Note dell’autrice: Ringrazio tantissimo Ilune Willowleaf, autrice di “Gods War” (che consiglio caldamente di leggere!) per avermi concesso di inserire il personaggio di Dessran da lei creato (creatura davvero affascinante secondo la mia umile opinione, e per questo le faccio tutti i miei complimenti!) in questa fanfiction.
Invece i personaggi di Uriel, Claudia e Donathel sono di mia invenzione.
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Sorgeva il sole fuori dalla finestra e al bacio dei primi raggi gli occhi di Valgarv si aprirono facendo risplendere la luce nelle iridi sfaccettate che la intensificarono mentre attraversava tutte le sfumature dell’ambra e dell’oro. Ma le feline pupille vennero subito attratte dall’angelico volto disteso nel sonno accanto al proprio.
“Philia è rimasta a vegliarti per tutta la notte.” Spiegò Garv con un ghignetto gentile sulle labbra. “Quando è crollata dalla stanchezza l’ho distesa sul letto.”
Valgarv gli rivolse un sorriso di tacito ringraziamento, ma la sua voce era seria e triste quando chiese: “Come si è arrivati a tutto questo, Maestro?”
Il Dark Lord non rispose a parole, ma condivise con l’amato discepolo i propri ricordi del giorno precedente. Le guance di Val s’inumidirono di lacrime nel rivedere i volti amati ma confusi nella memoria dei suoi genitori; tuttavia la commozione venne messa da parte per concentrare l’attenzione sul rituale eseguito dai Nameless. Il combattimento successivo, invece, lo ricordava fin troppo bene, ma… “Ancora non riesco a capire come sia potuto accadere… perché io?…”
Garv gli fece cenno di tranquillizzarsi: “Scommetto che Zelgadiss ha passato tutta la notte a spremersi le meningi sui come e i perché. Ora che le sorelle Inverse si sono svegliate ne staranno discutendo. Andrò ad assistere al dibattito. Tu riposati ancora un po’.” Si alzò dalla poltrona su cui era rimasto per l’intera nottata e si diresse alla porta. Rivolse un ultimo sguardo al giovane Drago che osservava con l’amore dipinto sul volto la fanciulla dormiente e ammiccando incoraggiante suggerì: “Questa è la tua occasione! Diglielo!” e prima che l’allievo potesse replicare, uscì dalla stanza.
Scese con attenzione le scale, dissestate dal precedente passaggio di Dark Star, ed entrò nel soggiorno che sembrava reduce dal transito di un ciclone; attorno al tavolo superstite, in bilico su sedie accomodate alla meno peggio da Gourry, i tre umani e la Chimera stavano ancora discutendo. Lina stava parlando, così rimase in piedi sull’entrata ascoltando senza interrompere.
“… le parole di Armeice: ‘egli ha un solo scopo: distruggere l’universo e sé stesso con esso’. Anni fa Valgarv desiderava la stessa cosa e i due divennero una sola entità. Credo che il potere di Dabranigdu sia sopravvissuto dentro a Val, che sia divenuto parte di lui insieme all’antica disperazione; si può dire che la Stella Nera e i sentimenti più cupi di Valgarv siano la stessa cosa!”
“Così i Nameless, risvegliandoli, sono riusciti a riportare in vita il Dio dei Demoni di un altro mondo?” ipotizzò Luna.
“Non è del tutto esatto.” Intervenne Zelgadiss: “Le divinità sono i principi primi della creazione o distruzione dell’Universo voluto da LoN; essi sono immortali nel senso che non possono essere negati. Non è possibile distruggere il concetto di distruzione; l’idea, proprio perché astratta, persiste. Dabranigdu è morto vent’anni fa, ma il principio della sua esistenza è rimasto all’interno di Valgarv ed egli lo esprime quando il desiderio di annientamento prende il sopravvento sulla sua volontà razionale e si realizza nella prassi concreta…”
S’interruppe notando che i suoi ascoltatori lo fissavano con espressioni alquanto stralunate; Gourry si limitò a ridere con una mano dietro la nuca: “Scusa, Zel, ma temo di non aver capito nulla… ti spiace ripetere?”
Con un gocciolone rassegnato la Chimera sintetizzò: “Ora Valgarv èè> Dark Star. Non esiste modo di annientare del tutto la Stella Nera, né, a quanto ne so, di separarla dal Drago. Tutto ciò che possiamo fare è sperare che non si risvegli di nuovo.” Concluse.
“Non si risveglierà a meno che Val non voglia.”
Tutti si voltarono verso Garv. Il ghigno sulle sue labbra era stranamente tranquillizzante: “La volontà di Valgarv è abbastanza forte da tenere a bada anche un Maou… e chissà, magari un giorno potrebbe riuscire a controllare anche il potere della Stella Nera…” mormorò tra sé con paterno orgoglio. Si accorse che tale prospettiva aveva prodotto nei presenti una reazione tutt’altro che entusiasta, così sorridendo divertito decise di cambiare argomento ponendo la domanda che lo preoccupava maggiormente: “Credi che il Dio Demone, ora che Val ne è consapevole, possa rompere l’equilibrio dei poteri da Demone-Drago?”
Fu Lina a rispondere: “Non è detto: prima di giungere nel nostro mondo Dabranigdu aveva assorbito in sé il suo diretto opposto, il Dio Drago Nero Volfied; l’equilibrio è mantenuto.”
Luna intervenne: “D’accordo, ora che abbiamo fatto il punto sul Drago Perduto che ne dite di pensare ai Nameless? Come è saltato loro in testa di fare una cosa tanto idiota come risvegliare un Dio della Distruzione?”
Ancora una volta fu Zelgadiss a proporre una spiegazione: “Dal nostro punto di vista è illogico, certo. Ma per capirli dobbiamo pensare come loro.” Sorrise alle smorfie di disgusto degli amici. “Quelle creature sono ossessionate dal desiderio di accumulare sempre più energia, per uno scopo che ci resta sconosciuto. E devono averne un disperato bisogno se sono disposti a correre certi rischi!… La Stella Nera, in definitiva, è come un buco nero che inghiotte qualsiasi cosa. Secondo certi studi, distruggendo relativamente poca materia si ottiene una quantità impressionante di energia… esattamente ciò che serve ai Nameless! Capite, ora? Hanno risvegliato il Distruttore di Universi per garantirsi una fonte illimitata!”
“A spese di altri mondi.” Commentò acida Lina “Comunque prima o poi ci sarebbero andati di mezzo anche loro! O credevano che Dark Star li avrebbe risparmiati?”
Zel scrollò le spalle: “Non ho idea di come intendessero controllare il processo. Ho solo fatto un’ipotesi.”
“Ipotesi o no, quegli alieni hanno davvero oltrepassato la misura!” decretò Luna. “Informerò oggi stesso il Dio dei Draghi di Fuoco. Le Forze del Bene non possono ignorare questa minaccia!”
