| I GHIACCI DELLA NOTTE | |||
| capitolo 01: IL CANTO DEL VENTO |
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Il sole al tramonto, in quella fine di estate polare, disegnava oscure ombre sulla gelida parete del ghiacciaio che ospitava il Palazzo dei Ghiacci Eterni. Noncuranti, a poca distanza dalla residenza del demoniaco Lord Glaciale, una coppia di volpi artiche si rincorreva in una danza sfrenata, saltando e mugolando in una giocosa lite per un brandello di carne. Come un monito, una sferzata di vento gelido ricordò a chiunque risiedesse in quei luoghi che la notte era imminente, e che con lei sarebbe giunto un freddo profondo, in cui già si annunciava l’autunno. Ma non tutte le notti erano come quella. Non c’era alcuna traccia del timido e nervoso preludio dell’aurora boreale, in quel tramonto. Non in quella notte. Il sole ormai stava gettando i suoi ultimi raggi, e con essi il suo addio a quelle terre, quando Ejszaka si riscosse. Forse un breve respiro, e gli occhi si aprirono in uno spiraglio che lasciava trapelare appena il gelido bagliore dei suoi occhi del colore del mare dei ghiacci. Con quel particolare modo di muoversi che la distingueva, Ejszaka si alzò, rivelando le pupille dal taglio felino e stiracchiando le pallide mani affusolate. Aveva da fare. La Lunga Notte, come certi dei villaggi umani chiamavano la Notte di Ghiaccio, non poteva attendere. Poche cose erano lasciate al caso in quell’unica notte dell’anno in cui si celebrava l’avvento delle tenebre glaciali e la stagione invernale, nel regno del Re Supremo dei Ghiacci. Eppure, malgrado fosse noto quanto poco Ejszaka fosse in grado di provare sentimenti, era vagamente inquieta. Qualcosa non la lasciava stare, o meglio non lasciava stare il suo finissimo udito. Sì, perché il vento ululava e sibilava fra i ghiacci di quella spettacolare struttura che si protendeva fino al nero mare del nord, ma non come sempre. Mentre si dirigeva verso l’entrata principale del palazzo del suo Signore, Ejszaka socchiuse nuovamente gli occhi e inclinò lievemente la testa di lato, in ascolto. I suoi lunghissimi capelli, di un azzurro così pallido da sembrare bianchi, ondeggiavano tesi sotto il crudele tocco di quel vento che cercava di ascoltare. Riaprì gli occhi, e si inginocchiò. Davanti a lei, due ragazzi sui vent’anni, dal volto asciutto e duro come pietra. Impossibile sbagliarsi, i due priest di Dynast Graushella erano gemelli, identici in ogni tratto del viso scolpito e del fisico slanciato come una lama di coltello, gli occhi come due schegge di ghiaccio bruciante. Solo i capelli, in Grau erano bianchi e scintillanti come neve, a differenza di Grou che lasciava sciolta sulle spalle una capigliatura oscura come i gorghi del mare nella notte. Non una parola fu scambiata, e i priest proseguirono lungo il tagliente sentiero che si allontanava dal ghiacciaio. Si rialzò, e pochi passi dopo Ejszaka si rivolse a colui che aveva già intravisto a braccia conserte nell’ombra del portone. Svartur era fra i demoni al servizio dell’Ha-Ou quello che più assomigliava a un amico per Ejszaka. Riflessivo e immerso in complessi studi di magia nera, Svartur aveva una sorta di simpatia, quasi condiscendenza, per la demone dedita alle armi e al combattimento. In qualche modo si completavano. Lui stesso faceva mostra di un fisico resistente e letale come l’acciaio, per quanto il micidiale muoversi di Ejszaka non lasciasse speranze per nessun avversario. Semplicemente aveva un che di ipnotico, sembrava che non si fosse mossa affatto eppure un istante dopo era altrove, e l’incauto non poteva fare altro che toccarsi la gola, bagnata di sangue, per un’ultima volta. Certo, come tutti i demoni sfruttava ampiamente anche lei la magia nera, forte di un potenziale magico sopra la norma. Aveva ricevuto un quantitativo di energia demoniaca persino fuori scala, che però si limitava ad usare seguendo l’istinto, forse non avendo ben chiaro come gestirlo a fondo. In questo Svartur le era largamente