KALEIDOSCOPE
capitolo 07:
28 aprile - 10 maggio
STAGNATION

Mentre nella reggia esplodeva una tremenda agitazione, Ziras e Vargarv arrivarono alla fine della strada. Il volpone teneva un'andatura sostenuta e guardava continuamente dietro. Ogni talismano approntato per celare l'identità di Vargarv era fuori uso. E il trovar le mura per metà abbattute era stato la goccia che fa traboccare il vaso. Non poteva più sopportare la tensione. Sapeva bene quanto poco servissero le sue pistole contro chi li inseguiva. Aveva già sperimentato.
Tutto a causa del Re di Kalmaart.
<< Se fosse ancora reperibile, se non fosse peggiore, richiamerei personalmente il mostro nero di un anno fa. E gli farei ingoiare quel bel tipo e tutti i suoi galoppini! >> brontolò.
Il draghetto che gli trotterellava dietro intese. Un gocciolone gli scivolò sulla nuca.
In quell'attimo, la torre nord esplose. La volpe alzò la tesa del cappellaccio con un movimento fulmineo, dilatando gli occhi. La stanchezza e l'atmosfera crepuscolare dileguarono. Dal palazzo, che svettava loro innanzi, saliva un fascio luminosissimo.
<< Santo cielo. >>
Vargarv scrutò il fenomeno, tenendo la zampa di Ziras. L'intenso bagliore si rifletteva sul suo piccolo volto, accendendo gli splendidi occhi fulvi.
Sembrava una statua, un piccolo fauno dei boschi.
<< Quella luce >> mormorò la volpe.
Le labbra del bambino si separarono, poi riunirono in una linea sottile. Sembrava molto preoccupato.
<< La mamma… >>
Ziras fu strappato alla timorosa contemplazione.
<< Starà bene, vedrai. Starà bene. >>
Sperava.
Vargarv lo seguì ma, quando raggiunsero i cancelli e nessuno li accolse, capirono che tutta la sicurezza vagava. Dentro il palazzo regnava una tremenda confusione. Reclinò la testolina all'indietro. Ai piani superiori, luci erano intermittenti. Molte ombre si avvicendavano dietro le tende, parodiando i teatrini medioevali.
Sedettero lì, a gambe incrociate, cercando di capire qualcosa.
<< Tutto ciò non è normale! >> esclamò ad un certo punto Ziras, sputando i popcorn. Vargarv lo fissò con sufficienza. Alla fine se n'era accorto. Si alzò e diresse all'entrata, controllando lentamente i dintorni.
<< Stai dietro di me, Varg.>>
Il draghetto continuò a fissarlo con aria di sufficienza. Le sue piccole braccia erano conserte: ricordava moltissimo la precedente identità, pensò Ziras. Poi Vargarv sorrise spensieratamente ed entrò come se nulla fosse.
<< Dai, andiamo a vedere! >>
Sulla fronte della volpe scivolò un gocciolone. Correzione: era decisamente diverso.
Entrarono, uno baldanzoso, l'altro armato fino ai denti.
E… tadaan!
Spalancarono due occhi grandi come uova di struzzo.
L'interno era completamente imbrattato di roba viscida. Pendeva dal soffitto, dalle statue, dai quadri, perfetta riproduzione dell'ultima volta che avevano cercato di costringere un budino a cioccolato in bocca a Vargarv. Un po' diverso dalla descrizione di Philia.
In quella passò Gourry. Brandiva la spada e filava a tutta birra. Lui e la cosa velocissima cui correva dietro caracollarono nella seconda stanza a destra. La porta di tre stanze dopo si sfracellò e ne uscirono a ruoli invertiti. S'infilarono in quella di fronte. Ne uscì solo Gourry, volando su uno skatebord. La cosa fece una breve apparizione in fondo a corridoio.
Gourry ricomparve, spiando di qua e di là. Ci volle un po' prima che individuasse la preda. Quando riuscì, emise un grido e brandì la spada, caricando.
Ziras continuò a fissare con la mascella cadente, mentre Vargarv, carburato il ritmo, faceva il tifo.
<< Fermati e combatti, fellone!! >> intimò Gourry, cambiando piano.
Ziras non si chiese neanche perché quel tizio, lo spadaccino, combattesse in asciugamani… in un simile caos gli sembrava la cosa meno strana. Neppure il drago ancestrale lo fece. Piuttosto, colse il momento buono, disincastrò la gamba di una sedia usando la sua forza inumana e s'immise nel cancan. Vagamente consapevole, la volpe seguì il corso della sua avventura: un salto, uno scarto, un gioioso fendente all'enorme lumacone rossiccio… lumacone?!
Annaspò. Gli si era incastrata la mascella.
<< Per l'amor del cielo, Varg! >> articolò. Una mandria di cameriere impazzite lo travolse. << Ti preeeego…>> ululò mentre veniva trascinato e calpestato.
La testa verde, però, rivolse un cenno di sfida e scomparve nel polverone.

A parecchi piani di distanza, Lina stava marciando a passo spedito, in parte per lasciarsi dietro una mandria di mostri, in parte per trovare Amelia e Zelgadiss. Erano loro che avevano preso in custodia Philia, Lear e Silmarièn.
<< Pfui! Ma per chi mi hanno preso? Per un espresso?! >>
Al nono piano li raggiunse. Aprì la mano e lasciò cadere la carcassa di una sedia, usata come scudo nella scala a chiocciola. Si trattava di una continua svolta verso l'ignoto.
<< Credevo di trovarvi più giù. Se il soffitto crolla come fate, improvvisate? >> fu il saluto che rivolse agli amici.
<< Ci ha pensato Zel… >> rispose Amelia.
<< Ah beh, allora siamo a posto. >>
Sulla testa della chimera comparve un segno rosso. Lina sogghignò; mentre riordinava le idee, passò lo sguardo sui dintorni. Per la miseria.
Ci avrà anche pensato Zelgadiss, ma qui, se non leviamo le tende, fra poco ci casca tutto in testa!
Il piano soprastante, infatti, era proprio quello dove aveva messo piede (e mani) l'incappucciato. Si notava il tocco. Chissà perché, ma più le ronzava attorno, più si convinceva di conoscerlo. La miseria, stava diventando monotona!
<< Propongo una rapida ritirata >> suggerì, fissando morbosamente una crepa.
<< Ma ti dico… >> ricominciò Amelia.
Fu interrotta da un veloce trepestio. Zel stava aiutando in piedi Philia, che fino a quel momento aveva curato. La draghetta si massaggiò la spalla, meravigliata.
<< Zelgadiss, sei bravo. Credevo di dovermi curare da sola: di solito la potenza richiesta per curare un drago è eccessiva. >>
Tutto quello che lui fece fu abbozzare un sorriso, evitare il buco in terra (uno dei tanti fatti proprio da lei, mentre cadeva per piacere dell'incappucciato), appoggiare la mano sullo stipite e volgersi.
Nessuno si mosse.
<< Avete cambiato idea? >>
La prima ad afferrare il concetto fu Lina.
<< Figurati. Avanti, torniamo di sotto >> ma il giovane fece tutto il contrario. << Hey, forza. Occupi tutta la porta. >> Silenzio. << Zel?! Non volevi scendere? Se tu hai cambiato parere, allora spostati! >>
Impresse maggior incisività all'esortazione, accompagnandola ad una spintarella, ma Zelgadiss fissava imperterrito un angolo… della stanza rotonda. Cioè, Lina si stropicciò gli occhi, fissava l'angolo dato da un mobile.
<< Hai intenzione di venire anche tu? >> disse il giovane.
L'espressione di Amelia divenne preoccupata.
<< Lear, Silmarièn >> pregò, incamminandosi in quella direzione. Inclinò il busto. << Siete lì da tanto, venite fuori, adesso. >>
<< Non c'è più pericolo >> aggiunse dolcemente Philia.
La sua voce funzionò dove quella pur gentile della principessa aveva fallito e l'anta del comò emise un cigolio. Ah, s'era spostato, borbottò la chimera. Una spettinata massa di capelli castani fece capolino.
<< Davvero? >> mugugnò Lear, sospettoso.
<< Mhmh. >>
Potresti sentirlo anche tu, se solo ti concentrassi, pensò Philia.
<< Allora arriviamo >> mormorò il draghetto, sporgendosi con circospezione e trottando subito al fianco di Philia. In braccio, sua sorella, che dormiva.
Uscirono con passi felpati: l'unico ad aver qualcosa ai piedi era lui (ed erano ciabatte). Lina tirò verso il basso la maglia del pigiama, scomoda. Con Zelgadiss in testa, la discesa cominciò.
<< Tutto bene, di sotto? >> chiese Amelia.
<< Vi ho cercato perché hanno mandato un messaggero dalla porta nord. Il furbone è arrivato col pacchetto. >>
Gli altri inchiodarono e Lear andò a sbattere contro la schiena della chimera, colpendo una scaglia particolarmente dura. La mano che teneva sul naso si colorò di rosso, gli occhi spalancarono e scomparvero tra i lacrimoni. Mentre Philia si prodigava nel consolarlo e Zeross rideva come un matto nella dimensione astrale, Zelgadiss analizzò l'espressione di Lina.
<< Eppure sembra normale… >> constatò, studiandola da vicino con Amelia. << Normale nei suoi canoni, ovviamente. >>
La maga perse fulmineamente i tratti da persona sonnambula. Prese entrambi per il naso e gettò fiamme dal proprio, sovrastandoli.
<< Ma per chi mi avete preso? >>
<< Come sarebbe a dire? Prima parli in quel modo, poi vuoi che ti prendiamo sul serio? >>
Cercarono invano di liberarsi. Amelia stava diventando blu.
<< Respira con la bocca, Amelia. >>
<< E' vero! >>
*gocciolone*
Lina mollò la presa e sostenne la fronte con una mano, sospirando pesantemente. Nella stessa notte: il sonno rovinato, un tizio rompipalle in più, un accidente di freddo nella sauna… ma dico, nella sauna! Come organizzare un safari e ritrovarsi al polo!
E adesso loro.
<< Ma se mi hanno detto così, io come faccio ad esser più comprensibile? >> rispose, calmissima. << Nemmeno io ho capito. E non sono mai stata brava coi rebus. >>
I presenti scambiarono un'occhiata, sorpresi. Poi l'espressione della principessa si rilassò. Ricominciarono a scendere.
<< E' il linguaggio in codice! Me lo ha rivelato il mio papà proprio stamani, ma avevo la testa così piena di cose che subito non ci ho pensato. Ascoltate. Per antonomasia, la volpe è furba, e un pacchetto è piccolo. Possiamo quindi dedurne che sono arrivati Ziras e Vargarv! Facile, no? >>
I piedi mancarono lo scalino e tutti finirono in terra.
<< Geniale >> commentò Lina. Proprio il genere di cosa che si sarebbe attesa da Philionel. Fu in quel momento che, ammirando il soffitto, individuò Zeross. Fece una smorfia, le pupille lampeggiarono. << Zeross, vedo che ti stai divertendo. >>
Fluttuando, il demone seguitò a sganasciarsi.
<< Troppo divertente? >> continuò lei, interpretando i farfugliamenti. Lui annuì. Amelia e Zelgadiss ebbero il presentimento che, per un po', non sarebbero stati gli unici ad avere una proboscide.
Philia consegnò la mazza chiodata a Lina e batté le mani.
<< Il mio adorato Vargarv è qui! >>
<< Philia… >>
<< Non preoccuparti, Zel, la mia spalla è perfetta. >>
E quasi ruzzolò giù dalle scale. Scomparsa lei, tutti proseguirono con calma. Zeross si rialzò, indossando una maschera che riproduceva il tipico sorriso da geisha. In netto contrasto con l'esterno, la sua fronte era corrucciata e la penombra avvolgeva le snelle fattezze.
Guardandola da un certo punto di vista, chi aveva vinto realmente era Vargarv. L'evocatore del Dugradigudu. La nera stella di distruzione era stata annientata, dispersa nel mare del caos. Lui era rinato. Aveva sconfitto la morte e i demoni che prima volevano gettarlo nelle sue braccia, semplicemente lasciando il passato e la forza all'oblio. Era opera di LoN? Non cambiava alcunché.
Se avesse potuto premergli sulla faccia un cuscino e tenerlo finché non fosse soffocato, l'avrebbe fatto. A volte, sentiva ancora i contorni dello squarcio che il drago ancestrale gli aveva procurato, affondando la Lancia di Luce nel suo corpo. Sapeva che non era possibile. In un anno, ben altro poteva guarire. Forse erano scariche d'odio. Tutto il suo essere ricordava.
Sì, lo odiava.
Perché? Che domanda era, questa? Uno come lui non aveva bisogno di giustificazioni.
Oh, come voleva ucciderlo. Era più semplice che difenderlo. Il Re di Kalmaart avrebbe visto sfumare i suoi progetti, di qualunque genere essi fossero. Saillune avrebbe guadagnato un po' di respiro. Lui, Zeross, sarebbe potuto tornare alla sua routine. Era tanto difficile vedere la genialità di quel piano? Vai a sapere cosa frullava in testa a Dolphin.
Già, il delfino dagli occhi di fuoco non gradiva simili consigli; no no, poteva piazzarci il bastone sul fuoco (tanto era ignifugo, eh eh eh).
S'incupì, cercando sfogo nel deformare più che poteva il volto.
Tanto, con quella maschera, sei tutt'altro che minaccioso. Nella sua mente, l'argentina voce di Dolphin rise.