Garv non poté trattenere una smorfia di scherno: la sua opinione dei Draghi Dorati in generale, e di Vulabarzaard in particolare, non lo rendeva ottimista.
Philia si svegliò lentamente; indugiò con voluttà nel calore che percepiva accanto a sé e sorrise alla luce dorata che intravedeva da dietro le lunghe ciglia socchiuse… Solo quando si rese conto che quell’oro apparteneva agli occhi di Valgarv, a pochi centimetri dai suoi, spalancò le palpebre accorgendosi di essere distesa nel suo letto abbracciata a lui.
Il suo primo virginale istinto fu quello di scostarsi da quello splendido corpo tentatore, ma un triste sussurro “Ti vergogni di me?” la fece desistere. S’immerse nuovamente nella contemplazione di quel viso bellissimo e malinconico, inspirando il suo lieve profumo maschile.
Valgarv studiò rapito ogni particolare del volto della giovane, ritrovandovi la donna che gli aveva rubato il cuore vent’anni prima e che per tutto quel tempo aveva regnato incontrastata nei suoi sentimenti.
“Philia.”
La fanciulla chiuse gli occhi e nascose il volto nell’incavo della sua spalla. Perché il proprio nome assumeva un suono tanto sublime pronunciato da lui? Due sillabe straripanti di emozioni incontrollabili che potevano travolgerla con la loro appassionata e dolcissima intensità. Sentiva il cuore di lui battere furiosamente all’interno del forte petto… e il rendersi conto che batteva per lei la spinse ad abbracciarlo più strettamente.
Le parole che lui pronunciò brillarono come gemme inestimabili nella sua mente:
“Quando un Drago Ancestrale sceglie la sua compagna è per tutta l’eternità, in questo mondo e nel prossimo. Io non ho mai desiderato nessuna, all’infuori di te. Per questo ti chiedo: vuoi sposarmi, Philia?”
La giovane draghetta rialzò il volto, gli occhi blu sgranati a esprimere tutta la propria sorpresa. Nella sua mente mille parole gridavano un’unica risposta, ma le sue labbra si mossero senza riuscire a pronunciarne nessuna.
L’indice di Val sfiorò quei petali di rosa lieve come il battito d’ali di una farfalla: “Non parlare ora. Ti prego, pensa a ciò che ho detto; quando tornerò da te mi darai la risposta. Voglio solo che tu sappia questo: qualunque sarà la tua scelta, io ti amo con tutto me stesso, cuore, mente e anima… e continuerò ad amarti fino alla fine del tempo.”
Con rimpianto si sciolse dall’abbraccio e lasciò la stanza; Philia, immobile sul letto, tremava.
“Io proseguo il viaggio.” Annunciò Zelgadiss. “Secondo quanto avevo stabilito, mi recherò a Seillune a dare l’allarme; nel frattempo, farò ulteriori ricerche sui Nameless. Sono convinto che abbiano un covo, una base anche su questo pianeta, forse più di una: cercherò di scoprire dove.”
“Io vengo con te.”
Tutti si voltarono verso colui che aveva parlato, appena entrato nella sala. Valgarv aveva recuperato il suo abbigliamento di un tempo: ampi pantaloni bianchi e la giubba blu con il corto mantello. Anche i capelli verde acquamarina erano stati tagliati e restituiti alla solita pettinatura che sfidava la legge di gravità.
“Garv-sama, quei farabutti hanno ancora la mia Lagdomezeghis: desidero andare a riprendermela!” dichiarò con fierezza.
Il ghigno del Re Demone Drago si riempì d’orgoglio: “Vai pure, figliolo! E mi raccomando, dà una bella lezione a quei vermi schifosi!”
Il sorriso del giovane divenne la perfetta replica di quello ferino del Maestro.
“Ehi, vengo anch’io!” esclamò entusiasta Gourry.
“Cosa? Sei ammattito all’improvviso?” trasecolò la moglie.
“Ma, Lina, anche la Spada di Luce è nelle mani di quelle creature! Devo recuperarla, è un tesoro di famiglia tramandato dai miei antenati!” protestò lo spadaccino.
“Capisco quel che provi” replicò Lina “Ma non posso lasciarti andare: senza di me combineresti un pasticcio dietro l’altro! E anche se io sono ancora una bellissima e potentissima maga, ora non sono in condizione di cominciare un simile viaggio… e tu devi restare qui con me!”
Gourry si grattò pensoso la folta zazzera bionda: “Non capisco… c’è qualche ragione particolare?”
Il volto di Lina si soffuse di rossore: “Volevo dirtelo ieri… ma non c’è stato tempo con tutto quel che è successo…” davanti all’espressione vacua di totale incomprensione del marito, Lina perse la pazienza ed esplose: “Sono incinta, cervello di medusa!” e divenne, se possibile, ancora più rossa davanti alle facce sconcertate dei presenti.
Gourry non fece una piega: “Ah, beh, in questo caso non possiamo certo partire…” si rattristò “…anche se ci tenevo tanto a ritrovare la Spada di Luce…”
Ad un tratto si udirono passi frettolosi attraversare ciò che restava della veranda ed entrare in casa mentre una tesa voce giovanile esclamava: “Mamma, papà, state bene? Fuori sembra sia passato un tornado…” che si interruppe quando il ragazzo raggiunse il gruppo radunato nel soggiorno.
Zelgadiss lo studiò attentamente: era sui sedici anni, benché la statura non svettante lo facesse sembrare più giovane; i lunghi capelli biondi e i vivaci occhi rosso-castano erano molto familiari e rendevano indubbia l’identità dei diretti ascendenti, anche se il ragazzo non si fosse subito rivolto a loro per rassicurarsi sulla loro buona salute e chiedere spiegazioni sullo stato disastroso della casa, che Lina giustificò in modo vago.
Sul viso del ragazzo comparve un’espressione curiosa che univa il caldo sorriso di Gourry allo sguardo birichino di Lina: “Dì la verità, mamma: ti sei arrabbiata e hai lanciato di nuovo il Dragon Slave!”
“Uriel! Non è andata affatto così!” si difese Lina, poi si affrettò a contrattaccare cambiando argomento: “Tu, piuttosto! Non dovresti essere a scuola?”
Il ragazzo rise, la risata innocente e sincera del padre: “Le lezioni sono finite ieri! L’Accademia ha chiuso per le vacanze estive e io sono tornato a casa!” spiegò. Si guardò intorno, salutando cortesemente gli ospiti, poi si avvicinò alla maggiore delle sorelle Inverse: “Ciao, Zia Luna! Mi presenti a queste persone?”