superiore. C’era un bagliore particolare, che provocava una stretta al cuore, negli occhi blu ghiaccio di quel demone. Quando i lunghi capelli neri non gli ricadevano sul volto, si poteva scorgere nel suo sguardo qualcosa che si poteva chiamare solo omicidio. Salvo i due priest, nessuno nel Regno dei Ghiacci Eterni conosceva la magia nera come lui, e nei secoli trascorsi a respirare la fredda aria della biblioteca sotterranea, ogni forma di crudeltà demoniaca aveva trovato nella sua mente l’incantesimo in cui realizzarsi, il gesto da cui sprigionarsi. Nascosto dietro qualche ciocca spiovente, uno sguardo indagatore di Svartur la informò che le concedeva la sua attenzione. “Senti il vento” esordì Ejszaka. Svartur scivolò fuori dall’ombra del portone e si fermò di fronte ad esso, le braccia inerti lungo il corpo. “Credo di averti capito Ej, non è normale” rispose la sua voce fredda e piana come una superficie di metallo. “Ma non basta” “No, Svart. Non basta a noi”. Svartur si voltò verso Ejszaka traendo un respiro piuttosto profondo. La demone restò immobile, fino a che Svartur non si rese conto di averla al proprio fianco. “Conosci altre strade?” “Se non hai ragione…” la voce di Svartur svanì nel sommesso ululato del vento, ora più calmo. “Sappiamo entrambi che il mio udito non ha pari nelle terre dominate dal nostro Padrone, e ciò che tu hai percepito con fatica è per me un canto distinto. Non è detto che il Lord Glaciale sia al corrente di questo”. “Sai che se lo importuni per niente ti potrà salvare solo Shabranigdo-sama… oh, lo sai anche tu, devi essere proprio sicura di ciò che stai facendo…” Con un lieve movimento, quasi a scuotere la testa, Svartur si avviò con passo elegante e cadenzato verso l’abituale scala per le segrete. La biblioteca sotterranea, una grotta naturale del ghiacciaio interamente intarsiata con rune demoniache risalenti a molto prima della Kouma Sensou, era quasi confinante con il complicato intrico di segrete e sale di tortura che solo LoN sapeva dove finissero. Quella parte del Palazzo dei Ghiacci Eterni era la sola, a parte i quartieri privati del Dark Lord, ad essere composta di cavità naturali, in cui qualche corso d’acqua gelida, creato dal ghiaccio in scioglimento, animava nelle ore più calde i ripidi corridoi. Qualunque umano avrebbe avuto serie difficoltà a percorrerli senza ramponi da ghiaccio, ma Svartur e ogni demone di quelle terre sapevano camminare sul ghiaccio con estrema naturalezza, e giunse con facilità a una sezione un po’ diroccata della biblioteca. Sedendosi accanto a una parete di ghiaccio trasparente che dava sull’enorme voragine al centro del ghiacciaio, Svartur si concesse un pensiero svagato: demoni minori stavano istoriando alcune delle sale da cui era passato, quelle nuove in cui sarebbero stati aggiunti i testi magici frutto del genio di Lei Magnus. Lei Magnus. Svartur se lo ricordava, per quanto a un giovane demone appena creato quale era a quei tempi non fosse concesso alzare la testa dinnanzi a un frammento di Shabranigdo, tanto meno avvicinarsi troppo. Da quel che aveva intravisto delle rune appena incise, sembrava che Dynast-sama avesse deciso di far istoriare quelle pareti con episodi della Kouma Sensou. Anche quella ricordava. Per quanto avesse combattuto fra i demoni minori come apprendista, erano passati non più di cinquecento anni e quei combattimenti vivevano ancora nitidi nella sua memoria. Cinquecento anni, e appena negli ultimi cento le forze demoniache avevano iniziato ad espandersi. Le aure dei Dark Lord erano più potenti, e in ogni regno demoniaco un richiamo sommesso e costante attirava demoni brass ed elementali maligni al proprio Signore. Alzò gli occhi. Nelle sale più antiche erano raccontati episodi di cui solo il Lord Glaciale e i suoi fratelli avevano memoria. Non che il Re dei Ghiacci Eterni scendesse spesso in quelle sale, più frequentemente imboccava il corridoio che portava alle segrete, ma aveva ugualmente voluto che la creazione di loro