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capitolo 10 - CATTEDRALE DI MEMORIA, CORRIDOIO PER IL PASSATO (Hector, the magnificent) |
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Il terzo sogno iniziò qualche ora prima dell'alba. Philia aprì gli occhi, con la sensazione di averli chiusi soltanto un attimo prima e non le ci volle molto per rendersi conto che in realtà stava ancora dormendo nel suo letto. Per quanto riuscisse a ricordare, fino a quel momento era stato un perfetto sonno senza sogni che le aveva permesso di riposare il corpo e la mente. Poi qualcosa aveva lacerato il buio dei suoi pensieri e in fine il sogno era là. Come se ci fosse sempre stato. Si era aspettata il deserto arido e lo strano silenzio, la torre nera e quel cobra dalle spire insanguinate, così rimase sorpresa di ritrovarsi nella piazza principale di Rahya, accanto alla piccola fontana di pietra che zampillava acqua di fonte. Si guardò intorno stranita, osservando ad una ad una le piccole case colorate che si affacciavano sulle strade senza nome. Non c'era bisogno di indirizzi a Rahya: tutti conoscevano tutti, bastava soltanto chiedere. Philia avrebbe dovuto sentirsi tranquilla in un ambiente che conosceva bene ma non lo era. Tutto ciò che la circondava era solido, netto, decisamente troppo reale per essere soltanto un sogno. Era qualcosa di molto vicino alla realtà, maledettamente affascinante e spaventoso allo stesso tempo. Istintivamente provò a svegliarsi, perchè era una sensazione innaturale quella che provava a starsene con la mente in mezzo ad una riproduzione pressochè perfetta di una città che era lontana almeno venticinque chilometri dal suo corpo, ma le fu chiaro fin dall'inizo che ogni tentativo sarebbe stato del tutto inutile. La visione che aveva davanti suscitava un qualche tipo di attrazione su di lei e aveva ormai la consapevolezza che la sua mente fosse racchiusa in qualcosa di vischioso e compatto che le sarebbe stato impossibile distruggere per tornare alla realtà. Sospirò, mentre altre ipotesi si aggiungevano alle prime senza per altro fare molta chiarezza e alla fine decise di stare al gioco. Qualunque cosa fosse - e non aveva l'aria di una semplice manipolazione mentale - forse l'avrebbe portata alla conclusione di quella faccenda. Il paese sembrava perfetto anche nel più minuscolo dettaglio, dal lastricato di pietre della piazza principale irregolare e grossolano, ai graziosi balconi di legno dai quali traboccavano fiori colorati anche d'inverno. Philia sfiorò con attenzione il bordo poroso della fontana, quasi si aspettasse di vederlo scomparire da un momento all'altro. Trasalì scoprendo che poteva sentire il freddo contro il palmo della mano e che anche la ruvidezza della pietra era stata riprodotta alla perfezione. Lasciò scivolare le dita in acqua e fissò il proprio riflesso tremolare e poi sciogliersi in semplici increspature. Forse avrebbe dovuto camminare lungo i vicoli, cercare un particolare che facesse evolvere quella visione. Magari ci si aspettava da lei un qualche tipo di reazione. Si alzò, lasciando piccole tracce d'acqua alle sue spalle e attraversò la piazza riscaldata da un tiepido sole autunnale. La brezza le sollevò i capelli, legati in una treccia come quando dormiva e non sciolti come li avrebbe tenuti se fosse stata davvero sveglia. Solo allora si rese conto che si trovava lì, ovunque fosse, vestita come quando era andata a dormire. La sua immagine era la sola cosa che sembrava veramente fuori posto in quella cittadina, tranne il fatto che non c'era nessun altro oltre a lei e al silenzio. Già, il silenzio. Come il sogno precedente e quello ancora prima. Un pressante, corposo silenzio. La rumorosa mancanza di ogni più piccolo suono. La brezza si tramutò in un violento colpo di vento. Philia fece appena in tempo a vedere uno dei balconi liquefarsi davanti ai suoi occhi poi un attacco di nausea la colpì così forte da piegarla in ginocchio. Fu come se la terra sotto ai suoi piedi si fosse innalzata di un centinaio di metri per poi tornare giù nel giro di un istante. Quando alzò lo sguardo, Rahya non c'era più. Al suo posto si stendeva il deserto arido e polveroso, col terreno lacerato da crepe profonde che si diramavano a perdita d'occhio. In lontananza nubi scure scaricavano fulmini senza il fragore del tuono. Philia vomitò a lungo, inghinocchiata al suolo, con le mani a terra e la lunga treccia bionda immersa in quella polvere finissima. Si pulì le labbra con un gesto veloce e scoordinato mentre cercava di alzarsi in piedi. Stranamente la testa non le girava. Sentì il familiare senso di tensione, quello che precedeva la tempesta o che la seguiva. Lo stesso che aveva già permeato le sue precedenti visite. Ma mancava qualcosa. Si ritrovò a sorridere senza sapere bene perchè. "Ti sei scordata la torre" gridò al vuoto. Come si aspettava, il suono lacerò il silenzio rendendo la sua stessa voce quasi dolorosa da sopportare. Avrebbe voluto aggiungere che mancava anche il serpente, ma l'idea di vedere quella bestia in una forma che la facesse apparire ancora più reale non la entusiasmava. Aspettò paziente che la sua domanda venisse ascoltata. Trovarsi in quel luogo le sembrava meno innaturale che trovarsi al centro della piazza di Rahya, ormai. E poi lì c'era lei. La ragazza di porcellana che doveva possedere tutte le sue risposte anche se Philia non aveva idea di cosa dovesse fare per ottenerle. "Siamo altrove" le rispose all'improvviso una voce familiare, lenta e indecifrabile nata esattamente dal nulla. Il paesaggio, tutto quanto, ruotò intorno a lei procurandole un altro devastante conato di vomito. Era come trovarsi inchiodati al pavimento di un'immensa stanza le cui pareti erano in grado di girarti intorno. La ragazza di porcellana era a tre metri da lei, seduta ai piedi di una culla di marmo. Sembrava la scultura per una pietra tombale, l'ultimo struggente saluto ad una creatura molto piccola. Philia osservò il panneggio del velo che dalla sommità della culla a mezzaluna scendeva morbido a coprire parte del dondolo, su cui erano scolpite centinaia di minuscole rune in un ordine che scoprì di non conoscere. La ragazza era immobile, tanto da sembrare parte della scultura anche lei. "E' un altro luogo" ripetè ancora. Sedeva a terra, con un braccio appoggiato alla gamba lievemente piegata. Ma il suo velo la copriva sempre, senza lasciar scoperto neanche un centimetro del suo corpo, a parte il viso e le mani di porcellana. Philia era affascinata dalla culla e dal marmo bianco che la componeva. Provò ad avvicinarsi, ma qualcosa nella sua testa glielo impedì. Abbassò lo sguardo, incrociando quello verde smeraldo della sua ospite. Rimasero a fissarsi a lungo, in silenzio. Il vento portava sabbia sulla culla. La bambola aveva lo sguardo spento, come se non fosse consapevole di essere lì. Eppure lo era, Philia sapeva anche questo. "Perchè continui a trascinarmi qui?" Chiese all'improvviso la ragazza drago. La culla si sgretolò divenendo polvere. Lei improvvisamente fu in piedi. Philia non la vide alzarsi, semplicemente comprese che non era più seduta. Nessun movimento. "Sei tu a portarmi qui" disse la bambola di porcellana. Philia scosse la testa. "Non è possibile" esclamò, con una calma che sorprese anche lei. "Io non so che posto è questo. Non posso averti portata qui" L'altra sembrò disinteressarsi della risposta ricevuta. Nè sembrò decisa a dare ulteriori spiegazioni. Il paesaggio cambiò ancora, ma in modo diverso. Granelli di sabbia si sovrapposero ad altri granelli di sabbia, come immagini disegnate su due fogli diversi fino a che un luogo non sostituì l'altro scivolandoci sopra. Fu così che la torre emerse dallo spazio vuoto alle spalle della ragazza. Philia allora ricordò le nuvole riflettersi sulla superfice scura e le vide. Ancora una volta, era la sua figura a mancare. Non c'era un'altra se stessa che respirava nel buio lucido della torre. Questo faceva paura. Faceva paura come il viso immobile della strana ragazza che le stava di fronte. Come l'aria che si era fatta pesante e opprimente. Philia sollevò lo sguardo, il cielo sembrava contorcersi sotto le scariche elettriche. Ancora nessun altro rumore oltre alle loro voci. "Chi sei?" Le chiese all'improvviso, senza sentire il bisogno di abbassare lo sguardo su quel corpo bianco e immobile. "Una specie di custode? La custode di questa torre?" Sentì la forza di parole lontane richiamate da chissà dove che le sfioravano le braccia e i capelli con un leggero alito tiepido. La bambola aprì le labbra senza incresparle. "Non è questa la domanda" sembrò di sentirla cantare. "Tu sai già. Non chiederlo più" Il tepore caldo vicino al suo orecchio si dissolse ma si alzò un gran vento che le scompigliò furiosamente i capelli, costringendola a chiudere gli occhi. La polvere era fitta e graffiante. "Io non so invece!" Philia gridò per farsi sentire oltre la tempesta di sabbia. "Io non so niente. Chi sei?" Il vento le sferzava le guance. Tentò di coprirsi. Solo quando i suoi occhi si posarono di nuovo in quelli verdi della bambola, il vento cessò di colpo. Philia esitò. "Ti prego....io...non capisco...." La bambola rimase in silenzio per qualche istante, poi il suo viso immobile sparì nell'ombra del velo. Solo gli occhi lampeggiarono. "Attenta. Sta arrivando..." "Che cosa?" Ci fu uno schianto secco e un sibilo. Brividi di autentico terrore percorsero la schiena di Philia nei pochi istanti che precedettero l'apparizione del mostro e poi, il serpente fu davanti a lei. Nero e lucido, sembrava far parte della torre stessa e si avvolgeva intorno alla vita della ragazza di porcellana. "Tu sai chi sono" dissero le due figure all'unisono. La voce atona della ragazza percorsa dai sibili quasi metallici del serpente. Poi Philia cadde nel vuoto. Wolf Pack Island, a sud della Penisola dei Demoni. Zelas e Xellos sedevano al tavolo dell'ampia sala da pranzo in un silenzio quasi perfetto. Il continuo rimescolare del cucchiaino di Zelas contro la tazza di porcellana cominciava ad essere insopportabile. Xellos si schiarì la voce, sperando di essere compreso, ma Zelas non si girò nemmeno, ignorandolo o forse davvero così sovrappensiero da non accorgersi di essere irritante. Il priest poggiò con delicatezza la sua tazza di cioccolato sul piattino, continuando a fissare il suo capo mentre lei non guardava. Era una situazione imbarazzante starsene lì in silenzio senza avere la minima idea di cosa dire senza rischiare di irritarla più di quanto non fosse già. Dopo la loro discussione si era tranquillizzato ma vedersela piombare in sala del trono un paio d'ore prima dell'alba significava che era tanto nervosa da non riuscire a dormire oppure che si sentiva male in qualche modo. In entrambi i casi lui non sapeva se sollevare di nuovo la questione Alastor o se cercare di fare conversazione. Optò per la seconda opzione che presentava meno probabilità di errore e si buttò sul classico. "Il cielo è grigio stamattina. I lupi sono tutti sul picco di Kharan" Il cucchiaino smise di girare nel caffè e per un istante Xellos credette di aver raggiunto il suo scopo, ma si sbagliava. Zelas riprese a mescolare subito dopo essersi girata verso di lui. "Lo so" rispose annoiata. "Prevedevano tempesta per l'ora di pranzo" "Ah bene" commentò Xellos, asciutto. Si complimentò con se stesso per essere riuscito ad invischiarsi nella discussione più stupida dei suoi ultimi cinquecento anni. Se non si sbagliava, solo Philia era riuscita a coinvolgerlo in discussioni più inutili di quella. Pensò di cambiare discorso ma non gli riuscì molto bene. "Allora hai parlato con i lupi, capo?" Subito dopo averla formulata, si rese conto che era una domanda veramente insensata. Zelas non parlava con i lupi, era direttamente in contatto mentale con loro e frugava nelle loro menti così come adesso stava frugando nella sua alla ricerca di una qualche traccia di intelligenza residua. Lo