Nello stato mentale sopraccitato, non si accorse del passare vertiginoso delle ore. Fatto sta che si ritrovò inspiegabilmente seduto ad una tavola imbandita. Un momento, imbandita a metà. Un quarto. Un ottavo. Ok, c'erano senza dubbio Lina e Gourry; eccoli là nel polverone. L'uovo-Lear, la sorella, sì, tutti. I familiari, odiati ciuffi verdi. E quella voce acuta?
<< Scusate il volume. Ma sono talmente traumatizzate che, se non urlo in questo modo… >>
Amelia, naturalmente. Pareva che alcune cameriere avessero eletto a loro rifugio gli arazzi della galleria, e non volessero più schiodarsi da lì.Nessuno rispose. Zeross incrociò espressioni passive, tipiche della gente che ha fatto le ore piccole; fortuna per lui che, se anche saltava una notte, non si riduceva ad uno straccio. Ah, Zelgadiss faceva naturalmente eccezione.
Intuì che la mente di Lina era, dopo Gourry, la più confusa. Lui ovviamente non poteva sentirli, ma ci vorticavano prototipi smozzicati di frasi e pensieri riguardanti per lo più il sonno mancato. Miseriaccia, se avesse trovato quei cacciadraghi... e qui terminava una. Se avesse potuto metter mano al collo dell'incappucciato... e qui un'altra. Se solo si fosse trovata sotto una sedia più comoda... e qui pigliava a dormire, finché la principessa non la riportava alla realtà sgridando o incoraggiando il personale. A scusante della maga, bisogna addurre che dal risveglio nella camera di Amelia non aveva più avuto pace.
Urgh. Philia poi le faceva venire il lattice alle ginocchia.
Forse sarà anche normale che le piacciano i bambini, ma quello! Scrutò Vargarv. Urk. Cos'ha di carino, in quell'espressione?! Cosa c'è da far le fusa?! Sembra una gatta col mal di stomaco.
Adesso usciamo dalla distorta visione di Lina e torniamo alla normalità. La draghetta stava cercando di distrarre il cucciolo di drago ancestrale, che, dal canto suo, ce la metteva tutta per render difficile il compito.
La notte precedente, abbandonata la torre, Philia aveva impiegato ore per trovarlo. La confusione saliva al massimo spasmo. L'aveva poi beccato in un corridoio, mentre stava per finire nello stomaco di un lumacone. Ad esser sinceri, era la povera bestia a trovarsi in un angolo; ma non si può pretendere questo tipo d'astrazione da una madre preoccupata. Infatti, scaraventato chissà dove il cosiddetto aggressore ed inginocchiatasi davanti al pupo, che la stava riconoscendo in quell'isterica che era, aveva cominciato a versare fontane di lacrime.
So cosa state pensando.
…Non ditelo.
Ma veniamo al punto: perché i suoi sforzi per farlo sorridere risultavano vani?
Di ragioni, Vargarv avrebbe potuto addurne fondamentalmente quattro. Primo, avrebbe gradito dormire: la baraonda era durata oltre il previsto. Secondo, odiava il porridge. Terzo, avrebbe sorriso soltanto a lei e intorno c'erano potenziali spioni. Quarto… e questo era il tasto più dolente, stava subendo una pubblica umiliazione. Per la miseria. Non era né piccolo né indifeso: era padrone del mondo.
Non fatevi ingannare dall'innocua apparenza. Come molte altre cose, era molto più di quanto sembrasse. Un vero drago ancestrale.
Alla fine si divincolò e raggiunse ciò che restava del divano. Il sudiciume normalmente non lo inquietava, ma stavolta esitò. Roba da rivoltare lo stomaco.
Guardò intorno. Oh, madre di Ceiphied, quei due tizi vestiti da avventurieri ingurgitavano cibo senza il minimo segno di disgusto!
Per un attimo si chiese, affascinato più che disgustato, se per caso non facessero su qualcosa d'estraneo alla portata. Ma provava anche qualcos'altro. Erano molto familiari al suo sesto senso. Non che in questo caso ce ne fosse bisogno, pensò, fissandosi la mano.
Rimase a scrutarli finché l'azione non si spostò su un unico boccone di cibo, l'ultimo, il pezzo di bravura strategica finale. Poi sentì occhi altrui sulla schiena. Lear. Era un drago anche lui; assomigliava alla mamma. E, come lei, ispirava sensazioni un po' diverse da quelle che sentiva ascoltando le proprie.
Lear tenne la testa leggermente piegata. Abbozzò un esitante sorriso. Lo sguardo di quel musetto era pungente. Avanzava con circospetta curiosità.
<< Ciao >> gli riversò in faccia Vargarv.
Per la testa castana vibrò una scarica.
Alla fine se ne trovava uno davanti. Vivo e vegeto e pimpante. Forse un po' piccolo rispetto ai soggetti della sua immaginazione infantile; ma in ogni caso, l'effetto era quello.
<< Ciao >> rispose, dedicandogli un sorriso completo.
Vide gli occhi fulvi ricambiare, sebbene le labbra restassero immobili. Stava registrando le sue fattezze.
Silmarièn dormiva tra le braccia del fratello. Le palpebre, dolcemente abbassate, lasciavano intravedere l'inconfondibile marchio dei sogni. Vargarv appoggiò i gomiti alle ginocchia di Lear e la osservò a lungo, spingendo sulla punta dei piedi. Aveva un'espressione molto buffa. Sembrava non avesse mai visto un altro cucciolo.
Probabilmente è così, pensò Lear.
Ricacciando indietro l'inopportuno istinto difensivo, inclinò le braccia e gli permise di guardarla meglio come, una volta, Gilraen aveva fatto per lui.Non sono molto diversi. Sorrise a labbra strette. A quel tempo, sua sorella doveva aver pensato lo stesso. Sentì quei pensieri affrancarlo come, ridistribuito il peso su tutta la pianta del piede, Vargarv si ritrasse e annuì con aria d'approvazione.
Hey, il pupo si sentiva grande. L'atteggiamento fece salire una risatina alla gola di Lear, che scosse il ciuffetto scarmigliato. In fondo era tenero. Dai racconti di suo padre e di sua madre, aveva dipinto a se stesso un'immagine terrificante dei draghi ancestrali. Ma quel nanerottolo, più basso e imbranato di lui… beh, forse imbranato no… quel nanerottolo non aveva nulla di spaventoso. Anzi. Cominciava a capire perché Philia ne parlasse con quel tono rivoltante. Ehm.
Seguì il girovagare della figuretta.
Fu così che posò involontariamente gli occhi su Zeross. No, non aveva smesso di sentirsi aprire le tempie; ma si era accorto che non era più insopportabile come la prima volta. Adesso poteva contenere gli effetti, senza svenire.
Ed era un progresso sorprendente. Non per Philia. Per lui sì.
Sistemò meglio Silmarièn e fece per alzarsi, ma Lina, come se avesse un rilevatore incorporato, gli spedì un'occhiata che non ammetteva repliche.<< Finché il palazzo non sarà imbottito d'incantesimi come un cuscino lo è di piume, tu non ti scollerai di un millimetro da noi >> ripeté.
Lear sospirò e risedette, rassegnato. Philia sembrò tranquillizzata, Zeross piegò le labbra nel suo sorrisetto standard.
Come far impazzire Lina Inverse in una mossa o due: entrò un mago di corte che andò a riferire “il palazzo è imbottito d'incantesimi protettivi come un cuscino lo è di piume, secondo i vostri ordini”.
Lina cadde dalla sedia, Lear approfittò, tutto pimpante.
<< Ciao ciao, Linasan! >>
<< Lear! >> esclamò Philia.
Il tentativo fallì. Era già scomparso.
Si abbandonò contro lo schienale, contrariata. Giusto per sfogarsi iniziò una sessione di freccette. La testa del Dragon Slayer era il bersaglio, ogni lamentela sul conto di Lear (disobbediente, imprudente, testardo) un tiro. A Zeross cominciava a mancare lo spazio per mettersi in salvo, giacché la fodera era quasi completamente costellata di proiettili. Scampò la fine davvero poco invidiabile in maniera inaspettata: per merito di Vargarv.
Sia chiaro: il draghetto non ne aveva la minima intenzione. Nutriva una profonda e inspiegabile antipatia per lui. Il mago di corte, però, gli aveva rivolto un'occhiata troppo superiore per i suoi gusti e così gli fece una boccaccia, deformando le labbra con le dita e incrociando gli occhi.
L'operazione distrasse Philia.
<< Vargarv >> protestò, esterrefatta. << Chi ti ha insegnato quelle cose? >>
Oops. L'aveva visto.
<< Ehm... quali cose? >>
L'occhiata della draghetta non uscì severa come nelle intenzioni. Lui si sentì perdonato e tornò a far boccacce all'uomo barbuto; il quale, prima di oltrepassare la soglia, ricambiò con notevole bravura.
*gocciolone comune*
Ma torniamo a Zeross. Risalita la china, che in questo caso era la sedia, ripigliò posto a tavola e incrociò le gambe con nonchalance. Faceva roteare un bel mucchio di freccette davanti a Philia. La draghetta notò allora un particolare: la riserva era esaurita. Fece per superare il tavolo e riappropriarsene con una manata. Bloccò a metà l'operazione. Il demone aveva scelto una freccetta e mosso il polso come se volesse lanciare; mirando non a lei, ma a Vargarv.
Sentì il cuore balzarle in gola. Tanto in fretta? Zeross aprì gli occhi e le dedicò un sorriso. Un sorriso molto diverso dalla linea ironica, così facile da scorgere sul suo volto. Per un attimo vide il ghigno di un coccodrillo, seminascosto nell'acqua.
<< Basta, Philiachan, ti va? Siamo tutti un po' stanchi di questo gioco. >>
Lei annuì, lentamente, indietreggiando fino ad accomodarsi sulla sedia.
<< Bene. Allora rilassiamoci.>>
Perché era così nervoso? Ah già, Vargarv.
<< Basta anche tu, Zeross >> impose Lina, la voce ferma. Non le era piaciuta proprio la scena che aveva seguito. L'attenzione degli altri fu attratta dalle sue parole. Il mazoku riabbassò le palpebre e sorrise normalmente.
<< Hai bisogno di me, Linachan? >>
La maga non rispose. Il significato del suo sguardo era eloquente. Zeross finse di non capire e gli riuscì anche bene. Per un momento soltanto, infatti, gli era parso di veder fiammeggiare gli occhi fulvi di Vargarv.