Luna si lasciò sfuggire un sorriso soddisfatto mentre diceva: “Questo giovanotto è Uriel, spadaccino e mago in erba…” notò lo sguardo da cucciolo speranzoso che le rivolgeva il nipote “…ma con un buon potenziale.”
Il ragazzo sorrise a trentaquattro denti: “Molto piacere! Sono felice di conoscervi!” esclamò con sincero entusiasmo tendendo una mano a Zelgadiss.
La Chimera non riuscì a trattenere un sorriso di rimando: Uriel sprizzava energia positiva da tutti i pori. Era un affascinante miscuglio dell’allegro candore di Gourry e della forza turbinante di Lina.
“Piacere mio. Io sono…”
“Uno dei tuoi compagni di viaggio!” s’intromise subitanea Lina, come colta da un’idea improvvisa.
Davanti all’espressione interdetta dei presenti, sul volto della maga comparve un sorriso deciso e inflessibile: “Uriel, figliolo, io e tuo padre abbiamo una missione molto speciale da affidarti.”
“Una missione?!” chiese sorpreso.
“Certo. Non dicevi di essere abbastanza grande per girare il mondo e vivere avventure? È giunto il momento.”
Gli occhi del ragazzo s’illuminarono: “Dici davvero? Potrò viaggiare come facevate tu e papà!?”
“E con un incarico importantissimo.” Fece una pausa per aumentare l’aspettativa del figlio… non che ce ne fosse bisogno, dato che già fremeva per l’eccitazione alla prospettiva di una vera avventura… “Dovrai recuperare la Spada di Luce!”
Uriel rimase a bocca aperta: questo superava anche i suoi desideri più arditi! “La Spada di Luce… la Gornova…” ripeté con tono sognante.
“Proprio così” concordò Gourry “Come erede della nostra famiglia, tu sei il legittimo Portatore della Spada…”
“…per cui partirai subito insieme a Zelgadiss e Valgarv per recuperarla! Nulla in contrario, vero?”
Anche se il Drago e la Chimera avessero avuto qualcosa in contrario, l’occhiata intimidatoria della maga era più che sufficiente a troncare sul nascere ogni protesta. Zel si limitò a scrollare le spalle, Val sorrise: anche lui aveva provato subito un moto di simpatia per Uriel.
“Zelgadiss? Il mitico Zelgadiss?! Corro a prendere il mio zaino!” urlò mentre già spariva al piano di sopra da dove provenne subito dopo un gran tramestio; tempo pochi secondi e Uriel era nuovamente sulla soglia con la sacca a spalle e una leggera armatura da spadaccino indossata sopra la maglietta gialla e i pantaloni rossi. I capelli erano legati dietro la nuca con una bandana verde; comodi stivali di cuoio e guanti azzurri senza dita completavano l’abbigliamento da viaggio del ragazzo.
Al momento della partenza, Gourry consegnò al figlio la spada appesa sopra al camino: era antica, ma tenuta con grande cura; la lama era in ottime condizioni, solida e affilata, e l’elsa era incisa con delle rune. “Apparteneva a un nostro antenato” spiegò con un sorriso colmo d’affetto “anche lui era uno spadaccino che usava la magia; quindi è giusto che la tenga tu: ti aiuterà nel tuo viaggio.”
“…finché non troverò la Spada di Luce.” Aggiunse sicuro Uriel, fissando i limpidi occhi paterni: “La riporterò a casa, papà. Te lo prometto.”
Dopo gli ultimi saluti l’insolito gruppo formato da un Drago, una Chimera e un umano si mise in marcia. Mentre Valgarv assumeva la sua forma Ancestrale davanti agli occhi di Uriel, sgranati per la meraviglia e l’ammirazione, lo sciamano chiese al ragazzo con tono molto serio:
“Dimmi la verità: cosa speri di ottenere da questo viaggio?”
Uriel lo fissò: “Voglio diventare uno spadaccino invincibile come papà e un eroe famoso come la mamma.”
Mentre diceva quelle parole il suo sguardo era acceso dalla speranza propria dei sognatori, ma un osservatore attento come Zelgadiss poteva rendersi conto che essa era fondata su uno strato di determinazione tanto solido da essere addirittura inquietante. Si costrinse a rispondergli con naturalezza: “Qualcosa mi dice che ce la farai, Uriel.”
Nel frattempo, anche Garv e Luna si congedavano dai Gabriev.
“Mi recherò immediatamente al Palazzo dei Draghi di Fuoco” confermò il Cavaliere di Cephied “…beh, non appena riuscirò a requisire uno stupido drago che mi dia un passaggio…” il suo sguardo invisibile si posò meditabondo su Garv, che sogghignò di rimando:
“Scordatelo, Inverse… il giorno che mi avvicinerò a meno di dieci miglia dall’obbrobrio architettonico a forma di istrice sarà quello in cui lo demolirò completamente!” Poi continuò, come riflettendo tra sé “Avrò già abbastanza problemi a dare spiegazioni ai miei ‘cari fratelli’… è assurdo sperare che non si siano accorti del casino di ieri sera…” e con un brontolio esasperato scomparve.
Prima ancora che il teletrasporto fosse ultimato, si accorse che due presenze molto potenti e molto familiari lo stavano aspettando nel suo studio del Dragon Dungeon.
Garv apparve in un’ampia stanza che presentava notevoli somiglianze con un incrocio tra un Museo delle Armi e un negozio di oggetti etnici… ovvero un marasma di cianfrusaglie (in buona parte letali) sparpagliate sul pavimento, appese ai muri o accatastate alla rinfusa su ogni superficie orizzontale disponibile: mensole, cassapanche, armadi; mobili antichi e di buon gusto, senza dubbio preziosi se non fossero stati coperti di scheggiature o bruciacchiature, indizi che il tappeto che s’intravedeva non solo sembrava un tatami da combattimento… lo era.
Una massiccia scrivania di quercia dominava l’unica zona sgombra in fondo alla sala, in cui si trovavano anche la poltrona di cuoio in cui soleva distendersi con una gamba a cavallo del bracciolo e una catasta di tappeti davanti al grande camino in granito rosso dove un tempo lui e Valgarv si sedevano a chiacchierare quasi ogni sera.
Garv aggrottò le sopracciglia vedendo come i due ospiti si erano insediati. Zelas era sprofondata nella sua poltrona e tracciava segni nella polvere che copriva la scrivania con l’indice dall’unghia lunga e laccata di rosso:
“Il magazzino di un rigattiere è più vivibile di questa specie di tana… Da quanto tempo non fai le pulizie, fratellino?” esordì la Beastmaster.
“Vent’anni. E so chi ringraziare per questo.” Rispose lanciando un’occhiataccia alla persona stravaccata sui morbidi tappeti.
