IL DRAGO E LA CHIMERA
parte sesta
ADSCENSIO SUPERNA

Zelgadiss rimase impotente ad osservare Garv imprecare in tutte le lingue conosciute (e anche in alcune stramorte) contro i Nameless. La collera sembrava circondarlo come una cortina ardente e al momento non era il caso di avvicinarlo. La Chimera si sentiva un groppo nello stomaco: senso di colpa. Aveva promesso che si sarebbe preso cura di Valgarv, eppure se l’era lasciato rapire sotto il naso. Era stato uno sciocco; avrebbe dovuto capire che l’attacco era un diversivo per distogliere l’attenzione dal vero obiettivo: il giovane ma potentissimo Demone-Drago.
Tuttavia al momento quello non era il suo unico problema: Lina gli si avvicinò con aria estremamente minacciosa e, senza perdere di vista il Dark Lord, gli intimò: “Zel, che diavolo sta succedendo? Che ci fa lui qui?”
“Perché? Lo conosciamo?” chiese ingenuamente Gourry.
Lina, con molte vene pulsanti sulla tempia, gli afferrò il collo con una mossa di judo e mentre lo strozzava fece al marito un rapido riassunto, lasciando lo sciamano alla mercé di Luna.
“Credo che tu abbia sorvolato qualche ‘dettaglio’ nel tuo racconto, non è così?” chiese sarcastica.
La Chimera sostenne senza esitare il suo sguardo: “L’avevi già intuito quando hai visto Valgarv. Non deve essere stata una così gran sorpresa. Ora la situazione è troppo grave per recriminare: ne discuteremo in altre circostanze.”
Garv s’intromise: “Dobbiamo salvare Val.” La voce del Re Demone Drago era imbevuta di una fermezza sovrumana, tale da mettere a tacere qualunque tentativo di obiezione: un potere quasi mistico, ma non soprannaturale; scaturiva dalla preoccupazione di un padre, e in quanto tale l’unica cosa che ritenesse ammissibile era entrare subito in azione per riprendersi suo figlio.
La carica di ineluttabile necessità di questa dichiarazione mise in secondo piano qualunque altro pensiero nella mente dei presenti. Zelgadiss sviluppò il concetto: “Dobbiamo impedire ai Nameless di impadronirsi dell’energia di Valgarv. Questo lo ucciderebbe, e consentirebbe ai nostri nemici di disporre di una potenza pericolosissima. Credo che la cosa più ragionevole sia soprassedere per il momento sulle altre questioni e concentrarci su come recuperare il Drago; avremo più possibilità se collaboriamo di comune accordo.”
“Zel ha ragione.” Concordò Gourry.
“Ma che dici? Vuoi davvero aiutare un demone?” chiese stupita Luna al cognato.
“Certo.” Rispose tranquillo lui. “Val ha combattuto per aiutare noi, è giusto che andiamo a salvarlo. Inoltre, capisco che Garv sia molto preoccupato per lui; anch’io lo sarei al suo posto!” e fissò intensamente la moglie. La maga rossa annuì, sorridendo comprensiva:
“D’accordo, contate su di noi!”
“Vieni anche tu, vero Luna?” chiese con sincero entusiasmo Gourry, nonostante i nervosi dinieghi di Lina.
Luna aggrottò la fronte, ma davanti al sorriso aperto e generoso dell’uomo si arrese: “E va bene. Ma che non si sappia in giro che frequento i Mazoku, ho una reputazione da difendere!”
“Davvero? Allora come mai corre voce che tu sia amica di Zelas Metallium?” la punzecchiò la sorella.
“Si tratta di una faccenda completamente diversa! E comunque non ti riguarda!” scattò Luna.
Lina non insistette: non osava irritare sul serio la sua vendicativa sorella maggiore… così s’affrettò a cambiare discorso: “Allora, che stiamo aspettando? Andiamo!”
“Ehm, Lina… dove dobbiamo andare esattamente?” chiese Gourry grattandosi la nuca.
Gocciolone di Lina: “In effetti… dove l’avranno portato?” Lina non era il tipo da restare priva di idee: “Garv! Non puoi usare i tuoi poteri per ritrovare Valgarv?”
“Ci ho già provato, ma il nostro legame mentale è stato interrotto. Per quanto ne so, a quest’ora potrebbero già averlo portato sul loro schifosissimo mondo!” disse, accompagnando le parole con un furioso gesto di frustrazione.
“Dobbiamo accertarcene.” Meditò Zelgadiss. Nella sua mente vagliò tutte le possibilità e d’un tratto si affacciò alla sua attenzione un incantesimo che non ricordava di aver studiato. Sorrise tra sé e mandò un tacito ringraziamento all’anima di Rezo… ed ebbe la sensazione che il Monaco Rosso gli ammiccasse di rimando.
La Chimera si avvicinò al pozzo dell’acqua situato in un angolo del cortile; calò il secchio e lo ritirò colmo: “Garv, reggilo in mano: sei la persona più vicina a Val; potrebbe favorire la riuscita dell’incantesimo.”
“Una magia di veggenza.” Intuì il Demone-Drago.
“Sei ancora vergine alla tua età, Zel?” sogghignò ironicamente Lina, facendo imporporare il viso petroso dello sciamano.
“Ma perché tutti credono alla superstizione che solo le persone vergini possono operare questo tipo di rituale?” chiese imbarazzato.
“Si tratta di una tradizione consolidata nei secoli.”
Il mago spadaccino preferì evitare ogni commento e si concentrò sulla formula scritta in rune di fuoco nella sua memoria, recitandola a fior di labbra. Gli occhi di tutti erano fissi sullo specchio d’acqua che scrutavano ansiosi, ma non un’immagine comparve. Sembrava che l’incantesimo non avesse prodotto alcun risultato, ma non appena Zelgadiss pronunciò l’ultima sillaba una visione s’impresse come un lampo abbagliante nella retina dei presenti: un enorme cratere pulsante d’energia, costellato da monoliti coperti d’incisioni geometriche, come rovine frantumate piovute dal cielo.
