Note dell’autrice: Avverto fin d’ora tutti i fan dei Dark Lord che in questo capitolo i nostri Mazoku preferiti appariranno in vesti assolutamente inedite. Se qualcuno fosse tanto sensibile da non poter accettare quest’eventualità o dovesse sentirsi urtato da tale atteggiamento dissacrante, si senta libero di saltare il capitolo. Vi assicuro che nei prossimi tornerà tutto alla normalità, per la gioia della mia e vostra salute mentale! (Nonché fisica… non uccidetemi, vi prego! Sono esigenze della trama!)
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Il sole al suo sorgere trovò Valgarv e Uriel nel cortile del Palazzo Reale di Seillune, in attesa di Zelgadiss.
Il Drago volse lo sguardo ambrato verso il portone principale; il ragazzo biondo capì che i suoi acutissimi sensi avevano colto in anticipo l’arrivo della Chimera. Però non riusciva a spiegarsi il leggero inarcarsi del suo sopracciglio.
La risposta giunse insieme al giovane dalla pelle di pietra, che emerse dalle ombre seguito da una figuretta piccola e snella che indossava un pratico completo da viaggio bianco e azzurro.
- Una ragazza? – pensò Uriel sorpreso, chiedendosi per quale motivo fosse in compagnia di Zelgadiss, il quale evidentemente non sembrava felice della sua presenza. Con ogni probabilità Valgarv condivideva tale stato d’animo dato che chiese, con una durezza insolita:
“Non intenderai portartela dietro, vero?”
Gli occhi blu di Zel parvero offuscati da una patina di stanchezza. “Non è stata una mia idea.” Replicò laconico, ma la sua voce fece dilatare le roventi iridi color dell’oro: vi aveva avvertito una nota che non si sarebbe mai aspettato di sentire; sembrava quasi… rassegnazione, mista a tristezza.
Val studiò con più attenzione la ragazzina sedicenne: solo allora fece caso ala sua straordinaria somiglianza con la Amelia che aveva conosciuto vent’anni prima. Inizialmente l’aveva individuata solo in base alla percezione della sua (debole, per lui) aura magica e all’odore, diversi per ogni persona, che la classificavano come individuo umano, giovane, femminile e sconosciuto; il suo aspetto fisico era irrilevante. Ma per Zelgadiss le cose stavano in modo molto diverso.
Lui non sapeva con sicurezza quali fossero i sentimenti che la Chimera provava per la sua amica di un tempo, data l’abilità del giovane di celare i moti del suo animo dietro l’impenetrabile facciata di granito che lo proteggeva – attitudine che risultava di difficile comprensione per una creatura impulsiva e appassionata come il Demone-Drago – ma era certo che la presenza di quella fanciulla avrebbe riaperto nel suo cuore una ferita che non si era mai del tutto rimarginata.
L’attenzione dell’erede di Garv tornò sulla ragazza in questione, che si presentò con una graziosa riverenza:
“Il mio nome è Claudia Will Martha Seillune Dewdrop; sono molto onorata di fare la vostra conoscenza.”
“Valgarv. Piacere.” Borbottò ancora poco convinto.
Uriel, invece, le tese la mano con un sorriso abbagliante per allegria e sincerità:
“Io sono Uriel Inverse-Gabriev. Felice di conoscerti.”
Claudia lo fissò perplessa: “Perché usi entrambi i cognomi?”
“Anche tu lo fai.”
“Per me è normale; sono l’erede di due nobili casate.”
“Io no, ma voglio molto bene ai miei genitori. Questo secondo me rende il mio nome altrettanto nobile.” Concluse il ragazzo senza perdere il sorriso.
La principessa non seppe cosa replicare a una dichiarazione tanto candida e orgogliosa al tempo stesso, inattaccabile nella sua logica nata dal cuore. L’intervento di Zelgadiss la tolse d’impaccio:
“Claudia ha deciso di accompagnarci nella nostra ricerca in veste di rappresentante della Corona di Seillune incaricata di far luce sulle scomparse avvenute tra i Monti Kataart.” Spostò lo sguardo sul ragazzo dai capelli verdi che appariva pensieroso: “C’è qualche problema riguardo a questo? Qualcosa t’impedisce di condurci laggiù?”
Valgarv lo fissò con gli occhi dorati che scintillavano di sfida: “Io posso andare dovunque voglia; e se qualcuno cercasse d’impedirmelo, otterrebbe una delusione estremamente… bruciante, non so se mi spiego.” Ammiccò con un sorriso di superiorità che lasciava ben ad intendere il destino di chiunque avesse osato porsi sulla sua strada.
Zelgadiss, che aveva avuto modo di sperimentarlo in prima persona, preferì non replicare.
“Posso portarvi fino ai Kataart nel giro di un’ora, se hai fretta. Però” aggiunse, come un ripensamento “il volo potrebbe diventare molto avventuroso se intendi addentrarti nel Regno dei Ghiacci Eterni. Da sempre mantiene uno stretto isolazionismo; soprattutto da quando, alla fine della Kouma Sensou, mille anni fa, Lord Dynast chiuse il Confine tagliando ogni collegamento con il mondo esterno. Tentare di forzare la frontiera equivale a un suicidio.”
“No, non credo proprio che ci spingeremo così a Nord. Gli avvistamenti di Nameless sono avvenuti nella regione sud-occidentale, in prossimità della Valle dei Draghi.”
Il nome di quella particolare località ridestò odiati ricordi sotto forma di un bagliore inquietante che attraversò le iridi del Drago Perduto trasformandole per un attimo in due specchi di gelido oro. Non pronunciò parola, ma tanto bastò perché Zelgadiss si ripromettesse di osservare con molta cura il comportamento del Demone-Drago: forse non aveva il potere di impedire il peggio, ma avrebbe fatto il possibile per evitarlo. Sospirò tra sé, aggiungendo questa ulteriore preoccupazione a quelle che già segnavano il viaggio ancora da cominciare; decise di mettersi in cammino prima che se ne aggiungessero altre.