guardò con lo sguardo più indecifrabile che le avesse mai letto in faccia. "Xellos, se devi chiedermi qualcosa, fallo e basta" esclamò poi. Il subordinato tossì per ritrovare un contegno. "Mi chiedevo se stessi meglio" disse. Zelas si passò la lingua sulle labbra e fece spallucce, appoggiandosi allo schienale della sedia. "Non lo so" rispose, guardandosi la mano sinistra appoggiata al bracciolo della sedia. "Ma gradirei non parlarne più" Xellos provò a ribattere con un "Ma capo-" "Non ne parleremo più" ripetè allora lei con più decisione e guardandolo con gli occhi ben aperti che avevano tutto del lupo e ben poco della donna quella mattina. "Almeno fino a quando non sarà necessario." "Come desideri, capo" mormorò Xellos, chinando leggermente la testa. Adesso sapevano che Alastor era ancora in circolazione ma non erano sicuri che avrebbe davvero tentato di attaccarla di nuovo. Magari non era nemmeno più in grado di farlo. E di certo lui non gli avrebbe permesso di riuscirci. Forse era davvero meglio non tornare più sull'argomento se questo le permetteva di ricominciare a vivere normalmente. "C'è del vino?" Zelas si era alzata e stava scrutando l'isola oltre le tende. Senza ulteriori specificazioni s'intendeva quello rosso e di Zefilia. Xellos non sprecò parole a risponderle che c'era, ma le versò il vino in un bicchiere fatto apparire per l'occasione. Glielo porse che lei stava ancora guardando fuori. "Guarda Xel, vieni a vedere" lo chiamò lei, agitando la mano. "Il mare sta gonfiando" Xellos scostò la tenda e le fece compagnia mentre il mare s'increspava in riccioli di schiuma sempre più numerosi. La luce dell'alba sembrava sciogliersi nell'acqua, mentre onde sempre più violente si schiantavano contro gli scogli. Di scatto Zelas spalancò la finestra, lasciando che un pò di quella tempesta invadesse il castello. Il vento prese a scompigliarle i capelli come le fronde delle palme giù alla spiaggia. La demone si sporse quasi del tutto dal davanzale e rise sguaiata al sole nascente e a quel vento che sapeva di mare sulle labbra. Xellos si chiese se fosse stata l'isola a regalarle una tempesta o se fosse stato il contrario. Non importava, che fosse stata una coincidenza o meno, sembrava esattamente la cosa più adatta in quel momento. Il subordinato sorrise, osservando la sua master attraverso lo schermo delle ciocche bionde che s'intrecciavano con le sue e gli sferzavano il viso. Di colpo Zelas salì sul davanzale, le braccia al cielo e gli occhi chiusi ma sorridenti. "Guarda Xel. GUARDA!" gridò, mente prendeva a piovere. Grosse gocce calde e tropicali. "QUESTA E' LA MIA ISOLA!" Rise ancora, tentando di afferrare le gocce di pioggia con la bocca aperta. Poi si girò sorridendo e a Xellos sembrò infinitamente giovane in quel vestito zuppo, con i capelli fradici appiccicati al viso tondo e color ambra. "E' così che voglio il mio vestito" disse poi, atterrando sul pavimento con un suono soffice e umido. Si tirò su quasi subito, ed era così vicina da sfiorarlo con le labbra. Improvvisamente, di nuovo, era lei: bella e selvaggia regina dell'isola. "Rosso come la luce dell'alba e in tempesta come il mare di quest'isola oggi" Sfogarsi con una tempesta e lasciare la paura alle spalle, portandosi l'isola in un vestito come incoraggiamento. Era questa la sua soluzione, ora capiva. Xellos, semplicemente, sorrise. "Ai tuoi ordini, master" Città di Seillune, al Centro del Vecchio Continente. Amelia non fece nemmeno due passi nella stanza che Milgazia le sbarrò la strada, con le braccia incrociate al petto e un piede che batteva spazientito sul pavimento. "Tu cosa ci fai qui?" chiese, occupando metà della porta e impedendole di attraversare l'altra metà con il semplice sguardo. La regina arricciò il naso. "Colazione forse?" rispose, sarcastica. Il drago scosse la testa. "Non qui" esclamò deciso. Amelia sollevò un dito, secondo la moda demoniaca che imperversava da una decina d'anni ormai, e sorrise. "Attenzione, drago. Ho un patto per te!" Milgazia fece schioccare la lingua. "Ti sei alzata dal letto e hai sceso le scale" disse "Hai infranto due ordini tassativi in meno di un quarto d'ora. Che cosa ti fa pensare che starò qui ad ascoltare una tua proposta, per altro sicuramente non realizzabile?" La regina non perse il sorriso. "Drago di poca fede! Stammi a sentire almeno, no? Cos'hai da perdere?" Milgazia sospirò rassegnato. "Niente, a parte la pazienza" commentò sbuffando. "Forza, sentiamo. Che cosa avresti escogitato?" Amelia lo guardò con una faccia tutta da descrivere. Aveva l'espressione furba e sicura di chi aveva per le mani una soluzione meditata per ore e sicuramente poco vantaggiosa per l'interlocutore. Milgazia prese nota mentalmente delle sensazioni poco positive che quel ghigno sul viso di Amelia gli stava trasmettendo e rimase in ascolto. "Io farò un'abbondante colazione sana e nutriente, fatta con ingredienti semplici, tanti carboidrati, zuccheri contenuti e niente cioccolata...." iniziò Amelia, elencando sulle dita. "MAAAAA...la farò stando seduta a questo tavolo e non semidistesa come in un lazzaretto in quella camera dimenticata da dio. Intesi?" Questa volta fu Milgazia a mostrare i canini in un sorriso lupesco e la principessa sapeva bene che quella smorfia sul viso del drago non prometteva assolutamente niente di buono. "Vada per la colazione a questo tavolo" concesse il drago dorato "ma poi passerai il resto della giornata sulla poltrona più comoda, in preda all'ozio più assoluto" Amelia sgranò gli occhi mentre suo figlio e Valgrav s'intrufolavano tra lei e Milgazia per irrompere nella stanza e fare scempio della colazione. "Vuoi scherzare!!?!?! Non se ne parla nemmeno!" sbraitò, ora che il suo bel piano era stato scoperto e ritorto contro di lei. Milgazia non sembrò affatto intimorito dal tono di Amelia. "Vuoi mangiare qui con noi si o no?" Amelia da principio lo fissò minacciosa poi, non ottenendo nessun risultato, si mise a piagnucolare vergognosamente. "Mil, non puoi chiedermi questo!!" mugugnò, piegandosi leggermente in avanti con fare strascicato, come faceva Kain quando si lamentava per qualcosa. Il drago alzò gli occhi al cielo. "Adesso non fare la bambina!" "Facciamo per metà giornata!" propose lei, con l'occhio speranzoso, cercando di mediare. Milgazia scosse la testa, irremovibile. "Tutto il giorno, prendere o lasciare" "Andiamo Mil!" insistette lei. Il drago non si mosse, solo le orecchie appuntite andarono completamente indietro per sfuggire al tono insopportabilmente alto della regina. "Vuoi farmi perdere altro tempo?" Amelia capì che non c'era niente da fare, nè con un tono autoritario nè con lamentosi piagnistei. Sfoderò quindi il suo asso nella manica. Ripescò dal profondo dei suoi quindici anni il tono più piagnucoloso e infantile che avesse mai utilizzato e spalancò la bocca, stile ippopotamo africano. "Zeeeeeeeeeeel!!! Digli qualcosa tu!!!" La chimera oltrepassò la porta senza degnarli di uno sguardo. Stava leggendo un lungo foglio di pergamena: probabilmente Synor lo aveva incrociato nel corridoio per consegnargli, con sottile malignità, i suoi innumerevoli doveri reali già prima di colazione. "Milgazia, hai già ordinato il caffè per caso?" chiese, avviandosi verso il tavolo. Il drago annuì, senza smettere di osservare la regina che continuava a richiedere l'intervento del marito con voce stridula e lamentosa. "Sì, Zel. Per te doppio" Zelgadiss fece schioccare le dita della mano libera e indicò Milgazia col pollice e l'indice, continuando a leggere. "Ha ragione il drago" decretò alla fine, trovando la sedia a tentoni e prendendo posto a tavola. "Zeeeeeel" i lamenti di Amelia si persero nel vuoto mentre il re si sedeva al suo posto. Amelia lasciò che l'eco dell'ultima 'E' si spegnesse, poi sospirò avvilità e guardò il drago. "E va bene hai vinto" mugugnò fra i denti. "Colazione qui, convalescenza in poltrona" "Prego, altezza" scherzò Milgazia, scortandola gentilmente verso la tavola. "Sono sicuro che troverà la poltrona di suo gradimento" Amelia gli lanciò un'occhiata al vetriolo, ma preferì non commentare. Vedersi piombare un Dio drago vituperato in salotto non sarebbe stato piacevole. Philia si presentò a tavola con la cera più brutta che i presenti avessero mai visto. Perfino Milgazia non trovò le parole per sdrammatizzare e quindi rimase in silenzio, peggiorando ulteriormente la reazione generale. Era veramente troppo verdognola perchè fosse riuscita a scendere le scale da sola e a raggiungere la sala da pranzo senza svenire un paio di volte. Il drago si chiese come facesse a starsene in piedi smentendo almeno una decina di regole mediche sullo stato del paziente. "Philia, cosa ti è successo?" chiesero in coro le altre due ragazze presenti al tavolo. La ragazza drago si sforzò di sorridere. Sollevò una mano per tranquillizzarli e Milgazia non fu l'unico a notare che tremava. "Niente, mi sento solo un pò stranita. Dev'essere l'influenza" "Ma sei verde!" esclamò Gourry con la sua prorompente ingenuità mentre, accanto a lui, Milgazia scrutava Philia con uno sguardo indagatore che la costrinse a guardare altrove. Gli altri si mossero imbarazzati sulle sedie ma nessuno si senti di dar torto al biondino. Per quanto il pallore fosse una cosa del tutto naturale sul viso dei draghi, Philia tendeva veramente al verde quella mattina. La ragazza drago ripetè che non c'era da preoccuparsi, mentre si sedeva. Stranamente fu lo stesso Milgazia a venirle in aiuto dopo essersene stato in silenzio mentre gli altri commentavano il colorito della ragazza. Le dedicò un'altra breve occhiata pulendosi accuratamente la bocca col tovagliolo, poi si alzò appoggiando il pezzo di stoffa vicino al suo piattino vuoto. "Si probabilmente è così" commentò distrattamente, senza dar troppo peso all'apprensione altrui. "Sarà l'influenza" "Ma ha un colorito veramente poco sano" gli fece notare nuovamente Amelia, ribadendo i dubbi più che fondati di Gourry. Milgazia alzò lo sguardo e lo piantò negli occhi ora un pò spenti di Philia. "Siediti e mangia qualcosa" le ordinò senza mai scollarle gli occhi di dosso. "La nausa e la sensazione di vuoto ti passeranno fra poco" Philia trasalì leggermente e a Lina venne il dubbio che Milgazia stesse cercando di dire qualcos'altro oltre alle prescrizioni mediche ma non volle indagare oltre. La ragazza-drago ringraziò e si sedette mentre Zelgadiss le versava un pò di latte in cui inzuppare qualche brioche. Nessuno commentò lo strano disinteressamento di Milgazia e il drago rimise a posto la sua sedia tranquillamente. "Vorrete scusarmi" "Speravo che mi avresti dato una mano con tutti quei fogli da firmare" commentò Zelgadiss. Milgazia si avviò verso la porta. "Mi dispiace Zelgadiss, non posso aiutarti a falsificare i documenti di stato questa volta" sorrise divertito. "Dovrai cavartela da solo. Synor ha insistito per vedermi subito dopo colazione" Zelgadiss finì la sua tazza di caffè e lo salutò con la mano. "Allora sbrigati, per carità. Conoscendolo avrà già mobilitato la milizia reale ipotizzando il tuo rapimento" Il drago rise di gusto poi li salutò, scambiando un'ultima occhiata con Philia che aveva tutta l'aria di essere sul punto di vomitare di nuovo. Era lì da mezz'ora e già quello studio gli sembrava troppo stretto per tutte le carte che avevano invaso la sua scrivania. C'erano centinaia di documenti e Zelgadiss era sicuro che non potessero risalire tutti a quella giornata. Lì c'era roba di settimane, magari di mesi....e quel vecchiaccio malefico li aveva recuperati da chissà dove inventandosi che erano urgenti. Non era umanamente possibile avere tutte quelle richieste e tutti quei trattati da controllare ogni giorno. Firmò un'altra pergamena, non ricordando nemmeno a cosa si riferisse. Contadini in rivolta, forse. O era un documento sulla situazione di un certo campo ad est di Seillune? "Ma non lo avevo già firmato dieci minuti fa questo qui?" Piagnucolò