Colui che gli restituì un sorrisino irritante era un giovane sui vent’anni dal fisico snello e ben modellato; indossava un completo blu notte, con la camicia sbottonata a mostrare la pelle chiara e liscia del collo, e stivaletti neri al polpaccio. Nero era anche il lungo mantello che ricadeva da due spallacci riccamente istoriati.
Garv contrasse la mascella: l’Hellmaster poteva cambiare il proprio aspetto, ma lui l’avrebbe immediatamente riconosciuto sotto qualsiasi forma. Aveva però mantenuto la chioma di capelli neri e i felini occhi verde giada, che potevano passare in un istante dall’innocenza più disarmante alla crudeltà più efferata.
(“Ottimo lavoro, narratrice! Ora va molto meglio!” NdFiby
“Risparmiami i tuoi complimenti ipocriti, ricattatore!” è__é NdA
“Però potevi anche aggiungere qualche aggettivo in più, tipo aitante, affascinante, irresistibile…” NdFiby
“Scordatelo! Ti ho già descritto in modo fin troppo lusinghiero per quel che meriti, piattola insolente!”NdA)
“Arriva al punto, Zelas. Immagino che non siate qui per una visita di cortesia.” Sbottò Garv.
La Dark Lady annuì: “Ieri sera abbiamo percepito la presenza di un’entità dotata di una potenza superiore a qualunque demone noto. Fibrizio sostiene che fosse potente… almeno quanto Shabranigdu-sama.” Concluse scettica.
Il sorriso dell’Hellmaster assunse un’inquietante nota sinistra e quando parlò ogni traccia di allegria era scomparsa dalla sua voce: “Era l’aura di un Maou, ne sono certo, anche se c’era qualcosa che la tratteneva, come se cercasse di contenerla. Per questo la percepivi molto smorzata, sorellina; se tu avessi una sensibilità mistica paragonabile alla mia te ne saresti resa conto.” Decretò in tono altezzoso, provocando un ringhio soffocato della Beastmaster. Il Principe degli Inferi finse d’ignorarla e il suo sguardo inquisitore si puntò nuovamente sul Re Demone Drago: “Ma poi la tua aura si è espansa e in pochi minuti l’energia sconosciuta si è dissolta.”
Garv rimase impassibile: “Ebbene?” Gli occhi di smeraldo si fissarono in quelli color giada di Fibrizio senza mostrare nulla dei propri pensieri: conosceva bene quel tipo di judo mentale e, come per gli altri tipi di lotta, ne era maestro. Se speravano di ottenere informazioni da lui, sarebbero rimasti delusi.
Zelas intuì questo dato di fatto, così tentò un diverso approccio: “I tuoi vestiti sono in condizioni spaventose, fratellino. Hai combattuto di recente?”
Garv sogghignò; tranello evidente, ma non per questo meno insidioso: “Io combatto continuamente, sorella. È il mio passatempo preferito. Ma hai ragione, i miei abiti hanno bisogno di essere aggiustati. Se ve ne andate, li sistemo subito.”
“Perché dovremmo andar via? Non ti ho mai visto senza quell’impermeabile addosso.” Chiese maliziosa Zelas.
Garv tentò di controllare un tic al sopracciglio: “Si dà il caso che ci sia molto affezionato… e comunque non ho mai avuto bisogno di un vasto guardaroba!”
Il sorriso malizioso di Zelas s’allargò: “Oh, se è solo per questo, posso procurarti io dei vestiti di ricambio!”
Un incantesimo di trasformazione avvolse il Dragon Chaos che si ritrovò addosso dei pantaloni di pelle e una maglietta senza maniche, entrambi neri e aderentissimi, un corto giubbotto, sempre in pelle nera con tanto di borchie, e anfibi slacciati; l’abbigliamento, nel complesso, lasciava ben poco all’immaginazione.
“Zeeelaaasss!!! Tu questa roba la chiami ‘vestiti di ricambio’???” esplose Garv imbarazzatissimo.
La Dark Lady lo esaminò con sguardo sornione: “Di che ti lamenti? Quell’assurdo impermeabile non valorizza affatto il tuo fisico, mentre ora almeno possiamo ammirare i tuoi notevoli muscoli… non sapevo avessi un così bel fondoschiena, fratellino!” concluse Zelas dandogli una pacca sul sedere che rese il viso del Demone-Drago della stessa sfumatura scarlatta dei suoi capelli.
L’Hellmaster si riprese dallo stupore e con un ghigno malefico commentò: “Se vai in giro così prima o poi ti arrestano!”
“Per oltraggio alla pubblica decenza?” chiese sarcastico Garv.
Negli occhi di Fibrizio scintillò una luce strana: “No, per istigazione alla violenza sessuale!”
Un silenzio di tomba regnò per un attimo… il genere di calma assoluta che precede di solito una catastrofe nucleare… Poi nella mano del Dragon Chaos si materializzò…
“Una paletta per le mosche gigante???” stralunò Zelas.
(“Beh, per non riciclare sempre il solito martellone da 10 tonnellate…” NdA
*Gocciolone di Zelas*)
“Proprio quel che mi serve per spiaccicare un certo insetto fastidioso!”
Garv lo rincorreva brandendo lo scacciamosche extralarge e Fibrizio scappava facendogli le boccacce. Zelas rimase a guardarli con uno spropositato gocciolone sul capo.
Dopo aver messo in atto una persuasiva opera di convincimento condita di velate minacce, Luna ottenne il permesso di conferire senza altri indugi con Vulabarzaard, Dio dei Draghi di Fuoco. Entrò nella sua biblioteca privata scortata da due draghi dorati della Guardia personale del Dio che sembrarono alquanto sollevati quando il Cavaliere di Cephied li congedò.
Vulabarzaard attendeva seduto su una maestosa sedia scolpita che troneggiava dietro un massiccio tavolo da lettura; aveva assunto la forma di un uomo anziano dalla lunga barba e dall’espressione seria e arcigna. Luna rifletté oziosamente che i Signori dei Draghi si affidavano a un aspetto severo e venerabile consono al loro ruolo gerarchico per impressionare i propri fedeli, mentre i Signori dei Demoni preferivano ottenere lo stesso risultato usando il proprio carisma e fascino personale. Ma non era il momento opportuno per stabilire chi ottenesse il risultato migliore (“Io voto per i Dark Lords!” ^_^ NdA); doveva concentrarsi sul colloquio imminente che, a giudicare dalla faccia del vegliardo, non si preannunciava facile.
“Cosa vi spinge a pretendere di parlarmi con tale urgenza, Cavaliere Inverse?” esordì con tono seccato.
Luna, sicura dei propri argomenti, non si curò dell’indisponenza del suo interlocutore e dichiarò: “Siamo minacciati da un pericolo che potrebbe minare la sicurezza del mondo, Maestà; un nemico che ha già manifestato chiaramente la sua potenza e che rende assolutamente necessario un intervento deciso e immediato!”