Non fece in tempo a muovere un passo verso i cancelli che l’urlo gioioso di Uriel lo prese in contropiede:
“Inizia l’avventura! In marcia, verso la gloria e un destino da eroi!”
Claudia si limitò ad annuire sorridendo, ma i due componenti più anziani dello strano gruppo erano fin troppo consapevoli di cosa comportasse l’avventura che il ragazzo bramava tanto; in quel momento particolare, Zelgadiss si sentiva abbastanza cinico da volergli aprire gli occhi senza molti riguardi, ma Valgarv glielo impedì sussurrandogli:
“Lascialo continuare a sognare ancora un po’; la vita è una maestra già abbastanza crudele. Le illusioni nascono dalla stessa sostanza di cui è fatta la speranza… ed è quella che ci fa andare avanti, nonostante tutto.”
A tali parole, la Chimera rinunciò a replicare, ma non poté trattenere un commento accompagnato da un accenno di sorriso tra il malizioso e l’intenerito: “L’amore ti fa davvero male, se cominci a filosofeggiare in questo modo. Pensavo che i Demoni-Drago fossero il pragmatismo fatto guerrieri.”
“La battaglia è il nostro stile di vita, ma che senso ha combattere se non si ha un buon motivo per farlo? Qualunque sia il sogno che inseguiamo, ciò che conta è lottare per realizzarlo, senza arrendersi mai nonostante le avversità, anche le più dure.”
“Parlate per esperienza personale, non è così, Valgarv-san?”
Il giovane si voltò verso la piccola principessa, che lo fissava con occhi colmi di comprensione:
“Sappiate che mi trovate completamente d’accordo. Come già ho detto a Zelgadiss-san ieri sera” lanciò uno sguardo di sottecchi all’interessato, che irrigidì la mascella “non desisterò dal mio proposito finché non avrò conseguito il mio obiettivo. Anche se personalmente preferisco la pazienza alla violenza.”
Valgarv avvertì la tensione che quelle parole avevano fatto calare sul gruppo, quindi ebbe modo di apprezzare una volta di più l’allegra spigliatezza di Uriel, che dichiarò:
“Io invece sono impaziente e voglio partire! Avremo tutto il viaggio per chiacchierare, quindi mettiamoci in marcia!” gli sfuggì addirittura un saltello d’incontenibile emozione “Mi piace troppo quando Val si trasforma in drago!”
Valgarv non poté non sorridere davanti a tanto entusiasmo e cominciò a richiamare il suo potere per assumere la sua forma originaria, ma venne fermato da Zel:
“Aspetta; meglio uscire dalla città a piedi. Temo che la comparsa di un Drago Perduto in un centro urbano potrebbe causare problemi… tipo la demolizione di qualche palazzo…”
Il Demone-Drago esibì un broncio offeso: “Stai forse insinuando che sono goffo?”
“Assolutamente no! Solo un tantino… ingombrante…”
La smorfia crucciata si aprì in un sorriso ferino: “O forse hai paura che possa fare la mia seconda colazione a spese dei cittadini di Seillune?”
Uriel lo guardò ad occhi sgranati: “Non lo faresti mai! …o si?”
Il sogghigno s’ampliò rivelando i canini lunghi e acuminati, ormai più zanne di drago che denti umani: “Tu che ne dici?” rise, ma poi gli circondò le spalle con un braccio e gli sussurrò all’orecchio con fare da cospiratore: “Detto tra noi… gli umani hanno un pessimo sapore. Non ne mangerei uno se non come estrema risorsa. Per cui tu e la principessina potete stare tranquilli; in quanto a Zel, è troppo coriaceo persino per un drago affamato!”
La Chimera, con un tic al sopracciglio rivelatore del suo ottimo udito, li richiamò all’ordine:
“Attraverseremo a piedi la città; una volta lontani dall’abitato, Val potrà trasformarsi e decolleremo verso nord.”
“In tal caso, vi raggiungerò fuori dalle mura. Nel frattempo voglio tornare da Garv-sama per aggiornarlo sulla situazione. A dopo.” E senza indugiare ad attendere eventuali obiezioni scomparve nel bagliore del teletrasporto.
Valgarv comparve nei pressi del cratere fiammeggiante del Monte Chaos, l’imponente vulcano nelle cui viscere si snodavano sinuosi chilometri di ampi tunnel e monumentali caverne che costituivano il Dragon Dungeon, millenaria dimora del Re Demone Drago.
Le spettacolari eruzioni di magma che scaturivano dallo stesso nucleo incandescente del pianeta avevano subito una drastica diminuzione negli ultimi due decenni, quasi il cuore pulsante dei fuochi immortali che ardevano nei petti infiammati dalla battaglia avesse rallentato sensibilmente il suo battito in seguito alla scomparsa del suo Signore.
Il giovane dagli occhi dorati provò un’inesprimibile gioia nel vedere come finalmente il ruggito delle fiamme ctonie tornava a scuotere la terra; sentiva sotto i suoi piedi le rocce vibrare, come se fremessero d’entusiasmo sentendo il ritorno dell’antica gloria. Sorridendo tra sé spinse lo sguardo sulla verdeggiante pianura boscosa che si estendeva senza limiti ai piedi della montagna solitaria, solcata dal fiume impetuoso che precipitava dalle pendici rocciose producendo mille arcobaleni che danzavano tra i suoi spruzzi. Ammirò quel panorama mozzafiato, ondeggiante a causa della rifrazione dovuta al vapore rovente che s’innalzava al ritmo del vulcanico respiro.
Distolse lo sguardo e avanzò verso il punto dove percepiva l’aura del proprio Maestro. S’arrampicò sullo sperone roccioso che si proiettava dai fianchi del monte come un balcone naturale spalancato nel vuoto…
…e lo shock lo colse in tutta la sua brutalità, strappandogli il moto e la parola. Lui, Valgarv, che per mille anni aveva combattuto contro demoni e draghi; sconfitto mostri d’ogni genere e forma; guardato negli occhi la morte senza un fremito… si sentì mancare vedendo Garv, vestito con un camice blu macchiato di vernice invece del consueto impermeabile e i lunghissimi capelli imprigionati in una treccia, che armato di tavolozza e pennello dipingeva (con risultati piuttosto astratti) una veduta naturalistica.