innervosito. Provò a cercare fra i documenti che aveva già visionato ma quando si accorse che una metà era caduta a terra e l'altra metà era sparsa sul divano ci rinunciò. "Al diavolo..." "Credo di esserci appena stato.." commentò serafico Milgazia, entrando nello studio e cercando di vedere Zelgadiss, sommerso da un oceano di carta. "Sei stato attaccato dalla burocrazia reale, vedo." Zelgadiss si affacciò da una pila di plichi sigillati con la ceralacca. "Milgazia?" esclamò, guardando il drago che spostava alcune cose per terra e si sedeva tranquillo sulla seconda poltrona della stanza. "Ma non eri da Synor?" Il drago si strinse nelle spalle, alzando gli occhi al cielo. "Quell'uomo è senza speranza" commentò con un tono tra l'impietosito e il rassegnato. "Riteneva questione di grande importanza sapere se preferivo più il manzo o il maiale per il pranzo di quest'oggi" Zelgadiss scosse la testa. Era ormai completamente abituato alle discutibili priorità del primo ministro. "E tu cosa gli hai risposto?" s'informò. Il drago sembrò come pensarci su un istante, mentre una smorfia gli si dipingeva sul viso. Si sistemò meglio sulla poltrona. "Temo di aver peggiorato la situazione ricordandogli che sono vegetariano" rispose avvilito. "Non voglio passare il resto della mattinata a scegliere tra foglie di rucola e radicchio. Tu invece a che punto sei?" "Ad un punto morto" sibilò il sovrano. "Sto perdendo la testa in mezzo a tutto questo ciarpame" Milgazia aggrottò le sopracciglia. "Tu che perdi la testa per quattro fogli?" esclamò "Andiamo Zelgadiss, mi deludi..." La chimera gli lanciò uno sguardo gelido mentre, sbuffando, riprendeva a mettere firme. "Non mi hai ancora detto le ultime notizie dai monti Katart" commentò "Che succede da quelle parti?" Milgazia afferrò il libro che era appoggiato sul basso tavolino accanto alla sua poltrona e lo sfogliò con aria svogliata. Un trattato di magia sciamanica. "Non è che la vita di una colonia di draghi sia molto interessante" rispose. "E poi non ci passo più molto tempo, purtroppo" "Pensavo che l'incarico di ambasciatore ti piacesse" esclamò la chimera, mettendo l'ennesimo foglio compilato alla sua sinistra e prendendone un altro da firmare alla sua destra. Da quando era caduta la barriera, molte cose erano cambiate per la penisola e per le persone che ci vivevano. Draghi millenari compresi. Molte delle cariche più importanti della loro gerarchia erano state modificate, altre addirittura aggiunte per fronteggiare le novità che la caduta di quel limite aveva portato. Nuovi territori significavano nuove popolazioni, nuove mentalità e nuove conquiste. Inoltre colonie come quella dei Katart avevano da quel momento ripreso i contatti con altre colonie, come quella da cui proveniva Philia e questo aveva reso necessario l'intervento di mediatori da entrambe le parti perchè nessuno più conosceva l'altro. Milgazia, che era già alto ufficiale dell'esercito, era stato scelto per ricoprire la carica di ambasciatore e aveva avuto il compito di mantenere e gestire i rapporti con le altre tre fazioni e con gli esseri umani. Questo lo aveva portato a viaggiare parecchio, una cosa che evidentemente non apprezzava molto. Aveva più volte espresso il desiderio di tornarsene a casa sua, fra le sue montagne. "Non è questo" sospirò il drago, per poi voltarsi verso di lui e fingendo un'espressione stanca e stressata. "Non lo vedi come sono sciupato? Mi serve una vacanza..." Zelgadiss ridacchiò. "A me sembri in forma. Pallido al punto giusto" commentò. "Ma se ti serve una vacanza perchè non te la prendi? Che ne so, una settimana sui ghiacciai del nord per esempio" Milgazia spalancò gli occhi agitando la mano destra. "Vuoi scherzare?" esclamò, riprendendo a leggere tranquillamente. "Tutta quella neve mi ucciderebbe! Mi serve il sole, il mare...un'isola con almeno 40 gradi all'ombra! I miei reumatismi hanno bisogno di caldo..." Zelgadiss scoppiò in una fragorosa risata. "Reumatismi!?!? Parli come un vecchio decrepito. E hai solo..quanto? 1015 anni?" "1030 prego" lo corresse il drago dorato. "Sto invecchiando inesorabilmente....." aggiunse poi con tono melodrammatica ma un atteggiamento del tutto opposto. La chimera scosse la testa, alzando gli occhi al cielo mentre il drago continuava a sfogliare pagine esponendo contemporaneamente la sua esilarante teoria di come gli anni e lo stress del diplomatico lo stavano lentamente piegando, rendendolo di giorno in giorno un povero drago di mezz'età. Ovviamente stava scherzando, visto che alla sua mezz'età mancavano per lo meno altri mille anni. "Consolati" gli disse alla fine Zelgadiss, dopo che Milgazia gli ebbe elencato almeno un centinaio di piccoli draconici disturbi che lo avrebbero sicuramente colto da lì ai prossimi anni. "In forma umana sei un trentenne da almeno dieci anni" Milgazia si strinse nelle spalle. "Questo e altri mirabolanti vantaggi vi aspettano nella favolosa razza dei draghi...." commentò, stile volantino pubblicitario. Seguì un breve silenzio, che permise a Zelgadiss di occuparsi di un'altra decina di pergamene e a Milgazia di ritrovare un minimo di quella serietà che aveva perso negli ultimi minuti. Un silenzio interrotto solo dal ronzare di una mosca entrata nella stanza per sbaglio e alla quale Milgazia continuò a lanciare occhiate traverse mentre leggeva il libro. Quando gli passò abbastanza vicino fece scattare la mano e l'afferrò. Zelgadiss osservò in silenzio come il drago riaprisse la mano, lasciando cadere a terra la mosca ormai morta. Evidentemente non erano animali che rientravano nelle specie simpatiche ai draghi, pensò. Poi una domanda gli affiorò alla mente. "Sai cosa mi sono sempre chiesto?" Chiese all'improvviso. Milgazia mugugnò un "No, che cosa?" "Quanti anni avrà Philia realmente?" "Non più di 500" rispose il drago, fulmineo. Era completamente immerso in un capitolo dedicato ai venti e al loro utilizzo, quindi non vide lo sguardo che Zelgadiss gli lanciò dopo una risposta tanto veloce. "E tu come lo sai?" chiese il re. Milgazia si limitò a sollevare un sopracciglio mentre voltava pagina. "Si vede" commentò semplicemente. La chimera sorrise furbescamente, guardando il drago. "Ah, si vede" ripetè con uno schiocco di lingua. "E da cosa, di grazia?" Milgazia non sembrava aver notato la piega che quella discussione stava prendendo, il che era strano visto quanto fosse intelligente e particolarmente attento alle reazioni altrui. "Da un sacco di cose. Niente rughe, un collo perfetto, orecchie diritte senza un'imperfezione e due occhi ancora chiarissimi" rispose. Zelgadiss ghignò in un modo particolarmente maligno che aveva utilizzato solo un paio di volte in tutta la sua vita. "Hum, devi averla guardata proprio bene, eh?" commentò. Solo allora il drago sollevò la testa, con due dita ancora poggiate sull'angolo superiore della pagina che stava per girare. Lui e Zelgadiss si guardarono per qualche istante: la Chimera tratteneva a stento una risata e il drago stava evidentemente cercando una risposta adeguata da dargli. Poi Milgazia tirò su col naso leggermente, con aria molto compunta. "Sono un medico. Deformazione professionale" commentò. "Certo e per l'appunto ti ricordi nei minimi dettagli proprio l'unico giovane drago femmina presente in questo castello. Ma guarda a volte i casi" commentò Zelgadiss, assolutamente ironico. Milgazia tornò immediatamente al suo libro. "Non so di cosa tu stia parlando" troncò la discussione. Poi tossì, cambiando l'incrocio delle gambe "Approposito, come vanno i tuoi studi di draconico?" Zelgadiss fu colto da un improvviso attacco di depressione che gli ingrugnì il viso e gli abbassò le orecchie. Dimenticò all'istante le frecciatine sull'interesse "puramente professionale" di Milgazia per Philia ed estrasse da un cassetto della scrivania un curioso quadernino grigio, rilegato a mano. "Un disastro..." commentò, passandolo al drago che chiuse il trattato sui venti riponendolo dove lo aveva trovato. Milgazia osservò incuriosito il disegno a carboncino che ornava la copertina del quaderno. "Questo cosa sarebbe?" chiese, indicandolo a Zelgadiss. "Lo ha fatto Kain. Dovrebbe essere un drago" fu la risposta imbarazzata del sovrano. Milgazia guardò di nuovo il disegno. La figura era composta da due cerchi stortignaccoli, uno più grosso che doveva essere il corpo e l'altro più piccolo che rappresentava la testa. Quattro lineette fungevano da zampe e una quinta, più lunga delle altre si allungava verso l'alto formando la coda. Il muso del drago era poi abbellito da un enorme, pacifico sorrisone. "E'..hum..carino" commentò Milgazia, non volendo offendere le fatiche artistiche del povero Kain. "Kain non ha mai visto un drago vero" lo giustificò Zelgadiss. Milgazia aprì il quaderno. "Questo spiega un sacco di cose" disse, prima di dare un'occhiata ad una serie di frasi che erano scritte nel quaderno. Ne indicò una all'improvviso. "Leggi qua" "Naih nhala...hum...lhomen dis falen..." balbettò Zelgadiss. Milgazi annui. "Come immaginavo. Il contadino ha appena mangiato una vanga" commentò, senza perdere un briciolo della sua compostezza. "Continui a sbagliare gli accenti" "Ho toccato il fondo..." mugugnò Zelgadiss affondando il viso tra le sue pergamene. Stava studiando quella lingua da quando aveva conosciuto Milgazia ma continuava a non ottenere grandi risultati. "Hum, no non direi" esclamò Milgazia, scorrendo indietro il quaderno con aria quasi distaccata. "Credo che tu abbia fatto di peggio quando hai detto che la moglie del contadino camminava sul figlio invece che sul prato...." Dalla scrivania arrivò una risatina, soffocata dalla carta, ma la chimera non sollevò la testa. "Oh ti prego, abbi un pò di pietà!" Milgazia lo fissò per qualche istante. "Potrei, ma quel contadino resisterebbe?" esclamò. Due occhi verdi fecero capolino tra le dita di Zelgadiss. "Non possiamo lasciarlo soffocare almeno per questa volta?" Milgazia scosse la testa, irremovibile. "No, sono un drago dorato votato alla non-violenza io" "Ma se sei nell'esercito!" esclamò Zelgadiss, quasi scandalizzato. Milgazia tossì imbarazzato. "Dettagli..." commentò sbrigativo, per poi fare cenno a Zelgadiss di riprendere le sue ricerche sull'accento giusto per evitare al contadino una delle morti più assurde che si potessero mai immaginare..... "Andiamo, non fare di nuovo i capricci adesso!" "Ma Lina!" protestò la regina mentre l'amica la costringeva a sedersi delicatamente sulla poltrona del salottino, proprio accanto alla finestra che dava sul giardino reale. "Niente ma, sono ordini del medico!" "Ma non sono malata" sbuffò Amelia, stufa di doverlo ripetere in continuazione. "La volete piantare si o no, tutti quanti?" Una Philia sempre più verde le sistemò un poggiapiedi davanti alla poltrona e qualche bel cuscino morbido dietro la schiena. "Devi stare tranquilla, o questo bambino uscirà tutto strapazzato!" sorrise debolmente. Lina, allora, si affacciò dallo schienale della poltrona ridacchiando divertita. "E noi non vogliamo mica un bambino strapazzato, giusto?" Amelia scosse la testa. "Certo che no! Ma-" "E allora zitta e lasciati coccolare" concluse la maga, rimboccandole una copertina sulle gambe. "Ecco fatto. Neanche Milgazia avrà qualcosa da ridire questa volta!" Amelia osservò l'operato delle amiche e fece una smorfia. "Certo che no, mi avete imbacuccata come se avessi la broncopolmonite!" brontolò, sepolta sotto la coperta di lana e lo scialle fatto ai ferri. In quel momento Philia si mise a correre verso la porta. "...scusate!!" gridò, sparendo in direzione del bagno. Per poco non travolse Gourry che si era già incamminato nel corridoio per raggiungere il giardino e fare un pò di allenamento con la spada. Dal salottino sentirono le grida del ragazzo che era stato spostato di peso da una Philia in corsa e impossibilitata ad andare più piano. Lina scosse la testa, mentre le urla di Gourry si perdevano invano nel corridoio, e si sedette