“Non mi dite nulla di nuovo, Inverse. Sono già stato informato.”
“Davvero?” chiese sorpresa Luna con una gocciolina sulla tempia.
“Certo. I Cinque Dark Lords sono nuovamente al completo!”
“I Dark Lords?” ripeté Luna spiazzata.
“Ebbene si, Cavaliere. I maledetti che credevamo scomparsi sono tornati e hanno già cominciato a tramare per causare la distruzione del nostro mondo!” gridò con volto contratto dall’odio. “Ma non temete, Inverse” continuò con tono più calmo “Ci siamo già preoccupati di prendere le necessarie contromisure. Sappiate che in questo preciso momento si prepara un’operazione che ci permetterà di rendere inoffensivi quei mostri malvagi una volta per tutte!”
Sulle labbra della divinità del Bene si dipinse un sorriso assai poco benevolo, che fece correre un brivido spiacevole lungo la schiena di Luna: “Maestà, credo che voi abbiate frainteso: stavolta i Dark Lords non c’entrano… si, in verità c’entrano, ma non nel modo che pensate! In questo momento creature senza nome provenienti da un altro mondo sono giunte qui a caccia di energia magica che intendono usare per chissà quale scopo…”
Fu interrotta da un gesto di disinteresse del Dio: “La mia fonte me lo ha riferito, ma i Mazoku restano il nostro obiettivo prioritario.”
“Maestà, non capite…” insistette con impeto Luna, ma un’occhiata di fuoco di Vulabarzaard le bloccò le parole in gola.
“Ritengo che il nostro colloquio sia terminato, Cavaliere Inverse. La prego di lasciare questa stanza.” Il tono non ammetteva repliche e così Luna, nascondendo l’ira negli occhi dietro la sua imperscrutabile frangia di capelli, uscì sbattendo la porta con tanta forza che provocò la caduta di calcinacci dal soffitto.
Lo sguardo impassibile del Dio dei Draghi Dorati rimase fisso sui battenti finché ne venne distolto dal suono di una voce lenta e gracchiante, come se chi parlava non avesse familiarità col linguaggio verbale:
“Quella donna potrebbe rappresentare un ostacolo per il nostro piano.”
“No, non lo ritengo probabile. Luna Inverse coltiva amicizie pericolose, ma è un Cavaliere di Cephied: farà ciò che le verrà ordinato. Prenderò le dovute precauzioni per tenerla a bada.” Scrollò le spalle. “Torniamo a noi, piuttosto; come procedono i preparativi?”
Dall’ombra dietro uno scaffale scivolò in vista un’alta sagoma completamente celata dal mantello e dalla lunga tunica; se Luna fosse stata ancora nella sala, vi avrebbe senza dubbio riconosciuto uno dei quattro Nameless che avevano officiato il rito per il risveglio di Dark Star.
“Stiamo seguendo la tabella di marcia, Signore. Presto i vostri nemici non costituiranno più un problema, ve l’assicuro.”
Vulabarzaard si concesse un’espressione sinistramente compiaciuta: “Bene. È un vero piacere avere alleati tanto efficienti.”
La creatura si piegò in una goffa parodia di un inchino: “Spero che manterrete anche la vostra parte dell’accordo.” insinuò con voce melliflua… o almeno quanto poteva avvicinarsi a tale risultato la sua sgraziata pronuncia a scatti.
Il Dio gli rivolse un sogghigno condiscendente: “Ma certo. Una volta che i Demoni Superiori saranno nelle nostre mani, li consegneremo a voi e potrete farne ciò che vorrete. Immagino che, come mi avete spiegato, trasformerete il loro potere malvagio in energia benefica per rinvigorire il vostro mondo languente.”
Il Nameless ripeté l’inchino in modo sottilmente ironico: “Proprio così, Sire. Purtroppo ci è necessaria una grandissima quantità di energia; vi confesso che con ogni probabilità i vostri Mazoku non sopravvivranno al massiccio prelievo.”
Il Drago Dorato scrollò con indifferenza le spalle: “Sono solo Demoni. La cosa non m’interessa. La loro morte sarà un sollievo per noi e un vantaggio per voi. A proposito” aggiunse, come se un’idea gradevole gli si fosse presentata alla mente “pensavo di offrirvi fin d’ora un… ‘anticipo’ per dimostrarvi la nostra fiducia e stimolare il vostro impegno.” Schioccò le dita e i due draghi dorati alla porta entrarono inchinandosi servilmente: “Portate qui il Demone.” Ordinò loro.
Quando i due soldati fecero ritorno nella sala reggevano i capi di lunghe catene d’orialchon che bloccavano i movimenti del prigioniero.
Questi poteva sembrare un giovane di circa vent’anni dal fisico snello e muscoloso.Vestiva con un paio di pantaloni a mezzo polpaccio neri e una spilla d’argento fissava due cinghie di cuoio che s’incrociavano sul petto segnato da una lunga cicatrice; portava nastri rossi legati al polso e alla gamba sinistri. Ma la sua natura non umana era palesemente rivelata dai neri artigli appuntiti a mani e piedi, e dalla lunga, flessuosa coda nera che terminava a punta di picca: ad essa era allacciata con una catenella fissata ad un anello la zanna di un demone-vipera; la zanna gemella pendeva al lobo dell’orecchio sinistro sotto la folta chioma ribelle di capelli neri da cui facevano capolino due corti cornetti smussati.
I suoi due carcerieri lo trascinarono di fronte al loro sovrano ordinando di prostrarsi; ma egli si mantenne fieramente eretto e uno dei due draghi lo percosse con violenza facendolo cadere a terra: i capelli lunghi fino alla vita si sparsero sul pavimento rivelando due ali di pipistrello tatuate sulle scapole. Non domo, il demone rialzò il fine volto ovale ora percorso da una striscia di plasma scuro che scendeva dalla tempia spiccando sulla pelle lattea; fissò senza timore i suoi penetranti occhi neri a mandorla in faccia al Dio Drago.
“Dessran, uno dei due priest di Fibrizio Hellmaster. Credevo fossi stato ucciso in battaglia durante la Kouma Sensou.”
Le morbide labbra dell’altro si tesero in un sorriso ironico: “Chi non muore si rivede, Vulabarzaard. Ci sei rimasto male sapendo che i tuoi lucertoloni gialli non sono riusciti ad ammazzarmi?”
“In verità sì. Anche perché non si è più avuta notizia di te da allora.”
Dessran scrollò le spalle quanto glielo permettevano i ceppi: “Sai, non è che mi piacesse molto lavorare per il moccioso psicopatico, così alla prima buona occasione mi sono fatto credere morto e mi sono trasferito all’altra parte del mondo.”
“Allora perché sei tornato nella Penisola? Hai deciso di ripresentarti al tuo vecchio padrone?”