Non riuscendo ancora a recuperare il controllo dei suoi muscoli irrigiditi, Val tentò di entrare in contatto col Maestro attraverso il legame astrale che li univa: ma con suo sommo sgomento il Re Rosso parve non recepire il suo convulso appello.
In preda a una vertigine interiore quale mai prima aveva sperimentato, dalle sue labbra scaturì un gemito soffocato che ebbe il potere di distogliere il Lord dalla chioma di rubino dal concentrato studio della sua opera.
Garv si voltò con fare distratto, strofinandosi uno sbaffo di giallo sulla guancia con la mano sporca di blu e ottenendo una curiosa macchia verdina; rivolse al proprio allievo un sorriso serafico:
“Oh, ciao Val-chan. Oggi è una splendida giornata, non trovi, piccolo? Il sole brilla, gli uccellini cinguettano… l’intera natura vive in un’armonia perfetta che ritempra lo spirito. Basta che ti guardi intorno per sentirti in pace con l’universo!”
L’ulteriore shock di sentirsi chiamare ‘piccolo’ unito a quell’inedita apologia della pace cosmica diedero a Val la certezza che a Garv fosse accaduto qualcosa di spaventoso. Eppure in tal caso se ne sarebbe accorto… il legame psichico che manteneva in contatto le loro anime…
Bloccato, ricordò. Non spezzato, ma impedito da qualcosa che non riusciva a identificare; qualcosa che concerneva lo stesso Garv, così inspiegabilmente mutato e apparentemente inconsapevole di ciò.
Capì che doveva cercare di scoprire il più possibile di quell’assurda situazione se voleva porvi rimedio – un accorgimento imparato da Zelgadiss – così, cercando di mostrarsi calmo, sforzandosi di mantenere un tono di voce pacato, chiese:
“Cosa stai facendo, Maestro?”
Con tono ispirato, egli spiegò: “Esprimo la mia tensione artistica, figliolo; il mio estro creativo si realizza passando dalla potenza all’atto per mezzo della sublime arte del dipingere, che col suo intrinseco cromatismo…”
“Basta!” urlò Valgarv, non potendo sopportare un’altra di quelle parole che lo colpivano nell’anima come altrettanti pugnali avvelenati. “Maestro, ti rendi conto di quel che stai dicendo?” lo supplicò con voce spezzata.
Un silenzio di piombo gravò tra i due Demoni-Drago per lunghissimi secondi. Garv spostò il proprio sguardo intenso dalle iridi disperate del ragazzo all’impasto di colori sulla tela. Poi, con espressione seria, decretò:
“Forse hai ragione, Val. La tempera non fa per me. Potrei provare l’acquerello!” concluse con un sorriso sollevato.
Valgarv temette di esplodere in un’autentica crisi isterica, ma fece uno sforzo sovrumano per trattenersi, avvertendo l’arrivo di Fibrizio Hellmaster: doveva impedire a tutti i costi che scoprisse le condizioni in cui versava Garv-sama. Tuttavia, quando il Principe degli Inferi fece la sua comparsa, capì immediatamente che non era certo quello il problema di cui doveva preoccuparsi… e che la crisi era di portata molto più ampia delle più pessimistiche previsioni.
Il Re Nero infatti vestiva completamente di bianco, con camicia e pantaloni di cotone disadorni e molto ampi: quanto di più lontano dagli scuri completi attillati che amava indossare sul suo fisico adulto. Inoltre teneva in mano un libro di cui la copertina rosa con svolazzi dorati identificava senza ombra di dubbio l’argomento romantico. Ma i confini della realtà furono abbondantemente superati dalle parole che rivolse a Garv:
“Carissimo (e solo questo basta e avanza per giustificare una sincope da arresto cardiaco NdA), scusa tanto se ti disturbo così senza preavviso, ma mentre leggevo questa raccolta di poesie ne ho trovata una talmente adorabile che devo assolutamente condividere!” cinguettò con sguardo sognante.
“Hai fatto benissimo, Fiby-chan! Sarò felice di ascoltarti!”
Davanti a una scena tanto palesemente surreale Valgarv rifletté sul dilemma che lo attanagliava: mettersi a ridere, a piangere o vomitare la colazione? Ma la drammatica risoluzione venne rinviata dai violenti brividi che lo colsero – pericolosamente simili ad un attacco epilettico – sentendo l’Hellmaster declamare con tono lirico:
“L’Amore è bello
l’Amore è strano
l’Amore è un coniglio
che sbrana un caimano.”
***fuori scena:
“Come poesia fa proprio schifo!” NdVal con tic al sopracciglio
“Concordo. Non sai quanto mi ci è voluto per pensare qualcosa di così brutto!” NdA -__-;;;;
***fine fuori scena
Silenzio. L’intero cosmo sembrava ammutolito.
Una palla di sterpi (giunta fin lì chissà come) rotolò ai piedi del terzetto.
Infine, Garv inspirò profondamente: “Toccante!”
L’Hellmaster s’illuminò in volto in modo quasi estatico: “Lo pensi anche tu? Ce ne sono molte altre, se lo desideri potrei leggertele… potresti trarne ispirazione per terminare quello splendido dipinto: è in stile impressionista?”
“Più o meno… in ogni caso accetto con piacere l’offerta, ne sarei deliziato!”
“NO!” urlò Valgarv con tutto il fiato che aveva in gola, riprendendosi dallo stato catatonico in cui l’avevano precipitato quelle parole. Sotto gli sguardi interrogativi dei due Demoni Superiori, il Drago tentennò: “No… non c’è tempo! Dovete immediatamente convocare una riunione di tutti i Dark Lord… la situazione sta rapidamente precipitando!”
Garv aggrottò la fronte, perplesso; poi parve ricordare: “Ah, già: i comesichiamano… quella specie di strani insetti. Avete scoperto qualcosa?”
“Meglio se ne parliamo tutti insieme. Voi fate venire subito qui anche gli altri! Io vado a chiamare l’esorcista… ehm, Zelgadiss, e vi raggiungiamo!” concluse Valgarv in preda al nervosismo un attimo prima di teletrasportarsi nuovamente a Seillune.