cinque e la frammentazione del Maou Shabranigdo venissero incise in quello scrigno di preziosissimi testi antichi quasi quanto lui. Svartur emise un breve sospiro, e si voltò a guardare la cascata che scrosciava da un’altezza inimmaginabile fin nell’abisso. Le pareti, di un ghiaccio fine e trasparente, davano luce a tutte le sale che si affacciavano sulla voragine, e giocavano con la fredda luce che scintillava sulla cascata. A quell’ora, solo un cupo baluginio rivelava alla vista la presenza della cascata, il sole non avrebbe più fatto ritorno per sei mesi. Le stelle scintillavano fredde, come diamanti di ghiaccio in quel cielo nero che tutto avvolgeva. La distesa bianca era immersa nell’ombra, e a perdita d’occhio si poteva intuire un ghiacciaio immenso di cui quella pianura tormentata dal vento non era che una parte. Una parte vitale. Lì infatti terminava una lingua del ghiacciaio che l’Ha-Ou aveva eletto a sua dimora, composta di ghiaccio antico e scuro, duro e tagliente come pietra. Ejszaka contemplava la massa scura del Palazzo dei Ghiacci Eterni fare ombra al cielo nero punteggiato di stelle, e respirava ritmicamente, immobile e quasi assente in quel suo stato di massima concentrazione che solo chi aveva già visto poteva riconoscere. In fondo, aveva deciso. Svartur non aveva detto di no, e questo non solo voleva dire che chiedere udienza al suo Padrone si poteva fare, ma, cosa più inquietante, voleva dire che lei aveva una ragione decisamente ben fondata per poter osare tanto. Si avviò a passo rapido e fluido lungo il bordo dell’imponente lingua di ghiaccio, ignorando quei pochi demoni brass che ancora si attardavano nei loro infimi compiti. Il portone principale era sbarrato, come sempre nelle occasioni importanti: solo l’aura di un demone subordinato, o quella del Lord Glaciale stesso, avrebbero potuto far scivolare sui loro cardini le due enormi ante istoriate che costituivano il portone centrale. Il riflesso bluastro di una torcia azzurra su una parete di ghiaccio le indicò una piccola porta ancora aperta, l’ingresso di una sala per le guardie del Palazzo in cui entrando Ejszaka si trovò davanti a una presenza inaspettata. “Gaoth, quanto tempo...” Una presenza del tutto inaspettata. Gaoth un tempo era stato umano, ma non si poteva dire che ora fosse un elementale del ghiaccio. Il volto scavato, la pelle tanto bianca da sembrare alabastro, e negli occhi azzurri una luce antica. Chi poteva ricordare quanto avesse vissuto Gaoth? Per quel che ne sapeva, lei era stata creata quando lui era già morto da tempo. Sì, non si poteva definire del tutto “vita” quella dei membri della Guardia Glaciale. Araldi del Signore del Gelo in tutte le terre del nord abitate da umani, su di loro venivano sussurrate molte leggende: richiedevano bambini in dono, e solo con gli umani che accettavano questo si mostravano… come dire… tolleranti. Perché chiunque avesse visto uno di loro non tornava a raccontarlo, e la fantasia popolare si sbizzarriva nel narrare le morti più atroci per coloro che al momento di chiudere le porte del villaggio per la notte non erano presenti all’appello. In verità il loro compito principale non era altro che costituire la guardia militare di Dynast Grawshella, e coloro che avevano la ventura di imbattersi in loro potevano essere tanto fortunati da venirne giudicati degni. Volenti o nolenti, quando l’Unica Spada, composta da un misterioso ghiaccio di un azzurro perfino incandescente, ne aveva trapassato il cuore, la loro nuova vita era interamente fedele e devota al loro Signore, e i caratteristici occhi azzurri che assumevano dopo quel trapasso ne erano eterna e visibile testimonianza. Ejszaka si riprese dal vago stupore, e si rivolse a lui cercando di impedire alla curiosità di fissare insistentemente l’Unica Spada che pendeva al suo fianco. “Gaoth, chiedo udienza al mio Padrone”. Un tono formale, vagamente cantilenante. Se nella caratteristica assenza di sentimenti in Ejszaka si era insinuata dell’ansia, la sua