Una risatina risuonò alle spalle dei commensali. Zelgadiss tuffò un braccio oltre lo schienale e afferrò qualcosa. Le risatine aumentarono. Amelia si sporse, incuriosita, finché la chimera non sollevò Silmarièn, portandola nel campo visivo della compagnia.
<< Hey, piccolina. Credevamo fossi con Lear. >>
La principessa emise un mugolio incantato, schiacciando la guancia contro le mani giunte.
<< Come sono carini! >>
Tutti guardarono. La frugoletta si era accomodata sul bracciolo e l'uomo sosteneva la piccola schiena di bambola. Il colore predominante era il verde; li rendeva simili molto più di quanto lo fossero in realtà. Facile intuire cosa avesse pensato la principessa. Sembravano padre e figlia.
Zelgadiss arrossì.
<< Che sciocchezze. >>
Lina avvertì una gocciolina scenderle lungo la guancia.
<< Beh, non posso dargli torto. Devo però ammettere che, con quelle orecchie a punta… >>
Zeross tagliò a metà la pernacchia, sfoderando un sorrisino odioso per la chimera. Lo stomaco di Philia scese di parecchi centimetri. Silmarièn era scivolata giù dalla sedia e aveva coperto la breve distanza che la separava dal demone. Adesso, con i grandi occhi ed i braccini tesi, chiedeva di esser presa in braccio.
Zeross circondò la vita sottile con le mani. La bimba era un più pesante dell'ultima volta che l'aveva tenuta in braccio. Ma era un contatto piacevole. Piccole maniche a sbuffo racchiudevano le spalle. Stoffe e pizzi color pastello le davano l'aria d'appartenere a qualche vecchio negozio di giocattoli, dove un'anziana signora cuciva ininterrottamente cappellini, fiocchetti di diamanti, scarpe lillipuziane.
Un piccolo gioiello davvero.
Come aveva potuto odiarla, nel breve viaggio in cerca di Kira?
La sistemò in grembo, circondandola con le braccia. Era più forte di lui. Doveva vedere la reazione di Philia. Guardò la draghetta dritto negli occhi. Stava bruciando di preoccupazione, lo sentiva. Un incessante formicolio.
Lina stava discutendo animatamente con Gourry per una caramella scomparsa. Non c'era di che preoccuparsi. E il piccolo drago non correva alcun rischio: avrebbe soltanto giocato un po' con la sua apprensiva zia. Lo avrebbe disteso.
<< Allora, Mousseline, hai qualche bella storia da raccontarmi? >>
La bambina sorrise, ridacchiando. Sorprendente. Forse il trovarsi al sicuro, l'esser guarita avevano cambiato il suo carattere. Perché adesso sembrava tutto tranne il cucciolo rumoroso e fastidioso che aveva a stento sopportato.
<< Silchan è sgattaiolata fuori senza permesso >> confessò Silmarièn, lasciando ciondolare i piedi.
Zeross smise di fissare provocatoriamente Philia e inclinò il capo.
<< Silchan? >>
<< Sì, zio Zeross? >>
<< No, pensavo. Non ti piace più “Mousseline”? >>
<< Il fratellino Lear mi chiama così, e mi piace molto di più. >>
Le sopracciglia del demone si aggrottarono impercettibilmente. Dunque in quel campo il moccioso aveva più influenza di lui. Interessante. Di solito era un gioco da ragazzi suggestionare individui giovani come Silmarièn; ma avrebbe dovuto sapere che il cucciolo era diverso.
Oh beh. Alzò le spalle.
In fondo non gli importava.
<< E dimmi, che cosa fa Lear? >>
La sopportazione di Philia stava toccando il punto limite. Le sue dita artigliarono i braccioli e vi si aggrapparono, fremendo. Che cosa credeva di fare, il mostro? Se la vedesse pure con lei, ma non doveva usare la bambina. Non poteva! Aveva tra le mani qualcosa che non gli apparteneva, che non doveva aver contatti con lui. Agli occhi color oceano della ragazza, quei guanti erano nascondiglio d'artigli mortali.
E, chi lo sa? Può darsi che avesse ragione.
Silmarièn sorrise, innocente e felice.
<< Il fratellino Lear fa la naaanna. Yaaawn. Anche Silchan ha sonno, adesso. >>
Era la frase che Philia attendeva. Scostò la sedia e si alzò, stando ben attenta a guardare solo la bambina.
<< Allora andiamo a tenergli compagnia. Vuoi? >>
Per tutta risposta, il cucciolo tese le braccia e abbozzò una smorfia beata. Gli occhi già scivolavano chiusi. Philia accostò Zeross e la strappò alla sua morsa, come se da un momento all'altro potesse calare la lama della ghigliottina. Mentre ritraeva il busto col trofeo della vittoria in braccio, lo vide sorridere.
<< Ti diverti? >> sibilò.
Il mazoku inclinò il capo per poterla inquadrare meglio. Divertire era un vocabolo troppo sterile. Quella tensione lo eccitava.
<< Abbastanza. >>
Le labbra del drago si separarono appena, completando l'espressione indecifrabile. Non sembrava spaventata, piuttosto sconcertata da quanto potesse andare in profondità senza trovare un barlume di ragionevolezza.
Nella stanza calò il silenzio. La discussione che aveva visto coinvolti Lina, Zel e Amelia si era placata a sufficienza da far emergere il confronto che si svolgeva all'estremità opposta. Fin da subito parve una cosa seria. Philia non aveva toccato la giarrettiera né dava segno di volerlo fare, mentre Zeross non tediava con le solite, discutibili battute.
Fu la draghetta a rompere la stasi.
Passò oltre, tenendo un rigido contegno.
<< Andiamo, Vargarv. >>
Il draghetto le trotterellò dietro, sghignazzando silenziosamente.
Quattro paia d'occhi seguirono la loro sortita. Lina affondò le mani nei fianchi e circumnavigò lo schienale della sedia, voltata in modo da celare l'occupante.
<< Allora… buzzurro senza maniere… >>
La reprimenda non finì.
<< Lina? >> interloquì Amelia. << Cosa…? >>
L'amica si addossò alla cima dello scranno, contando fino a dieci. Nel farlo, lasciò compiere a se stessa e al legno intarsiato un giro di centottanta gradi.
La sedia era vuota.
<< Quante volte vi ho ripetuto che non è una buona idea fidarsi di lui?! >> ringhiò Zelgadiss, stringendo i pugni. Lina si dibatteva sotto l'effetto di una calma forzata.
<< Non lo sopporto quando fa così. Ah, ma me la paga, questa >> batté le mani sulle cosce, apparentemente preda di una profonda riflessione. << Ok, adesso che il palazzo è sicuro e abbiamo finito di mangiare… >>
<< Lina, noi avremmo terminato da un'ora e mezza. >>
<< Allora potevate andare in giro ad interrogare la gente >> fu l'amabile risposta della testa rossa. << Dicevo, adesso che abbiamo finito… riposo, a me! >>
*gocciolone*
<< Lina… >>
<< Insomma… cosa c'è. >>
<< Non dovremmo fare il punto della situazione? >>
<< Fatelo voi, se ci tenete tanto. Non me la toglie nessuno, una giornata di sonno. >>
Detto questo, e senza concedere più spazio alle repliche, agganciò Gourry al traino e se ne andò. Principessa e chimera scambiarono uno sguardo eloquente.
<< Tu che dici, Zel? >>
<< Andare in giro? >>
<< E' quello che ha detto Lina. Sembravi d'accordo. E sarebbe l'unico modo per fare il punto, non credi? >>
Lui ci pensò, sbirciandola con la coda dell'occhio mentre usava il muro come appoggio, stanca. Tossì e imboccò la porta.
<< No, è meglio non avventurarsi fuori, per ora. >>
La ragazza lo seguì.
<< Ma Zel… >>
<< Sono in biblioteca, se mi cerchi >> fu l'ultima cosa che udì. Quando fu nell'ampio corridoio, Zelgadiss era sparito.
<< …il palazzo adesso è sicuro. Oh, alla malora. Lo sa benissimo che non lo troverò mai nella biblioteca! >>
Girò sui tacchi e indirizzò le gambe verso la propria stanza. Se ne rimaneva qualcosa, rammentò.

Presto la mattina giunse al termine. Lina e consorte sentirono il richiamo della fame e abbandonarono il mondo dei sogni. Ma né della principessa, né della chimera o dei draghi si ebbe notizia. Probabilmente Amelia dormiva ancora, appallottolata intorno al cuscino preferito; e Zel, questa è una notizia sicura, fu visto da un giovanotto appisolarsi sul decimo tomo dell'enciclopedia magica universale.
Molti si staranno chiedendo se anche Philia dormisse.
Ebbene, sì.
Dopo aver messo tra sé e la sala da pranzo una debita distanza, aveva percorso la reggia in lungo e in largo, cercando di raggiungere Lear. Dov'era? Dove non era? Silmarièn si era addirittura messa a piangere perché suo fratello non si trovava. A volte passava da uno stato di totale sconsideratezza ad un altro d'estrema consapevolezza. Allora Vargarv l'aveva presa per mano e se l'era trascinata dietro finché non avevano raggiunto la meta.
Philia era sorpresa dei suoi poteri sensoriali.
Adesso lo spettacolo dato dai quattro era, come dire… uno spettacolo. Philia aveva tranquillizzato Lear, probabilmente appena abbandonato da un incubo, poi cantato una ninna nanna a Silmarièn. Presto Vargarv si era unito alla compagnia di dormiglioni. Sentendosi fiera come una madre che fa la guardia alla propria splendida prole, la ragazza drago li aveva osservati. E inevitabilmente seguiti.Così il letto era occupato da un'ammucchiata confusa e ronfante. Nel sonno, Lear abbracciò la sottile vita di Philia, strettamente fasciata. Vargarv, gambe all'aria, mugolò e rotolò su se stesso. Ma presto la voce del ragazzino coprì la sua.