“Sbagliato: non ho mai sofferto di follia suicida. Ero tornato per rivedere i luoghi della mia vita mortale…” s’interruppe, notando le smorfie di incredulità dei draghi. Comprensibile, pensò tristemente, loro non potevano credere che un mazoku potesse nutrire sentimenti come la nostalgia. Non potevano sapere quanto il dolore di essere strappati alla vita a causa di un crudele ricatto potesse segnare l’anima di un giovane uomo… e quanto la sofferenza avesse lasciato nel suo cuore cicatrici più indelebili di quelle che segnavano il suo corpo.
Si sforzò di continuare con tono di fredda ironia: “…ma quando ho percepito di nuovo l’aura dell’Hellmaster avevo un po’ fretta di levare le tende, così non sono stato abbastanza attento… e le tue iguane con l’itterizia mi hanno preso alla sprovvista. Dovresti insegnare loro che non è molto leale attaccare la gente alle spalle… specie se si è in dieci contro uno!”
Vulabarzaard ignorò l’ultima frase e si rivolse al proprio ospite: “Non farti trarre in inganno: quest’insolente appartiene alla più alta casta di subordinati dei Dark Lords. È molto potente; ritengo che possa esservi utile.”
Un avido bagliore attraversò gli occhi invisibili del Nameless: “Avverto chiaramente la sua energia… forte e impetuosa… Sì, ci sarà molto utile: grazie ad essa potremo ripristinare le riserve che useremo per l’attuazione del nostro progetto.”
Dessran, involontariamente, rabbrividì: aveva la netta sensazione che la creatura, sotto il cappuccio, si stesse leccando le labbra…
Uriel raggiunse correndo la cima della collina e la città di Seillune apparve distesa davanti ai suoi occhi sgranati dalla meraviglia. La capitale della magia bianca era uno dei più popolosi agglomerati urbani del mondo e la vastità dell’area abitata era proporzionale alla grandiosità dei suoi edifici che rendevano evidenti anche al più ingenuo viaggiatore la lunga e gloriosa storia del prospero regno.
“Così questa e Seillune.” Commentò incuriosito Valgarv.
“Credevo la conoscessi già, visto che ci hai portato qui in un baleno!” si stupì Uriel.
“Può sembrare strano, ma questa città è uno dei pochi luoghi del mondo in cui non sono mai stato. Però è un importante punto strategico: ne ho studiato la posizione e le caratteristiche; inoltre Garv-sama me ne parlava spesso.”
“Ha visitato la città?”
“A dire il vero l’ha rasa al suolo. Due volte.” Val rise davanti all’espressione attonita del ragazzo: “Beh, accadde più di mille anni fa, durante la guerra.”
“Capisco. Cose che succedono, immagino.” Concluse filosoficamente Uriel.
Zelgadiss non riusciva a evitare di stupirsi per come Uriel avesse tranquillamente accettato, quasi dandolo per scontato, che Valgarv e il suo Maestro fossero proprio quelle stesse figure ormai leggendarie che comparivano come antagonisti nelle storie delle imprese dei suoi genitori. Questo, oltre al fatto che riuscisse a relazionarsi con tanta facilità con il giovane demone-drago, arrivando a rivolgersi a lui con una familiarità in cui si avvertiva una vena d’ammirazione, sconcertava non poco la Chimera.
“Meglio muoversi. Prima avvertiamo del pericolo, prima potremo andarcene.” Decretò mentre s’incamminava lungo il pendio.
Gli altri due lo guardarono un po’ stupiti per la fretta manifestata dallo sciamano, ma lo seguirono. I tre oltrepassarono le poderose mura e s’inoltrarono nelle vie cittadine. Uriel guardava tutt’intorno con straripante entusiasmo, sul volto un’espressione vivace e curiosa mentre ammirava i palazzi, le strade e la gente che vi circolava, proveniente da tutti gli angoli della Penisola e oltre.
Zelgadiss spiegò: “Saillune è un centro economico e politico di prima grandezza. Ma la sua importanza non si limita a questi fattori: è detta la capitale della magia bianca perché sede del più grande centro di studi sull’argomento; giungono qui persone provenienti da ogni parte del mondo per consultare le numerose biblioteche o assistere alle lezioni nelle Università. I templi e le case di guarigione, poi, non si contano.”
“Conosci bene la città, a quanto vedo.”
Zel ammise mestamente: “Ho setacciato ogni tempio e biblioteca, spulciato fino all’ultima pagina dell’ultimo libro nella speranza di trovare una cura alla mia maledizione. Ma è stato tutto inutile. Ciò che cerco non può essermi offerto dalla conoscenza umana.”
Il velo di malinconia sceso sugli occhi della Chimera dissuase il Drago dal porgli altre domande. Uriel invece avrebbe voluto ulteriori chiarimenti, ma in quel momento il trio venne letteralmente investito da almeno cento chili di uomo imponente e baffuto che assestò sulle spalle di Zelgadiss una pacca amichevole che spalmò a terra lo sciamano.
“Zelgadiss Greywords! Che piacere rivederti dopo tanto tempo! Bentornato a Seillune!”
“P… Principe Philionel…” rantolò il nostro.
L’uomo rise fragorosamente e con un braccio l’aiutò a rimettersi in piedi, dando prova di notevole vigore nonostante alcune rughe e i capelli brizzolati denotassero avesse superato la sessantina. I suoi baffi, invece, mantenevano quasi intatto il colore corvino.
“Ebbene, non mi presenti i tuoi amici? Benvenuti, giovanotti! Che ne pensate della nostra bella città?” proseguì in tono gioviale, stringendo (o meglio, stritolando) la mano di Uriel e scuotendola fino a fargli battere i denti come nacchere.
La Chimera si affrettò a salvare il ragazzo dalla cordialità del principe: “Phil, siamo qui per un motivo della massima importanza. Possiamo parlarne in privato?”
Philionel comprese dalla sua espressione che il problema era serio. Così, per non causare preoccupazione nella gente che da qualche minuto si era fermata a osservare il bizzarro gruppo, riassunse il suo aperto sorriso e disse: “Non mi occupo più personalmente del governo della città, ora. Venite a palazzo; la mia bambina sarà felice di rivederti! Dove sei finito negli ultimi vent’anni? Non sei neppure venuto al matrimonio di Amelia! Temevamo che il messaggero avesse perso il tuo invito!”
“No, l’ho ricevuto… anche se con un anno di ritardo. In quel periodo mi trovavo dall’altra parte del mondo.” Spiegò Zelgadiss in tono neutro. Ma a Valgarv non sfuggì l’impercettibile incrinatura nella sua voce: dispiacere o forse… rimpianto?
