mantello bianco e scattò senza altri indugi nella direzione da cui erano venuti. Gli altri tre, senza avere la possibilità di replicare, cominciarono a correre al seguito della Chimera.
Fibrizio maledisse tra sé la sua attuale forma umana di bambino che gli impediva di tenere il passo dei suoi compagni dalle gambe più lunghe; così, per evitare di restare indietro, si aggrappò nuovamente alla folta capigliatura di Garv e se ne servì per scalare la schiena del Dragon Chaos fino alle spalle. Il Re Demone Drago sbuffò ma decise di lasciar perdere: una mano sulla spada e l’attenzione rivolta a percepire eventuali nemici, si affiancò a Zelgadiss dal lato destro mentre Val proteggeva il sinistro. L’Hellmaster, comodamente insediato nella morbida criniera rossa, osservò incuriosito il nuovo membro del gruppo e si rivolse al mago spadaccino con tono tranquillo, come se non stessero fuggendo per salvarsi la vita (e in effetti al momento lui non stava facendo nulla se non lo scroccone): “Chi è il nostro nuovo amico? Dove l’hai trovato? E, se non ti spiace, perché stiamo correndo?”
Zel gli rispose senza rallentare: “Quello di prima era un allarme… il Cerchio di Fuoco… in realtà era una prigione… per impedire a costui di fuggire… per indebolirlo e per costringerlo a usare il suo potere per sopravvivere… così i Nameless hanno potuto sottrarglielo… senza che lui potesse impedirlo…” spiegò affannato.
Fibrizio storse il naso: “Hm. Brutta storia.” Si limitò a dire, non molto interessato.
Zel non sprecò altro fiato, ma gli lanciò un’occhiataccia.
Fu Garv a riprenderlo: “Risparmiati i commenti. Da che parte, Greywords?”
Erano tornati al bivio: lo sciamano stava per svoltare nel corridoio ancora inesplorato, ma ci ripensò: “Torniamo nella cripta.” Decise.
Garv aggrottò la fronte, ma poi l’eterno sogghigno ferino rispuntò sulle sue labbra: “Buona idea; non verranno certo a cercarci in quel maledetto ossario!”
Riattraversarono la breccia nella parete. Zelgadiss depose con garbo a terra il suo passeggero all’apparenza esanime, mentre Fibrizio utilizzava i suoi poteri per creare l’illusione che la roccia fosse intatta. Un’utile precauzione, poiché subito dopo udirono il passaggio di numerose creature… troppe per poterle affrontare in quelle condizioni, dato che i nostri dovettero aspettare immobili per parecchi minuti prima che oltre il finto strato di granito ritornasse la quiete.
Valgarv espresse un moto d’impazienza che lo fece somigliare in modo impressionante al suo Maestro: “Dovevamo fermarci e affrontarli! Tra quei Nameless non ho percepito nessuna aura che avrebbe potuto darci problemi!”
Zelgadiss stava per replicare a quell’impetuosa dichiarazione, ma un altro lo precedette.
“Non essere precipitoso nel tuo giudizio, giovane Drago. Quelle creature non sono tutte uguali.”
La Chimera fissò ad occhi sgranati lo sconosciuto accanto a lui: si era messo compostamente a sedere, disponendo in ordine le pieghe eleganti del suo mantello. Era lui il proprietario di quella voce che dava a Zel la sensazione di accarezzare una spessa coltre di neve fresca: morbida e incolore, calma e piacevole in modo sottilmente pericoloso; il suo fascino celava un gelo che poteva trafiggere fino all’anima.
L’effetto sui due Dark Lord era stato paralizzante: Valgarv percepì un senso di familiarità tra la ridda fulminea di pensieri ed emozioni che attraversava la mente del Dragon Chaos e, mettendosi in posizione di guardia, chiese all’ultimo arrivato: “Chi sei tu in realtà? Chi sei, tanto potente da dover essere imprigionato nel Cerchio di Fuoco? Garv-sama ti conosce; per la terza volta, chi sei?”
“Tre volte mi hai posto la domanda; secondo il rituale, sono tenuto a risponderti il vero. Vedrai con i tuoi occhi chi io sono: ti mostrerò il mio volto.”