Le nuvole fiammeggiavano.
<< Non potete lasciarci soli! >>
<< Andate pure avanti. Sono ancora in grado di difendere la mia famiglia >> rispose una voce possente, logorata dagli anni.
<< Ma papà! >>
Un coro d'urla spaventose si librò intorno a lui, innalzando un muro che impediva di vedere cosa accadeva. Sentì le proprie grida mescolarsi alle altre. Ma erano lontane. Udire se stesso attraverso una porta chiusa non doveva esser molto diverso.
Quando riaprì gli occhi, era caduto in mezzo ad un bosco. Una scia d'alberi abbattuti serpeggiava per miglia e là, lontano, in fondo al sentiero dei giganti, una figura nera. Il mostro dal becco ricurvo, possente sotto le ali d'aquila.
Sentì le proprie fattezze irrigidirsi mentre, con lentezza, i contorni mentali del mostro venivano rimodellati. L'ombra avvolgeva il suo corpo.
Eppure Lear sapeva di esserne riguardato. E seppe anche questo: alzava il braccio. Indicava qualcosa.
Guarda.
La foresta era svanita. Sostituita da siepi e aiuole. Un giardino. Un groppo alla gola.
La notte padroneggiava ancora la scena.
La notte padroneggia sempre la scena. Il lieve cielo crepuscolare del paesaggio silvestre non illuminava più il sentiero. Dalla villa proveniva una luce che sembrava rimbalzare prima di toccar terra. Non abbandonerà più il tuo sentiero.
Poi, gli archi piansero la loro gaia melodia.
Il piacere ispirato dal profumo dei tigli fu sostituito da una netta sensazione. Un baratro fiancheggiava il cammino, ne delineava i contorni. Strada obbligata.
Quella musica.
Le conversazioni degli invitati. Il tintinnare dei bicchieri. La risata di sua sorella non era già più mescolata ad essi.
No, non voleva andare.
I fiori del glicine avevano perduto tutta la loro bellezza. Perché? L'estate… era estate! E invece ciondolavano dai rami spogli, contorti come i ceppi una volta costretti intorno ai polsi dei prigionieri. I grappoli di fiori erano rosa come mani. Erano mani.
Dilatò gli occhi. Nessun urlo spezzò quella calma mortale. La sua bocca restava spalancata, ma muta, come se il viso fosse una maschera di terracotta.
Non voleva andare.
Sapeva cosa avrebbe visto, non voleva andare! Le sue mani erano sporche di terra. Gli alberi enormi sopra la testa, protesi con le loro braccia spettrali verso un cielo impietoso. Nulla più era bello in quel parco, tanto amato. Il brusio della sala da ballo suonava estraneo ed estraniante. Proprio come allora. La lontana notte che aveva calato l'oscurità… dalla quale Gilraen non sarebbe uscita, fino alla morte.
Non si rialzerà quel velo! Sibilò la voce. Mai più, mai più.
Il vento aveva vita.
Ha avvolto anche te.
No!

Vai. E' il tuo destino.
Non è vero!
Non doveva chiudere gli occhi. Accadeva sempre così e lui desiderava svegliarsi. Ma un cumulo di foglie secche spiccò il volo, vedendogli incontro. L'istinto era istinto. Li chiuse. E, senza nemmeno aprirli, avvertì il cambiamento.
Aveva coperto la distanza senza muoversi.
Apri gli occhi.
Non voglio…
Rivide il braccio teso della ragazzina, fermo nel suo comando.
Guardalo in faccia. Lentamente, sollevò le palpebre. Oh, il viale era lontano, il vecchio orologio nel tronco, i tulipani calpestati… come allora.
Adesso è allora.
Si accorse di poter avvertire il proprio tremore.
Abbi il coraggio!
E, in un turbinio di vento, la siepe s'aprì. Boccheggiò, boccheggiò, boccheggiò sino a che non avvertì l'ultima oncia d'ossigeno uscirgli dai polmoni.
Ecco, adesso non avrebbe potuto gridare. Gli girava la testa. Era possibile provar una simile nausea in sogno? Era davvero un sogno?!
Poi, qualcosa. In quello scenario, qualcosa non corrispondeva alla realtà che aveva vissuto. Le onde di capelli, sparse tra i tarassachi, tutt'altro che ricce. Tutt'altro che castane.
Bionde, bionde, lucide abbastanza da abbacinare un orafo.
Fu in quel momento che la catena si riallacciò. Un ghigno comparve nell'oscurità. Le tempie parvero squarciarsi da parte a parte.


<< Lear! Lear, svegliati! Per l'amor del cielo, Lear! >>
Il ragazzino sgranò due occhi lividi e allucinati. Non appena capì che tutto era finito, in ogni caso, smise di gridare. Philia lo teneva per le spalle.
Sembrava molto atterrita.
<< Lear, stai bene? >>, le pallide labbra disegnarono una smorfia. Le dita del giovane drago, erano inconsciamente affondate nella sua carne. E poco mancava che la ferisse sul serio. Stringeva come se, sull'orlo di un precipizio, lei fosse l'unico appiglio. Non sapeva quanto il pensiero fosse vicino alla realtà.
La presa allentò gradualmente, man mano che Lear digeriva gli ultimi avvenimenti. Confuso, sedette e smise di stritolarla.
<< Hai avuto un incubo? >>
Annuì. Ripensarci gli diede un brivido e arricciò il corpo contro quello di Philia. La ragazza, a corto di parole, gli accarezzò la testa scarmigliata. La sua paura era stata risvegliata. Da un semplice sogno? Non ne dubitava. Dal poco che Lear le aveva raccontato, capiva che c'erano abbastanza elementi per far impazzire una persona adulta. E lui certo non poteva ancora tener le redini della propria vita. Era sempre dipeso da qualcuno che adesso non c'era più.
Un momento, rifletté, stringendo un pugno. Ci sono ancora io. E' presto per issar bandiera bianca.
Lear stringeva una ciocca dei suoi lunghi capelli.
Quei capelli biondi… erano uguali. Quasi cercando di smentirsi, affondò le dita in quella cascata. Era solo la sua mente, la sua mente. Niente la legava a quello scenario spaventoso, a quel ghigno. Qualcuno aveva sparato al suo stomaco. Già, a chi apparteneva il ghigno? Facile, facile.
Orribile.
La ragazza fu incuriosita dal gesto. Gli sorrise, perplessa. Lui ricambiò lo sguardo.
Oh, cielo. Era terrorizzato. I suoi occhi color nocciola avevano perso levigatezza. E, mentre capiva quanto fossero belli quando sorridevano, Philia si rese anche conto che quel sorriso era sempre più raro.
Silmarièn tirò il lenzuolo, riaddormentandosi immediatamente.
<< Insomma, di' qualcosa. Cosa posso fare per te? Mi stai facendo preoccupare sul serio. >>
La risposta vera fu mentale. Il mento di Lear toccò lo sterno.
Non sono io quello di cui ti dovresti preoccupare. E' forte per essere un'illusione. Non ho fatto un sogno qualunque… purtroppo!
<< Ho solo… >>
<< Solo…? >>
Sul volto del giovane drago emerse un'espressione nuova. Sospettosa e aggressiva. E un'immagine riaffiorò nei ricordi di Philia.
Lei era piccola, suo padre ancora vivo. Per l'anniversario di matrimonio, gli amici avevano regalato un sacco di cose. La volpe era tra questi.
“Una gran bella bestia” commentava il cacciatore, uomo che lei odiava, anche se suo padre teneva in gran stima. Tempi diversi. La volpe girava incessantemente nella piccola gabbia, pesta, esaurita. Nonostante il viaggio e la prigionia, però, cercava ancora di mordere. Quando il cacciatore fece per accarezzarla, vantandosi del proprio coraggio, riuscì a staccargli due dita. Philia non aveva mai provato tanta soddisfazione.
Ben ti sta. L'hai tolta al suo ambiente e alla sua vita. Ben ti sta.
Ma con orrore aveva visto l'uomo estrarre la spada e uccidere lo splendido animale. Non aveva potuto far niente. Nemmeno coprirsi gli occhi.
Philia scosse la testa, tornando alla realtà. Proprio un bel momento per sognare ad occhi aperti. No, non era una bella cosa. Né questo, né il fatto che Lear le rammentasse l'episodio. Ma che diamine sentiva, per comportarsi così? Fissava a lato, ora sul soffitto, ora accanto al letto, ora l'armadio, in un guizzare spasmodico di pupille.
Cosa sentiva?
Una cateratta di brividi le inondò la schiena. Alzò il mento. Lear aveva sentito prima di lei. Sorprendente. Un Enshiyi? Non troppo.
Il silenzio più assoluto permeava la camera, avvolta dalla luce dorata del tardo pomeriggio. Lear, dal canto suo, rimase immobile come una statua.
Le movenze della coda infiocchettata aumentarono in tensione, facendo calare una gocciolina sulla nuca del draghetto.
<< Philiasan? >>
<< Ssh… >>
Sentiva le lontane risate di qualche cameriera. Bene, almeno non erano isolati. Non si poteva mai sapere cosa aspettarsi, da quell'essere odioso, e il piccolo attrito della mattina non aveva fatto altro che riconfermarglielo. Certe cose non cambiano.
Chissà.
Vargarv socchiuse gli occhi.
Nulla. Philia iniziò a scocciarsi seriamente. I tremori la facevano sentire viscida come l'anguilla che aveva toccato al mercato di Daanin.
Daanin. Per una seconda volta si staccò dal presente. E le parve di risentire una voce calda, rassicurante nella folla, mentre rideva del suo orrore. Abiti scuri contrastavano con la stoffa chiara della sua gonna. Qualcuno giocherellava con un amuleto rotondo, e la sua risata…
<< BUH! >>
Oh, dannazione!
<< Adesso finiscila, Zeross! >>
Lear fece un gesto brusco.
<< Mi hai dato sui nervi! >> continuò ad urlare Philia.
La risposta provenne da dietro, dove le tende ombreggiavano.
<< Quando mai… >>
La draghetta volse il capo a destra e a sinistra. Ancora niente! Se era intelligente, se ne sarebbe andato senza farsi vedere: perché, altrimenti, avrebbe trovato la degna fine che si meritava.
Lear sbatté qualche volta le palpebre. Il dolore alle tempie lo aveva risvegliato. Un po' annoiato dallo stato delle cose, roteò gli occhi.
<< …non ti ho fortunatamente dato sui nervi, Philiachan? >> terminò Zeross.
Fiatò volutamente sul collo della draghetta. La pelle d'oca s'accentuò tanto che, per un momento, gli sembrò di vederla saltar fuori dei vestiti.
Troppo veloce, però. Magari doveva procurarsi una di quelle diavolerie meccaniche, inserire la moviola e…
WOOOSH.
Qualcosa gli scardinò la mascella. Non la mazza, bensì un vero e proprio uppercut di Philia. Per la miseria! Cos'era tutto quel dolore? Si teletrasportò a distanza di sicurezza e riaggiustò la parte lesa. Con sua estrema preoccupazione, ci furono alcune difficoltà. Lear stava applaudendo, ammirato.
Con una mossa stracollaudata, la giarrettiera lasciò in libertà una vecchia amica. Passo rimarcabile, le guance della padrona erano color ciliegia.
<< Mi hai fatto far male dove mi hanno ferito, essere cerebroleso. >>
<< Pare che ti sia rifatta, no? >> ribatté lui, quando ne fu in grado.
La ragazza guardò nella sua direzione, disgustata. Sempre però con quello strano rossore. Il suo fiato sul collo era stato... insomma, non riusciva a toglierselo di dosso! Come succede con l'odore dell'ammoniaca nel naso.
Troppo schifoso.
<< Una spiegazione per la tua visita subito, e un'uscita altrettanto rapida. Forza. >>
<< Ecco, veramente… >>
<< Sto aspettando. >>
Il mazoku mise sottobraccio il bastone e passeggiò attraverso la stanza. Ostentava una pausa di riflessione di cui nessuno dubitava l'inesistenza.
L'occhiata con la quale Lear lo guardò passare fu prima vacua, poi piena di paura e rabbia segrete.
<< A dir la verità, Philiachan, mi sono reso conto d'essermi comportato molto male con te, oggi. Così volevo scusarmi… ma vedo che non te la sei presa: temevo non mi avresti mai più puntato contro la mazza. Sai, anche un demone può diventare sentimentale, col tempo. >>
<< Ah, questa è bella. Mai sentito sciorinare una sciocchezza dietro l'altra come questa volta, parola mia! >>
Adesso Zeross le era proprio di fronte. Quando inclinò il busto, Vargarv si alzò a sedere. La guerra era nei suoi occhi. Lear venne preso in contropiede da quel pensiero. Era possibile aver la guerra negli occhi? A vedere il cucciolo, la domanda suonava scema. Sentì salire la tensione. Quel sogno aveva unito due nomi che conosceva e che non si sarebbe mai azzardato, per scaramanzia, a mescolare nella stessa frase. Il nome del Dragon Slayer portava male.
<< Non sono sciocchezze >> stava brontolando lui, fingendosi offeso.
Man mano che la cosa andava avanti, Lear non riuscì a soffocare il timore. Quello era lo stesso comportamento del gatto. Prima ti osservo, gioco con te. Quando mi sono stancato… allora puoi anche provare a correre.
<< Philia! >> gli uscì dalla bocca.
Non ebbe l'esito sperato. Philia si volse a guardarlo, esitante, e il Dragon Slayer ebbe la finestra di spazio che gli serviva per sporgersi in avanti e baciarle la guancia. Un modo perfetto per lasciarli sconvolti.
Vargarv afferrò il candelabro del comodino e lo lanciò.
<< Beh, allora ci vediamo. Ciao ciao! >> esclamò Zeross, scomparendo.
Il candelabro si fracassò contro l'armadio. Philia e Lear sobbalzarono. La ragazza, scossa, dimenticò di gridare.
Finché il contatto con le iridi fiammeggianti del figlio non s'interruppe ovviamente.
Due piani sotto, e a dire il vero in tutto il palazzo, sentirono il ruggito e una brutale esplosione. Ci stavano facendo l'abitudine. Il principe di Lyzeille non si premurò nemmeno di alzare lo sguardo dalla scacchiera.
<< Lina? >> sputacchiò invece Amelia, a braccia conserte e sopracciglia guizzanti.
L'altra finì il cono e la merenda, masticandole in faccia.
<< Mh? >>
Finalmente si faceva viva.
<< Che ne diresti di scrivere a Luna che tenga il guinzaglio di Zeross un po' più stretto? >>
L'altra non rispose, mettendo in moto la materia grigia. E allora affiorò il quesito. Di che cavolo di guinzaglio sta parlando Amelia?!