Ricomparve in mezzo a una strada proprio davanti alla Chimera, che per poco non gli sbatté contro:
“Accidenti, Valgarv, ti dispiace non apparire così all’improvviso…” le sue rimostranze cessarono non appena si accorse del viso allucinato dell’altro e del lieve tremore che gli scorreva sulla pelle più pallida del consueto. “Cos’è successo?”
“Non ci capisco niente, Zel! Garv-sama e l’Hellmaster sembrano del tutto impazziti! È come se il loro comportamento si fosse completamente rovesciato all’improvviso… temo sia accaduto loro qualcosa di molto grave!”
L’espressione di Zelgadiss divenne cupa come un fortunale: “Se il loro atteggiamento è mutato al punto di sconvolgerti tanto, di certo non può trattarsi di un fenomeno spontaneo…”
“I Nameless?” ringhiò il Drago stringendo i pugni fino a conficcarsi le unghie nei palmi delle mani.
Il mago spadaccino annuì tetro: “L’ipotesi mi sembra la più probabile; quelle creature sono testarde quanto avide. A quanto pare hanno trovato nei Dark Lord una fonte di energia abbastanza potente e usufruibile da non volersela lasciar sfuggire a nessun costo. Forse l’inedito comportamento dei Demoni Superiori fa parte di un loro piano strategico per abbassare le loro difese e quindi poterne approfittare per catturarli di nuovo…” gli si ripresentarono davanti agli occhi della mente le condizioni in cui aveva ritrovato Dynast, prigioniero del Cerchio di Fuoco, e sentì una morsa serrarsi all’altezza del suo petto. Scosse la testa: “Dobbiamo prima di tutto renderci conto di quanto sia grave e diffusa questa anomalia; forse ha colpito solo Garv e Fibrizio…”
“Ho chiesto a Garv-sama di convocare il Concilio dei Dark Lord al Dragon Dungeon.”
“Ottima idea! Andiamo!” intervenne Uriel, con gli occhi che brillavano come stelline alla prospettiva di conoscere di persona i Cinque Signori dei Demoni.
Fu quindi con sua indicibile delusione che ricevette la categorica imposizione di Zelgadiss:
“Nemmeno per sogno! Tu e Claudia ci aspetterete fuori città come stabilito.”
Alle veementi proteste del giovane spadaccino si unì anche la principessa, la quale però capì che le loro rimostranze s’infrangevano come debole risacca sugli scogli della determinazione irrevocabile dello sciamano; così dovette rassegnarsi ed esortò il biondo ad obbedire.
Uriel decise a malincuore di fare buon viso a cattivo gioco: il suo sogno di diventare un eroe famoso non consentiva capricci da bambino viziato… ma fra sé si ripromise che alla successiva occasione non si sarebbe tirato indietro, per nulla al mondo.
La vasta caverna circolare in cui apparvero fece sgranare gli occhi alla Chimera: la pietra scura e porosa era chiaramente di origine vulcanica, ma sulle pareti si alternavano lastre levigate e lucide ad altre lasciate appositamente grezze, intervallate da lesene che emanavano una misteriosa ma intensa luminosità arancio-rossastra, come se i fuochi che le avevano modellate ardessero ancora e sempre al loro interno.
La vera attrattiva della stanza era però il pavimento: completamente rivestito da un mosaico di marmi colorati, raffigurava l’intera Penisola dei Demoni come una mappa dettagliata risalente a millenni prima.
Vi campeggiavano i simboli dei Cinque Dark Lord posti a segnalare i territori loro affidati da Shabranigdu al momento della loro creazione: Ha-Ou Dynast Graushella tra i Ghiacci Eterni del Polo Nord, Kai-Ou Dolphin Deep Sea nel Mare dei Demoni a Ovest, Juu-Ou Zelas Metallium alla Wolf Pack Island verso Sud, Mei-Ou Fibrizio Hellmaster in mezzo al Deserto della Distruzione dell’Est. Il sigillo di Maryu-Ou Garv Dragon Chaos fiammeggiava al centro, in corrispondenza del Vulcano nelle cui viscere ora si trovavano.
Valgarv celò un sorriso davanti a quel palese interesse per un’opera d’arte che per lui era ormai scontata: “Questa sarebbe la Sala delle Gerarchie, anche se noi la chiamiamo normalmente ‘stanza dei mosaici’. La usiamo come atrio d’entrata per il teletrasporto.”
“Mosaici? Ne vedo solo uno…” la Chimera seguì lo sguardo del Drago e ammutolì.
Il soffitto raffigurava l’intera gerarchia soprannaturale. Da LoN si scindevano i quattro Dei Draghi della Luce e i quattro Maou Demoniaci delle Tenebre; riconobbe i simboli di Cephied il Flare Dragon e Shabranigdu Ruby-Eye, da cui discendevano rispettivamente i quattro Dei Draghi Elementali e i Cinque Signori dei Demoni. L’intero schema era inserito nelle spire sinuose di una elaborata ma chiara cornice decorativa costellata di rune.
Sarebbe potuto restare per ore ad esaminare e studiare quei documenti di straordinaria importanza artistica, storica, geografica, religiosa e culturale; ma Valgarv, incurante di tutto ciò, lo trascinò oltre l’arco dell’uscita… e lo sciamano fu perso.
La caverna adiacente era a dir poco sconfinata: la volta scompariva nella penombra, sorretta da una foresta di ciclopiche colonne che si alternavano nella forma: a sezione quadrata, cilindrica, prismatica oppure scolpite a foggia di mostri mitologici o creature di altri mondi, i cui occhi e le fauci rifulgevano di luce.
Un’altra fonte d’illuminazione veniva dal pavimento, solcato da autentici torrenti di lava incandescente, intersecati da larghi ponticelli di roccia.