“Riconosco quel luogo.” Dichiarò Garv “Il campo di battaglia dove Cephied e Shabranigdu s’affrontarono durante il duello finale. Ma non mi spiego quelle strane rocce…”
“Sono ciò che resta del Portale che condusse la Stella Nera sul nostro pianeta.” spiegò Lina, la mente tornata a ricordi di un passato impossibile da dimenticare.
“Dark Star Dabranigdu? Il Dio dei Demoni di un altro mondo? Perché quei maledetti bastardi avrebbero portato Val in quel luogo?”
“Quanto sai degli eventi accaduti vent’anni fa?” s’informò Zelgadiss.
Garv s’incupì: “Val mi ha raccontato tutto.”
“Allora saprai che tra lui, Dark Star e quel luogo c’è un legame. Quel che vorrei sapere è cosa intendono fare i Nameless: dev’esserci un valido motivo se l’hanno riportato lì. Non dimentichiamo che quelle creature sono avide, ma tutt’altro che stupide.” Concluse.
Nel silenzio che seguì osservò le persone che aveva intorno: Lina e Gourry si guardavano in volto seri e preoccupati; come lui, anche loro provavano un inquietante senso di deja-vù, il celato timore di sognare nuovamente un incubo conosciuto.
La rabbia e la tensione trasparivano chiaramente dal volto di Garv: l’eterno ghigno ferino era svanito dalle sue labbra strette in una linea dura; gli occhi verde smeraldo brillavano di una luce implacabile e pericolosa, i potenti muscoli contratti davano l’impressione di un predatore pronto all’attacco… senza possibilità di scampo per gli sciagurati che si fossero trovati sulla sua strada.
Luna restava all’apparenza calma, ma era difficile da dirsi dato che il suo sguardo era celato dai capelli. “Ho un bruttissimo presentimento.” Sospirò il Cavaliere di Cephied.
“Allora muoviamoci prima che la situazione peggiori!” sbottò impaziente il Dark Lord.
“Okay ragazzi.” Lina prese in pugno la situazione: “Garv, riesci a teletrasportarci tutti fino al cratere?”
“Certo! Compariremo proprio al centro del campo e ridurremo in poltiglia quegli schifosi vermi!” ruggì entusiasta.
Gocciolone di Lina: “Forse sarà meglio fermarci all’esterno e avvicinarci a piedi per studiare prima la situazione, non credi?” suggerì diplomaticamente.
“E va bene.” Cedette malvolentieri il Re Demone-Drago. “Ma se quegli esseri innominabili hanno torto un solo capello a Val, non rispondo delle mie azioni!”
“Siamo d’accordo. Andiamo!”
Il gruppo si riunì attorno al Dark Lord e un attimo dopo il cortile fu vuoto.

Zelgadiss affondò nella neve fino al ginocchio. “Cos’è successo?” chiese a Garv, l’unica persona presente nei dintorni.
“Siamo stati dirottati. Durante il teletrasporto una potente volontà ha alterato il flusso e ci ha condotti fin qui.”
“Perché solo noi due? Dove sono gli altri?”
“A destinazione, presumo. Il ‘segnale pirata’ ha coinvolto solo noi. Quel che vorrei sapere è dove ci ha portati. Non sono mai stato in questo posto.”
La Chimera cercò di guardare oltre i fiocchi di neve sollevati dal vento, che portava alle sue sensibili orecchie un cupo tintinnare di metallo… come un incessante rintocco funebre. Si percepiva fisicamente un senso di dolore infinito. Un brivido gli percorse la spina dorsale: conosceva quel luogo. Non appena lo comprese, il vento cessò e davanti a lui si aprì la Valle Perduta dei Draghi Ancestrali. Rivide le spettrali croci sbarrate poste a memento della strage compiuta mille anni prima. Le catene che ne pendevano producevano quel lugubre suono.
“Era un luogo stupendo, prima.” Sussurrò Garv.
“Sai dove ci troviamo?” chiese Zel, anch’egli a bassa voce. Il teatro di una simile tragedia imponeva il rispetto del silenzio dovuto ai morti.
Garv si limitò ad annuire. Come poteva spiegare ciò che aveva visto per infinite volte nella mente di Valgarv quando di notte si svegliava urlando, in preda alle convulsioni, per il ricordo di ciò che era stato fatto al suo popolo? Come descrivere il dolore che straziava l’anima di un bambino davanti ai cadaveri dilaniati dei propri genitori?
Scrollò il capo per scacciare quelle immagini. Val… non voleva neanche pensare alla possibilità che l’ultimo Drago Ancestrale finisse col condividere il destino dei suoi simili. “Muoviamoci. Chi ci ha portato qui l’ha fatto per un motivo. Scopriamolo alla svelta” e s’incamminò deciso verso il fondo della valle, ove sorgeva il diroccato Tempio dei Draghi Ancestrali, cuore della loro razza.
Varcarono le ciclopiche arcate e s’addentrarono nelle viscere dell’edificio. Il trascorrere dei secoli non era riuscito a intaccare l’architettura monumentale e sobria, quasi spoglia nei suoi volumi regolari e nelle sue linee pure. A Zelgadiss parve di vivere nuovamente nel passato. La sensazione era così netta che si bloccò davanti a un alto portale: sapeva cosa c’era nella sala al di là… ed era un ricordo troppo atroce per essere affrontato di nuovo. Ma quando Garv aprì i battenti, si costrinse a proseguire.
Era ancora davanti a loro: decine, centinaia di scheletri dei Draghi Ancestrali erano ammucchiati nelle alcove fino a ricoprire le pareti; si sentì scrutare dalle orbite vuote dei loro teschi trafitti da cunei che portavano il sigillo dei Draghi Dorati, affinché la loro maledizione li perseguitasse anche oltre la morte, impedendo alle loro anime di trovare riposo.
Garv si avvicinò a quei resti sventurati; vide per terra ossa minuscole e fragili, come quelle di piccoli uccelli. Capì che erano ossa di cuccioli implumi, forse neppure usciti dall’uovo: non nati, già morti. Si chinò a sfiorarli, come a donare loro una carezza che non avevano avuto il tempo di ricevere. Le ciocche dei lunghi capelli rossi celavano il suo volto, ma la Chimera udì il suo basso mormorio, umido di rabbia e incredulità:
“Mostri… così chiamano noi. Ma chi sono i veri malvagi? Cosa rispondi davanti a tutto questo?