sul divano di fronte ad Amelia. "E' già la terza volta" mormorò. "Non sarebbe il caso di farle dare una controllatina? Magari ha quella..quell'influenza dei draghi di cui parlava Milgazia" La regina annuì. "Glielo diremo appena torna" esclamò, ormai rassegnata a starsene buona. "Tu invece?" Lina sollevò la testa con aria interrogativa. "Io cosa?" "Come stai? Non mi hai raccontato niente da quando sei tornata" specificò Amelia. "Dove siete stati questa volta tu e Gourry?" Lina inspirò ed espirò profondamente, appoggiandosi al divano. "Non molto lontano a dire il vero" iniziò. "Siamo stati a sud, lungo la costa. Poi siamo tornati indietro e ci siamo fermati a Zoana. Zangluss aveva insistito per battersi nuovamente con Gourry se fossimo passati da quelle parti e abbiamo deciso di accontentarlo. Stavamo valutando l'idea di imbarcarci verso i territori oltre l'oceano quando è arrivata la tua lettera" "Mi manca un pò tutto questo" esclamò la regina. "Viaggiare senza una meta precisa. Zelgadiss continua a farlo ogni tanto, ma io sono quasi sempre bloccata qui" La maga si strinse nelle spalle. "Non ti perdi niente, sai?" commentò. "Con tutte le bestiacce che abbiamo fatto fuori il mondo è un posto troppo tranquillo ultimamente..." sorrise. Amelia ricambiò il sorriso, poi guardò l'amica con uno sguardo quasi materno. "E' bello vederti sorridere di nuovo Lina" mormorò, poggiando una mano su quella dell'amica. Lina non permise al proprio sorriso di scomparire, ma si incupì leggermente. Un cambiamento leggero che forse Amelia non colse. O forse fece finta di non vedere. "Sono un osso duro io!" esclamò la maga, con una spavalderia che aveva accantonato da tempo. "Sono Lina Inverse dopo tutto!" "Il terrore dei draghi.." intervenne Philia, con un sorriso. Era tornata da qualche minuto ma aveva preferito non interrompere la discussione fra Lina e Amelia, temendo di interferire. "Già il terrore dei draghi!" ripetè Lina convinta. Un pò dell'aria triste e nostalgica che c'era si dissolse, lasciando il posto a qualcosa di più tranquillo. "Approposito, drago. Forse dovresti davvero farti controllare dall'aitante Lord che gira per il castello. Hai una faccia che mi preoccupa" Philia si toccò una guancia, scoprendosi un pò più calda del solito. "Non ce n'è bisogno, Lina, sul serio" si affrettò a dire. "Anzi mi sento già meglio. Mi è passata anche la nausea!" Lina inarcò le sopracciglia, ironica. "Ce lo credo, non hai più niente da vomitare a questo punto!" Amelia scoppiò a ridere, seguita a ruota da Lina e dalla stessa Philia che nonostante il pallore e qualche giramento di testa ogni tanto, si stava effettivamente riprendendo: proprio come Milgazia le aveva stranamente detto senza nemmeno conoscere con precisione i suoi sintomi.... Un'ora prima di pranzo "Possiamo cominciare" esclamò alla fine Zelgadiss, dopo che ebbero finito di sistemare la stanza in modo che la loro riunione giornaliera sulla profezia potesse svolgersi lì. Baciò la moglie sulla guancia e si sedette sulla poltrona accanto alla sua. Il tavolo del salottino, un pò basso ma sufficentemente ampio, era stato trascinato da Zelgadiss e Gourry vicino alla finestra dove la regina era stata parcheggiata. Lina e una Philia molto più in forma, avevano saccheggiato le stanza adiacenti trafugando sedie e poltrone, poi tutti insieme avevano trasportato quintali di libri nella nuova stanza. "Perchè non facciamo il punto della situazione?" propose Amelia, con Zelgadiss che le teneva stretta la mano. "Buona idea" sussurrò Philia "Che cosa abbiamo scoperto?" "Niente" esclamò Lina, tirando le somme in fretta. "Ora che abbiamo fatto il punto della situazione che si fa?" Zelgadiss stava per indicare qualche libro ma fu anticipato dalla maga. "...a parte leggere" La chimera sbuffò ma non disse niente, sicuro che ribattendo avrebbe scatenato una disscussione infinita con Lina. La maga si era trattenuta da scatti d'ira durante i due giorni precedenti, ma non le si poteva chiedere di più. Quindi lasciò che trovasse una soluzione alternativa al controllo maniacale di tutti i suoi tomi, nella vaga speranza che servisse a qualcosa e che non comprendesse un genocidio di banditi - cosa che non era mai completamente escludibile quando le decisioni le prendeva Lina. Sgominare intere bande di predoni in genere era del tutto inutile, ma a Lina sembrava sempre estremamente esaltante. Philia, intanto, si stava nuovamente chiedendo se non fosse il caso di parlare ai suoi amici del sogno ma ne concluse che ancora non era il momento. Nonostante l'esperienza provata la sera prima l'avesse del tutto convinta che il sogno non era un sogno e che c'era qualche guaio in vista, qualcosa le diceva che c'era un tempo e un luogo per chiedere informazioni. E sopratutto c'era un persona precisa. Accantonò il pensiero - che sapeva essere quello giusto - e si concentrò sulla discussione che gli altri stavano portando avanti. "Hai poi parlato con Milgazia?" stava chiedendo Lina. Zelgadiss scosse la testa. "Non ne ho avuto modo. Contavo di farlo stasera" "Fare che cosa?" la voce del drago colse tutti di sorpresa. Milgazia entrò nella stanza con un sorriso leggero sul viso e le mani intrecciate dietro la schiena, osservando i presenti con aria incuriosita. "Parlavamo proprio di te" esclamò Zelgadiss. "Puoi sederti un secondo?" Il drago si sedette sulla poltrona accanto a quella di Philia. Zelgadiss pensò di lanciargli un'occhiata carica di significato per la scelta di quel posto ma ci rinunciò quando gli venne in mente che una qualsiasi cosa sbagliata poteva compromettere la quantità di risposte di Milgazia. "Come mai tutti riuniti qui? Cos'avete in programma?" chiese il drago. "L'entusiasmante mondo delle profezie!" esclamò Lina, con l'allegria di un bradipo. Zelgadiss le lanciò un'occhiataccia. Aveva acconsentito di parlarne al drago, era vero, ma non era ancora del tutto sicuro del modo in cui affrontare l'argomento. Certo non pensava di esporgli la faccenda in quel modo, come se si trattasse di una cosa da niente. Sospirò, ormai c'era ben poco da fare. "Profezie?" chiese il drago incuriosito, allungando il collo verso la chimera che sembrava come al solito quello con più informazioni. A Zelgadiss non rimase che confermare. "Sì" rispose, passando il suo diario a Milgazia. "Stavo appunto dicendo che te ne volevo parlare" Mentre Milgazia leggeva in silenzio, la chimera si voltò verso Lina e sgranò gli occhi cercando di chiarire la sua posizione rispetto a quello che era appena successo. Lina si strinse nelle spalle e sfoderò un sorriso innocente, che la fece assomigliare ad una iena più che ad una fanciulla angelica. Zelgadiss preferì girarsi dall'altra parte con aria imbronciata. La maga aveva ormai capito che non bisognava mai fidarsi quando Zelgadiss rispondeva vagamente, senza dare troppi particolari sui come e sui perchè avrebbe fatto una certa cosa. In genere significa che stava cercando di prendere tempo e che probabilmente non avrebbe mai fatto quello che si riprometteva di fare, a meno che non gli si desse una piccola spinta. E lei aveva pensato bene di dargli un bello spintone, tanto per velocizzare la cosa. Era successo così anche quando si era trattato di chiedere ad Amelia di sposarlo. "Lo farò, Lina, davvero" aveva detto. Lei non aveva fatto discussioni e alla prima occasione aveva avvertito la principessa che Zelgadiss pensava ai fiori d'arancio. A quel punto la chimera non aveva più avuto il tempo di farsi intimidire dalla paura, e aveva chiesto la mano di Amelia. Lina continuava a vantarsi da anni che senza il suo intervento il matrimonio non sarebbe mai stato celebrato. Intanto Zelgadiss e gli altri stavano aspettando in religioso silenzio che Milgazia dicesse qualcosa, un pò come era successo quando era stata Philia a leggere la profezia. Alla fine il drago mugugnò qualcosa e la chimera pensò di anticipare la prima domanda. "Me l'ha consegnata la vestale di una veggente chiamata Mahali. Una donna anziana del deserto di -" "Derkar" concluse Milgazia, senza alzare lo sguardo dal testo. "La conosci?" chiese la chimera, incredulo. Milgazia si posò il diario sulle ginocchia e inspirò profondamente. Zelgadiss capì all'istante che stava già valutando quanto poteva dir loro. La cosa lo irritò immediatamente, ma il drago si dimostrò molto più loquace di ogni più rosea aspettativa. "Tutti i draghi la conoscono" ammise Milgazia. "Io no" commentò Philia, dalla sua poltrona. Sembrava un pò offesa dall'affermazione, come se si sentisse accusata di non aver parlato prima riguardo alla faccenda. Ma forse fu un'impressione dovuta all'espressione poco allegra che aveva sul viso e alla voce molto provata dai colpi di tosse che avevano fortunatamente - secondo i punti di vista - sostituito la nausea. Milgazia si voltò verso di lei per la prima volta da quando era entrato e, di nuovo, Lina notò che la guardava come se stesse cercando di farle capire qualcosa. Ma non poteva esserne sicura. "Si anche tu" insistette, paziente "Ma forse ti suonerebbe più famigliare se la chiamassi Mireya Kissa, dico bene?" Quando pronunciò quelle due parole, la voce di Milgazia sembrò quasi scivolare e tutti quanti nella stanza capirono che si trattava di un nome che veniva dalla razza dei draghi. La lingua draconica era morbida e piena di suoni dolci. Bella, se parlata da un drago in forma umana, un pò strana se uscita dalle fauci di un drago nella sua vera forma. Zelgadiss guardò Milgazia, nella speranza che fornisse ulteriori spiegazioni, ma lui stava guardando Philia che era improvvisamente tornata pallida. "Non ha senso!" stava mormorando, con gli occhi straniti. Aggiunse anche qualcos'altro che somigliava ad un'esclamazione colorita nella sua lingua, ma ovviamente nessuno tranne Milgazia afferrò il concetto. A quel punto Lina si sedette meglio sul divano, piegando una gamba sotto il sedere. "E' sempre pittoresco sentirvi parlare in lingua madre, ma ci piacerebbe prendere parte alla discussione" esclamò, un pò inacidita. "Chi, o cosa è questa Mirna-qualcosa?" "Mireya Kissa" la corresse Philia, che aveva ancora sul viso un'espressione scettica e sembrava sul punto di mettere in discussione quello che Milgazia aveva detto. "E' una figura leggendaria per il popolo dei draghi. Una veggente molto anziana, la cui nascita risale alle origini del mondo e che si dice sia la volontà divina sulla terra. Il suo nome in draconico significa prima figlia del Dio. Ma è soltanto una storia. Una figura mitologica per spiegare la nascita di tutti gli oracoli" "Milgazia?" chiese allora Zelgadiss. Il drago sedeva con le braccia incrociate e rimase con la testa chinata qualche secondo prima di rispondere. "Quello che dice Philia è vero a metà" iniziò. La risposta gli stava palesemente costando parecchio. Per un attimo la chimera si chiese perchè non avesse semplicemente fatto finta di non sapere, come al solito. "Mireya Kissa è diventata una leggenda soltanto dopo la creazione della barriera. Era davvero il nostro primo oracolo e le chiedevamo consiglio e aiuto continuamente, perchè le sue profezie si rivelavano sempre esatte ed erano anche molto accurate. Ma quando rimase tagliata fuori dalla pensiola eravamo tutti troppo occupati a combattere contro i demoni per pensare a lei. Ne perdemmo le tracce e anche quando la guerra finì, ci accorgemmo che non potevamo più ritrovarla con la barriera che c'impediva qualsiasi ricerca, magica o meno che fosse. Alle nuove generazioni fu raccontata la sua storia, ma col tempo la sua vita divenne soltanto leggenda. Il consiglio degli anziani pensò bene di lasciar credere che fosse così e anzi infarcì il racconto di nuovi episodi, attribuendole caratteristiche fiabesche che rafforzassero il mito" Milgazia fece una pausa per riprendere fiato e guardò i presenti che stavano tutti pendendo dalle sue labbra. "Quando è caduta la barriera, sette anni fa, è stata lei a mettersi in contatto con noi, segnalandoci