voce la mascherava bene. Immersa nella concentrazione e compresa nel ruolo formale, vietava alla sua mente di indugiare sulla natura della sua richiesta. Forse era con curiosità che la fissavano quei due occhi azzurro intenso, forse c’era della sorpresa. In ogni caso non era certo la prima volta per Gaoth, a cui spettava il compito, come comandante in capo della Guardia Glaciale, di vagliare le domande di udienza al Dark Lord dei Ghiacci. E conosceva bene Ejszaka. Aveva ormai dimenticato le foreste in cui la sua vita era mutata per sempre, quando era venuto a conoscenza di alcune voci su una giovanissima demone, la cui abilità in combattimento non aveva pari. L’aveva vista scivolare nei secoli con quell’andatura fluida e ipnotica, quella voce quasi sussurrata. E ad ogni Inverno era sempre più forte, sempre più veloce, sempre più letale. L’abilità con cui mascherava le proprie intenzioni in combattimento l’aveva resa fra i più pericolosi demoni in circolazione, per quanto con la spada sia lui che la general Shella fossero migliori di lei. “Quale motivo?” La semplice domanda di rito venne posta nel tono duro e secco che secoli di comando avevano impresso nella voce di Gaoth. Si scostò una ciocca di capelli dalla fronte. Potevano passare per bianchi, ma in realtà erano biondi. Il tipico biondo chiarissimo della Guardia Glaciale. Non era facile distinguere i membri della Guardia, se non per i lineamenti. I criteri per cui venivano selezionati facevano sì che anche la loro corporatura avesse dei tratti in comune a tutti. “Ho notizie di cui il mio Signore mi permetto di ritenere debba essere informato”. Dire che Ejszaka si era studiata quella frase era forse eccessivo, ma non molto lontano dal vero. La miglior cosa da fare quando si entrava in relazione con Dynast Graushella era pensare a cosa si diceva, pensarvi a lungo e bene. Se i demoni dei ghiacci erano ben poco loquaci, l’Ha-Ou aveva in più una scarsissima pazienza verso chi lo disturbava per qualcosa privo di seria importanza. Chiunque si fosse recato in visita nelle sale di tortura avrebbe potuto confermarlo. Gaoth si alzò dalla sedia con un movimento rilassato, che non poteva celare la potenza della sua muscolatura, creata in secoli di addestramento. La sua mano si strinse in una leggera morsa attorno alla torcia di ghiaccio da cui fiamme fantasma spandevano una cangiante luce bluastra nella piccola sala. Senza una parola, si voltò e imboccò uno stretto corridoio. Sì, conosceva bene Ejszaka. Diversamente avrebbe giurato che lei non lo aveva seguito. Invece sapeva per istinto che era dietro di lui, silenziosa come un’ombra. Un leggerissimo strato di neve, fine come brina, ricopriva il pavimento della grande sala del trono di Dynast. Altissime colonne di un ghiaccio blu chiarissimo si attorcigliavano su se stesse per molti metri fino ad uno spettacolare soffitto intarsiato. Un’attenta contemplazione avrebbe notato che quel complesso e raffinato intrico era composto da cristalli di ghiaccio, migliaia di cristalli di tutte le dimensioni, e che nessuno era uguale all’altro. Piccoli diamanti di ghiaccio costellavano la trama dei cristalli, dando la sensazione di una volta stellata. La pareti apparivano spoglie, lisce, scintillanti, ma viste da vicino rivelavano di essere intagliate: un coltello dalla punta finissima vi aveva inciso nitide immagini di Shabranigdo e i migliori massacri di draghi a cui il Dark Lord avesse avuto modo di assistere. Di fronte all’alto portale a sesto acuto, color azzurro intenso, alcuni gradini di ghiaccio completamente trasparente si elevavano concentrici fino ad un altissimo trono. La spalliera si elevava in aguzze volute, come un torrente improvvisamente gelato nel pieno della corsa. I braccioli del trono si allungavano fino alle affilate teste di lupi artici che li ornavano. Regnava il silenzio in quella sala. Un silenzio e un’immobilità così profondi da stordire. L’aria era secca, profondamente gelida: nessun luogo nel Nord poteva vantare temperature