Zelgadiss non parlò. Aveva smesso da molto tempo di porsi quella domanda. Da quando aveva visto quel luogo. Forse temeva la risposta.
In quell’aria si respirava una tristezza inconsolabile, tanto che non si stupirono quando essa si concretizzò nelle dolenti note di un canto. Una voce cominciò a cantare, quasi sussurrando, una dolce voce di donna a cui si unì subito dopo un timbro tenorile. Poco a poco, un coro di cento e cento voci si aggiunse, intonando parole nella loro lingua musicale e sconosciuta.
Zelgadiss li riconobbe: era l’Oracolo dei Draghi Ancestrali, gli spiriti di tutti i membri della razza che si univano per comunicare oltre i confini della vita e della morte. Si era spaventato quando Valgarv li aveva invocati per la prima volta, ma ora essi li avevano chiamati, attirati lì di loro propria iniziativa, affinché ricevessero il messaggio a loro destinato.
Il Re Demone Drago e la Chimera avanzarono nel centro della sala, fino al sacello mistico; da esso si generò una colonna di luce soprannaturale che sembrava rifulgere anche nelle profonde orbite fisse su di loro. Zelgadiss ricordò come i defunti Draghi Ancestrali fossero in grado di comunicare attraverso visioni, riuscendo persino a mostrare la loro stessa immagine; infatti distinse in quel bagliore una particolare increspatura di luce e di colore, il graduale manifestarsi di una forma umana che si faceva sempre più definita… Il respiro gli si mozzò in gola quando si rese conto che lo spirito di fronte a loro aveva le inequivocabili fattezze di Valgarv.
Furono istanti d’angoscia prima che la voce di Garv dichiarasse: “Non è lui. Non lasciarti trarre in inganno dalle apparenze.” La sicura fermezza mal celava un profondo senso di sollievo.
La somiglianza era tuttavia impressionante: il Drago Ancestrale fantasma era il ritratto del giovane Drago Perduto, tranne che per il colore degli occhi, verdi come le fronde dei boschi, e i capelli portati lunghissimi, legati sulla nuca in una coda che arrivava quasi alle caviglie. Vestiva sempre di verde, in varie tonalità: chiara la camicia, color smeraldo i pantaloni, scuri gli stivali e la sopratunica stretta alla vita da una cintura argentea; gli abiti erano di ottima qualità e splendida fattura, ricamati con sobria eleganza. Di certo non era un individuo qualunque… ma il suo aspetto non faceva che rendere più inquietante il mistero della sua identità.
I loro cupi pensieri non durarono che un istante: ogni ombra, timore o preoccupazione albergasse nelle loro anime, venne rischiarata dalla visione di celestiale bellezza che si offrì ai loro occhi. Non sembrava neppure una donna, ma un angelo composto unicamente di luce: la pelle d’alabastro, il volto senza età era l’incarnazione della dolcezza in cui splendevano occhi dorati radiosi come il sole del Paradiso. Occhi estremamente familiari… I suoi capelli erano un mantello d’argento che copriva le spalle da cui ricadeva la veste che l’avvolgeva nel suo panneggio immacolato fino ai piedi, di una semplicità che ne esaltava la purezza.
Una mano affusolata intrecciò le sue dita a quelle del compagno e sulle labbra di entrambi si dipinse un timido sorriso. Lei socchiuse le palpebre, accennando con le lunghe ciglia arcuate, invitandolo a cominciare. Egli riportò lo sguardo sui loro ospiti:
“Vi porgo il benvenuto in questa valle di lacrime, un tempo ridente rifugio degli ultimi Draghi Ancestrali. Il mio nome è Valinor, Princeps del Senato, ultimo Primus inter Pares liberamente eletto dal nostro popolo.” Esordì con un inchino, ricambiato dal Re Demone-Drago e dalla Chimera; lo ripeterono in omaggio alla donna, che rispose con un’aggraziata riverenza:
“Di nuovo benvenuti, gentili viaggiatori: che il sole, la luna e le stelle brillino sempre sul vostro cammino.”
“Lo faranno senz’altro se è una voce soave come la vostra a chiederlo.” Replicò con sincerità Garv.
I volti dei due spiriti si distesero in luminosi sorrisi: “La forza e il valore del Dragon Chaos sono eguagliati solo dalla nobiltà del suo cuore.”
“Conoscete il mio nome?” chiese sorpreso.
I due lo fissarono con profondo rispetto e un’inspiegabile… riconoscenza?
“Sappiamo di voi da molto tempo, e non potremo mai ringraziarvi adeguatamente per ciò che avete fatto e continuate a fare per nostro figlio.”
A queste parole i nostri restarono come paralizzati dall’improvvisa comprensione dell’identità di coloro che avevano di fronte: “Voi… siete i genitori di Valgarv?” chiese shockato lo sciamano.
“Si, Zelgadiss. Valtier, o come voi lo conoscete, Valgarv, è nostro figlio.”
“Se è così allora vi prego: aiutateci a trarlo in salvo!” esclamò Garv.
L’espressione dei due sembrò velarsi di preoccupazione e un mormorio attraversò la sala, come un bisbigliare di voci tese e nervose. “Siamo ben consci del pericolo che corre; una minaccia che non potete ancora intuire sovrasta nostro figlio… questo mondo… e gli universi tutti. Per questo abbiamo condotto voi fin qui.”
“Perché proprio noi?” indagò Zel, notando il rilievo dato al pronome.
La donna sorrise con affetto: “Perché voi ora siete le persone più vicine al cuore di Val.”
“Considera voi, Garv, il padre che io non sono potuto essere” spiegò Valinor con un’evidente nota di dolore nella voce “E voi, Zelgadiss… vi abbiamo incontrato quando evocò l’Oracolo per la prima volta: voi avete creduto in lui. Ciò l’ha aiutato molto, gli ha fatto recuperare la fiducia in se stesso.”
“Lo salveremo. Ve lo giuro sul mio onore.” Promise Garv. “Combatterò e sconfiggerò chiunque oserà fargli del male!”