dove si trovava. Sapere che era ancora viva ha fatto crollare molte delle certezze che avevamo e ha fatto nascere una serie di dubbi che hanno spinto il consiglio a mantenere segreto il suo ritrovamento" "Non potevate prevedere la reazione degli altri draghi di fronte ad una presenza tanto antica." commentò Zelgadiss. Milgazia annuì. "Esattamente" "E avete fatto in modo che chi non sapeva continuasse a non sapere" s'intromise Lina, con un tono poco cortese. "Tipico da parte vostra..." Il drago sospirò. "La sua ricomparsa poteva esserre interpretata in modo sbagliato" cercò di spiegare "Per questo non ne parlammo" Lina ghignò. "Era meglio tenere all'oscuro il resto del mondo mentre analizzavate la novità prima di tutti per vedere se vi tornava utile, dico bene?" lo incalzò lei. "Lina..." mormorò Amelia, dispiaciuta per il comportamento dell'amica e tremendamente in imbarazzo nei confronti del drago. In genere neanche lei e Zelgadiss avevano sempre approvato il modo di ragionare dei draghi, ma la maga riusciva a diventare veramente offensiva nei loro confronti. Spesso in situazioni in cui non aveva reali motivi per esserlo. Milgazia preferì non risponderle e, per la tranquillità di tutti, Lina lasciò cadere il discorso. Il drago continuò. "A quel punto abbiamo cercato di farla tornare subito nella penisola, ma si è rifiutata. Diceva che qualcosa le sarebbe stato rivelato ma non ha avuto il tempo di dircelo" "Qundi sapete che è morta" commentò la chimera, che si era trattenuto dal rivelare quel particolare non sapendo quanto doveva dimostrare di sapere. Il drago annuì. "Sì. La mancanza di poteri come i suoi si avverte immediatamente" spiegò. "Quando è sparita all'improvviso, nessuno di noi ha avuto alcun dubbio" "Ma perchè Philia non ne sapeva niente?" S'informò Zelgadiss. "La barriera ha tagliato fuori la veggente dalla vostra parte di mondo, non dalla sua" "Noi non l'avevamo mai incontrata" spiegò allora Philia, voltandosi verso il sovrano che incontrò immediatamente il suo sguardo. "Per noi Mireya Kissa è sempre stata una leggenda, qualcosa di troppo antico da ricordare. La nostra colonia, per quanto io sappia, non ha mai avuto contatti con lei" Zelgadiss cercò conferma da Milgazia, che annuì. "Esattamente. Per questo nessuno la cercò quando comparve la barriera: noi eravamo bloccati e loro non sapevano che esistesse" "Avrebbe potuto mettersi in contatto lei con la colonia dei draghi di Vrabazard" insistette Zelgadiss. "Certo, ma per qualche motivo non ha voluto" rispose Milgazia. "Ha aspettato di poter contattare noi" "E' rimasta in vita migliaia di anni nell'attesa di potervi contattare ed è morta subito dopo esserci riuscita" commentò Amelia, con aria triste. Queste storie riuscivano sempre a commuoverla, in un modo o in un altro. "Ma doveva esserci qualcosa di soprannaturale in lei se è stata capace di vivere tanto a lungo, o no?" chiese Gourry, cercando conferma negli occhi dei suo amici. Gli era sfuggito qualche particolare sulla barriera e sui demoni, ma era quasi sicuro di aver ben capito i concetti principali questa volta. "Senza dubbio" annuì Milgazia. "Anche se non sappiamo ancora cosa" "Magari era davvero una volontà divina, come dice il suo nome" azzardò la regina. "Anche se non avrebbe dovuto morire in quel caso" Milgazia si strinse nelle spalle. "Ci sono creature di cui ancora non comprendiamo la logica, Amelia. Esistono un sacco di misteri su questo mondo che forse rimarranno tali per sempre. Altri invece che si svelano nei momenti in cui meno ce lo aspettiamo. Prendi questa storia, per esempio. Fino ad oggi pensavamo che le rivelazioni che Mireya voleva dirci fossero sparite con lei, invece sembra che in un modo o nell'altro la sua ultima profezia ci sia giunta comunque" Qui lo spadaccino si perse e anche Amelia non fu sicura di aver capito bene. "Che cosa vuoi dire?" "Semplice" fu Zelgadiss a rispondere al posto del drago. "Pensa che sia questa la profezia di cui la donna aveva parlato" Milgazia annuì. "In fondo mi sembra più che una coincidenza" mormorò. "Quindi tu non conoscevi questa profezia?" chiese Zelgadiss, sinceramente sorpreso. Non si era aspettato così tante spiegazioni dal drago dorato. "No" rispose Milgazia, quasi subito. Zelgadiss volle credergli, ma Lina non fu dello stesso parere. "Ne sei proprio sicuro Mil?" commentò, senza nascondere lo scettimismo. Il drago non se la prese. "Sì Lina" sospirò, più rassegnato che altro. "Anche se tu in questo momento non ti fidi" La maga si sentì improvvisamente a disagio di fronte a quel tono così sottomesso. Si ritrovò a dubitare della sua stessa affermazione: magari per una volta il drago aveva detto davvero tutta la verità. Si schiarì la voce. "Io non volevo dire..." cercò di correggersi. Milgazia agitò una mano, riacquistando il sorriso. "Non importa, immagino che tu abbia tutti i motivi per essere sospettosa. Dopottutto non sei l'unica" mormorò, voltandosi verso la chimera. "Zelgadiss non fa altro che rimproverarmi di essere sempre troppo vago!" Zelgadiss tossì leggermente. "Ahem..." Il drago sospirò ancora, poi guardò di nuovo il diario che aveva appoggiato sulle gambe. "Hai il testo originale?" chiese, cogliendo tutti di sorpresa. Zelgadiss per primo. La chimera cercò un pò fra i fogli di pergamena che teneva accatastati ai piedi della poltrona. Impedì ad Amelia di piegarsi per dargli una mano e alla fine lo trovò, nascosto in un libro derkariano dall'aspetto piuttosto malridotto. "Quello dove lo hai preso? " Chiese Milgazia, lanciando occhiate curiose tra i libri dell'amico. Zelgadiss gli passò quattro fogli giallognoli sui cui eranno allineati segni apparentemente incomprensibili. "Da uno di quei nomadi locali" ripose. "Ecco il testo originale. A cosa ti serve?" "Voglio vedere una cosa" disse, iniziando a leggere anche quello. Gli altri rimasero in attesa, osservando come leggesse in fretta scorrendo col dito riga per riga. Dopo qualche istante, indicò un punto della terza pagina. "Ecco, qui" "Sai leggere il derkariano?" esclamò la chimera. Milgazia annuì. "Sì e anche alcuni dialetti di quella zona. Tra cui questo, per fortuna" La chimera capì subito che questo cambiava notevolmente la situazione. "Aspetta, vuoi dire che questa non è la lingua principale?" Chiese. Il drago sollevò lentamente lo sguardo su di lui, formulando la risposta. "No. Credo che sia un idioma usato nella parte settentrionale, ma di questo non sono sicuro" disse "Comunque non cambia di molto. Solo alcune parole sono da leggersi e intendersi in maniera diversa rispetto alla lingua principale. In questo caso però il significato è piuttosto importante" "Come conosci tutte queste lingue?" commentò sconvolta Lina. "Diciamo che ho molto tempo libero" rispose Milgazia sbrigativo. Poi si rivolse di nuovo alla chimera "Vedi qua? Tu hai tradotto Flagello...." Zelgadiss si avvicinò al drago e alla pergamena. "E invece?" "E' un termine ambiguo" spiegò Milgazia. "Che s'intona perfettamente con il resto della profezia, tra l'altro. Sai che anche questa parola può essere tradotta serpente? Come quella dell'ultima frase, che hai tradotto correttamente" Lina scivolò giù dal divano per raggiungere Milgazia. S'inginocchiò per terra e guardò il testo, senza per altro capirci niente. "E questo dovrebbe aiutarci?" chiese. A Milgazia scappò una risatina per l'assoluta mancanza di pazienza della maga. "No, direi che detta così non vi serve. Ma c'è da aggiungere che la parola usata non è una delle tante derkariane scelte e a caso" esclamò. "In un contesto come questo e vedendo come se ne parla, direi che quel Flagello lì non è soltanto un termine. E' piuttosto un simbolo" "Vale a dire?" domandò Zelgadiss. Nel cervello del re stava frullando qualcosa, ma lui non riusciva a capire che cosa. Milgazia stava facendo un ragionamento logico che doveva portare da qualche parte. E lui sapeva di conoscerne in parte la risposta, il problema è che non aveva idea di quale fosse. "Non lo so, è questo il problema" esclamò Milgazia, con grande disappunto di tutti gli altri. "La forma usata è quella per indicare un'entità divina scesa in terra. In questo caso un'entità con una duplice natura, quella dell'essere soprannaturale e quella dell'essere legato alla terra - come il serpente che è per altro un'altro simbolo piuttosto usato" "Di vita o di morte.." concluse Lina, sbuffando "Perchè mi sembra che gira e rigira siamo sempre allo stesso punto?" "Perchè è questa la chiave" commentò uno Zelgadiss perso nei suoi pensieri. "Dobbiamo capire chi o cosa è. Quello della divinità scesa in terra è un concetto comune a molte popolazioni. Non è la prima volta che lo sento" Gli altri rimasero a fissare Zelgadiss che scartabellava tra i suoi libri come un indemoniato. Ogni volta che ne trovava uno interessante scorreva le pagine con una velocità assurda, mentre scartava gli altri. Dopo quello che a Lina sembrò un quintale di libri, la chimera borbottò qualcosa di strano che suonò come "Ma certo, come ho fatto a non pensarci prima...." Poi passarono altri dieci minuti prima che Zelgadiss si decidesse a riemergere dal mare di libri e pergamene. Aveva con sè un piccolo librettino rosso con poche pagine. Lo aprì sul tavolo dopo averlo sgombrato da tutto quello che c'era sopra, argenteria compresa. Amelia e gli altri riconobbero subito la sua scrittura. "E' un mio vecchio libro di appunti, risale a circa tre anni fa" esclamò, sfogliando le pagine. Ne caddero alcune e altre emisero paurosi scricchiolii come se la rilegatura fosse vecchia di decenni. "E' quando sei andato per la seconda volta oltre la barriera. In quel territorio dove la gente vestiva ancora con le pelli di animali" commentò Amelia, che si era messa a fare due conti. Zelgadiss annuì. "Ho conosciuto una tribù straordinaria da quelle parti" esclamò guardando Milgazia. "Mi feci raccontare le loro leggende nella speranza di trovarci qualcosa per il mio problema. E saltò fuori questo...." Sbattè una mano sulla pagina che aveva trovato e lasciò che gli altri la analizzassero. C'era solo un disegno sopra. Rappresentava una figura appena accennata, coperta da quella che sembrava una pelle di montone indossata come un mantello. Camminava, con le mani raccolte in preghiera mentre un serpente le si attorcigliava intorno alla caviglia sinistra. Non si capiva se era un uomo o una donna. "Che diavolo è?" esclamò Lina, con la sua solita gentilezza. "Per loro è uno spirito, guarda caso quello del serpente" rispose Zelgadiss, che era tanto radioso da risplendere. Era talmente euforico che non si era nemmeno accorto che stava pestando la sua enciclopedia preferita. "Lo chiamano Inyan..." Ci fu un attimo di silenzio durante il quale Zelgadiss guardò tutti gli altri che lo fissavano in attesa di un'ulteriore spiegazione. Sembrava che la sola parola avesse creato una specie di aura mistica nella stanza e che tutti stessero aspettando una qualche rivelazione, come se avessero veramente scoperto la chiave di tutto e la profezia stesse finalmente per rivelarsi in tutto il suo mistero. Purtroppo non fu così, o non fu così in quel momento. L'unica cosa a rivelarsi fu il ministro Synor che fece letteralmente irruzione nella stanza, accompagnato da altri due funzionari vestiti di bianco e celeste che gli camminavano a tre passi di distanza e da un giovane soldato dall'aria stanca e provata. "Altezza!" esclamò, ancora prima di fermarsi oltre la soglia della porta. "C'è una questione di notevole gravità per la quale è necessaria la sua opinione" poi si voltò verso Milgazia e con un vergognoso inchino a novanta gradi aggiunse "Naturalmente, Lord Milgazia, la sua presenza è ugualmente gradita" La sensazione di aver raggiunto qualcosa di concreto per quella profezia svanì completamente, distrutta dalla presenza del ministro. Il fastidioso gracchiare della sua voce aveva interrotto il particolare stato mentale dei presenti che, con ogni probabilità, avrebbero impiegato