La Chimera rifletté che, sebbene la sua pelle di pietra gli conferisse una naturale resistenza alle condizioni estreme, il calore era comunque tollerabile anche per un normale essere umano. Ipotizzò che vi fosse un incantesimo che mantenesse una temperatura mite; Val glielo confermò:
“L’aura magica di Garv-sama rende abitabile il Dungeon. Questo fa sì che nessuno possa invaderlo in assenza del Maestro o di coloro a cui lo affida, ovvero il sottoscritto o…” il Drago s’interruppe troppo bruscamente perché la Chimera non lo notasse: tuttavia, vedendo la smorfia di dolore che attraversò i fini lineamenti del giovane dagli occhi dorati improvvisamente incupiti, decise di soprassedere ad ulteriori domande.
“Ci vorrebbe una bussola per orientarsi qua dentro.” Commentò lo sciamano dopo svariati minuti di cammino; dedusse che dovevano trovarsi pressappoco al centro della sala, che Valgarv aveva chiamato (con poca fantasia) Centrale, poiché anche sforzando al massimo la sua vista di Chimera non riusciva a scorgere nessuna delle pareti laterali.
“Infatti c’è: basta seguire la direzione indicata per andare dove vuoi. Da qui è possibile raggiungere ogni zona del Dungeon.” Spiegò indicando in basso.
Osservando con più attenzione Zelgadiss si rese conto che i solchi scolpiti nel pavimento ai suoi piedi andavano a disegnare una grande rosa dei venti sulla quale delle rune identificavano l’area cui si riferivano. Poté decifrare le indicazioni per ‘l’Arena’ (destinata chiaramente ad allenamenti e combattimenti), ‘cucine’, ‘terme’, e nella direzione che avevano imboccato una runa antichissima e sbiadita segnalava la ‘Sala del Concilio’.
Il corridoio che percorsero non sembrava essere stato particolarmente frequentato in passato. Il tappeto di polvere era spesso e morbido come moquette; negli angoli si annidavano veri e propri tendaggi di ragnatele. Zelgadiss notò un filo di fumo uscire da una nicchia scavata nella parete e incuriosito si avvicinò scorgendovi dentro qualcuno…
“Pace e Amore, Fratelli!” esclamò Xelloss, con un sorriso a 360° che rendeva la sua faccia persino più idiota del solito… Ma forse a questo contribuiva anche la grossa… ehm, ‘sigaretta’ artigianale moooolto sospetta che teneva tra le dita.
I due non si chiesero di quali sostanze allucinogene abusasse il trickest priest: era chiaro come il sole che doveva trattarsi di roba MOLTO pesante e in dosi massicce, dato che vestiva con un camicione a fiori stile ‘hippie fumato’, pantaloni a zampa di elefante e sandali infradito; completavano l’immagine da perfetto figlio dei fiori un numero imprecisato di collanine pacchiane e braccialetti colorati.
Zelgadiss cercò di conservare la propria sanità mentale ripetendo tra sé come un mantra “è colpa della maledizione, è colpa della maledizione” mentre Valgarv sbottò allibito:
“Dovresti piantarla di sniffare il profumo di Lady Zelas: ti fa male, stupido feticista!”
“Profumo? È roba da scostumate! Non userei mai cose del genere!” intervenne una voce scandalizzata.
In un primo momento i due non riconobbero la donna giunta loro di fronte: vestita con un lungo e severo abito grigio, scarpe a tacco basso, senza trucco e coi capelli raccolti in una crocchia sulla nuca sembrava un’istitutrice vecchio stile. Ebbero quasi un infarto quando capirono che si trattava nientemeno che della Beastmaster!
Lei li guardò con riprovazione: “Dovreste vergognarvi ad andare in giro conciati come dei teppisti! Le nuove generazioni non hanno più il senso della decenza!”
Sentirsi rimproverare in quel modo da colei che era l’epitome della natura animale fu un duro colpo, ma Valgarv si riprese a tempo di record: a differenza dello sciamano il suo spirito di adattamento cominciava già ad assuefarsi al capovolgimento della realtà.
“Dov’è Garv-sama?”
“Lui e Fibrizio ci aspettano in anticamera. Muovetevi, siete gli ultimi: Dynast e Dolphin dovrebbero essere già arrivati.” Lanciò seccata un’occhiataccia a Val: “E tu, giovanotto, rivolgiti con più educazione a una signora! Occhi bassi, dì ‘per favore’ e… santo cielo, datti una pettinata!” storse il naso osservando le ciocche verdi sparate verso l’alto.
Il Drago digrignò i denti soffocando un roco ringhio che gli saliva dalla gola.
Lei lo ignorò e voltò loro le spalle incamminandosi con fare altezzoso: “Accompagnali, Xel… e smettila di fumarti qualunque cosa si possa arrotolare!”
Appena la demone fu fuori portata d’orecchio, Xelloss si affiancò a loro, la sua espressione anche troppo serena stampata in modo indelebile sulla faccia: “Quella vecchia è proprio una palla, non trovate? Ma non fateci caso; rilassatevi… vi va un tiro?” propose allungando la… ‘sigaretta’.
Valgarv lo guardò disgustato (non che di solito lo guardi in modo diverso NdA): “Non ci penso nemmeno!”
Zel rincarò la dose: “Ci basterebbe annusare l’odore di quel che fumi tu per diventare molto più che rilassati… tanto rilassati da essere morti per overdose!”
Xelloss scrollò serafico le spalle e senza intaccare in nulla il suo sorriso si portò l’involto alla bocca e aspirò con profonda voluttà.
Mentre camminavano, Zelgadiss sussurrò a Valgarv: “A quanto pare non solo i Dark Lords, ma tutti i Mazoku sono rimasti vittime del piano dei Nameless!”
“Sei sicuro? In fondo io ho sempre pensato che Xelloss sia strafatto anche al naturale…” ghignò il Drago.
La Chimera lo imitò: “Vero… ma non credo fino a questi livelli.” Tornò serio: “Scherzi a parte, hanno fatto le cose in grande. Mi chiedo dove abbiano trovato tutta l’energia necessaria a mettere in atto un incantesimo così potente e su così ampia scala…”
“Non m’importa come hanno fatto: noi li troveremo e metteremo fine a tutto questo! La pagheranno molto cara per aver osato mettere in ridicolo Garv-sama!”