La madre di Valgarv lo fissò con intensità: nel suo sguardo radioso si scorgeva un’ombra di tristezza. “La vostra generosità è grande. Ma ricordate: l’unica forza in grado di salvare un’anima, e con essa l’universo, è quella dell’amicizia… e dell’amore.”
Pronunciate quelle parole sibilline, la luce proveniente dal pozzo mistico cominciò ad affievolirsi e le immagini dei due Draghi Ancestrali impallidirono sempre di più. “Dovete andare, ora. Spero che ci rivedremo, un giorno; ma sappiate che sarete sempre nei nostri pensieri: le nostre ali vi proteggeranno anche dal regno delle anime perdute.” Si congedò il Princeps.
Dopo l’ultimo inchino, mentre i due spiriti si dileguavano nell’aria, Zelgadiss venne colto da un pensiero improvviso: “Signora! Non ci avete detto il vostro nome!”
Il sorriso evanescente di lei illuminò la sala come gli ultimi raggi della stella del mattino:
“Speranza.”

Capirono di essere riapparsi nel posto giusto poiché furono immediatamente investiti dalla ciclonica maga rossa: “Rieccovi finalmente! Cos’è successo? Dove eravate finiti? Ci avete piantato in asso e abbiamo dovuto camminare cinque chilometri per raggiungere il cratere!”
Zelgadiss cercò di placare l’amica furiosa, mentre Garv non le badò nemmeno, intento a scrutare l’alta muraglia rocciosa che s’innalzava di fronte a loro:
“Avete già fatto una perlustrazione preliminare?” s’informò con tono professionale. Il Re Demone Drago era tornato a vestire i panni del condottiero di eserciti; anche se al momento non si trovava alla testa di un battaglione demoniaco bensì di uno sparuto gruppetto di avventurieri, la posta in gioco era per lui più importante della vittoria nella Kouma Sensou.
“Perlustrazione? Cosa vuoi che ne sappia, dato che abbiamo scarpinato per tutto il tempo?” esplose Lina accusatoria.
“All’esterno del cratere non c’è nessuno.” Spiegò Gourry. “Ho dato un’occhiata in giro e ho intravisto alcune ombre che oltrepassavano il ciglio. Credo si stiano radunando all’interno.”
“Allora stare qui è inutile. Avviciniamoci.” Ordinò il Dark Lord.
“Con circospezione.” Aggiunse Zelgadiss. “Non dobbiamo farci notare se vogliamo avere il vantaggio della sorpresa.”
“Credimi, l’avranno, una bella sorpresa… e sarà anche l’ultima cosa che vedranno!” ringhiò Garv. La sua espressione fece capire a Zel che non si trattava di una vuota minaccia, così la Chimera ritenne saggio non replicare.
Come aveva detto lo spadaccino, durante la scalata della parete esterna non incrociarono nessuno. Ma non appena i nostri, acquattati tra le rocce del crinale, scrutarono il fondo della valle, ai loro occhi si presentò uno spettacolo che minò fortemente la loro sicurezza. I Nameless erano riuniti a centinaia, forse migliaia; una nera massa fremente di nervosa eccitazione riunita e compatta attorno a un’alta piattaforma circolare costruita con i blocchi del Portale che costellavano il terreno.
Definire inquietante quella situazione era indubbiamente riduttivo; ma l’attenzione di Zelgadiss venne calamitata dal monolite inciso posto al centro della piattaforma. Un parallelepipedo regolare lungo circa due metri e largo uno: aveva chiaramente funzione di altare e non c’era un solo centimetro della sua superficie che non fosse coperto di rune e simboli mistici. Sembrava tutto preparato ad arte per lo svolgersi di qualche tipo di rituale… il cui scopo gli era ancora del tutto oscuro.
La voce di Garv lo distolse dalle sue riflessioni; il Dark Lord aveva già approntato un piano di battaglia: “Io attaccherò per primo, frontalmente: cercherò di causare più danni possibile al primo colpo; quando l’attenzione del nemico sarà rivolta verso di me, Lina e Gourry li attaccheranno alle spalle da destra e Zelgadiss e Luna da sinistra. Il doppio attacco dovrebbe disorientarli, così nel frattempo mi aprirò la strada verso il centro. Niente esitazioni, colpire forte e con decisione. Ammazziamo il maggior numero possibile di quei bastardi, ci riprendiamo Val e ci ritiriamo prima che possano riorganizzarsi. Tutto chiaro?”
“Mi sembra un po’ troppo semplice.” Obiettò Luna.
“L’esperienza mi ha insegnato che i piani più lineari sono quelli che hanno più probabilità di riuscire senza intoppi.”
“Si, ma caricare a testa bassa quel branco d’invasati mi sembra un tantino azzardato.” Ironizzò nuovamente il Cavaliere di Cephied.
“Mordi e fuggi, Inverse. Tattica basilare della guerriglia. Quando si è in svantaggio numerico è la strategia migliore. Non possiamo annientarli ora, anche se ammetto che mi piacerebbe, quindi dovremo limitarci a ottenere il nostro obiettivo primario: salvare Valgarv, e al diavolo il resto.”
I due rimasero per lunghi secondi a fissarsi, l’uno con espressione implacabile, l’altra indecifrabile; Luna mise fine a quel duello di volontà chinando il capo, le labbra strette in una linea dura:
“E sia. Ma ci conviene aspettare che i Nameless siano nel pieno della loro cerimonia, prima di agire: sarà più facile sorprenderli.”
“Luna ha ragione.” Interloquì Lina. “Probabilmente porteranno anche Valgarv allo scoperto, così riusciremo a localizzarlo e recuperarlo più alla svelta.”
Il Demone-Drago annuì seccamente.
La luce aumentò e un brusio corse tra i Nameless. I nostri si posero ad osservare l’inizio del misterioso rituale. Le creature mantenevano ora un rigoroso silenzio; quando sulla piattaforma comparvero quattro figure, le loro voci intonarono armonicamente un cupo inno. I nuovi arrivati erano interamente ricoperti da ampie tuniche che nascondevano del tutto la loro fisionomia, tranne la statura: superavano di quasi un metro gli astanti. Lentamente, con passo cerimoniale, si disposero ai quattro lati dell’ara centrale; il canto dei Nameless impediva ai nostri di capire se i quattro celebranti stessero pronunciando eventuali formule magiche. Ma quando essi s’inginocchiarono, l’inno cessò mentre gli alieni si prostravano a terra, rendendo omaggio a colui che era comparso disteso sull’altare.