simili. Perfettamente a suo agio in quell’ambiente che lo rispecchiava in pieno, diventava quasi difficile scorgere il Dark Lord, come se fosse mimetizzato nella sala. Eppure era lì, accanto a una colonna, gli occhi chiusi, assorto in pensieri di tenebra. Mosse qualche passo. Un lievissimo pulviscolo di brina si alzò dal pavimento, vorticando intorno al lunghissimo strascico del mantello. Dynast Graushella era magro, alto, affilato, e l’elaborato panneggio delle tuniche celava la muscolatura potente e robusta. Si muoveva in modo estremamente sciolto, senza sforzo, come annullando la forza di gravità. In occasione della Notte di Ghiaccio, il primogenito di Shabranigdo aveva scelto una tunica di un freddo colore blu notte, dalle maniche tanto ampie da toccare terra, che si incrociava innumerevoli volte sul petto e scendeva da ciascun fianco fino a terra in due strati che si incrociavano davanti e dietro. Sotto la tunica, il suo consueto abbigliamento: pantaloni e giacca aderenti, di taglio vagamente marziale, il cui bianco abbagliante era attenuato da un’infinita serie di istoriazioni color della nebbia. Alti stivali del più freddo degli azzurri, con lievi decori grigio ghiaccio che riprendevano i motivi della divisa bianca, completavano il tutto. Sulle ampie spalle poggiava morbido un lunghissimo mantello cangiante. Quando si muoveva, le pieghe assumevano una tonalità blu cupo, e l’insieme era un caleidoscopio di azzurro e blu che variava ad ogni movimento del Lord Glaciale. Non si voltò neppure, ma si fermò a pochi passi dal trono mentre Gaoth si gettava in ginocchio e a testa china lo informava della presenza di Ejszaka. Un impercettibile cenno del capo, e Gaoth si prosternò congedandosi. Gli occhi di Dynast si aprirono, e per un istante il mondo parve congelarsi. Non vi era nulla di umano in quei gelidi occhi. Erano azzurri, così chiari da apparire quasi bianchi, eppure un azzurro così intenso e così gelido che ustionava. La lunga e nera pupilla felina era una fessura sottile in quei frammenti di puro ghiaccio. La stanza era avvolta in un crepuscolo perenne, che si riflesse sui lunghi capelli di Dynast mentre saliva con eleganza i gradini che portavano al suo trono. Erano lunghi ben oltre le spalle, di un nero che forse non era altro che un blu infinitamente scuro, cosparsi di una leggera brina che riluceva come diamanti. Si voltò e si sedette composto sul trono, appoggiando le mani lunghe e affusolate sulle teste dei lupi. La pelle era pallida, bianchissima, senza un’imperfezione. Aveva unghie trasparenti, quasi brillanti, che terminavano in sottili artigli leggermente ricurvi, taglienti come rasoi. Tutti i Dark Lord avevano una bellezza superiore a quella umana, ma Dynast Graushella era bellissimo anche per gli standard demoniaci. I lineamenti perfetti, alla greca, le labbra sottili dal taglio crudele, gli occhi grandi e leggermente allungati, il naso dritto. Il suo volto sembrava scolpito nel ghiaccio, tale era l’impassibilità che lo caratterizzava. Il fascino personale dell’Ha-Ou risiedeva nella somma eleganza e nella compostezza perfino aristocratica del suo portamento, nella severità e nella durezza fuse alla più sopraffina crudeltà demoniaca, in quella bellezza sovrumana in cui echeggiava costantemente un gelo che incuteva terrore. La sua mente fredda, l’attitudine alla lunga riflessione e il misto di determinazione e gelida ferocia che infondeva nei suoi piani gli erano valsi la nomea di più spietato fra i Dark Lord. Era un guerriero micidiale, i cui selvaggi istinti demoniaci erano gelidi quanto il suo pensiero, cosa che aveva indotto Lei Magnus a farne un eccellente stratega nella Kouma Sensou. La perfidia del Frammento di Shabranigdo era inarrivabile perfino per un Dark Lord, ma era a Dynast che Lei Magnus affidava il perfezionamento e il compimento delle proprie strategie. I suoi fratelli non avevano tardato a scoprire un profondo interesse in lui per la magia nera, che l’aveva reso fra loro il depositario