Lentamente le bianche dita scivolarono sull’orlo del cappuccio e lo scostarono facendolo ricadere sulle ampie spalle. Gli occhi dorati di Valgarv vennero riflessi dalle infinite sfaccettature cristalline di due iridi azzurre come il ghiaccio, nonché altrettanto fredde e incontaminate da alcuna emozione. Il Drago Perduto si sentì trapassare da quello sguardo: sembrava attraversare la carne come se fosse vetro, leggere nella mente e nel cuore, che si ritrovavano smarriti di fronte a quel sublime distacco, lo stesso delle indifferenti distese innevate del Regno del Nord Polare…
“Dynast Graushella!” scaturì in un soffio dalle labbra di Valgarv.
Garv e Fibrizio non vedevano il volto del loro fratello maggiore da migliaia di anni, ma intesero subito l’esattezza del riconoscimento. Nonostante l’algida aura dell’Ha-Ou fosse indebolita, i Dark Lord non avrebbero mai potuto equivocare l’identità di colui che stava loro di fronte: la forma umana era una fugace apparenza; quel volto di un bianco quasi traslucido sembrava scolpito nella neve ghiacciata per la sua perfezione senza età. L’intera sua figura si sarebbe detta il capolavoro del più sublime degli scultori, che aveva visto l’Assoluto e gli aveva dato vita nella rappresentazione di una Nobiltà che l’uomo non avrebbe mai posseduto.
“Tu qui… com’è possibile?” chiese Fibrizio, ripresosi dallo stato stuporoso.
“Nello stesso modo in cui, presumo, vi siate giunti voi. Quelle creature che voi chiamate Nameless sono alla perpetua ricerca di fonti da cui assorbire energia magica, senza porsi scrupoli sulla natura di tali fonti… come questo luogo testimonia.” Gli bastò un minimo cenno della mano a rendere l’idea della vastità del macabro cimitero sotterraneo.
“Hanno teso un agguato anche a te?”
Dynast chiuse lentamente le palpebre in segno d’assenso: “Al confine del mio Regno. Riuscirono a nascondermi la loro presenza e quando ne divenni consapevole venni aggredito, incatenato e teletrasportato in questo mondo. L’azione fu condotta da creature che avevano un potenziale estremamente superiore rispetto a quelle di cui avete esperienza; inoltre agirono in modo talmente rapido che non ebbi neppure il tempo di evocare la mia armatura.”
La sottolineatura di quest’ultimo particolare non passò inosservata a Valgarv; le poche cose che sapeva sul conto del più antico dei Dark Lord gli erano state narrate dal suo Maestro mille anni prima, ma tutti quei racconti erano accomunati da una costante: il Re del Nord non si mostrava mai apertamente. Le sue sembianze erano sempre celate dalla splendida armatura che gli era caratteristica peculiare… quasi facesse parte di lui, come l’impermeabile per Garv.
In quel momento però il Signore del Gelo era rivestito solo dei semplici indumenti che si indossano sotto la corazza: maglia e pantaloni color azzurro pallido aderenti al corpo e stivali neri. Abiti spartani e senza fronzoli, adatti a un guerriero; Val ricordò infatti che il Maestro, nonostante le sue divergenze con gli altri Demoni Superiori, gli parlava col massimo rispetto del valore di combattente del fratello.
Ora che l’aveva incontrato di persona, capì di comprendere le parole di Garv-sama: “Dynast venne creato come la quintessenza delle energie fredde e ciò influisce anche sulla sua personalità: la freddezza, non la comune crudeltà, lo contraddistingue come demone; il suo distacco, la sua totale mancanza di emozioni lo rende alieno anche a noi, suoi fratelli. Nonostante questo, o forse proprio per questo, governa da millenni un regno isolato dal resto del mondo, dove demoni, elementali ed esseri umani convivono sotto un’unica legge, la sua volontà, che lui fa rispettare in modo uguale per tutti… cosa che neppure Shabranigdo è mai riuscito a fare.”
Val ripensò proprio a questo nell’osservare il volto impassibile di Dynast Graushella, che manteneva un’imperturbabile dignitas anche in un momento duro come quello, nonostante la terribile prova che aveva dovuto sostenere; si chiese se avrebbe potuto ammirare il fratello del suo Maestro, seppur di indole talmente diversa dalla loro… e la risposta, affermativa, la ricevette nell’udire le sue pacate parole successive.
Alla domanda su quanto fosse durata la sua prigionia, rispose senza nessuna inflessione particolare: “Ventotto giorni.”
“Così tanto!?! Sei sicuro?” esclamò Fibrizio.