Zelgadiss scattò a trattenere Garv: il giovane che giaceva esanime sotto i loro occhi era senza dubbio Valgarv. I Nameless l’avevano rivestito di un completo nero: stivali a mezza coscia, maglia a collo alto e pantaloni che ne fasciavano il corpo snello; una doppia cintura circondava la vita stretta, reggendo un lungo strascico di velluto blu notte che ricadeva in eleganti pieghe fino a terra, accanto alle morbide ciocche ondulate di capelli. Infatti, ora lo splendido viso finemente cesellato del Drago era circondato da folte chiome verde acquamarina tanto lunghe da rendere la sua somiglianza col padre ancor più accentuata.
Sembrava immerso in un sonno profondo, ma Garv non si lasciò ingannare: le labbra del suo discepolo prediletto erano mortalmente esangui, inquietanti ombre si posavano sulle sue palpebre chiuse e le ciglia spiccavano sulle guance troppo pallide anche per la sua carnagione chiara. Dovette compiere uno sforzo sovrumano per reprimere l’impulso di correre al suo fianco e scuoterlo; desiderava vederlo riaprire i suoi caldi occhi d’oro e fare quel suo sorriso infinitamente triste mentre gli diceva, come tanto tempo prima “Grazie di avermi destato dall’incubo”.
Il fantasma di quelle parole risuonò nella sua memoria e Garv giurò su ciò che esisteva di più sacro che l’avrebbe fatto ancora una volta… l’ultima… perché Val aveva l’occasione di vivere una vita senza più incubi e se la meritava. Lui avrebbe fatto in modo che fosse così… e tanto peggio per chiunque avesse osato mettersi in mezzo.
Lo sciamano, accortosi di quello sguardo incendiario, pensò che se i Nameless l’avessero visto probabilmente si sarebbero fusi all’istante: “Trattieniti, per carità! Non è ancora il momento!”
“Val è laggiù. Cosa aspettiamo ancora?” ringhiò spazientito il Re Demone Drago.
“Forse riusciremo a capire cosa hanno in mente” spiegò la Chimera “Credo seguano un piano preciso: se lo scopriamo, otterremo informazioni preziose!”
Garv fu sul punto di spiegargli poco signorilmente quanto gliene importasse delle informazioni, ma con ottimo tempismo Lina esclamò: “Guardate, stanno facendo qualcosa!”
I quattro celebranti si rialzarono e intonarono all’unisono una complicata invocazione, formulata in una lingua ignota dai toni duri e spezzati. Nel frattempo due di loro estrassero da sotto le lunghe tuniche degli oggetti avvolti da neri drappi e con lentezza rituale rimossero il tessuto che celava  l’elsa di una spada e l’insolita asta di una lancia.
Gourry rimase senza fiato, riconoscendo immediatamente la compagna di tante avventure:
“La Spada di Luce!” esclamò prima che Lina potesse zittirlo.
Quella rivelazione colse di sorpresa gli altri membri del gruppo che non poterono negare l’esattezza del riconoscimento quando, dalle impugnature che i Nameless porgevano in avanti con reverenza, sgorgarono due lampi di luce abbagliante che si concentrarono a formare le lame intoccabili delle due leggendarie Armi Potentissime.
“Lagudo Mezeghis, la Lancia” mormorò Garv, riconoscendo l’arma appartenuta al suo allievo “e Gorn Nova, la Spada. Com’è possibile che siano nelle loro mani?”
“Non mi sorprende che se ne siano impossessati: le armi forgiate dal Maou Dabranigdu sono una fonte di energia formidabile. Ciò che mi preoccupa è cosa hanno intenzione di fare con esse.” Commentò Zelgadiss.
“Lo scopriremo presto… e temo che non ci piacerà affatto.” Decretò Luna con tono sempre più grave.
I due si posero ai lati dell’altare, le Armi di Luce sollevate come in segno di saluto al giovane che giaceva abbandonato tra loro. Non avevano mai smesso di intonare la loro cupa nenia e quando essa giunse al culmine, con un movimento fulmineo incrociarono le lame sopra il suo capo.
“NO!!!” urlò Lina.
Un lampo accecò tutti i presenti, un’esplosione di energia spaventosa in cui i poteri generati dalla Spada e dalla Lancia s’intrecciarono in un autentico tornado di luce che s’innalzava fino al cielo e sembrava squarciarlo come a creare una porta sul firmamento esterno dove dimorano le stelle…
“Dobbiamo fermarli!” ordinò Lina, cercando di controllare il panico nella voce. Ricordava quali spaventose conseguenze potesse causare l’unione di due Armi di Luce… quelle due Armi di Luce… le chiavi per aprire il Portale di Dark Star. Un orribile sospetto cominciò a delinearsi nella mente della maga.
“Attacchiamoli! Subito!” disse rivolta a Garv.
“Non aspettavo altro!” rispose il Dragon Chaos, che con un agile scatto saltò nel cratere e si lanciò verso i Nameless; richiamò la sua energia demoniaca nel pugno e la scatenò in un unico possente attacco:
“Garv Flare!”
L’onda di fuoco s’abbatté sulle creature ignare come un drago che spalanca le fauci, incenerendone all’istante almeno un centinaio. Ma era solo l’inizio: il Re Demone Drago sguainò l’inseparabile spada Extreme Weapon e si tuffò impetuosamente nella scia del suo primo colpo facendo strage nel cuore dell’assembramento con una ferocia che non aveva niente di umano.
Gli altri quattro si ripresero dallo shock provocato da quella scena e cominciarono a loro volta ad attaccare gli alieni con armi e incantesimi per dare la possibilità a Garv di raggiungere la piattaforma, sulla quale il rituale proseguiva come se nulla stesse accadendo.
Solo quando la spada del Lord guerriero spaccò a metà dalla testa all’inguine uno dei quattro celebranti il diabolico inno s’interruppe. Il tornado di luce si dissolse e i due portatori  delle Armi Potentissime scomparvero con i talismani.