delle più arcane e remote conoscenze demoniache. Non era un caso che i suoi primi subordinati, i Gemelli Glaciali, fossero due priest e svettassero sui loro pari per profondità e vastità delle conoscenze. Il loro Master doveva averli istruiti di persona. Non indugiò ad ammirare la sala, che percorse con gli occhi fissi a terra. Giunta a metà si prosternò e rimase in silenzio. Gli occhi fissi alla lieve coltre di neve, attese immobile. “Che cosa ti porta qui?” Una voce remota, fredda come il vento di montagna, la interrogò in tono pacato. Un tono quasi cordiale, ma che trasmetteva una sottile e profonda sensazione di gelo. Qualcosa che faceva venire freddo nel profondo. Ejszaka si scoprì senza voce. Poteva percepire l’aura del suo Signore, che per quanto trattenuta era pur sempre spaventosamente potente, e non c’era modo di celarla del tutto. Era qualcosa di schiacciante. Lei conosceva l’aura dei suoi subordinati, che ogni tanto vedeva passare. Aveva perfino percepito le aure congiunte dei due priest gemelli. Ma non era nulla di paragonabile a... questo. Era trascorso un battito di ciglia quando si rese conto che il Lord Glaciale attendeva una risposta. Lottando per ritrovare il controllo, inspirò profondamente. La coscienza di quanto poco il suo Padrone fosse incline alla pazienza verso i propri subordinati diffondeva in lei una sgradevole sensazione di panico, ma ogni secondo che lasciava passare l’avvicinava sempre di più alle temute conseguenze. Il suo cuore perse qualche battito. Cosa stava succedendo? Aveva l’impressione che dei tentacoli di nebbia gelida le si insinuassero nella mente, frugando. Ci mise qualche secondo a capire. Chinò ancora di più la testa e non oppose resistenza. Il Dark Lord frugò nella mente di Ejszaka quanto bastava per rendersi conto della situazione. Anomalo, irregolare, il sibilo nel vento che il finissimo udito di Ejszaka aveva percepito era decisamente qualcosa di insolito. E peggio ancora, qualcosa di stranamente familiare. Un rapido gesto della mano, ed Ejszaka si ritirò in silenzio. Dynast si lasciò andare ai ricordi, pensoso. Con le sottili sopracciglia appena corrugate, tornò con la mente agli albori della potenza demoniaca, a Shabranigdo nella sua forma completa, e alle leggende che circolavano ai tempi. Ricordò il ghigno malefico che in Lei Magnus indicò a Phibrizio il risveglio di un settimo del loro Master, e le leggende che diventavano polvere nelle biblioteche. Scosse lievemente la testa. Per quanto Lei Magnus emanasse un’aura potente, che rendeva estremamente facile localizzare la reggia che i suoi cinque subordinati avevano creato per lui sui Kataart, quel... qualcosa non aveva a che fare con lui. Inoltre, era meno potente. Le unghie affilate scivolarono pensose sugli intarsi di diamante blu che ornavano l’elsa della sua spada, lentamente. Meno potente di Lei Magnus, ma più potente dell’aura di quella lama intrisa di magia nera. In un battito di ciglia si alzò dal trono e scese i gradini. Le porte della sala scivolarono silenziose sui cardini e lo lasciarono passare. La notte era ormai completamente calata, ma le pupille feline di Dynast non ebbero difficoltà ad adattarsi al buio che invadeva le sale. Il lungo strascico emetteva un lieve fruscio che andava a confondersi con il gorgoglio della cascata avvolta nell’ombra, mentre il Lord Glaciale scendeva con passo calmo e deciso gli scalini che conducevano alla biblioteca. Chiuse gli occhi un istante, trovò Shella. “Invita i miei fratelli a una riunione qui. Prima possibile”. Non attese risposta affermativa. Per un istante considerò l’opportunità di informare Lei Magnus. Continuò a scendere. Se era come pensava, la memoria di Shabranigdo in Lei-sama sapeva già tutto quello che lui stava cercando di capire. E il fatto che non avesse deciso di metterlo al corrente, diceva già molte cose. L’ultimo lembo del suo lungo mantello cangiante scomparve nella tenebra della biblioteca. |
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