Seguendo il ciarliero Philionel, i tre viaggiatori giunsero infine al Palazzo Reale di Seillune. Furono introdotti in un salotto da ricevimento dove pochi istanti dopo fece irruzione un turbine in abito bianco e lunghi capelli corvini che si slanciò ad abbracciare Zelgadiss:
“Zel, finalmente sei tornato! Perché non sei più venuto a trovarmi in tutti questi anni? Non sai quanto mi sei mancato!” dichiarò la Regina Amelia.
Zelgadiss rimase immobile, incerto su come reagire; i suoi sentimenti nei confronti dell’amica di un tempo erano ancora contrastanti nonostante i numerosi anni trascorsi. Si limitò a guardare la regina di Seillune per ritrovare in lei le tracce della ragazzina che aspirava ad essere la paladina della giustizia: la sua figura era divenuta più alta e matura, ma i suoi occhi azzurri non erano cambiati e mantenevano la stessa vitalità straripante d’energia, temperata però da una più realistica consapevolezza delle proprie responsabilità.
Amelia, sapendo di aver messo in imbarazzo l’amico poco abituato alle espansive manifestazioni d’affetto, lo sciolse dall’abbraccio asciugandosi gli occhi lucidi di lacrime di gioia e si rivolse agli altri due ospiti: “Benvenuto a Seillune, Valgarv” salutò il Drago con gentile cautela “e tu devi essere senza dubbio Uriel! Non ti vedo da quando avevi cinque anni! Assomigli sempre di più ai tuoi genitori!”
Zelgadiss non prestò attenzione a tali convenevoli, poiché il suo sguardo fu immediatamente attirato dalla figura che si teneva in disparte sulla soglia. Era un uomo dall’aspetto ordinario, alto e magro, dai lisci capelli castani che scendevano lungo le spalle sopra il tessuto marrone della sopravveste posta sulla tunica bianca dal taglio sobrio e comodo. Ma Zel fu subito catturato dall’espressione dei suoi occhi color nocciola: irradiavano una calma e una serenità che sembravano trasfigurare i lineamenti di quel viso sottile; lo sciamano si ritrovò a paragonarlo ad alcuni ritratti di santi. Non credeva che una persona potesse veramente emanare una tale tranquillità e bontà dell’anima con la semplice presenza.
Provò il desiderio di parlare a quel personaggio silenzioso e discreto, non fosse per altro che per rendersi conto se quella sublime pace interiore fosse autentica… e nella speranza di poterne ottenere un po’. Senza ulteriori indugi si diresse verso di lui:
“Non credo di conoscervi, signore.”
L’uomo non aveva distolto i propri occhi dallo sciamano nei lunghi secondi del suo esame ed ora Zelgadiss poté scorgere una pensosità rassegnata stemperata da una pacata accettazione nel sorriso gentile che costui gli rivolse: “Io invece ho avuto l’onore di sentire molto parlare di voi, Zelgadiss. Spero mi permetterete di chiamarvi così” aggiunse timidamente.
“Vi metto a disagio?” chiese la Chimera.
“No, non si tratta di questo. Anzi, vi prego di scusare il mio contegno se vi è parso scortese.”
Zelgadiss avrebbe voluto rispondere che le sue maniere erano perfette, anche troppo formali. Questo gli portò alla mente, per insolita associazione di pensieri, l’impeccabile Dark Lord dei Ghiacci. Se ne chiese il perché; galateo a parte, i due non avevano proprio nulla in comune. O forse anche troppo, solo invertendone il segno: entrambi composti e silenziosi, enigmatici dietro il limpido specchio di una calma inumana; ma mentre il Signore del Nord incarnava l’eterno spirito del gelo, lo sconosciuto che gli stava ora di fronte sembrava custodire un calore umanissimo a cui l’anima anelava. Inoltre, come seppe subito dopo, aveva anche un’altra cosa in comune con il Re Supremo…
“Zelgadiss, ti presento Donathel Kel Sunshine di Dewdrop, Re di Seillune. Il genero che tutti i papà vorrebbero avere! Praticamente, è lui che tiene in piedi tutto quanto, da quando io sono andato in pensione!” interloquì Philionel.
“Mi rendi un onore immeritato” replicò con umiltà Donathel “Tu e Amelia siete le figure di riferimento per il popolo. Io non sono niente di più che un amministratore.”
Philionel rise fragorosamente e Amelia lanciò un’occhiata scherzosa al marito mentre rivelava agli ospiti: “Non credetegli, fa il modesto perché non si sappia che è un ottimo sovrano… ma tanto a Seillune se ne sono già accorti tutti!”
La Chimera giudicò che lo sguardo che l’uomo donò alla moglie fosse amore allo stato puro; lo sciamano era giunto alla convinzione, dopo anni di studi, che qualunque cosa raggiungesse una sublimazione al massimo grado possedesse in sé una forma di potere che andava oltre la comprensione. In quel momento rifletté che, se tale principio era valido anche per i sentimenti, forse aveva trovato una spiegazione al fenomeno dei miracoli. E Donathel pareva in grado di compierne.
Philionel intervenne interrompendo l’attimo mistico: “Se non sbaglio avevate un problema urgente da comunicare. Direi che possiamo parlarne ora.”
Zelgadiss annuì e ripeté in breve le notizie che possedevano sui Nameless e i loro scopi. Si aspettava una reazione angosciata dai sovrani di Seillune, ma Amelia e Phil riuscirono come sempre a smentire le sue aspettative.
“Puniremo quegli alieni irrispettosi della Giustizia!” esclamò Amelia, tornando per un attimo all’atteggiamento da eroina che assumeva spesso in passato “Non permetteremo che quei criminali sfruttino persone innocenti! Scopriremo dove si nascondono e daremo loro la lezione che meritano, nel nome della Pace e della Libertà!”
“Per il trionfo finale della Giustizia!” terminò un altrettanto esaltato Philionel con le lacrime agli occhi per la commozione.
Il Drago, la Chimera e lo spadaccino li guardavano con svariati goccioloni dietro la testa mentre si abbracciavano piangendo per la gioia di operare per la Giustizia.
Dopo che si furono sfogati, Donathel intervenne in modo più ragionevole e pacato: “Teniamo presente però che non sappiamo ancora dove questi Nameless si nascondono. Inoltre il nostro primo pensiero deve andare al popolo e alle responsabilità che abbiamo nei suoi confronti: dobbiamo premunirci per proteggere l’incolumità dei cittadini. Credo che dovremo inoltre avvisare i regni vicini perché prendano contromisure per difendersi da tale minaccia.”
Amelia e Philionel approvarono e Donathel proseguì: “Potremmo organizzare una sorveglianza dei luoghi che custodiscono manufatti magici, come templi, biblioteche e l’Università, nonché offrire una scorta ai maghi che potrebbero venire rapiti.”
“In effetti sono le precauzioni più efficaci da mettere in atto per la difesa finché non sapremo dove attaccare.” Commentò Valgarv.