Garv non si curò di loro: tutta la sua attenzione era concentrata su Valgarv, immobile sull’altare come una marionetta a cui siano stati tagliati i fili. Con una delicatezza che differiva in modo impressionante rispetto al furore di poco prima, sollevò tra le braccia il suo allievo stringendolo al petto; finalmente poté esalare un sospiro di sollievo, posando le labbra su quella fronte fresca. Sentì che qualcosa gli faceva pizzicare le palpebre… ma ricacciò le lacrime perché in quel momento venne raggiunto dagli altri quattro.
“Tagliamo la corda, Garv! Sono troppo numerosi per noi!”
Il Dark Lord annuì e un istante dopo si trovavano tutti e sei nel cortile dei Gabriev.

Il sole del tardo pomeriggio illuminò d’oro i biondi capelli di Gourry mentre scendeva le scale. Nel salotto, Zelgadiss aveva terminato l’autentico resoconto sui Nameless e rispondeva ai quesiti delle sorelle Inverse; domande e risposte ascoltate solo a metà, poiché non riuscivano a evitare che i loro pensieri si dirigessero alla stanza degli ospiti e ai suoi occupanti. Infatti la prima parola che Lina rivolse al marito fu l’ormai noto: “Novità?”
Lo spadaccino si limitò a scuotere sconsolato il capo: “Nessuna. Non si muove e respira così piano che sembra…” s’interruppe. La sua voce diventò se possibile ancora più triste: “Zel, Garv ha chiesto se puoi andare di sopra.”
La Chimera si alzò e senza aggiungere nulla salì al piano superiore. Bussò senza ricevere risposta e varcò la soglia della camera in cui avevano portato Valgarv cinque ore prima. Nonostante sapesse cosa lo attendeva, fu inevitabilmente assalito da un mesto senso di sgomento e impotenza.
Nemmeno gli ambrati raggi del sole riuscivano a dare colore al volto cereo del giovane Drago che giaceva su un letto sotto la finestra; eppure nella sua assenza di vita appariva tanto bello e innocente da commuovere fino alle lacrime. Seduto accanto a lui, il Dragon Chaos offriva un’immagine non meno struggente: la sua mano forte e abbronzata stringeva quella diafana del figlio adottivo; nel mare di smeraldo dei suoi occhi si rifletteva solo l’immagine di quel viso abbandonato a un sonno innaturale. Il suo volto virile era privo di espressione, ma la voce risuonò ferma e decisa: “Dobbiamo fare qualcosa.”
Zelgadiss ammirò quella determinazione che non ammetteva la resa, ma il suo lato cinico sosteneva che non c’era proprio nulla da fare. Così si limitò a scrollare le spalle: “Hai qualche idea?”
“Ricordi quel che diceva la madre di Val? Sul pericolo che correva suo figlio e perché avevano convocato proprio noi?”
“Ti riferisci a quel discorso sul fatto che ‘solo l’amicizia e l’amore possono salvare un’anima e l’universo’ o qualcosa del genere?” citò il mago spadaccino. “Credi che possa essere possibile? E cosa significa, in concreto?”
Le labbra di Garv si piegarono nel consueto mezzo sorriso indomito che lo caratterizzava così bene; Zel si sentì quasi sollevato: quell’espressione gli era stranamente mancata nelle ultime ore, senza di essa il Re Demone Drago sembrava un’altra persona.
“Dimentichi che io sono un uomo d’azione, Greywords. Mettere le cose in pratica è la mia specialità. Per cui, adesso noi due andiamo a prendere Philia.”
Lo sciamano rimase così sbalordito che per un attimo non afferrò il nesso logico: “Philia?” ripeté.
“Certo.” Il sorriso di Garv s’allargò “Per tradizione, ci vuole il bacio del vero amore per svegliare il Bello Addormentato.”
“Ma è solo una favola! Non crederai a certe cose, vero?” chiese Zel con un tic al sopracciglio.
“Le favole e i miti sono il travestimento sotto cui si celano le verità e i segreti della Magia e della Storia.” Dichiarò solennemente il Dark Lord. “Vale la pena fare un tentativo.”
Il mago spadaccino acconsentì con un sorriso di divertita rassegnazione che non riusciva però a celare la speranza.

La Chimera e il Demone-Drago arrivarono davanti al negozio di porcellane.
“Sicuro che sia proprio questo?”
“Secondo le informazioni che abbiamo raccolto in giro, si. È l’unico negozio chiuso anche se è giorno di mercato.” Rispose Zelgadiss, lanciando furtive occhiate intorno da sotto il cappuccio e la maschera, innervosito dalle occhiate curiose dei passanti. In effetti, lui e Garv erano persone che difficilmente restano inosservate, perciò si affrettò a suggerire: “Passiamo dal retro. Dovrebbe esserci l’entrata per l’abitazione vera e propria.”
Bussarono a una porta-finestra ornata da graziose tendine ricamate, ma ci volle qualche minuto prima che Philia venisse ad aprire. Zel provò un certo senso di colpa quando la vide: la giovane bionda era pallida e con gli occhi arrossati dal pianto. Probabilmente aveva mangiato e dormito ben poco nei giorni trascorsi dalla scomparsa di Valgarv; lo sciamano si rimproverò di non averle mandato un messaggio… ma anche se l’avesse fatto, come spiegarle ciò che era accaduto da quando aveva incontrato il Drago una settimana prima?
Non ebbe il tempo di rispondersi; Philia riconobbe subito il compagno d’avventure di un tempo, ma i suoi pensieri erano monopolizzati da una sola persona: “Hai notizie di Val, Zelgadiss? Sai se gli è successo qualcosa? Come sta? Dov’è?…”
Il mago spadaccino le fece cenno di calmarsi e tergiversò: “Possiamo entrare? Ti spiegherò tutto.”
Philia recuperò la compostezza e si rifugiò dietro il comportamento imposto dalla cortesia per celare il proprio animo sconvolto. Con un aggraziato inchino invitò gli ospiti ad accomodarsi, ma quando Garv le passò a fianco la draghetta fu scossa da un brivido d’inquietudine; cercando di darsi un contegno, li guidò verso il salotto squisitamente arredato: “Prego, da questa parte signor…?”