ore per raggiungerlo di nuovo. "Che cosa è successo?" esclamò Zelgadiss, con un sospiro rassegnato, lasciando sul tavolo il proprio libro di appunti. Il ministro si guardò intorno a disagio. I suoi piccoli occhi scuri vagarono per la stanza soffermandosi qualche secondo su Philia per poi scivolare con aria quasi disgustata su Lina e Gourry. L'uomo tossì con discrezione e tornò a guardare il sovrano. "Si tratta di una questione piuttosto delicata che dovrebbe essere presa in considerazione in un posto più...adeguato, maestà" rispose. "Non vedo posto più adeguato di questo" commentò Zelgadiss, il cui passatempo preferito era cercare di far uscire dai gangheri il ministro di fronte a degli estranei. "Ma sire.." insistette quello "..sono questioni private del regno" L'espressione sul viso di Zelgadiss divenne seria mentre assumeva un tono formale e pomposo che certo non era da lui ma che si addiceva perfettamente alle parole che stava per dire. "Il regno non ha questioni private per le persone presenti in questa stanza. Quindi la prego di esporre il problema o finirò per credere che abbia interrotto la nostra discussione senza un motivo valido. E questo sarebbe molto spiacevole" Era quasi divertente recitare la parte del sovrano nobile che tratta i suoi consiglieri con fare autoritario ma benevolo. Si sentì molto vicino a tutti i re delle favole che avevano sempre frasi giuste e spropositatamente epiche quando parlavano. Con la coda dell'occhio vide Lina ridacchiare e venne da ridere anche a lui ma si trattenne pensando che sarebbe stato divertente vedere Synor sforzarsi di essere sottomesso e gentile di fronte a tanti testimoni. Synor non deluse le loro aspettative. Preferì non entrare in discussione con il sovrano vista la prestigiosa presenza di Lord Milgazia e quella poco più che pezzente di Lina e della sua combriccola di individui impresentabili. Non rinunciò però a lanciare una seconda occhiata disgustata in giro e a ribattere con una frase ai limiti del consentito. "Faccia come meglio crede, maestà" sibilò, facendosi da parte per indicare il soldato. "Questo giovane viene dal regno di Lyzeille. Reca notizie dalla casa reale" Il ragazzo non dimostrava più di diciassette anni. Aveva un viso ovale, morbido e aggraziato, con due enormi occhi verdi e lucenti. Dall'elmo coperto di polvere scappava qualche folta ciocca biondo platino che gli dava un'aria un pò impacciata. Cercava di stare impettito ma era evidentemente troppo stanco per seguire anche le più semplici regole militari e ogni tanto le spalle ricadevano in basso, con grande imbarazzo del loro proprietario. Zelgadiss se ne accorse e lo invitò a sedersi. Il giovane soldato esitò qualche istante prima di ringraziare e prendere posto sul divano. "Come ti chiami?" chiese a quel punto Amelia, immaginando che Synor avesse sicuramente considerato trascurabile quel particolare vista la posizione del soldato nella scala gerarchica militare. Il giovane cercò la regina con lo sguardo finchè non la trovò seduta su una poltrona, seminascosta da Zelgadiss che si era alzato in piedi. La chimera si spostò, liberando la visuale. "Lionel, maestà" rispose il soldato con un mezzo inchino, alzandosi di qualche centimetro dal divano su cui si era appena seduto. "Sembri molto stanco Lionel" intervenne Milgazia che, durante i convenevoli, aveva trovato il tempo di nascondere il testo della profezia agli occhi dei nuovi arrivati e adesso se ne stava seduto con le mani in grembo e guardava il giovane soldato con aria pacifica. "Lo sono, signore" ammise il ragazzo, che non avrebbe potuto fare altrimenti visto che il suo viso parlava per lui. "Ho cavalcato ininterrottamente per due giorni" "Tutta questa fretta per quale motivo?" volle sapere Zelgadiss. Il regno di Lyzeille non si trovava proprio dietro l'angolo. In genere ci volevano quattro giorni di viaggio per raggiungerlo, si poteva quindi ipotizzare che un soldato a cavallo potesse impiegare la metà del tempo se non si fosse fermato neanche a dormire, ma ci voleva un motivo serio per dare un ordine del genere. La chimera cominciò a preoccuparsi per la risposta che stava per ricevere. L'espressione sul viso del ragazzo si intristì. "Porto notizie orribili, altezza" iniziò, deglutendo a fatica. "Il piccolo principe Caleb e la regina sono stati uccisi tre notti fa" mormorò infine, senza il tono ufficiale che una notizia del genere avrebbe richiesto, ma con una nota di sincero dolore che lo rese molto più umano. "Madeleine?" Amelia si alzò di scatto dalla poltrona e nè Zelgadiss nè Milgazia fecero in tempo a trattenerla. "Madeleine è morta?" Zelgadiss l'abbracciò e lei crollò un istante dopo, iniziando a piangergli disperata su una spalla. Le due donne si erano scoperte grandi amiche negli ultimi anni. Zelgadiss ricordò che Madeleine era stata a Seillune col marito non più di quattro mesi prima. Lei e Amelia avevano più volte fantasticato su un matrimonio combinato tra Kain e il bambino che Madeleine portava in grembo, se fosse stata una femmina ovviamente. In quel momento Amelia non era ancora incinta. "Quindi il bambino era nato" mormorò la regina, tirando su col naso e asciugandosi gli occhi con le dita senza però riuscire ad arginare il flusso di lacrime. Il soldato annuì e il suo viso sembrò farsi ancora più triste. "Quel giorno maestà. Un maschietto a cui il sovrano aveva dato nome Caleb" riferì la notizia aggiacciante, con la voce che quasi gli moriva in gola. "Avrei dovuto portarvi solo la notizia della sua nascita..." Amelia si portò una mano alla bocca, mentre fissava il soldato. Non si preoccupò più di frenare le lacrime perchè sapeva che non ci sarebbe riuscita fino a che non le avesse piante tutte. Qualcosa le si era stretto intorno al cuore e allo stomaco e li stava stritolando in una morsa, solo il vago ricordo di essere ancora la regina di Seillune e di dover dimostrare una certa fermezza di nervi le impedì di crollare definitivamente in ginocchio e gridare. Sentì il braccio di Zelgadiss stringersi intorno alle sue spalle con dolcezza e lei si appoggiò al marito, senza trovare niente da dire, con il viso di Madeleine improvvisamente marchiato a fuoco nei suoi pensieri un pò incoerenti. Sulla stanza scese un rispettoso silenzio, durante il quale ognuno evitò lo sguardo degli altri. Lina, Gourry e Philia non conoscevano la regina di Lyzeille molto bene ma l'avevano vista alla reggia di Seillune un paio di volte. Una ragazzina non più che ventenne, con l'aria sempre un pò triste e lunghi capelli neri. Lei e Amelia sembravano andare molto d'accordo, anche se Madeleine sembrava semplicemente attratta dalla vitalità della regina di Seillune e probabilmente dalla sua indipendenza. Lina ricordava bene il marito di quella donna, un uomo decisamente più anziano e molto autoritario col quale era entrata immediatamente in conflitto. Si sforzò di rammentare altri particolari, ma tutto era sfocato e lontano. I suoi ricordi impallidivano di fronte all'atrocità della notizia. Pensò al bambino che era morto il giorno della sua nascita e in quello stesso istante altri ricordi, molto più vividi e dolorosi dei precedenti, le attraversarono il cervello come scariche elettriche. Alzò lo sguardo boccheggiando e lasciò che Gourry per una volta le stringesse la mano, diventata improvvisamente gelida. Non aveva bisogno di voltarsi per sapere che in quel momento stavano pensando la stessa cosa. Fu la voce di Milgazia, come sempre, a dissipare quel silenzio compatto come nebbia anche se lo fece chiedendo l'unica cosa che nessuno aveva avuto il coraggio di chiedere. "Com'è successo?" la voce era bassa, modulata, senza la minima traccia di emozione. Ma nascondere le proprie reazioni era una cosa che i draghi imparavano a fare nei loro secoli di vita. La domanda sembrò scuotere il soldato, che sollevò lo sguardo sul drago dorato. Per un attimo sembrò riflettere sulla risposta da dare, poi sospirò. "Un attacco di demoni, Milord" Lina iniziò a torturarsi le dita della mano sinistra, sottratta di scatto a quella di Gourry. "Demoni..?" inspirò l'ultima lettera come se le mancasse il fiato. "Che significa? Quali demoni?" Zelgadiss lanciò un'occhiata all'amica ed una a Milgazia prima di tornare a fissare il soldato che sembrava distrutto quanto loro. Doveva essere stato spedito lì subito dopo la tragedia, senza neanche il tempo di ragionare su ciò che era accaduto. Per quanto ne sapeva, Madeleine era stata una regina molto amata dai suoi sudditi, la sua morte doveva essere stata un duro colpo. E un attacco di demoni certo non aiutava ad accettare una morte del genere. Lionel scosse la testa. "Non lo sappiamo" ammise con un tono di scusa. "Nessuno li ha visti" "E allora perchè pensate ai demoni?" Chiese Zelgadiss. Aiutò Amelia a tornare seduta sulla poltrona. La regina appoggiò la testa allo schienale, continuando a coprirsi la bocca con una mano seminascosta dall'ampia manica della maglia. Guardava il soldato con gli occhi un pò vacui e, benchè lo stesse ascoltando, non sembrava in grado di pensare ad altro che alla morte della regina. Quello che il soldato rispose, portò non solo un'altra ondata di silenzio ma una vera e propria cappa di gelo in tutta la stanza. "Non sono..." iniziò, balbettando confusamente. "Non sono rimasti..che pezzi..." Hellmaster Manor, Deserto della Distruzione. La torre era un luogo isolato, con un'unica piccola stanza rotonda senza finestre e senza mobili. Il luogo del castello più vicino al cielo e più lontano dalla terra. Un posto intimo dove meditare, concentrarsi e sprigionare energia senza rischiare di essere interrotti. Phibrizio ascoltò il proprio respiro cadenzato che stava invadendo la stanza e poi lo concentrò nella propria testa, fino a che non si unì con il battito sommesso e debole del suo cuore. Un attimo dopo, il buio della stanza e quello della sua mente si uniformarono, lasciando a quel suono ritmico e ovattato il delicato compito di scandire il tempo dei prossimi movimenti. Ad una ad una le candele si accesero, rendendo visibile la traccia oleosa del pentacolo disegnato sui lastroni di pietra. Nel centro esatto, il demone sedeva immobile, circondato da un alone di energia scura che scaturiva dai palmi aperti delle sue mani. La regola era quella di concentrarsi su un evento solo per volta. La sua mente doveva imparare a controllare le sensazioni e a sfruttarle, convertendole in energia. Percepiva il calore delle candele che lo circondavano, il profumo dell'impasto di cera con il quale aveva tracciato il pentacolo, la ruvidezza dei lastroni di pietra sotto le mani. Tagliò fuori il profumo e la sensazione del contatto con il pavimento, li lasciò scivolare a terra e spargersi intorno a sè. Li avrebbe richiamati dopo. Si concentrò sul fuoco delle candele che gli baluginava sul viso, giocando con i suoi lineamenti. Calore. Richiamò l'immagine delle fiamme al centro esatto dei suoi pensieri. Fu più complicato del previsto, l'idea delle candele continuava a sfuggirgli rischiando di fargli perdere concentrazione. Emise un sospiro sommesso, perfettamente a tempo con il ritmo del cuore e in fine il pensiero comparve. Vide la luce rischiarare il buio che aveva creato, vide il buio ritrarsi e lo sentì fluire da qualche parte, nelle sue mani forse, non lo sapeva. Assicurarsene era rischioso, sperò soltanto che fosse così. Quando sentì che l'idea di calore non si sarebbe allontanata di nuovo, permise al profumo della cera di invadergli le narici, di diffondersi nella sua mente e circondare le fiamme che si erano accese nei suoi pensieri. Era un processo complicato quello di aggiungere nuovi elementi a quelli già immaginati. Dosare il raggio di percezione, fare attenzione a non sentire più del necessario. Si concesse qualche secondo per assestare il profumo e il calore. Le due idee si intrecciavano, fondendosi in una copia perfetta della realtà in cui si trovava. Era il pensiero di quella stanza, un