Lear restò seduto sul letto. Quello che aveva visto era… beh, troppo. In che maniera poteva bloccare la propria mente dal prevedere il peggio, ora? C'erano troppi elementi a sfavore.
Philia imperversava nei dintorni non prossimi, Vargarv era innocuo. Prese in braccio la sorella e, con un moto gentile ma fermo, la costrinse a guardare su.
<< Silchan, dimmelo. Cosa succederà? Le succederà qualcosa, vero? Dimmelo! Dimmelo! >>
La bambina parve sorpresa, ma non aprì bocca.
Lui dondolò il capo. Ci aveva già provato altre volte: non accadeva quando si desiderava, né diceva ciò che si desiderava sentire. Silmarièn non aveva colpa, ricordò. Le sorrise. Questo la rassicurò un poco.
<< Fratellino, perché sei triste? >>
Quella domanda lieve, discreta e dolce, penetrò in profondità. Lear abbracciò quel corpo dalle fattezze di bambola, cullandolo.
<< No, Lear non è triste. Solo… pensieroso. >>
<< Perché? >>
La vocina era vicina al suo orecchio, ancora preoccupata.
<< Arrivano tante cose, da lassù. Se vedi qualcuno nei tuoi sogni, digli di lasciarci in pace. Prometti che lo farai? >>
Silmarièn annuì, sicura che ciò lo avrebbe tranquillizzato. Il padiglione a punta del ragazzino, invece, catturò il lieve sospiro di cui nemmeno lei fu conscia.
<< Sarebbe inutile. >>
Strinse l'abbraccio e pianse.

Qualche ora dopo, la furia naturale chiamata Philia Ul Copt rientrò. Lear aveva avuto tutto il tempo di ricomporre una facciata lieta.
<< Maledetto! >>
Lui sorrise, divertito.
<< Non si è lasciato prendere? >>
C'è da dire che scordava presto. Philia, poi, avrebbe fatto ridere una statua: capelli sparati in varie direzioni, l'espressione allucinata, due canini che spuntavano dal labbro inferiore. Lear fece aria, sventolando un cuscino. Lei riguadagnò immediatamente un aspetto presentabile.
<< Non si è nemmeno fatto vedere. Lina assicura d'averlo visto stamattina per l'ultima volta… ma non importa: la vendetta è un piatto da gustar freddo. >>
Sogghignò, ridacchiando. I suoi occhi erano a mezzaluna.
Sulla nuca del ragazzino si formò una gocciolina.
<< Mi fai paura quando sei così. >>
Vargarv strisciò fino alla madre. L'aura bellicosa l'aveva abbandonato.
<< Ah, eccoti qui, Varg. Hai riposato bene? >>
Lear tolse un ciuffo ribelle dagli occhi e osservò, l'espressione indecifrabile.
<< Sai, mi sento molto tranquillo, quando gli sono vicino >> affermò ad un tratto, palesando che parlava del drago ancestrale col mantenervi gli occhi incollati sopra. Sia Vargarv sia Philia inarcarono le sopracciglia. << Intendo, ho sempre pensato che mi avrebbe messo soggezione, un… un drago come lui. >>
<< Beh, Varg è ancora piccolo. >>
<< Sì, può darsi che sia per questo. Ma non solo. E' difficile da spiegare. Posso tenerlo un po'? >>
<< E' capace di camminare, verrà lui da te. Giusto, Varg? >>
Al sorriso radioso e orgoglioso di Philia, il cucciolo decise di concedere un pizzico del suo tempo ai convenevoli. Dopotutto, la noia era profonda.
Ah, e così manteniamo le distanze. Lear lo afferrò con dimestichezza sotto le braccia, posandolo più vicino. Forza dell'abitudine.
<< Wow, il colore delle sue iridi è eccezionale >> esclamò, fissandovi le proprie, castane ma non meno insolite. << Prima non avevo notato. Dove l'ho già visto? >>
Il pupattolo aggrottò la fronte. Quel ragazzino aveva troppe sorprese. Iniziò a dar segni d'irrequietezza e venne rilasciato.
<< Da nessuna parte, credo >> mormorò Philia, la lingua tra i denti. Pettinava la frangia irregolare di Silmarièn, operazione che richiedeva concentrazione e mano ferma. << Se posso dirtelo, il suo è l'unico caso che io abbia rilevato. >>
<< In tutta la tua vita? >>
<< Proprio così. >>
<< Sei sicura? >>
Philia rise.
<< Lear! E' una nuova fissazione? Certo che son sicura >>, improvvisamente parve insoddisfatta della risposta. << E' anche vero, però, che il corso della vita non è uguale per tutti… ci mancherebbe. Perché sei tanto convinto d'averlo già visto? >>
Il giovane drago stette in silenzio. Alla fine alzò le spalle e ammise che probabilmente era solo un'impressione.
Philia continuò a pettinare. Sciolte le trecce, scoprì che quei capelli erano più lunghi. Ma erano perfetti, in ogni caso, proprio degni di una bella bambina. O di una bambola. Un'occhiata a Lear svelò che non c'era niente di strano.
<< Sai >> spiegò, interpretando la sua occhiata come un moto di perplessità. << E' passato molto tempo da quando li intrecciavano in questo modo anche a me. Da allora non ho più avuto bambini, o meglio, bambine attorno. Sono entrata presto al servizio del Dragon Lord Vrabazard… avrò avuto sì e no la tua età. >>
<< Per quale motivo hai scelto la vita da vestale? >> chiese Lear, intrigato dal passato della nuova sorella. <>
Le mani rallentarono un poco, segno che lei raccoglieva le idee.
<< Probabilmente ti farò ridere >> sbuffò, imbarazzata. << Ma non lo so più. Forse avevo semplicemente bisogno di impegnare la mia mente ed il mio tempo. Detestavo mia zia. Era una zitella vana e vuota, tanto che io l'avevo soprannominata Doppia V >> rise. << E dalla morte di mia madre vivevo con lei. Mi obbligava sempre a leggerle volumi senza fine. Cose noiose, poh, non mi ricordo più neanche il genere. Fenomeno della rimozione. Insomma, mi annoiavo a morte. Quando sono entrata al tempio e ho scoperto un mondo di misteri e lingue antiche, credevo d'esser rinata. Quanto a sposarmi, era fuori discussione. Te l'ho detto, avevo la tua età. >>
L'espressione di Lear divenne preoccupata; preoccupata d'aver sollevato argomenti poco felici.
<< I tuoi genitori… morti? >>
Philia annuì, e lui non andò oltre. A che sarebbe servito, infatti, quando aveva ogni risposta in se stesso?
<< E' stato bello vivere là dentro >> continuò la ragazza, vagando con gli occhi della mente per sale a cupola e biblioteche. La sua voce s'abbassò tanto repentinamente da far provare all'ascoltatore il brivido di una discesa. << E' stato bello, sì… finché non ho scoperto che ogni singola bella parete, ogni singola bella suppellettile era in realtà impregnata di falsità. Finché non ho incontrato lui. >>
<< Lui chi? >>
Philia guardò Vargarv giocare con la spazzola.
Impossibile.
<< Prima che rinascesse… >> sussurrò poi Lear, ricordando i discorsi.
Lei annuì, approvando il volume discreto.
<< E' piccolo per capire, eppure è intelligente. Conosci la storia? >> poiché il ragazzino l'aveva sentita in eco, isolato nella villa con tutta la sua famiglia, gliela raccontò. Sì, a grandi linee Lear sapeva di Dark Star… ma mai avrebbe immaginato ogni particolare… inorridito al solo pensiero. Anzi, incapace di formularlo.
<< Io non lo sapevo! >> esclamò, mentre Philia toglieva lo scudo sonoro che li separava dalle testoline verdi. << Non lo sapevo! E' orribile. E probabilmente mio padre… >>
La ragazza interruppe la frase con una caramella, sorridendo mentre gliela metteva in bocca.
<< Adesso non pensiamoci più. E potrà suonare scontato, ma ciò che è stato è stato. Piuttosto, mi potresti spiegare come rifare la pettinatura a Silmarièn? >>
Mise in mostra la bambina, le cui trecce stavano innaturalmente sparate in aria. Sentendo l'adorato fratellino che si spanciava dalle risate, Silmarièn gonfiò le guance.
Dopo dieci minuti passati a sganasciarsi, Lear riprese un po' di contegno.
<< Da' qua, da' qua. Gliele sistemo io. Sono esperto, sai? >>
<< Non ne dubito. A proposito, Varg… >> il bambino, che voltava loro la schiena, incassò la testa tra le spalle e si volse con aria colpevole. << E' ora che anche tu ti rimetta in ordine. Hai fatto una gran cagnara, ieri notte, e guarda come ti sei conciato. >>
Inutile fu tentare la fuga. Fu catturato in men che non si dica.
L'attività era incredibilmente distensiva (almeno per i coiffeurs).
I risultati di Philia furono inappaganti: una moltitudine di ciocche tornava a puntare il soffitto ad ogni tentativo di domarla. Lear lavorò meglio.
Presto aveva finito e attendeva, godendosi i suoi fallimenti con una piccola punta d'innocente superiorità.
Poi, venne la domanda.
Il draghetto sentì il sangue defluire dalle guance. Vargarv lo osservava come se potesse vedere attraverso il suo corpo.
<< E' un qualche gene recidivo di un antenato? >>
Il colore dei capelli. Parlava dei capelli di Silmarièn.
Lei aveva conosciuto i suoi genitori? I suoi nonni? Erano tutti castani, sì. Come lui!
<< No… >>
<< No? >>
<< Non lo so >> riuscì finalmente a balbettare. Non voleva mentire a Philia, ma che altro poteva fare? Soltanto sperar di stornare il discorso. Lei però non capiva. Non lo considerava un tasto dolente.
<< Mai chiesto? >>
<< Non lo so e basta! >> esplose lui, alzando la voce in modo tale che le fece cadere il pettine. Silmarièn alzò la testa di scatto, gli occhi di Vargarv lampeggiarono.
Philia raccolse il monile di perle, riponendolo accanto. Finalmente aveva compreso che qualcosa non quadrava.
<< Scusa, non era mia intenzione irritarti. Continuo a non capire dove stia il problema, ma se parlare d'altro ti farà felice, parliamo d'altro. >>Posò il figlio adottivo a terra e lo guardò sbirciare dalla porta, un occhio fulvo sempre ben piantato sulla figura di Lear. Silmarièn lo raggiunse, curiosa.
Lear annuì. Poi chinò il capo.
<< Scusa. >>
Discorrere delle caratteristiche della sorellina gli aveva richiamato particolari poco piacevoli alla memoria. Tra i quali, sempre collegato all'argomento, il sogno di quel pomeriggio. Già, il sogno. Attraverso la frangia cascante, sbirciò in su.
Forse dovrei raccontartelo, Philia? Cosa penseresti, allora? Sei perspicace, capiresti troppe cose… e io ho giurato di mantenere il segreto. Capisco di doverlo fare. Pausa. Ma se te ne facessi soltanto un avvertimento, per quanto accorato, quanto mi crederesti?
<< Non volevo mancarti di rispetto, né trattarti male. Ma non chiedere di più, per favore. Davvero, ignoro il motivo. >>
Rialzò il viso, in attesa di una risposta.
<< Ho capito >> sorrise Philia, arruffandogli i capelli. << Sono io che mi sono messa a parlare della tua famiglia. E' troppo presto, lo so per esperienza. >>
Quell'arruffare indisciplinato e amichevole portava un'altra ondata di ricordi. Sorella, sorella… da quanto l'avevi scelta per starmi accanto, quando te ne saresti andata? E' dolce come te. Ripensò alle sfuriate. Una gocciolina gli scivolò sulla nuca. Beh, dipende.
<< Philia, ascoltami. >>
<< Hm? >>
Qualcuno bussò alla porta.
<< Sì? >> rispose lei. Sistemò i capelli biondi e pensò, a dispetto del tono gentile: se è quel farabutto con uno dei suoi scherzi, si prepari a morire.
E invece era solo una cameriera.
<< Mi perdoni, vorrebbero vederla giù nel salottino rotondo. >>
<< Arrivo. Lear, andresti a recuperare Vargarv e Silmarièn per me? Ho paura che combinino qualche pasticcio. >>
Gli baciò la fronte.
<< D'accordo. >>