Sulle labbra del Dark Lord comparve un sogghigno allegro: “Lascia perdere il ‘signore’: mi chiamo Garv.”
Philia sbiancò: “Garv… Dragon Chaos?” balbettò, sul punto di svenire.
“L’unico e inimitabile. Sono qui perché ho bisogno del tuo aiuto per salvare una persona che entrambi amiamo. Comprendi a chi mi riferisco?” dichiarò; il sorriso era scomparso e negli occhi verdi si leggeva una serietà incontestabile.
Philia riprese immediatamente il dominio di sé. Quel semplice accenno alla persona più importante della sua vita l’aveva resa disposta a tutto. Nei giorni precedenti, spesi in lacrime e instancabili ricerche in tutta la città, si era interrogata più volte sui suoi sentimenti verso Val: cosa provava realmente nei suoi confronti? Si era presa cura di lui cercando di fargli da madre, ma quell’amore senza confini che provava per il Drago Ancestrale era veramente materno? Vent’anni sono un batter di ciglia nella vita millenaria di un drago… e lei si era scoperta spesso a guardarlo per ritrovare in lui l’aspetto e i gesti del guerriero splendido e tormentato che le era rimasto nel cuore. Sapeva che non avrebbe dovuto farlo… non voleva che le ombre del passato oscurassero il suo… il loro futuro. Ma con il trascorrere degli anni il bambino si faceva sempre più forte e bello… sempre più simile all’impavido giovane dai fulgidi occhi dorati che dominava i suoi sogni.
Solo ora che lo sapeva in pericolo poté affrontare con onestà le proprie emozioni e rendersi conto di una verità che aveva cercato di nascondere persino a sé stessa: amava Valgarv, le era necessario, vitale quanto l’aria che respirava, e come tale lo desiderava.
Fissò i suoi occhi di zaffiro in quelli di smeraldo di Garv affinché il Re Demone Drago vi leggesse tutta la sua determinazione: “Sono disposta a fare qualunque cosa per Val.”
Il familiare sogghigno del Dragon Chaos  ricomparve colmo di rispetto per la giovane che gli stava di fronte a testa alta. Non riuscì a celare un certo compiacimento soddisfatto: quella ragazza sarebbe stata la compagna ideale per il giovane Drago Ancestrale…
“Se è così, andiamo. Strada facendo ti racconteremo tutta la vicenda.”

Philia, Zelgadiss e Garv percorsero a piedi l’ultimo tratto. La Chimera narrò alla giovane le avventure che l’avevano visto protagonista, al fianco di Valgarv, durante quell’ultima estenuante settimana. La draghetta assunse un’espressione estremamente preoccupata nel venire a conoscenza delle attuali condizioni di Val, ma la sua fermezza non vacillò. Erano quasi giunti in vista della casa dei Gabriev quando Garv, rimasto insolitamente silenzioso negli ultimi minuti, sentenziò con tono serio: “Il cielo si sta oscurando.”
“Beh, la sera si avvicina ormai.”
“Queste ombre mi sembrano assai più cupe di quelle di una notte qualsiasi.”
Zelgadiss alzò il volto e realizzò che la luce atmosferica non era diminuita, ma aveva assunto una tonalità livida; il cielo stava assumendo una tinta buia, come per l’approssimarsi di una violenta tempesta. Eppure vi erano poche nubi, che sembravano rapprendersi per il timore in lunghe increspature di un grigio-azzurro metallico solcando irregolari quella volta minacciosa.
La voce di Garv s’inasprì: “Sta succedendo qualcosa. Affrettiamoci.”
Raggiunsero correndo la casa, ma quando furono a pochi passi dalla veranda le finestre esplosero verso l’esterno e tre figure umane vennero scaraventate sul prato; Luna rotolò per smorzare l’urto tenendosi la testa tra le braccia e Gourry protesse col proprio corpo la moglie dalla pioggia di schegge che si riversò su di loro.
Philia corse verso i due amici, ma l’apparizione successiva la immobilizzò come impietrita. La porta d’ingresso era svanita in una macchia d’oscurità, da cui avanzò all’esterno una figura che emanava un’aura di inaudita potenza tenebrosa.
“Valgarv!”
Il sussurro di Philia risuonò come un grido nel silenzio calato all’improvviso. Sembrava che l’intero universo fosse ammutolito dal terrore; non un suono turbava l’aria immota, che vibrava solo di una tensione soprannaturale prossima al panico.
Colui che sostava nel vano della porta avanzò di un passo. Le assi della veranda gemettero, s’inarcarono e si spezzarono quasi tentando di allontanarsi da quel concentrato di energia letale. Il volto pallido senza espressione e senza età s’inclinò un poco, facendo ondeggiare le lunghissime chiome che parevano danzare dolcemente mosse da una brezza generata dal suo stesso potere.
“Valgarv” pronunciò lentamente; la voce morbida sembrava giungere da molto lontano, dalle profondità degli spazi interstellari. “Mi chiamavano così, un tempo.”
Malgrado fosse stretta tra le rassicuranti braccia del marito, Lina non riuscì a evitare di essere percorsa da un brivido; tuttavia radunò tutto il suo leggendario coraggio e, con tono di sfida, chiese:
“Allora adesso chi diavolo sei?”
Si pentì della sua irruenza quando sentì posarsi su di lei lo sguardo alieno di quelle iridi dorate… che ora splendevano circondate da un oceano di tenebra.
“Io sono Dark Star, il nero astro della Distruzione.” Dichiarò con maestosa naturalezza. Con movenze eleganti scese dalla veranda; al suo passaggio gli scalini di legno si trasformarono in cenere che venne dispersa dall’oscuro strascico di velluto.
Zelgadiss lo guardò avanzare con autentico orrore. Sapeva quali erano i pensieri degli amici in quel momento, perché i suoi erano identici: l’indescrivibile minaccia che vent’anni prima aveva messo in pericolo l’esistenza del mondo, da loro creduta sconfitta a prezzo di spaventose lotte, ora si ripresentava ai loro occhi. La Stella Nera era tornata e non ci sarebbe stata alcuna Luce a vincerla, stavolta. Nessuno poteva contrastare il Distruttore di Universi, ormai.