immagine mentale ricreata sulla base delle sensazioni. Lasciò che le candele e il tracciato profumato si marchiassero a fuoco nel buio dietro ai suoi occhi chiusi e cercò dentro di sè il respiro e il battito del cuore. La scena era quasi completa, mancavano i lastroni ruvidi. La pietra porosa sotto le unghie, che gli sfiorava i ginocchi. Socchiuse le labbra esalando un nuovo sospiro che suonò come una breve preghiera. Non aveva mai completato l'immagine mentale. Si assicurò ancora una volta che le candele e il tracciato fossero ben saldi dentro di sè e poi richiamò la sensazione della pietra. Per qualche attimo vacillò, i suoi pensieri scomparvero per riapparire confusi, sbiaditi e sbagliati. Seguì un attimo di buio, ma la concentrazione era ancora lì. Intatta come all'inizio e il demone riuscì a recuperare tutto ciò che aveva richiamato. I lastroni comparvero, insieme alle candele e al tracciato profumato. L'intera scena, per la prima volta, ben riprodotta nei suoi pensieri. Era una specie di traguardo. Lentamente, molto più lentamente di quanto riuscisse in realtà a sopportare, il suo corpo si sollevò dal pavimento. L'energia che lo circondava era diventata brezza nera che smorzava le candele e faceva scorrere la cera fusa lungo il tracciato. Il pentacolo adesso sembrava muoversi, brulicare di vita propria tra le ombre. La luce pallida che filtrava da sotto la pesante porta di quercia non bastava a scacciare il buio della stanza e non arrivava a ghermire lui. Solo il suo simbolo magico emanava luce. Era il momento più delicato di tutti. Un qualsiasi rumore esterno poteva spezzare l'equilibrio. Continuò a sollevarsi da terra, sopra la stella di cera e candele, nella stanza ormai satura della sua antica energia demoniaca. Avvicinò i palmi delle mani, senza farli combaciare in modo che l'energia potesse raccogliersi in mezzo e iniziò a richiamarla. Una parte della sua mente era impegnata a mantenere viva l'idea del calore, del profumo, della ruvidezza, l'altra si stava sforzando di raggruppare il vento scuro che si era formato e plasmarlo in una piccola sfera tra le sue dita magre e pallide. Il processo era lento e impacciato. Non sentiva il collegamento fra il proprio corpo e l'energia che richiamava. La sfera continuava a formarsi, a sciogliersi e a riapparire di nuovo in un ciclo continuo troppo estenuante. Senti la sua mente rilasciare parte della concentrazione per dar maggior forza al richiamo. L'immagine della stanza nella sua testa sbiadì, sbilanciandolo completamente e spezzando la sincronia tra corpo e mente. Si rese conto di aver perso il controllo un attimo prima che succedesse. Troppo tardi per cercare di rimediare. La piccola stanza si accese di un improvviso lampo violaceo che saettò lungo le pareti per poi schiantarsi contro la porta con un fracasso d'inferno ma ben pochi risultati. Il pentacolo sul pavimento s'illuminò per un solo istante di una violenta fiammata nera e le candele si spensero tutte in un colpo solo mentre Phibrizio ricadeva pesantamente a terra, al centro del disegno. "Maledizione..." imprecò tra i denti, battendo un pugno a terra. Non aveva bisogno di controllare cos'era successo. La porta intatta, la stanza di nuovo immersa nel buio e lui seduto di schianto sul pavimento a gambe incrociate come un cretino. Città di Seillune, al Centro del Vecchio Continente. "Il primo ministro sostiene che ci sia dietro qualcosa di molto grave" continuò Lionel, alzandosi dal divano e rivolgendosi ai presenti con rinnovato vigore. "Non concorda con chi dice che si sia trattato solo di un tragico attacco isolato di una banda di demoni" Zelgadiss, in piedi davanti alla portafinestra, sollevò un sopracciglio dubbioso. "Chi potrebbe pensare una cosa simile?" "Gran parte del consiglio dei ministri, Altezza" spiegò il soldato, non andando oltre. Aveva idee molto personali sulla vicenda, idee che si avvicinavano a quelle del primo ministro e che vedevano la morte della regina come l'inizio di qualcosa di molto peggio, ma le tenne per sè. Un'ambasceria non contemplava le idee personali dell'ambasciatore. "E' ridicolo" commentò sarcastica Lina, ormai seduta per terra. Lionel si voltò per fronteggiarla e faticò a nascondere l'imbarazzo e la sorpresa nel vederla seduta a gambe incrociate sul pavimento, con le spalle appoggiate al divano come se fosse la cosa più normale del mondo. La maga sembrò non accorgersi delle sensazioni che il suo atteggiamento suscitava nell'estraneo e proseguì. "I demoni non sono animali, non cacciano in branco in cerca di cibo come i lupi. Se sono entrati nel palazzo, avevano un mandante e un motivo. Puoi dire al tuo Consiglio che l'idea dell'attacco isolato è pura fantasia" "Fantasia, lei dice?" il tono mellifluo e cantilenante della voce di Synor mandò un brivido di irritazione lungo la spina dorsale di Lina che, senza volerlo, s'irrigidì all'istante, voltandosi verso il vecchio raggrinzito che era avanzato fino ad affiancare Lionel. "Io credo invece che sia una spiegazione del tutto plausibile. I demoni sono più che animali, sono bestie feroci e della peggior specie. Esseri abbietti senza rispetto per nessuno. Probabilmente dobbiamo la scomparsa della regina ad un atto di puro divertimento da parte di quelle creature sadiche" Lina espirò rumorosamente dal naso. "Complimenti, che bella descrizione da manuale. Ma lasci che le dica una cosa ministro" esclamò, il viso tirato e una mano che si pettinava nervosamente i capelli. "Sciorinare una bella serie di ovvietà e di luoghi comuni non ci aiuterà a capire come sono andate le cose e non le servirà a fare bella figura" Il ministro non si lasciò intimorire dal tono della risposta, ma anzi ne approfittò per portare a termine ciò che aveva iniziato. "Le chiedo scusa signorina Inverse" esclamò con cortesia, tanto che i presenti lo guardarono allibiti. "Mi sono permesso di dare un giudizio, dimenticando la sua enorme esperienza in materia. Immagino che lei sia più adeguata ad illuminarci sulla natura dei demoni, vista la sua INTIMA conoscenza di quelle creature, dico bene?" Lina scattò in piedi da seduta che era, con uno sguardo negli occhi che poteva essere interpretato come feroce ma che, gli altri lo sapevano, non era altro che ferito. Gourry fu svelto a trattenerla, stringendole delicatamente un polso per ricondurla sul pavimento ed impedirle di incenerire Synor con uno degli incantesimi più devastanti del suo arsenale. Synor non proseguì oltre, ma si stampò sul viso un leggero sorriso di vittoria che lo avrebbe accompagnato per tutto il resto della giornata. Zelgadiss tentò di arginare i disastrosi risvolti di quel breve scambio, riportando la discussione al suo argomento originale. "Lina ha ragione" mormorò, con un tono di voce che ricondusse i presenti alla questione. La maga, dalla sua posizione, gli concesse un'occhiata che rasentava la gratitudine. "Quello che Lionel ha descritto ha tutta l'aria di essere un omicidio premeditato, organizzato nei minimi dettagli". La chimera si versò del caffè da una caraffa e si portò dietro la tazza per qualche istante prima di bere un sorso e continuare. "Qualcuno voleva che la regina venisse uccisa, su questo non ci sono dubbi." "O magari il bambino" azzardò Lina, grattandosi un ginocchio. "Chi mai potrebbe volere la morte di un neonato di poche ore?" chiese Milgazia, prendendo finalmente la parola. Il drago era ancora seduto sulla sua poltrona, le gambe accavallate e le mani elegantemente adagiate sui braccioli. La sua postura composta sembrava quasi fuori luogo in quella stanza in cui ognuno stava un pò seduto come gli pareva. Lina scosse la testa. "Non ne ho idea. Magari se andassimo a Lyzeille potremmo analizzare meglio la faccenda" "In verità questo soldato è qui proprio per questo" s'intromise Synor, rivolgendo però la propria attenzione a Zelgadiss. "Il primo ministro di Lyzeille ha chiesto aiuto al regno di Seillune per investigare su questo aberrante omicidio." "La vostra fama di eroi è molto nota" spiegò allora Lionel, con un'ampia occhiata che coinvolse tutti i presenti. "Con il vostro prezioso aiuto potremo dare un senso a questa tragedia" Le ultime parole erano ovviamente mandate a memoria e il soldato fu più che felice di essere riuscito nella duplice impresa di ricordarle e ripeterle per intero. "Contate pure sull'appoggio del regno di Seillune" mormorò Amelia, aprendo bocca dopo un lungo periodo di silenzio. Era ancora seduta sulla poltrona, ma sembrava essersi ripresa un poco. Le orecchie di Zelgadiss ebbero un guizzo mentre la moglie decideva per entrambi. Il suo cervello cominciò automaticamente a generare possibili metodi di intervento. "La ringrazio, Altezza, in nome di Re Gordon e dell'intero regno di Lyzeille" esclamò il soldato, inchinandosi. "Non devi" replicò allora lei. "E' nostro dovere farlo. In memoria di Madeleine" Ci fu un minuto di silenzio non organizzato, durante il quale i ricordi di tutti tornarono a quella piccola regina infelice che aveva trovato una morte tanto atroce con il suo bambino. Milgazia si alzò in piedi, in un frusciare di lino bianco e dorato. Pronunciò qualcosa nella sua liquida e deliziosa lingua madre, con gli occhi chiusi e le mani lungo i fianchi. Quando Philia, chinando la testa, pronunciò una seconda frase con lo stesso tono capirono che doveva trattarsi di un qualche tipo di preghiera. "Qualcuno di noi verrà a Lyzeille, Lionel" esclamò in fine Zelgadiss, concludendo l'attimo di raccoglimento per la defunta. "Andremo io e Philia" annunciò Milgazia con tranquillità, attirando su di sè gli occhi di tutti, in particolare quelli della ragazza-drago che era stata tirata in mezzo senza nessun consulto. Zelgadiss rimase per qualche istante spaesato ma fu questione di un secondo, poi annuì in silenzio mentre Milgazia proseguiva. "Viste le delicate condizioni della regina, i sovrani non possono assentarsi dalla reggia. Quindi io e la signorina Ul Copt faremo le loro veci. Inoltre, come draghi, copriremo la distanza nella metà del tempo e saremo a Lyzeille molto prima di te e del tuo cavallo. Hai detto che la stanza non è stata toccata, vero?" "Esattamente, signore" esclamò Lionel. Il giovane soldato era a dir poco stupito e guardava Milgazia come l'angelo salvatore. Non avrebbe mai immaginato che tra tutte le persone presenti in quella stanza, proprio un drago di alto rango come quello avrebbe risposto all'appello. E certo non si aspettava che l'elfa malaticcia sprofondata nel divano fosse in realtà un altro drago dorato. Era come un miracolo. Forse ai suoi occhi, il drago aveva addirittura un'aura dorata e scintillante. "La stanza è rimasta intatta ed è stata sigillata per ordine del primo ministro. Verrà riaperta al vostro arrivo" Milgazia annuì brevemente con la testa. "Saggia decisione" commentò con tono compunto. Lina roteò gli occhi al cielo, osservando il soldato che era rimasto visibilmente impressionato dalla presenza di Milgazia e dal suo moto di generosità verso il mondo. Sembrava che quel tipo non avesse mai visto un drago in tutta la sua vita. Sì alzò, decidendo di lasciar perdere. "Vengo anche io" esclamò. Lasciò a Gourry il tempo di aggregarsi per conto suo, ma già sapeva che sarebbe partito con lei. "Questa storia non mi piace" "Io credo che in due siamo già più che sufficenti" Milgazia si voltò verso di lei. "Ma-" "Lina, la tua offerta è senza dubbio lodevole, ma faremo prima se andiamo da soli" Il suo viso era tornato quello calmo ma impassibile di dieci anni prima, quando la maga gli aveva chiesto di consultare la Claire Bible. La stessa espressione superiore che la sola presenza di Xellos era bastata a incrinare, pensò Lina. E di colpo qualcosa scattò nel suo cervello, restituendole il quadro completo della situazione con un secondo di ritardo. Un secondo che le impedì di rispondere a tono. Non vide la breve occhiata che Milgazia e Zelgadiss si scambiarono. Quando tornò alla realtà, la chimera stava già