“Non avevo altra occupazione se non contare i giorni e cercare di rimanere in vita.” Commentò Dynast laconico. Volse lo sguardo su Zelgadiss e lo fissò a lungo, con intensità: “A questo proposito, vi ringrazio, Signor Greywords. Mi duole ammetterlo, ma non avrei potuto resistere ancora a lungo: col vostro intervento mi avete salvato. Sono vostro debitore; chiedetemi qualunque cosa vogliate.”
Zel fu colto davvero alla sprovvista da questa formale dichiarazione; si schiarì la voce, in imbarazzo: “Signore… Lord Graushella…”
“Dynast, per voi.” Concesse, con profondo stupore dei suoi due fratelli che ben sapevano quanto Sua Maestà Glaciale tenesse alle formalità del protocollo aristocratico.
“Lord Dynast…” ritentò Zel (“Insomma, come ci si rivolge a un demone potentissimo di cinquemila anni che ti ringrazia in questo modo?”NdZel) ma decise all’improvviso di rimandare la questione a più tardi: “Non è il caso di parlarne ora: ci hanno trovati!”
Indicò verso l’alto: nell’oscurità che riempiva la volta della caverna brillavano ora punti di luce, quasi stelle minacciose in un cielo fittizio. A differenza degli astri però le luci si muovevano freneticamente intrecciando confuse traiettorie. Quando lo sciamano riuscì a distinguerle meglio vide che si trattava di creature dall’addome fosforescente, come uno sciame di enormi lucciole che si gettarono in picchiata su di loro. Vennero accolte e sterminate da un’autentica contraerea di incantesimi e fasci d’energia demoniaca, ma i nostri sapevano che quello era solo un avvertimento.
“Dobbiamo andarcene alla svelta.” Decretò Fibrizio. “Ehi! Dove vai?” aggiunse, vedendo che Dynast si dirigeva verso la finta parete di roccia.
“Conosco la strada per uscire da questo labirinto sotterraneo.” Spiegò con la massima indifferenza.
“Com’è possibile?”
Il mago spadaccino intuì: “Eravate cosciente quando vi hanno trasportato fino al Cerchio di Fuoco. Intendete ripercorrere il tragitto a ritroso per guidarci fino in superficie, non è così?”
“La vostra deduzione è esatta, signor Greywords.”
“Zelgadiss, per voi.” Soggiunse la Chimera con un mezzo sorriso.
Il Dark Lord annuì e fece strada.
Tornarono al bivio e imboccarono il corridoio ancora sconosciuto. Percorsero una serie di tunnel, che tuttavia sembravano scendere sempre più in profondità; ad un certo punto Garv chiese: “Sei certo che sia la direzione giusta?”
“Si.” Confermò l’altro.
Il Re Demone Drago attese invano ulteriori chiarimenti, ma il taciturno Signore del Gelo non aggiunse altro: aveva già detto il necessario. Garv sbuffò ma sapeva che era inutile prendersela; Dynast Graushella era fatto così, punto e basta. Fu quasi colto di sorpresa dal fatto che cominciasse a parlare di propria iniziativa:
“Siamo quasi all’imboccatura del Pozzo.”
“Pozzo?”
Dynast si arrestò e si volse verso gli altri quattro: “Il Pozzo è un passaggio verticale che conduce alla superficie. È sorvegliato.”
Garv e Valgarv si scambiarono un’occhiata complice e sulle loro labbra si dipinse un identico sorriso… che avrebbe fatto accapponare la pelle di Zel se fosse stata normale: era il genere di sorriso che fanno i bambini davanti a un cesto di dolciumi… e alla prospettiva di poterli divorare. I due Demoni-Drago scattarono lungo la galleria. La Chimera udì dopo pochi istanti rumori di cose che si fratturavano di netto.
Fibrizio scosse la testa con un’ironica smorfia di compatimento: “La solita delicatezza dei guerrieri! Hanno spezzato a metà quegli insettoni senza nemmeno rallentare la corsa!”
Impassibile, Dynast si limitò a proseguire.
Raggiunsero gli altri due in una grande caverna. Valgarv guardava verso l’alto: c’era un foro nel soffitto, come una bocca spalancata d’oscurità che prometteva d’ingoiare gli incauti che avessero tentato di lasciare attraverso di essa il labirinto sotterraneo. Ma il giovane Drago sorrideva: sentiva l’aria aperta giungere a lui dall’esterno e gli sembrava che le sue ali fremessero dal desiderio di essere richiamate. Volare via… presto avrebbe potuto farlo, e Garv-sama sarebbe stato con lui. Il suo sorriso s’allargò. “Cosa aspettiamo? Arrampichiamoci!”