“E per averci costretti ad assistere a tutto questo” aggiunse il mago spadaccino. Poi un brivido lo colse: “Aspetta! Anche tu ed io siamo in parte Mazoku! Se la maledizione colpisse anche noi?” Zelgadiss provò un fremito nell’anima: perdere il dominio su sé stesso era la sua più grande e inconfessata paura; per questo si era costruito attorno un impenetrabile muraglia di autocontrollo. Ora si trovava davanti alla prospettiva di vedere vanificati tutti i suoi sforzi senza che lui potesse impedirlo… senza poter nemmeno rendersene conto! …e un’oscura paura cominciò a strisciargli sotto la pelle.
Valgarv colse l’ombra che inghiottiva il blu degli occhi dell’amico e con tono secco dichiarò: “No. È la nostra stessa natura mista che ci rende immuni. Un incantesimo di così ampia portata deve avere dei precisi parametri per identificare i suoi bersagli. Se è stato ideato per colpire i Mazoku, allora prenderà in considerazione solo quelli di sangue puro.”
La sicurezza nelle parole del Demone-Drago riuscì a calmare la Chimera e a restituirgli l’abituale lucidità di ragionamento: aveva ragione, naturalmente. La magia deve seguire regole molto precise; e più l’impiego di potere è grande più gli obiettivi devono essere mirati, pena la perdita di controllo sull’incantesimo stesso. Probabilmente neanche tutti i mazoku erano impazziti, ma solo quelli di alta casta.
Queste riflessioni gli resero un po’ di fiducia, così mentre facevano ingresso nell’anticamera poté disporsi ad affrontare gli stravolti Dark Lords.
La buona notizia era che Garv e Fibrizio non vestivano più come un imbratta-tele e un poetastro da strapazzo; quella cattiva era che avevano rispettivamente fatto il cambio con un completo gessato grigio perla di sartoria e un’uniforme da collegiale inglese, con tanto di cravatte ricamate.
Zelgadiss temette che vedere il suo Maestro indossare dei pantaloni con la piega avrebbe definitivamente minato l’autocontrollo di Valgarv, ma il giovane, nonostante gli occhi un po’ lucidi, riuscì a resistere. Per farla breve ed evitare a sé stesso e al Drago ulteriori traumi, s’informò senza ulteriori indugi:
“Lord Dynast e Lady Dolphin?”
Il Re Demone Drago aprì le ante del portone che dava sulla Sala del Concilio: “Si sono già accomodati…” ma non riuscì a terminare la frase, poiché non appena ebbe una visuale dell’interno, come del resto tutti i presenti affacciati alla porta, ammutolì arrossendo per l’imbarazzo.
In effetti i due davano proprio l’impressione di trovarsi perfettamente a loro agio. Dynast era assiso su uno dei seggi attorno al tavolo semicircolare; il fatto che indossasse dei jeans con più strappi che tessuto e una maglietta senza maniche aderente e millimetricamente corta passava quasi in secondo piano rispetto al fatto che tenesse una Dolphin in bikini e pareo seduta sulle proprie ginocchia.
Il tutto però scompariva davanti al dolce, tenero e lunghissimo bacio che univa le loro labbra, in una danza di passione inconcepibile per due persone come loro: tanto freddo l’uno quanto schiva l’altra, nessuno avrebbe mai potuto immaginarli stretti in quell’abbraccio che pareva eterno e indissolubile, che univa le loro essenze simili e complementari come il Mare e il Ghiaccio.
Le reazioni degli involontari spettatori coprirono una vasta gamma di possibilità: l’espressione assolutamente incredula di Zelgadiss faceva da contrappunto agli occhioni commossi e sognanti dell’Hellmaster; Valgarv, più di un tantino invidioso (al posto dei due Dark Lord avrebbe voluto esserci lui con Philia), lanciò un’occhiataccia di rimprovero alla smorfia scandalizzata di Zelas.
L’unico esente dalla sensazione di essere decisamente di troppo era Xelloss, che con tono malizioso e la solita immutabile paresi facciale commentò:
“Oh sì, si sono proprio accomodati benissimo…”
Quest’intervento inopportuno fece spalancare un ceruleo occhio del Re Supremo, il quale lanciò uno sguardo di ghiaccio infuocato che avrebbe potuto distruggere una psiche meno alterata di quella del trickest priest; poi con un’ultima lenta carezza sulle labbra della Regina del Mare si separò da lei, che s’alzò dal suo grembo lasciandosi sfuggire un sospiro di rammarico e sbuffò indispettita:
“La cominciamo o no questa riunione?”
“Spero che questa seccatura serva almeno a qualcosa.” Aggiunse Dynast; forse per la prima volta la sua voce possedeva un tono riconoscibile… peccato si trattasse di una non tanto celata irritazione.
Ritenendo oltremodo prudente NON scoprire fino a che punto il temperamento del glaciale Lord si fosse sciolto, anche gli altri Demoni Superiori s’affrettarono a prendere posto così che il Concilio potesse cominciare.
Zelgadiss immaginava che sarebbe spettata a lui l’esposizione dei fatti, ma di fronte a quelle persone che sembravano non avere più nulla in comune con i Mazoku che conosceva (più o meno) si ritrovò per un attimo indeciso.
Innanzitutto doveva accertarsi dell’esatta entità dello stravolgimento avvenuto per poterne quantificare le conseguenze. Così risolvette di arrivare al problema prendendolo alle larghe.
“Almeno vi rendete conto che vi state comportando in modo folle?”
Valgarv aveva dimostrato una volta in più di possedere un formidabile tempismo e nessuna traccia di diplomazia. Lo sciamano scrollò con sconforto la testa: da qualche parte si doveva pur cominciare. Almeno ora la bomba era stata lanciata, anche se le reazioni non erano proprio quelle che si aspettava. Infatti tutti i Demoni fissarono il giovane dai capelli verdi con espressioni di pura incomprensione.
No, non se ne rendevano conto. I due lo avvertirono in modo chiaro come se l’avessero urlato.