Philia rientrò mezz'ora dopo, trovando la stanza vuota. Evidentemente il compito assegnato al suo giovane amico era al di sopra delle sue forze. Non lo criticava né invidiava: Vargarv era una piccola peste coi babysitter, e infettava gli altri bambini.
Passeggiò in direzione della finestra. Sul percorso incontrò l'armadio, il bordo del letto, un mucchio di coperte. Le mise al posto cui spettavano, sospirando.
La finestra dava uno scorcio minore di Saillune: niente piazza e torre dell'orologio, che in quel momento batteva sei rintocchi. La vista era diversa e piacevole. Il sole scivolava sulle colline boscose, schiene curve sotto il suo peso.
La luce picchettava di riflessi ambrati le pareti.
Quando fosse tornato coi bambini, voleva chiedere a Lear della notte sulla torre. Aveva scoperto che Amelia e Zelgadiss s'erano impegnati per spillare informazioni a chiunque, ottenendo scarsi risultati. Se c'era qualcuno che poteva chiarire, quello era Lear.
Dovette però attendere un'altra mezz'ora. Lo sforzare della porta, malamente incastrata sui cardini dopo l'incontro con un lumacone, la strappò allo stato catatonico.
<< Yuhuu, c'è nessuno? >> cinguettò una voce.
Prima ancora che la testa castana facesse capolino, dietro risuonarono risatine incontrollate. Poi Philia sgranò gli occhi. Lear aveva in testa una vecchia parrucca da giudice, raccattata chissà dove, un enorme naso aquilino e gli occhi incrociati.
Di fronte alla sua impressione, anche l'impassibilità forzata del presupposto legale si ruppe. Così come Silmarièn e Vargarv, cadde preda di un irrefrenabile riso isterico. La ragazza incrociò le braccia, cercando di dar severità al mezzo sorriso che contraeva le labbra.
Uscì una smorfia.
<< Spassoso? >>
In qualche modo Lear riuscì a boccheggiare una risposta, recuperando subito le risate perdute con un'accelerata soffocante. La parrucca scivolò sul piastrellato –non che la testa dell'indossatore ciondolasse molti centimetri più in alto, a ben guardare- e le guance di Vargarv esplosero in una pernacchia a spruzzo.
Il piedino di Philia cominciò a battere il tempo.
<< E perché, di grazia? Ho qualcosa in faccia, forse, per farmi ridere dietro da voi tre smargiassi? >>
Stavolta l'unica reazione fu un debole scuotere della testa. Santo cielo, se il ragazzo non prendeva aria, sarebbe svenuto presto.
Vargarv rotolò via nel tentativo d'alzarsi.
<< Allora? >>
Finalmente venne la risposta. Philia batté una manata sulla fronte, procurando di coprire anche gli occhi. Non era possibile.
<< Avete davvero fatto lo stesso numero in tutte le stanze del palazzo?! >>
Lear sedette compostamente e annuì con espressione molto canagliesca. Lei non l'immaginava capace di una simile smorfia.
<< Quelle che abbiamo potuto, sì. All'incirca i primi tre piani… >>
Philia si lamentava a disco rotto.
<< Ma il buon nome… >>
Al ragazzino scappò l'ennesima risatina. I due cuccioli fecero eco.
<< Ma che buon nome e buon nome, Philia! Quello che ci vuole qui, è una bella carriolata di risa… >>
La mazza chiodata della gentil donzella gli atterrò ai piedi, costringendolo ad una complicata posa di ginnastica artistica per salvarsi. Vargarv e Silmarièn smisero di ballare e gli saltarono al collo.
<< Se vuoi un consiglio, è meglio scappare >> sussurrò il drago ancestrale.
Non aveva parlato abbastanza piano. Sua madre recuperò l'arma e mostrò un bel paio di canini da vampiro, letteralmente svolazzando nella luminescenza nerastra.
<< Voi non scappate più da nessuna parte! >> ululò.
Per la seconda volta da quando la conosceva, Lear ritrovò l'oggetto (bell'eufemismo) metallico sotto il proprio mento. Cominciò a sudare.
<< Lear! Mi aspettavo di meglio da te. Rovinare la tua e la mia reputazione… >>
Dopo una sciorinata di simili corbellerie, finalmente lui beccò la pausa giusta.
<< Hey hey, un momento. >>
Vargarv allargò gli occhi a padella, ammirando il suo fegato. Voglio dire, dopotutto Philia era arrabbiata. Molto, ma molto arrabbiata.
<< Qui non siamo al palazzo del Re dei Draghi di Fuoco, Philiasan. Non piantano una bega colossale solo perché tre persone hanno sgraffignato dei trucchi da carnevale e li usano per divertirsi un po'. >>
<< Sgraffignato?! >>
La parola terminò in una stecca, e Lear si morse la lingua.
<< Ehm, stavo scherz… >>
<< No no, state a sentirmi bene: ora prendete, vi alzate e, dopo aver riportato quella… quella roba dove l'avete presa, tornate qua. Tu, Lear, farai i bagagli per te e Silmarièn; e tu, Vargarv, ti farai un beel bagno bollente. >>
Il cucciolo emise un gemito. Era una punizione, lo sapeva. Avrebbe fatto meglio a controllare che non ci fossero verdure, prima di toccare l'acqua.Il tasto giusto era stato toccato, l'ordine tornò a dominare la scena. Il sorriso gaio di Lear si spense ed i suoi lineamenti appesantirono. Ruotò a mezzo il busto per dir qualcosa nell'orecchio di Vargarv, che annuì, tutto contento. Prese Silmarièn per mano, tenne parrucca e naso finto nell'altra e, così sistemato, imboccò la porta.
<< Hey, fermo lì! >> latrò Philia.
Subito il ragazzino rimasto la zittì.
<< Portano soltanto a posto le cose. >>
Dal tono, lei capì che aveva voluto allontanarli per toccare un argomento delicato. Ormai lo conosceva bene. Gli si parò avanti e pose le mani sulle spalle, coperte dalla solita felpa scamosciata.
<< Che cosa vuoi dirmi, adesso? >>
Lear la sorprese.
<< Sono sicuro che anche tu vuoi dirmi qualcosa >>, le diede un breve sguardo, tenendo il mento basso. << Vero? >>
<< …Hai incontrato Lina. >>
<< Sì. Ti sei chiesta perché non ho mostrato stupore alla menzione dei bagagli? >>
<< L'ho fatto. Ormai posso solo credere che te l'abbia detto lei. >>
<< Esatto. Verranno a prenderci stanotte, o stasera. >>
Philia occupò il silenzio riflettendo. La faccenda non quadrava.
<< Non sei felice? Torni dai tuoi adorati fratelli, starai con loro tutto il giorno, e potrai risentirti a casa. >>
Il draghetto piegò le labbra in un amaro sorriso, premurando di non mostrarlo.
Oh, Philia. Non mi sentirò mai, altrove, come mi sono sentito a Villa Ala… mai, mai più.
<< E poi c'è un'altra cosa >> disse, riprendendo il filo del pensiero. Stavolta la fissò dritto negli occhi. << Mi ha detto… mi ha detto che tu andrai con loro! >>
Ecco, l'aveva fatto. Lina! Imprecò mentalmente la ragazza. Focalizzò meglio il viso preoccupato di Lear, e sospirò. Adesso morirà d'ansia.
<< E' vero. >>
<< No! >>
<< E' più sicuro per noi, così. Per Vargarv. Non voglio che lo prendano: ho fatto una promessa. >>
<< Andrete incontro al pericolo! >> esclamò accoratamente lui, aggrappandosi alla sua veste e strattonandola per dar rilievo alle proprie emozioni.
Philia continuò sul tono conciliante.
<< Se rimaniamo qua, presto o tardi accadrà la stessa cosa di ieri notte. >>
Colto da uno strano presentimento, Lear gettò fuori un fiume di parole.
<< Non riaccadrà! L'incappucciato tornerà ogni volta che hai bisogno… che avete bisogno di lui! Io l'ho sentito minacciare quel mostro, perché ti aveva ferito! Tiene a te! >>
Toccato infine l'argomento, Philia sbatté le palpebre.
<< Quali sciocchezze vai blaterando? Io non lo conosco >> ma, frattanto che l'affermava, non n'era già più sicura. << E comunque, non credo sia nato l'altroieri. Allora perché non si è fatto vivo quando ci hanno attaccato in viaggio per Saillune? O quando… >>
<< Linasan ha ricevuto da lui la sfera che tieni in tasca. >>
<< E' vero, eppure non ricordo nulla di lui. >>
Pausa. La stretta del ragazzino accentuò la pressione.
<< Philia… vieni con noi! Ti prego! Là è… è sicuro, c'è il Cavaliere Luna, i miei fratelli… sono simpatici, te li presenterò. Mi aiuteranno a proteggerti! >>
La sua espressione parve lacerarsi quando la sentì ridere.
<< Oh, Lear >> rispose Philia, attaccando le loro fronti << Sei tanto caro. Ma ho fatto una promessa, e so che questa è la decisione migliore. Sia per Varg, sia per me. >>
<< Vi buttate nelle braccia del Re >> rimbeccò testardamente lui.
Fu allora che intese qualcosa che gli sarebbe rimasto impresso a fuoco nella mente.
<< Non si affronta e sconfigge un pericolo senza pericolo, Lear. >>
<< Andrai, dunque. >>
<< Sì. >>
<< Non c'è nulla che possa farti retrocedere. >>
<< No. Nemmeno la presenza di quel rifiuto ambulante. Fino a che sarà per il bene di Vargarv, andrò avanti. >>
Quello era un concetto nuovo. La menzione di Zeross portò tuttavia il subbuglio finale nella mente del piccolo drago. Invece di distendersi, come la ragazza aveva sperato, essa entrò in tumulto. Il sangue accelerò il flusso nelle arterie, mentre, attraverso il panico, cercava l'appiglio per un discorso sensato.
Quando ci riuscì, scosse fortemente la persona innanzi a sé.
<< Io ho paura di non rivederti. Ho paura che non tornerai da questo viaggio maledetto. >>
<< Lear! >>
<< No, adesso ascoltami tu! >> l'immagine allucinante del sogno gli si ripresentò innanzi, in tutto il suo orrore. << Ascoltami! Non devi andare! Non devi avvicinarti a lui, a nessuno! Tu vuoi sapere cos'ho visto sotto il cappuccio di quell'uomo misterioso che ci ha salvato?! Ebbene, non è stato nulla di spaventoso, nulla di spaventoso, e mi sono chiesto: per quale motivo questa persona copre il suo bel volto, i suoi occhi splendenti, quando nemmeno il Dragon Slayer lo fa, e può incutere molto più terrore? >>
<< Lear… >> balbettò Philia. << Tu hai visto… >>
Lui strizzò gli occhi, dando uno scossone fortissimo.
<< No, ascolta! Se andrai, il pericolo sarà maggiore di quanto tu possa credere! Non sottovalutare il Dragon Slayer, non è sincero. Non capisco perché vi aiuti, ma vi tradirà. Vi tradirà, vi tradirà… e tu… non tornerai mai da me… >>
<< Ora basta, calmati. >>
La ragazza drago ricambiò l'abbraccio. Santissimo, com'erano arrivati a quella crisi di panico? E s'era affezionato così tanto a lei da commuoverla.Il ticchettio dell'orologio parve riprendere solo allora. Sussurrò parole consolatorie, cullandoli e dondolandoli dolcemente. Philia aveva sempre sentito affermare che la cura del silenzio risolve molte cose. Sembrò funzionare davvero. Il respiro del cucciolo aveva rallentato, come il preoccupante tremore. Già, cucciolo. Per chi sapeva vedere, era ancora tale.
Alla fine la curiosità ebbe il sopravvento.
<< Sul serio ti ha permesso di vederlo in volto? >>
Da sotto non provenne suono.
<< Lear…? >>
<< Tu non mi credi. >>
La voce era ovattata, difficile da intendere.
<< Sì che ti credo. >>
<< Non tenteresti di cambiar discorso… Perché non vuoi dar peso alle mie parole? Non ti fidi di ciò che ti dico? >> la timbrica era adesso carica di risentimento. << Credevo odiassi il Dragon Slayer. >>
<< L'odio e non mi fido di lui, se è questo che vuoi sentire. Ma fatico a capire tutti i tuoi discorsi, il motivo di tutte queste preoccupazioni. Ho fiducia in Lina, Amelia, Zelgadiss… anche in Gourry, che può sembrare un ragazzo svampito. Hanno fatto cose incredibili, già una volta perorato la mia causa. >>
Lear poté avvertire chiaramente che ogni sforzo, dedito a persuaderla, sarebbe risultato vano.
Aggrapparsi all'unica speranza. Quello era il solo modo per non impazzire. Ma l'unico argomento adatto era anche quello che non aveva mai toccato con nessuno. A malapena con se stesso. Stringendo i denti, cercò la forza per compier quel passo.
<< Non puoi andare. Non puoi, non puoi, non puoi. Mi guardi confusa, credi che io deliri. Ti rivelerò perché, sì. Lo farò. Tanti anni or sono, io l'ho visto compiere un gesto che chiamare delitto è… nulla. >>
Ogni rumore della reggia zittì. Un inconsapevole atto di rispetto? Più probabilmente, il focalizzarsi di tutta l'attenzione sulle parole che venivano dette.
<< Tu devi sapere; perché, se non sarai prudente… >>
Sul suo volto affiorarono una paura e un'amarezza infinite. Di cosa stava parlando? Di chi stava parlando?
Lear sentì ancora una volta la risata di sua sorella. Danzava sulla terrazza, volteggiava nel giardino e sorrideva alla figura bionda, ritta nella sala.
Tutto era nitido. Ogni particolare. Ormai la veste di Philia era completamente spiegazzata.
<< Era il suo giorno più felice! >> gridò, ripiegandosi su se stesso. Dimenticò il discorso intrapreso. << Il più felice! E l'ha trascinata lontano, senza pietà, senza ragione, per il puro piacere di vederla appassire! >>
<< Lear, cerca di… >>
Philia. Philia! Poteva fare lo stesso a lei, voleva farlo, l'avrebbe fatto. Nella sua mente, il Dragon Slayer non aspettava altro, mentre, nella realtà dei fatti, non aveva sfiorato il pensiero… non ancora, gridò l'anima di Lear.
<< Farà lo stesso, con te! >>
Il giovane drago era in uno stato di shock completo, d'allucinazione euforica. Risucchiò lentamente le labbra, dando alla bocca l'aspetto di una linea. Il suo percorso emotivo preoccupava inverosimilmente Philia… non era bene che, alla sua età, provasse già tanto odio. Tanta disperazione. Era un momento anomalo, oppure questo era ciò che costantemente nascondeva?
Non rispose.
Lui mollò la gonna.
Sospirò.
Sono sconfitto.
<< Parti pure con loro, dunque. Non ti odierò per questo >>, abbozzò un sorriso. << Anzi, ti vorrò ancora più bene, sapendoti lontana e in pericolo per una nobile causa. In questi ultimi tempi mi sono comportato con infiniti alti e bassi, spero di non essere… >> stava per dire “veramente così”, ma si trattenne. << E scusa per la tua gonna; se ho urlato. Mi auguro soltanto che questa sia la decisione giusta, Philiachan. >>
Philia annuì e sorrise, stringendolo prima di uscire.
<< Terrò cari i tuoi consigli. Ti voglio bene, piccolo Lear. >>
Gilraen…