“Arrampicarci fin lassù? Scherzi! Perché non usiamo la levitazione?” si lamentò Fibrizio.
Dynast intervenne: “Qualunque sia la vostra decisione, attuatela rapidamente.” E si diresse di nuovo verso l’ingresso della galleria.
“Dove stai andando? Non vieni?” si stupì Garv.
“Non li senti?” domandò di rimando il Re dei Ghiacci: “Stanno arrivando. Sono numerosi. Non ci lasceranno andare tanto facilmente.” Si voltò verso di loro, investendoli col suo sguardo sferzante e impenetrabile come una bufera di neve: “Avete bisogno di tempo per arrivare fin lassù. Resterò io a coprirvi le spalle. Ho un conto aperto con quei miserabili.”
Garv sostenne il suo sguardo finché ne fu in grado, poi distolse gli occhi e chiese con tono scettico: “Sei sicuro di poter sostenere un combattimento nelle tue condizioni?”
Dynast non lo guardò nemmeno quando rispose flemmaticamente, voltandosi verso la direzione da cui sarebbe giunto il nemico: “Ritengo che nella situazione attuale questo dettaglio sia del tutto irrilevante.”
Il tono spaventosamente calmo e controllato provocò un brivido ai presenti; in quella parola, irrilevante, il Signore del Gelo riusciva a infondere con la sua voce all’apparenza neutra una gamma di significati che la facevano risuonare più sinistra di qualunque altra avessero mai udito.
“Aspettate…” tentò d’intervenire Valgarv, ma la mano del Maestro posata sulla sua spalla lo trattenne. Il Re Demone Drago, conscio dell’inutilità di ogni obiezione, si limitò ad augurare al fratello un sincero “Buona fortuna.”
Mentre lo strepito dei guerrieri Nameless si faceva sempre più prossimo, Zelgadiss castò il Levitation e con gli altri tre si tuffò verso l’alto. Dynast rimase immobile al centro della sala; non appena ebbero attraversato l’imboccatura del Pozzo, una nera ondata di creature aliene si riversò nella caverna.
Il Re del Nord alzò una mano verso la turba sciamante e pronunciò due sole parole con voce che risuonava gelida come le più alte guglie dei suoi algidi monti:
“Dynast Flare.”
Una raffica violentissima di vento polare investì la prima carica, congelandola all’istante. La bianca mano si chiuse a pugno e le statue di ghiaccio che erano state i Nameless si frantumarono in milioni di schegge affilate che trafissero come pugnali i sopravvissuti, falciandoli fino all’ultimo.
Ma nonostante la strage, incuranti delle perdite, le creature preparavano un altro assalto: prima o poi, non importa a che prezzo, avrebbero ottenuto ciò che volevano.
I due Dark Lord, il Drago e la Chimera raggiunsero la superficie e atterrarono su un terreno brullo e spoglio, sotto un cielo grigio plumbeo. Non un segno di vita si scorgeva all’orizzonte sconfinato e soffocante. Valgarv non perse tempo e iniziò a trasformarsi.
Zelgadiss non riusciva a distogliere lo sguardo dall’oscura voragine ai suoi piedi. Qualcosa lo attirava con un richiamo a cui non poteva né voleva resistere. La voce di Val lo distolse da quell’intensa introspezione: il giovane, di nuovo nelle sue sembianze di Drago Ancestrale, lo fissava ponendogli una tacita domanda. La Chimera rispose soltanto: “Aspettaci.” E si tuffò nuovamente nel buio.
Non castò la levitazione fino all’ultimo momento, sfruttando la gravità per accelerare la discesa. La sala sotterranea era vuota, se non per i resti congelati di centinaia di Nameless. Cercò ansiosamente con lo sguardo un mantello candido, ma i suoi occhi furono attirati da ben altro: un poderoso muro di ghiaccio sigillava l’entrata dell’unico corridoio e dall’altra parte s’intravedeva il bagliore incessante di incantesimi che cercavano di forzarlo. Inutilmente, poiché il Signore dei Ghiacci Eterni era seduto con la schiena poggiata alla sua opera e vi infondeva tutto ciò che restava delle proprie energie.
Era chiaramente stremato: il volto aveva perso il suo pallore traslucido e la brina che impreziosiva come polvere di brillanti i capelli neri si era sciolta: bagnava le ciocche corvine incollandole ai lati del viso dagli occhi chiusi.