Garv si rivolse al proprio allievo con tono di placida dialettica, come un padre che tenta di far ragionare un figlio adolescente:
“A cosa ti riferisci esattamente, piccolo?”
“Non chiamarmi così!” sbottò Val con un’incrinatura quasi isterica nella voce. “Non ti riconosco più! Tu e tutti gli altri Dark Lord siete vittime di un maleficio! Un incantesimo che fa parte del piano ordito dai Nameless per catturarvi e prosciugarvi dei vostri poteri! Dobbiamo unire le forze e combatterli!”
Al termine di quell’appassionata arringa riprese fiato e insieme a Zelgadiss, muto e impassibile come una statua (^^;;) osservò le reazioni dei presenti.
Dynast, Dolphin e Zelas lo guardavano come se fosse pazzo; parevano aver dimenticato del tutto l’esistenza degli alieni senza nome. Xelloss aspirò un’altra ‘stupefacente’ boccata di fumo. Fibrizio si mordicchiava un labbro, in imbarazzo, dibattuto tra il desiderio di esprimersi e il timore di risultare scortese. Garv invece appariva sinceramente perplesso:
“Ma… combattendo c’è il rischio di farsi male…”
Questo fu davvero troppo per Valgarv: per la prima volta in mille anni il suo spirito indomito non riuscì a sostenere il peso della situazione.
Svenne.
Riprese i sensi circondato da un calore familiare, intenso e rassicurante quanto il profumo virile che raggiunse le sue narici; per cui quando riaprì gli occhi non fu sorpreso di ritrovarsi sorretto dalle forti braccia di Garv. L’evidente luce di preoccupazione che vide nei profondi smeraldi del Maestro gli rese le forze: finché avesse avuto l’affetto del proprio padre adottivo, Valgarv non si sarebbe mai lasciato andare.
Si ricaricò di coraggio e determinazione: doveva continuare a lottare, anche per lui.
Rassicurò con un mezzo sorriso il Re Demone Drago e la Chimera chini al suo fianco e si rialzò. Capì di essere rimasto privo di sensi solo per pochi secondi, dato che nessuno dei presenti pareva aver espresso opinioni in proposito al discorso in atto.
Xelloss emanò la propria sentenza in una nuvola di fumo (classificabile come arma chimica per lo sterminio di massa): “La Pace è la vera strada per la felicità dell’anima! Non c’è niente di meglio al mondo… oltre al libero amore, è ovvio!” aggiunse, mentre servendosi della tecnica del ‘pugile ubriaco’ (anche se in questo caso sarebbe più adatta la definizione di ‘maniaco cannato’) si spostava verso Dolphin tentando di palparla.
“Giù le luride zampacce, porco!” esclamò la Regina Azzurra non appena se ne accorse.
Le intenzioni del pervertito rimasero pura utopia, poiché al solo accenno di gesto osceno Dynast scattò fulmineo ad afferrargli il braccio e a torcerlo in modo molto poco aerodinamico (ma in compenso molto, molto doloroso) dietro la schiena del subordinato, che fu raggiunto in rapidissima successione da un calcio dietro le rotule, una ginocchiata allo stomaco, un gancio alla mascella e un colpo di gomito tra le scapole.
Per concludere in bellezza, il mucchietto uggiolante e rattrappito che pochi istanti prima era stato Xelloss fu scaraventato fuori dalla sala (attraverso un muro) da una pedata nel sedere degna di un calciatore di serie A.
* ola sugli spalti *
Liberatosi dell’importuno, il Re Bianco tornò a sedersi con un sogghigno soddisfatto del tutto inedito sul suo viso dai lineamenti aristocratici e perfetti che sembravano scolpiti nell’insensibile marmo. La gelida fiamma che ardeva glauca nei suoi occhi fu smorzata da una goccia di dolcezza quando Dolphin gli posò un tenero bacio sulla guancia quale silenzioso ringraziamento.
Gli altri che avevano assistito alla scena impiegarono un po’ di tempo per ridimensionare i loro bulbi oculari (divenuti larghi come piattini da caffè con la pupilla ridotta ad un puntino) e recuperare l’uso delle facoltà mentali.
Zelgadiss ne approfittò per rivelare a Valgarv, in un rapido sussurro, le conclusioni a cui era giunto:
“Parlare con loro in questo stato è del tutto inutile. Ricordano a malapena la propria identità e niente dei Nameless e di tutto il resto; in queste condizioni non riuscirebbero mai a usare i loro poteri demoniaci anche solo per difendersi, figuriamoci per muovere un attacco.”
“Allora cosa pensi dovremmo fare?”
“Al solito: arrangiarci.”
Lo sciamano avanzò fino a porsi al centro del semicerchio formato dal grande tavolo di pietra scolpita e a voce alta dichiarò: “Volevamo informarvi di avere trovato una traccia riguardo ai Nameless – di cui sicuramente sapete già tutto” non poté trattenersi di aggiungere con amaro sarcasmo che non venne colto dai Dark Lord “per cui chiediamo ufficialmente il permesso di agire di nostra libera iniziativa.”
< Il che significa, in parole povere, fare quel che ci pare > pensò tra sé Valgarv.
I Demoni Superiori scambiarono tra loro uno sguardo ben poco interessato; infine fu Dolphin a decretare: “Fate come volete. Siete liberi di agire a vostra discrezione.”
“Avete carta bianca.” Confermò Dynast; tese la mano verso la Lady marina seduta al suo fianco e non appena essa intrecciò le proprie dita alle sue, scomparvero entrambi.
Zelas si alzò sbuffando per quella che considerava una mera perdita di tempo e uscì dalla sala borbottando qualcosa sul dover recuperare un subordinato idiota e privo di senso del pudore.
Garv s’avvicinò al figlio adottivo: “Dovete partire subito?” al cenno affermativo sospirò: “So che siete forti e intelligenti, ragazzi, sapete cavarvela da soli e non avete certo bisogno delle scontate raccomandazioni di un padre iperprotettivo; ma permettetemi di ripeterle lo stesso, così mi sentirò più tranquillo: state attenti, non fatevi male e tornate presto.” Concluse con un mezzo sorriso.