Come se ne fu andata, lui sentì la propria coscienza riempirsi di fosche risonanze. Pensò a Silmarièn, ancora insieme a Vargarv, e imboccò l'uscita.
Non voleva più restare tra quelle pareti. Gli rimandavano continuamente indietro le voci della disfatta.
Raggiunta una finestra del corridoio, pregò silenziosamente il cielo.
<< Ti prego, proteggi mia sorella. >>
Gli tornò alle labbra la sentenza preferita di suo padre. Ombreggiò gli occhi con la frangia e le sue labbra si mossero. Silenziose.
Quando il sentiero oscuro tu intraprendi, per sempre esso dominerà il tuo destino.
Ecco, ecco la frase.
Ma Philia non conosceva la forza di quel sentiero. E, in ogni caso, avrebbe creduto di poterla contrastare da sola.

La sala da pranzo che avevano occupato la mattina era stata dichiarata inagibile. Prima di raggiungere quella sostitutiva, Lina dovette scarpinare per mezzo palazzo. In più, arrivata a metà percorso, notò che Gourry l'appendice era scomparso. Così, torna indietro, trovalo, ripesca la via giusta… insomma, gira che ti rigira, l'operazione rubò una preziosa mezz'ora. Aggiungetela al suo stomaco: mistura esplosiva.
Il suo saluto fu, infatti, scaraventare la porta fuori dei cardini (che poi erano molto provvisori) e mandarla dritta in testa a Zeross. La sua tazzina, e per poco non anche la scatola cranica, volò nel piatto di Zelgadiss, spruzzandolo di minestrone.
La maga sedette vicino ad Amelia. E brandì le posate pronte mentre Zelgadiss ringhiava un commento del tipo: << Ma figurati Lina, non ti scusare così umilmente, non c'è problema… >> e via dicendo. Quando lei fu stufa di udire i suoi brontolii in sottofondo, gli lanciò in bocca una fetta di pane. Dimostrò d'avere una mira invidiabile.
Zeross rimise diligentemente la porta nel punto cui essa apparteneva.
<< Beh? Non viene a tenerci compagnia, il draghetto Enshiyi? >> chiese Lina.
<< Ha preferito la cena in camera. >>
Amelia guardò la bella pendola intarsiata.
<< A che ora dovrebbe arrivare l'espresso di Luna? >>
La maga al suo fianco spruzzò tutto il boccone in faccia a Zeross. Il demone estrasse un fazzoletto e cominciò a pulirsi, una venuzza sulla tempia.
<< Entro le dieci >> sogghignò Zel.
La principessa guardò Philia. La draghetta ancora sistemava la sedia di Vargarv, un vero e proprio scranno innalzato ai cieli da montagne di cuscini.
<< Ti ha raccontato? >>
Philia scosse il capo.
<< Com'è possibile?! >> interloquì Lina. << Credevo fossi la sua confidente. >>
<< Già >> constatò Zelgadiss.
<< L'unica confidente era sua sorella. >>
<< Era? >> ripeté Amelia, perplessa.
<< Cucù, sveglia Philia! Sei un po' sconvolta? Silmarièn è viva e vegeta! >> motteggiò la rossa, sventolando la forchetta. Luna non aveva raccontato quanti e quali membri formassero la casata Enshiyi. E lei, da buona ignorante, ignorava dell'esistenza di una sorella maggiore.L'unica risposta di Philia fu alzare le spalle a loro. Poi fissò intensamente Zeross, divisa tra dubbio e disprezzo. C'entrava qualcosa, lo sentiva.
Nessuno teme così ciò che non conosce…
Il demone notò e inarcò le sopracciglia. Prima di rompere il contatto, Philia studiò i suoi movimenti; ma non trovò nulla oltre il solito sorriso di circostanza. Ci avrebbe pensato un'altra volta. Adesso era meglio rilassare i nervi.
A rovinarle i piani, uno dei tanti maggiordomi, le consegnò una lettera firmata Ziras. Pazienza. L'avrebbe letta per conciliarsi il sonno… se era un'altra poesia.

Fosse stata in piedi, probabilmente dovuta sedere di botto. Scorse il foglio in modo sommario, catturando frasi che emergevano volontariamente dall'intrico di righe.
Tu hai deciso di crescere e difendere la persona che una volta mi salvò la vita.
…suo e tuo vecchio amico, sarò sincero con te.
Il giorno dell'evacuazione, i cunicoli di Solaria sono stati attaccati.
…scomparso.
…cercato ovunque, ma…
Senza lasciare tracce. E l'esplosione, che ha fatto scalpore in tutta la Penisola…
Poi, al nuovo rifugio, trovato da un conoscente…
Dopo due mesi di angosce.
Non so cosa pensare. Se la fortuna gli abbia arriso, o se sia poco prudente… fidarsi di lui.

Cioè. Deglutì, fissando con apprensione il lettino che Amelia aveva fatto mettere nella stanza. Intravedeva senza difficoltà una testa verde. Cioè. Ziras stava affermando che il suo Vargarv era scomparso durante una rappresaglia, ed era tornato da solo? Forse nemmeno sapendo quale fosse il nuovo rifugio?
Un lungo brivido la scosse.
Aveva udito di certe storie orribili, di lavaggi del cervello e… ma non poteva essere. Se l'avessero catturato sul serio, in quel preciso istante avrebbe pianto, urlato e chiamato nel palazzo del Re. E poi era così piccolo! L'apparenza ingannava: aveva appena superato l'anno e mezzo d'età.Nonostante il rassicurarla della ragione, scostò le coperte e si alzò. Raggiunse il lettino, atterrò dolcemente sulle ginocchia. Così evitò di proiettare un'ombra spaventosa. E Vargarv spuntò con aria assonnatissima da sotto il lenzuolo.
<< Che c'è? Bisogna scappare? >> biascicò, stringendo un pupazzo a coniglio.
<< No, no, Varg. Puoi rilassarti >> rispose Philia, sentendo sollievo.
Dopo quella lettera non si sarebbe stupita se, al posto del suo piccolo tesoro, avesse trovato un mostriciattolo in pigiama. Il solo pensiero la copriva di sudor freddo. Ma il drago ancestrale era autentico.
Gli lisciò i ciuffi sulla fronte, poggiando la guancia sul suo cuscino. Che sciocchezze andava a pensare? Quello era il suo Vargarv. Era semplicemente stato fortunato (e non poco, potremmo azzardare).
Di punto in bianco sentì solo un'immensa tranquillità.
Non poteva saperlo ma, oltre i vetri della finestra, nel buio della notte e delle fronde, due occhi dorati vegliavano sul loro sonno. E di tanto in tanto rivolgevano al cielo una nuvola di vapore.
Nessuno avrebbe fatto irruzione nel castello, quella notte.
Né la seguente, né l'altra ancora.