“Per questo motivo ripartiremo subito alla ricerca del covo dei Nameless.” Dichiarò Zelgadiss.
Amelia lo guardò con sorpresa e profondo dispiacere: “Ma come, siete appena arrivati! Speravo sareste rimasti qui con noi per un po’ più di tempo…”
Nella stanza si udì all’improvviso un lungo e gorgogliante borbottio e Uriel arrossì per l’imbarazzo: “Ehm… non potremmo fermarci per il pranzo? Io avrei un po’ fame…”
Valgarv concordò e Amelia, entusiasta per aver trovato il modo di rimandare anche se di poco la loro partenza, ordinò subito ai camerieri di imbandire il meglio che potesse offrire la cucina.
“Se hai tanta voglia di farti ripulire la dispensa da questi due… ti ricordo che sono un Drago e il figlio di Lina e Gourry!” sbuffò impaziente Zelgadiss. Ma decise di rivedere la sua posizione quando Donathel gli propose:
“Se potete fermarvi qualche ora, oggi pomeriggio, vorrei accompagnarvi alla sede della Gilda dei Mercanti: lì si possono ottenere informazioni provenienti da tutte le parti della Penisola; forse potremo scoprire qualcosa che semplifichi la vostra ricerca… indizi che possano aiutarvi a stabilire l’itinerario migliore.”
Zelgadiss, grato per l’ottimo suggerimento, accettò l’invito.
Al calare del crepuscolo la Chimera osservava il contemporaneo comparire delle prime stelle nel cielo e l’accendersi delle luci nella città che si stendeva sotto di lui, seduto sul davanzale della finestra nella stanza che gli era stata assegnata. Il gruppo aveva infine accettato l’ospitalità dei reali di Seillune per la notte; questo non era previsto nel programma di Zelgadiss, ma le informazioni ottenute giustificavano ampiamente il ritardo. Ripensò con soddisfazione alle annotazioni che Donathel gli aveva procurato: da circa un mese (periodo guarda caso coincidente col rapimento di Dynast Graushella) la strada che attraversava la zona sud-occidentale dei Monti Kataart veniva disertata in favore di piste secondarie ma più sicure; pareva infatti che nella zona fossero state avvistate creature mai viste prima e si udissero cupi rumori provenire dalle viscere della montagna. Inoltre un paio di maghi diretti alla vicina Valle dei Draghi erano scomparsi senza lasciare tracce. Tutto questo era più che sufficiente a convincere lo sciamano della necessità di perlustrare la regione.
Un educato bussare alla porta lo distolse dalla pianificazione dell’itinerario e senza nascondere il tono irritato nella voce diede il consenso di entrare. Era già pronto a congedare l’inopportuno seccatore, ma le parole non uscirono dalla sua bocca che rimase semi-aperta.
Nella penombra della stanza avanzava Amelia: non la Regina di Seillune, bensì la ragazzina con cui aveva condiviso viaggi e avventure vent’anni prima. Identica ad allora.
Si fermò di fronte a lui: “State bene?” s’informò accorgendosi che la pelle di pietra della Chimera aveva assunto un pallore spettrale.
“Chi sei tu?” mormorò.
Lei sorrise: “Il mio nome è Claudia. Ma forse mi avevate scambiata per mia madre: tutti dicono che le assomiglio molto.”
Zelgadiss pensò che parlare di somiglianza non era adeguato: la figlia di Amelia era l’esatto riflesso di com’era lei a sedici anni.
“Perché sei venuta qui?”
“Per informarvi che domattina io partirò con voi e vi accompagnerò nel vostro viaggio.” Dichiarò con la massima semplicità.
Lo sciamano sperò di aver sentito male, ma quando provò a controbattere, l’espressione risoluta di Claudia gli confermò che aveva capito benissimo; così chiese con severità: “I tuoi genitori cosa pensano di questa idea?” era certo che suo padre avesse abbastanza buon senso da dissuadere la figlia.
“Mia madre è entusiasta e mio padre non le negherebbe mai nulla. Io vengo con voi.”
Lui la fissò attentamente e scoprì nei decisi occhi azzurri di Amelia la calma tenacia che caratterizzava Donathel. Capì che quella giovane donna avrebbe perseverato finché non avesse ottenuto i propri scopi e nulla l’avrebbe fatta desistere. Sopraffatto dallo sconforto, le chiese solo:
“Perché?”
Sulle labbra di Claudia comparve un sorriso giovanile ma anche singolarmente maturo; parlò col tono che lo sciamano aveva tanto apprezzato in Donathel, serafico ma fermo: “Io ti amo, Zelgadiss Greywords. Ti amo da sempre, per quello che sei, e non ti cambierei per nulla al mondo.”
“Come puoi dire questo?” sussurrò sconvolto.
“Mia madre non ebbe mai il coraggio di esprimerti i suoi sentimenti e ti perse per sempre. Io non intendo commettere lo stesso errore. Sono figlia di mio padre e come lui non ho paura di seguire il mio cuore, né tantomeno di dichiararlo apertamente.”
Zelgadiss non pronunciò parola. La situazione era improvvisamente sfuggita al suo controllo… e alla sua comprensione. Così non poté che restare muto ad ascoltare quando Claudia cominciò a narrargli la storia di Donathel.
“Mio padre era l’erede di una nobile famiglia, ma decise di rinunciare al titolo e venire a Seillune per diventare sacerdote, con il proposito di aiutare la gente. Prima di prendere i voti però conobbe mia madre e se ne innamorò perdutamente. Lui sapeva, ha sempre saputo, che lei non ha mai smesso di amare te, Zelgadiss; ma l’amore di Donathel è tanto forte quanto generoso. Adora mia madre, farebbe qualsiasi cosa per lei, anche rassegnarsi ad accettare che lei non possa ricambiarlo in modo altrettanto assoluto. Quando si dichiarò ad Amelia, lei comprese la purezza dei suoi sentimenti e lo sposò con gioia. E ti giuro che sono stati una coppia felice da allora.”
Le labbra del mago spadaccino si piegarono in un amaro sorriso: “Che bella favola. Ma io non sono come tua madre. Io non posso ricambiare i tuoi sentimenti.”
Il sereno sorriso di Claudia non mutò: “Questo non cambia nulla. Come mio padre, continuerò ad amare, incondizionatamente, senza aspettarmi niente in cambio. Finché il mio amore non riuscirà a conquistare il tuo.”
Fece questa dichiarazione con un tono pacato che Zelgadiss trovò spaventoso per un argomento tanto coercitivo; la fanciulla si limitò a sorridergli ancora mentre ribadiva che si sarebbe trovata con loro alla partenza l’indomani e augurandogli la buonanotte se ne andò.
La Chimera pensò cinicamente che dopo un simile colloquio dubitava di poter solo chiudere un occhio.
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