Valgarv provò un malinconico senso di commozione e d’impulso l’abbracciò:
“Sistemeremo tutto, te lo prometto. Fidati di me.”
La stretta fiduciosa del Re Rosso fu la risposta più eloquente, che rafforzò ancora di più la determinazione del giovane Drago. Scioltosi dall’abbraccio, appoggiò una mano sulla spalla della Chimera; Garv alzò una mano in segno di saluto e i due giovani scomparvero.
Nel frattempo, Uriel e Claudia avevano lasciato alle loro spalle i sobborghi di Seillune; intrapresa la strada che uscendo dalla Porta Nord dirigeva verso la regione dei monti Kataart, decisero di sostare al lato della carreggiata in attesa del ritorno delle due guide.
Uriel, curioso come un cucciolo, ne approfittò per scoprire qualcosa di più sul conto del nuovo elemento del gruppo. Claudia, cresciuta ed educata come un’autentica principessa da severi precettori, non aveva mai avuto molte possibilità di interazione con ragazzi suoi coetanei, almeno a livello informale. Per questo motivo in un primo momento risultò un po’ impacciata; ma riuscì presto a superare l’imbarazzo grazie all’atteggiamento amichevole e spigliato che il biondino sapeva imprimere al discorso.
Così in breve i due figli dei più grandi eroi umani del mondo si ritrovarono a chiacchierare come vecchi amici. Il ragazzo le raccontò tutto della sua vita di cadetto all’Accademia di Spada&Magia, a partire dagli aneddoti spassosi fino a quanto facesse schifo il cibo della mensa; da parte sua Claudia giunse a confessare come a volte la vita di palazzo le sembrasse noiosa e ripetitiva e lei si rifugiasse nei racconti riguardanti le passate avventure che avevano visto protagonista sua madre.
“Dunque anche tu ti sei unita a noi per amore dell’avventura? Alla ricerca di onore e gloria?” chiese lo spadaccino con un sorriso soddisfatto.
Claudia arrossì un poco; non sapeva spiegarsi il perché, ma di fronte a quel sorriso sincero sentiva l’impellente impulso ad essere onesta fino in fondo: non avrebbe potuto né voluto tenere un segreto con quel nuovo amico.
“In realtà la ragione primaria per cui ho deciso di prendere parte a questa spedizione riguarda Zelgadiss-san; vorrei conoscerlo meglio… e che lui conoscesse me…”
“Sei innamorata di lui?”
Il tono di Uriel era talmente mutato che la principessa quasi non riconobbe la voce del solare ragazzo in quella domanda seria e cupa, rispecchiata nelle nubi che rendevano i suoi occhi castano rossicci profonde pozze di ombre porpora.
“Si.” Ammise, resa inquieta da quel repentino cambiamento.
L’altro scosse il capo, e ciuffi di capelli biondi danzarono davanti al suo sguardo scuro:
“Stai ingannando te stessa. Ammetti di non averlo mai visto prima, eppure affermi di amarlo? Com’è possibile?”
“Io lo amo.” Ripeté Claudia con la massima calma. Nonostante le affermazioni di Uriel avessero colpito un punto vulnerabile, non potevano intaccare la sua determinazione, che la rivestiva come un’armatura dura quanto il diamante.
Lo spadaccino lo capì e con un sospiro un po’ esasperato spiegò:
“Tu sei innamorata della sua leggenda, non di lui. Non intendo biasimarti per questo; io per primo vivo tra le gesta del passato, considerandole più reali del mondo che mi circonda. Per questo motivo ho intrapreso il viaggio: voglio smettere di limitarmi a sognare, voglio crearmi la MIA leggenda. I miei genitori mi hanno tramandato un’eredità grandiosa, ma contemplarla non mi basta più: voglio eguagliarla e incrementarla ancor di più!”
“E saresti disposto a qualunque cosa per riuscirci? Pensaci bene prima di rispondere.” Chiese Claudia in tono molto serio.
“Qualunque cosa.” Decretò in tono definitivo.
Sul viso della giovane principessa comparve un lieve sorriso che non si estese ai suoi occhi, rimasti pensosi: “Siamo più simili di quanto credessi. Entrambi aspiriamo al mito e lo desideriamo per noi: io nella forma della persona che amo, tu volendone fare parte.” Chiuse gli occhi e sospirò “Per entrambi si prospetta una dura lotta; la grande differenza sta nell’atteggiamento con cui intendiamo affrontarla. Io prendo esempio dalla sicurezza della terra e dalla costanza dell’acqua, che goccia a goccia erode anche le rocce più dure. Tu invece sembri celare nel tuo animo l’impeto irrefrenabile del vento e l’ardore selvaggio del fuoco.”
Lo sguardo di Uriel si rischiarò: “Allora resta solo da vedere chi di noi conseguirà per primo il suo scopo! Scommettiamo che vincerò io?”
“Vincere cosa?” intervenne la voce di Zelgadiss, comparso in quell’istante al fianco di Valgarv.
Claudia arrossì; il biondino si limitò ad ammiccare e le sue labbra si aprirono in un sorriso da monello: “Niente d’importante. Abbiamo deciso di fare una piccola gara tra noi.”
“E la posta in gioco?”
I due lo guardarono con aria interrogativa.
“Per ogni scommessa deve esserci qualcosa in palio, fosse anche solo il dover ammettere la ragione del vincitore.” Spiegò con un mezzo sorriso.
“A dire il vero non l’abbiamo ancora stabilito.” Rivelò Claudia.
Valgarv l’interruppe: “Ci penserete in seguito; sbrighiamoci a partire, altrimenti vi mollo qui e vado da solo!”
La tensione e l’urgenza quasi palpabili emanate da quelle iridi d’oro lucente fecero capire anche ai due ragazzi quanto la situazione fosse critica.
Così, senza perdere altro tempo, Val assunse di nuovo le sue sembianze di Drago Ancestrale; il terzetto ebbe a malapena il tempo di assicurarsi alle scaglie della sua ampia schiena: spalancò le immense ali ricoperte di lunghe piume nere e sotto la spinta delle possenti zampe s’innalzò a dominare il cielo.
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