Nello stesso momento, Lear avvertì la sua presenza. Alzò le palpebre. Sin dall'inizio ne fu rassicurato. Adesso era certo: Philia non sarebbe stata sola.
Sospirò di sollievo.
Mi mancherà da morire.
Cercò di tener gli occhi aperti, di leggere, troppo crucciato per lasciar la mente libera. Eppure la lettura non aiutava. Premette le due metà del libro l'una contro l'altra, esasperato. Proprio allora, l'onirico silenzio cadde.

Silmarièn era già crollata. Giaceva in fondo al letto del fratello, con una manina di fianco al viso e la bocca semiaperta. Lear tornò meccanicamente al volumetto e si bloccò. Già, perché diavolo stava alzato, se voleva dormire e non c'erano impedimenti? Il libro neanche gli piaceva: troppo triste. Sicuro dei propri pensieri, lasciò ricadere le braccia in avanti, finché la copertina non toccò il lenzuolo. Era un po' abbioccato dal sonno, d'accordo, e guardò con incertezza verso la lampada. Uh, doveva proprio sporgersi. Sperava di non cascare. Tuttavia, come posò il volume sul comodino e trovò l'interruttore, si fermò di nuovo.
Che cosa sto aspettando?
Già, lui non aveva risposte per nessuno, meno che tutti la sua persona… anzi, era alla costante e morbosa ricerca d'esse negli altri. Ma poteva provare.
Sul soffitto niente. Dalle finestre niente. Dal pavimento niente. Restava solo... oh, santo cielo. Deglutì. Quella sensazione crescente, come la marea sulla spiaggia. Quei suoi deliri lo avevano sempre turbato, ogni volta che vi aveva assistito. Ma non aveva dubbi che la gola secca che si sentiva, stretta e tesa, fosse presagio di uno di essi.
Trascorse un lasso di tempo così lungo che reclinò il capo e dormì. Quando rialzò le palpebre, inizialmente scrutò attraverso le ciglia castane.La causa era un rumore. Di zoccoli, tanto strano da svegliare la paura. Si trattava di una particolarissima carrozza da traino a volo, senza ruote. Ad essa era attaccato un baio petaso. Solcava il cielo della capitale, sotto la guida del cocchiere: Luna Inverse in persona. Ma Lear non sapeva.
Ma qualcos'altro gli fece scordare il timore.
Mentre la carrozza e i due draghi di Dimos atterravano nei giardini, Silmarièn gemette.
Lear avvertì un tuffo al cuore.
Strisciò febbrilmente fuori delle coperte, sollevandola tra le braccia. Fece attenzione a non disturbare il suo sonno; non sapeva cosa sarebbe potuto accadere, altrimenti. Il copriletto era liscio e fluido. Mentre scivolava piano verso il bordo, gli occhi della bambina brillarono, lucidi come specchi. Le sue labbra tremarono. Poi lasciarono passare una voce flebile e profonda.
Energica.
<< I grifoni sono sconfitti... il padrone eluso. La zingara ha due volti, il bambino ha due volti, la Madre ha due volti. Il volto dorato scompare, a morte dunque la zingara e i suoi fratelli! Per lei son impedimento! >> Il rumore aumentò in intensità, disturbandola. << Il bambino dagli occhi fulvi ha già vissuto, e può salvare grazie a... la Madre non è ingenerata... rivolgete la vostra fiducia al... >>
In quell'istante la porta si spalancò. Silmarièn gridò, svegliandosi. Lear stesso emise uno strillo.
Sulla porta c'era Luna, e la direzione erano gli accampamenti del nord.
Il giovane drago asciugò febbrilmente la fronte.

Philia spalancò la finestra, scrutando il cielo.
Il fragore moriva. E non aveva neppure avuto tempo di salutarlo.

Lear sporse la testa fuori del finestrino. Che importava se le tendine bordeaux svolazzavano selvaggiamente? Erano saliti molto. Nelle intenzioni di Luna avrebbe dovuto dormire. L'incantesimo, però, aveva fatto cilecca. Altrimenti adesso non avrebbe guardato Saillune dalla carrozza.
Badò pochissimo alla parte anteriore del convoglio, dove l'aria veniva sferzata dal muscoloso destriero. Rivolse l'attenzione al suolo lontano.
Qualche luce attraversava le vetrate, indicando la posizione del palazzo. Il cuore gli si strinse.
Philia, vado dai miei fratelli. Sono felice. Ma qui, lascio te. Ricordati ciò che ti ho detto! Non voglio perderti!
Guardò il più a lungo possibile in quella direzione, per imprimersi nella mente la forma delle guglie, della città; chiedendosi se l'avrebbe rivista così come l'aveva conosciuta la prima volta, o rivista del tutto. Là dentro c'era la sua seconda Gilraen.
Strinse le dita sul bordo legnoso.
Non poteva dimenticarlo.
Poi, vedendo uno dei dragoni di Dimos virare e affiancare la carrozza, si ritrasse e abbandonò sul sedile. Non c'era bisogno di fingere: sapevano che era cosciente. Ciò nonostante, preferì non aver contatti con loro. Suo padre non aveva mai parlato in modo molto lusinghiero di quella razza. Non che importasse. Sui draghi ancestrali si era sbagliato.
Attraverso il finestrino, l'aria gli staffilava il volto. Ma come ogni buon drago ne provò piacere e aspirò a fondo.

Passarono i giorni e il palazzo reale venne finalmente ripulito, con somma gioia di Zelgadiss che continuava, volente o nolente, a scivolare. La torretta rimase in fase di costruzione per poco, ma le piscine non videro ombra di restaurazione fino alla conclusione della guerra.
Dalla fatidica notte dei mostri, i nostri erano stati abbastanza tranquilli. E, nonostante i continui borbottii d'avvertimento della chimera, spensierati.
Ciò vale soprattutto per Lina e Gourry. Altri invece...
Amelia, ad esempio, aveva sviluppato il senso d'abnegazione statale (come lo chiamava lei) o un nuovo masochistico modo per rovinarsi la vita (come diceva Lina). Trascorreva la maggior parte del suo tempo col padre e gli alti dignitari.
Philia, dal canto suo, continuava a rimuginare sul contenuto della lettera, sicura che qualcosa di tremendamente importante le sfuggisse. Ora ricordava: il famoso incendio di Lugial, la metà occidentale di Solaria. Raccontavano di un'immane esplosione, che aveva spazzato via chiunque, cacciadraghi e non. Il che portava la draghetta a pensare cose poco piacevoli sulla precisione del tiratore.
In ogni caso, Vargarv faceva di tutto per dimostrarsi pestifero come prima.
Oh, e se vi state chiedendo dove fosse finito Zeross, beh, ecco la risposta: tutto il tempo che poteva dedicare a far dispetti, lo impegnava al meglio. Si capisce, qualcosa doveva pur farlo. Tanto più che quell'odiosa di Dolphin, appurato che lui non serviva più a nulla fuori del palazzo, gli aveva ordinato di restarci. Senza eccezioni. Sai che noia.
Il bello è che Philia quasi lo andava a cercare, per rincorrerlo un po' a suon di mazzate. Una sorta di comodo antistress. Per lei, ci tiene a precisare il demone. E, come non tardarono a notare gli altri, quando li vedeva Vargarv diventava rosso di rabbia. Poi fissava ostinatamente fuori della finestra.
Però, Philia non s'azzardò mai a tirar fuori l'argomento Lear. L'argomento delitto.
L'andazzo fu questo, finché… finché un bel giorno, Lina parlò con Philionel, lesse una lettera, fermò l'amica e, guardandola negli occhi, disse due parole. La ragazza bionda restò lì, raggelata, mentre Vargarv la raggiungeva schiamazzando coi figli della servitù.
Domani partiamo.
Su, fino al castello maledetto del Re. Arrampicato sui ghiacci, non l'aveva dimenticato.
Gli eserciti, contando anche quelli nascosti d'Elmekia e degli Stati Costieri, non bastavano per invadere una potenza qual era l'impero di Kalmaart. E il Re, a quanto pareva, preparava un assalto micidiale. Ci voleva Luna.
Ma Luna non era ancora pronta.
Il continente aveva disperatamente bisogno di un'azione di salvataggio.
Oh, perché se ne preoccupava adesso? Aveva accettato… beh, era stata costretta dalla promessa, parecchio prima.
Vargarv tirò la sua gonna.
<< Mamma? Sei pallida. >>
<< Va tutto bene >> rispose Philia, prendendolo in braccio e baciandogli la fronte.
Il pupo si scostò, un po' schifato.
<< Non c'è bisogno di tutte queste smancerie! Sono io che devo proteggere te! >>
Lei rise e, ammiccando agli spettatori della scenetta, si avviò verso un salottino circolare. Amelia prendeva un the con un nugolo di conoscenti. In fondo, appoggiato allo stipite, Zeross salutò con un commento che fece corrucciare il cucciolo.
<< Ci manca solo questo. >>
Avrebbe visto. Stupido individuo!

Poi, una mattina…
<< Amechan, hai ancora un po' di spazio negli zaini per il cappuccio di Varg? L'ho dimenticato fuori… >> informò Philia, sollevando il piccolo capo imbottito.
<< Le undici e mezza. Siamo in ritardo >> rispose la principessa.
<< Anch'io >> intervenne Lina, alzandosi dalla poltrona. << Andiamo a farci uno spuntino. >>
E uscì.
<< Yaaaawn >> intercalò Gourry.
Un gocciolone sommerse Zelgadiss.
Serafico, Zeross sorrise.
<< Tempo di partire, eh? >> cinguettò, indeciso se ridere e restare o ridere e scappare in qualche isola del sud.
LoN, avrebbe sopportato un'altra missione con quel drago dorato? Con quella dinamitarda di Lina? Con quel musone di Zelgadiss? Per non parlare dello spadaccino laureato e della principessa delinquente.
Ai cancelli cittadini, una risposta parve sorgere, abbagliante nella sua semplicità.
Fu Philia ad ispirarla. Quando si permise di canzonarla, perché ancora la coda le spuntava dalla gonna, registrò l'occhiata come una delle più velenose. E allora capì.
Lina, Gourry, Amelia e Zelgadiss non erano nemmeno da prendere in considerazione…
Poi Philionel si commosse troppo e riempì l'aria, insieme all'appiccicosa figliola, di sentimenti smielati.
Bleah.
Non poteva darsi per malato?!

Resta in pace, resta in pace, cuore tremante;
Ricorda la saggezza dei giorni antichi:
Colui che trema di fronte a fiamma e flutto,
Di fronte ai venti che soffiano per stellati percorsi,
che i venti delle stelle, che la fiamma e il flutto
Lo possano sommergere e nascondere, poiché egli straniero
E' a questa solitaria, maestosa moltitudine.

W. B. Yeats

<< capitolo precedente>> capitolo successivo

<< HOME