Sembrava umano. Zelgadiss rimase quasi incantato dallo stupore a questo pensiero: in fin di vita, Dynast Graushella sembrava uno splendido essere umano. Scacciò gli indugi: non era la fine per il Re del Nord. Non l’avrebbe permesso. Corse verso di lui, si chinò al suo fianco e lo sollevò tra le braccia.
Dynast riaprì gli occhi, lo sguardo lucido e tranquillo nonostante fosse estenuato: “Perché sei tornato indietro?” chiese, una domanda che pronunciata da un altro sarebbe suonata sorpresa.
Zel, forse senza rendersene conto, gli rivolse un sorriso di simpatia: “Sai, milord, ho la pessima abitudine di mantenere le promesse!”
Castò rapidamente la Levitazione e ripercorse il Pozzo. Alle loro spalle, il Muro di Ghiaccio cedette.
Il mago spadaccino accelerò al massimo spronato dal ronzio selvaggio che abbreviava rapidamente le distanze. Sentiva già le zampe artigliate dei Nameless allungarsi ad agguantare i loro mantelli quando rivide la luce esterna. Con un ultimo scatto s’innalzarono nella grigia atmosfera e sotto di loro le feroci creature aliene furono incenerite dal soffio infuocato di Valgarv, che raccolse al volo i due fuggitivi.
Non appena fu certo che tutti i suoi passeggeri fossero al sicuro aggrappati alle squame della sua schiena, Val guadagnò quota lasciando indietro gli inseguitori. Con un ruggito d’esultanza, attraversò il confine delle Nebbie che dividono gli universi e in men che non si dica sopra di loro tornò a splendere il sole del mondo a cui appartenevano.
Garv inspirò profondamente l’aria frizzante: “Aaah! Quanto mi è mancato tutto questo!” Si accorse che Fibrizio aveva dipinta in volto un’espressione seria e assorta: “Che ti prende, Hellmaster? È finita bene, non credi?”
Fibrizio parlò con voce fievole in cui si percepiva una meravigliata incredulità: “Garv… ti rendi conto che siamo tornati?”
“In che senso?”
“Siamo tornati!” esclamò con più entusiasmo “Abbiamo attraversato i Piani dell’Esistenza e siamo di nuovo nel nostro mondo!”
Garv rispose al sorriso di Fibrizio e accarezzò il collo del suo allievo: “Siamo a casa. E non ce ne andremo più.”
Zelgadiss non sapeva come reagire a questa affermazione; i suoi sentimenti in proposito erano molto contrastanti. Vent’anni prima, quando viaggiava con Lina e i suoi amici aveva combattuto contro le stesse Potenze Demoniache che ora aveva contribuito a riportare nel mondo. Ma in qualche strana maniera non riusciva ad esserne dispiaciuto. Si limitò a tirare un sospiro accantonando la questione e disse a Valgarv: “Potresti atterrare? Sono a pezzi, e credo che tutti noi abbiamo bisogno di un po’ di riposo.”
Val annuì e cominciò una lenta discesa a spirale verso un arcipelago di isole che punteggiava il mare sotto di loro. Atterrò su una spiaggia di fine sabbia dorata, ventilata dalla dolce brezza tropicale che faceva ondeggiare le chiome delle palme talmente fitte da rendere l’entroterra quasi selvaggio.
Il Principe degli Inferi osservò i dintorni come se gli ricordassero qualcosa: “Quest’isola ha un’aria estremamente familiare.”
I suoi fratelli scrollarono le spalle:
“In verità un simile luogo mi è del tutto sconosciuto.” Dichiarò Dynast.
“Non mi sorprende!” rise Garv “Non lasci mai il Circolo Polare Artico, e i tropici non sono proprio la destinazione che un Demone dei Ghiacci sceglierebbe per le vacanze!”
Anche gli altri si unirono alla risata; ma l’atmosfera rilassata fu interrotta da dei fruscii provenienti dalla boscaglia. Dal folto dei cespugli emersero decine di enormi lupi ringhianti nei cui occhi brillava una luce demoniaca. I nostri si misero in posizione di guardia, tranne Fibrizio: come colto da un improvviso ricordo, l’Hellmaster esclamò seccato:
“Accipicchia! Con tutti i posti che ci sono al mondo, proprio sulla Wolf Pack Island dovevamo finire!”
|
|