Per questo rimase a bocca aperta quando il Demone Drago dalla criniera di fuoco si parò davanti al rinato Dio dei Demoni con un ghigno ironico sulle labbra: “Dark Star? Sciocchezze! Tu sei Valgarv, mio figlio, il mio allievo. Per cui, smettiamola con questa messinscena!”
L’espressione vuota fu ravvivata da una smorfia di irritazione: “Come osi rivolgerti a me con quel tono?” Senza muovere un muscolo scatenò contro il Dark Lord un’onda d’urto tanto potente da sradicare le querce secolari del boschetto alle sue spalle. Garv vi si oppose e riuscì a restare eretto, sebbene il colpo l’avesse spinto all’indietro di svariati metri lasciando due profondi solchi nel terreno.
Il guerriero sorrise combattivo, riabbassando le braccia: “Bel colpo. Ma sinceramente mi aspettavo di meglio da uno della tua forza!”
“Bada, insolente! Non ho usato nemmeno un infinitesimo del mio potere. Potrei annientarti in un batter di ciglia, se volessi.”
Il ghigno di Garv si fece apertamente provocatorio: “Allora perché non ci provi? O hai dimenticato come si combatte?” e all’istante richiamò a sé tutta la propria energia, che esplose attorno al suo corpo come un rogo di evanescenti fiamme scarlatte. Con un lampo omicida negli occhi, il Maou scomparve lanciandosi all’attacco; l’altro lo imitò.
Gli astanti erano incapaci di scorgere il titanico duello; la velocità e l’intensità a cui venivano portati i colpi erano inconcepibili per i sensi umani. Per svariati secondi lunghi come secoli i nostri poterono solo udire gli spaventosi boati generati dallo scontro che agitavano l’atmosfera sconvolta e ionizzata. Infine, con fragore immane, i due contendenti precipitarono nuovamente al suolo creando un avvallamento nel terreno. Quando la nube di polvere si diradò, videro che Garv era conciato piuttosto male: l’impermeabile arancione era lacerato in svariati punti e un rivolo di sangue fuoriusciva dalle sue labbra… che però mantenevano il loro ghigno ironico, colmo di una quanto mai strana esultanza: “Tutto qui?” esalò, ridacchiando “Che ti prende? L’onnipotente Dio dei Demoni non riesce a battere un suo inferiore?”
In effetti stava accadendo qualcosa di strano a colui che si era presentato come Dark Star: nonostante fosse illeso, tremava in modo evidente, i muscoli tesi e i pugni stretti spasmodicamente. Il suo volto era un’enigmatica maschera di rabbia e tormento: le pupille dilatate, le iridi roventi, la mascella contratta e le labbra esangui strette fin quasi a sparire. I verdi capelli frustavano l’aria come serpi impazzite intrecciando folli arabeschi attorno al suo corpo.
“Taci!” urlò fuori di sé, scagliandosi contro l’avversario.
Un pugno stranamente lento e goffo, che il Dragon Chaos fermò con facilità; stringendogli il polso lo fissò negli occhi: “E questo lo chiami un attacco? Hai scordato i miei insegnamenti?” Un fulminante destro al ventre e il Dio-Demone si accasciò a terra sputando sangue.
“Guarda in faccia la realtà: non riuscirai mai a colpirmi sul serio. Dietro la maschera di Dark Star c’è sempre Valgarv e lui non mi farebbe mai del male.”
“Pazzo! Io non sono più Valgarv! Sono il Maou Dabranigdu!” e tentò ancora un attacco, che Garv schivò senza difficoltà, assestandogli un manrovescio che lo fece finire nuovamente a terra.
“Dabranigdu è morto vent’anni fa. I suoi poteri sono rimasti latenti dentro di te finché altri non li hanno ridestati a forza; ma tu non devi lasciarti dominare! Tu sei Valgarv, la tua volontà è più forte di quella di chi vorrebbe renderti un mero strumento di distruzione!”
“Tu non capisci.” Mormorò il giovane ancora riverso al suolo, la cortina di capelli che gli celava il volto “Io desidero la mia distruzione! È questo il mio scopo! Quando avrò distrutto tutto ciò che esiste, anche il dolore che provo avrà fine! Troverò la pace… e potrò riposare…”
Garv si chinò accanto a quella creatura che irradiava sofferenza; la voltò verso di sé e scostò il velo di capelli macchiato di carminio. Impallidì nel vedere lacrime di sangue inondare gli occhi tenebrosi e scivolare silenziosamente lungo le guance nivee lasciando segni rossi come ferite aperte. Una triste compassione riscaldò il suo volto che si distese in un lieve sorriso:
“Figlio mio, la vita è dolore e nessuno lo sa meglio di te. La morte è una soluzione, ma tu non l’hai mai accettata fino alla fine; perché in fondo al tuo cuore sai che esistono anche la gioia, la bellezza, l’amicizia… e l’amore. Guardati intorno: ora hai la possibilità di rendere la vita degna di essere vissuta; e tutti noi desideriamo aiutarti affinché sia così.”
Lo sguardo smarrito del ragazzo vagò sui visi pallidi ma calmi dei presenti, soffermandosi su quello di Philia, umido di lacrime e colmo d’amorevole preoccupazione per lui. Lentamente, le rivolse il più dolce dei sorrisi e il suo sguardo non si distolse da lei mentre i suoi occhi riacquistavano il loro autentico aspetto e le sue labbra mormoravano parole rivolte a se stesso o all’universo intero:
“Vent’anni fa ero impazzito, sopraffatto dall’odio e dal dolore, dalla solitudine e dalla disperazione: mi abbandonai totalmente alla Stella Nera divenendo una cosa sola con essa. Ma oggi ho riavuto Garv, mio padre e Maestro; ho scoperto nei miei antichi nemici degli amici sinceri disposti ad aiutarmi; e ho ritrovato Philia, mio primo ed unico amore.” Si accoccolò tra le braccia del Dragon Chaos, chiudendo gli occhi. Prima di assopirsi, sussurrò:
“Sono felice.”
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