dando disposizioni per la permanenza del soldato, che sarebbe rimasto lì fino all'indomani. In tutto questo, nessuno aveva chiesto il parere di Philia che comunque non trovò il coraggio di rifiutarsi quando Milgazia, smessi i panni del messaggero divino, le dedicò un sorriso dai denti affilati. "Lyzeille non è lontana. Puoi riposarti tutto il giorno, partiremo domattina" Castello di Dynast, a nord della Penisola dei Demoni. Quandò Dynast rientrò al castello era ancora furioso. Anzi, ad una più attenta analisi, era quasi sicuro di non essere mai stato così furioso in vita sua. O forse lo era stato, solo che questa volta l'arrabbiatura bruciava di più. Aveva passato la notte fuori a vagare per le lande desolate del suo territorio nel vano tentativo di smaltire il nervoso che la conversazione con Phibrizio gli aveva messo addosso. Più si cercava di metterlo al corrente delle ultime informazioni e più lui se ne sbatteva altamente. Com'era possibile aver concesso a lui di tornare in vita quando era chiaro che non se lo meritava? E ad ogni modo, era totalmente irrazionale che avesse riacquistato automaticamente il suo ruolo di leader solo perchè era sempre stato così. Se gli altri avessero saputo come stavano realmente le cose, che Phibrizio aveva sì tutto il potere di prima ma nessuno strumento per utilizzarlo, allora forse si sarebbero comportati diversamente. Ma la richiesta della Madre andava rispettata. Sostenerlo - sopportarlo, avrebbe detto Dynast - far credere agli altri che ogni cosa fosse normale, che Phibrizio fosse tornato indietro intatto e che l'ordine delle cose fosse ristabilito. Dynast digrignò i denti mentre la leggera foschia nell'aria si diradava per fare spazio al suo corpo visibile. Cosa poteva importare a loro - a lui per primo - che Phibrizio fosse tornato indietro, quando per mesi dopo la sua distruzione si sarebbero uccisi l'un l'altro pur di prendere il suo posto? Continuò a camminare spedito, con i capelli che gli svolazzavano dietro, sbattuti dal vento e imperlati di neve. Spalancò la porta d'entrata della reggia ghiacciata, portandosi dietro la bufera che ricoprì ogni cosa nel salone d'entrata. No, alla Madre non importava niente cosa pensassero loro, lui o Phibrizio. Faceva tutto parte del piano, del suo piano che era incomprensibile e che non avrebbe mai spiegato. Doveva lavorare per lei e con lei, per ottenere qualcosa che probabilmente non avrebbe giovato ad altri che alla loro Creatrice. Forse neanche agli altri andava bene, ma certo non potevano sentirsi frustrati quanto si sentiva lui, costretto a far da balia ad un cretino di quella portata, che nemmeno si rendeva conto di essere perso senza il suo aiuto. Era così furioso che stava generando energia senza rendersene conto. Lampi bluastri gli attraversavano il corpo, deformandogli le vene in percorsi irregolari, con un vago rumore quasi elettrico. Le piccole creature luminose che infestavano il suo castello si ritrassero impaurite, convinte che il demone fosse pronto ad incenerire chiunque gli si parasse davanti. Mentre camminava per i corridoi, si tolse le due spalliere pesanti che caddero a terra con un rumore sordo che rieccheggiò qualche minuto sopra le alte volute prima di esaurirsi completamente, lasciando ai ritmici passi di Dynast il compito di scandire quell'avanzata. Il demone aprì con uno schianto le porte intarsiate della sala del trono, che gemettero sui cardini con un lamento straziante. "Quante volte ti devo ripetere di riparare questa porta?" abbaiò contro il suo unico e temporaneo subordinato che se ne stava ranicchiato in un angolo dell'ampia sala circolare cercando intensamente di non esistere. "Ha ragione signore. Provvedo immediatamente" squittì, scivolando un paio di volte sul pavimento lucido prima di riuscire a conquistare di nuovo una posizione eretta. Cercò di trovare un sostegno appoggiandosi ad una delle quattro colonne di ghiaccio che sorreggevano il soffitto e poi, raccomandandosi a qualcuno che fosse molto in alto e possibilmente più gioviale di Dynast, si lanciò in una svelta corsetta in direzione della porta. "Farò in un attimo. E' questione di un-" "No, versami da bere piuttosto" ringhiò Dynast, visibilmente infastidito dalla goffaggine di quella creatura. Per qualche attimo si chiese perchè la sua scelta fosse ricaduta su un essere tanto insignificante e privo di stile, ma poi i suoi pensieri scivolarono ancora una volta su Phibrizio e su quanto fosse stato insolente. "Sai, comincio a non sopportarlo più" scattò, improvvisamente, allungando le dita magre sugli alamari della tunica azzurra che indossava. Una lunga fila di eleganti bottoni bianco perla che scendeva giù lunga, fino ai piedi. "Chi, mio signore?" chiese cortesemente il subordinato, interpretando quella pausa esattamente per quello che era: un invito a chiedere ulteriori spiegazioni. Sembrava che il suo capo avesse voglia di parlare. "L'Idiota" rispose Dynast. Sbottonò la tunica fin quasi a metà, poi lasciò che gli scivolasse giù dalle spalle e ricadesse silenziosa e morbida in un delicato ammasso sul pavimento. Senza gli innumerevoli strati di stoffa che inglobavano la sua figura e le spalliere massicce che indossava di solito, appariva molto più magro e slanciato. Indossava pantaloni color ghiaccio, attillati e di foggia costosa, con quattro cinghie blu a stringergli la gamba sinistra dalla coscia al polpaccio. Sopra indossava una maglia dello stesso colore delle cinture, con le maniche che si allargavano all'altezza dei polsi. Si lasciò letteralmente cadere sul trono, per poi scivolare lentamente in una posizione più comoda. Era difficile riuscire a capire quale potesse essere una posizione comoda su un'enorme sedia di ghiaccio, ma sembrava che Dynast ci si trovasse perfettamente a suo agio. "L'ho avvisato della crepa dovuta al terremoto" continuò, osservando con estremo interesse le venature del pavimento mentre attendeva che il servo gli versasse da bere. "E sai cosa mi ha risposto?" "No, mio signore" cortesemente, la creatura, gli porse un bicchiere riempito fino all'orlo di un vino corposo e rosso sangue. A Dynast si illuminarono gli occhi. "Che non gliene frega niente!" esclamò, mentre prendeva il bicchiere con due dita, quasi fosse stata una cosa sacra. Aveva dita molto affusolate, con le unghie quasi iridescenti. "Questo sì che è vino, altro che quella roba verde..." borbottò. "Forse Lord Hellmaster non ha compreso la gravità della situazione" buttò lì il servo. Dynast buttò giù il vino tutto d'un fiato e gli fece cenno di versarne ancora. "Lui la capisce benissimo la gravità della situazione" replicò il demone, battendo furioso il pugno sul bracciolo del trono. "Ma si crede tanto grande da non dover aver paura di niente è questo il punto. Stupido ragazzino...." Bevve e si fece versare di nuovo del vino, in un continuo susseguirsi di discorsi che il servo non poteva capire ma ai quali annuiva prontamente per dare a Dynast la sensazione di essere ascoltato, poi il demone frantumò il bicchiere tra le dita e si alzò. "Dov'è Hector?" chiese sgarbatamente. La lunga cascata dei suoi capelli azzurri era appoggiata solo sulla spalla destra e scivolava a terra compatta e liscia dandogli un'aria in qualche moto addolorata. Il subordinato guardò con tristezza i pezzi di bicchiere caduti a terra - era un compito arduo quello di distinguere le schegge di vetro dal pavimento - poi si voltò di nuovo verso il suo padrone e inspirò. "Nella Sala, signore" rispose "Non esce di lì da ieri sera" Dynast annuì, con aria cupa ma era evidente che stava pensando ad altro. "Voglio stare solo" annunciò poi, guardando il servo come se avesse appena detto qualcosa per impedirglielo. "Se qualcuno mi disturba, per qualsiasi motivo, io ti ammazzo" commentò, uscendo poi dalla porta. Città di Seillune, al Centro del Vecchio Continente. Uscendo dalla stanza Milgazia sentì chiaramente Lina venirgli dietro ma non si girò per fermarla, era meglio che raggiungessero entrambi il corridoio e chiarissero la questione una volta per tutte. Rallentò l'andatura, in attesa che la maga chiudesse la porta e si mettesse sulle sue tracce poi si fermò ad osservare con finto interesse un vaso di fiori visibilmente spanpanati e dimenticati in un angolo buio del corridoio laterale che conduceva alla sala dal trono. "Sapevo che mi avresti seguito" esclamò Milgazia, voltandosi verso di lei quando sentì che era a circa due metri da lui. "Questo è perchè hai la coscienza sporca, Mil" sibilò lei acida, le mani sui fianchi e la cascata dei lunghi capelli rossi che risplendeva d'oro grazie alla luce di mezzogiorno che entrava trasversale e languida dalla finestra rettangolare alla sua destra. Il drago ignorò la frecciatina della maga. "Allora, qual'è il problema?" chiese, quando l'ombra di Lina s'incrociò con la sua, sul pavimento di pietra. La maga non era tipo da girare a lungo intorno alle cose. "Vuoi dirmi perchè diavolo stai cercando di tagliarmi fuori da questa storia?" esclamò. Aveva il viso tirato ed era evidentemente molto arrabbiata. Milgazia ravvivò un paio di petali, poi intrecciò le mani dietro la schiena. Atteggiamento che urtava notevolmente i nervi di Lina. "E' una tua impressione, Lina" esclamò tranquillamente. "Io non sto facendo proprio niente" "No, non lo è" s'impuntò lei. Il suo viso fine, con la pelle chiarissima e qualche lieve lentiggine che a malapena si vedeva, aveva qualcosa di energico mentre gli parlava. "Mi stai escludendo e non capisco il perchè" "La stai prendendo dal verso sbagliato" esclamò allora lui, con un sospiro che la maga trovò impietosito. "Ho solo bisogno che qualcuno rimanga qui a tenere Amelia sotto controllo". La voce del drago sembrava stanca. "C'è già Zelgadiss per quello. Non vedo perchè io debba rimanere qui!" replicò lei, agitando freneticamente la mano destra. "Ora che lo hai strigliato per bene non la perderà di vista un solo istante!" Il drago riprese a camminare, facendole segno con due dita di seguirlo. Svoltarono in un secondo corridoio con le pareti quasi del tutto ricoperte di arazzi e bellissime colonne che lo percorrevano per tutta la sua lunghezza. Le sensibili orecchie di Milgazia captarono le risatine concitate di Kain e Valgrav, nascosti dietro l'ultima colonna in fondo al corridoio. Sorrise impercettibilmente, aspettando che lei lo affiancasse prima di continuare. "Synor ne approfitterà sicuramente per riempirlo di lavoro e non mi fido a lasciare Amelia da sola. Contavo su di te, per questa storia" "Queste sono scuse, Milgazia!" strepitò allora lei, incapace di trattenersi un secondi di più. Si impuntò, fermandosi. Non voleva gironzolare per i corridoi discorrendo amabilmente con il drago. Non sarebbe caduta un'altra volta in questo trucchetto che a Milgazia sembrava piacere tanto. Era bravo a parlare, molto più di quanto lo fosse mai stata lei e intratteneva interminabili discussioni portando il suo interlocutore completamente fuori strada senza che quello se ne accorgesse. Ma questa volta non sarebbe successo. "E per giunta sono assurde" I due bambini si dettero alla fuga, passando da colonna a colonna. Solo quando l'ultima eco delle loro risate si fu spenta, Milgazia si decise a rispondere. "Non sono scuse Lina, è la verità. Qualcuno deve rimanere al castello e visto che io e Philia possiamo sbrigarcela in minor tempo, questa volta tocca a te rimanere. Non c'è nessun segreto" Lina, naturalmente, non credeva ad una sola parola. Lo sguardo che lanciò al drago lo inchiodò sul posto senza troppi complimenti. "Mi lasci qui solo perchè potrebbe trattarsi di demoni" sentenziò alla fine. Non era una domanda. Milgazia la guardò dall'alto in basso, nel vero senso della parola. "Questo lo stai dicendo tu" si difese, senza che la sua espressione facciale cambiasse di una virgola. La maga espirò pesantemente, guardandosi intorno con aria irritatata. Quando tornò a guardare Milgazia, era chiaro che stava facendo di tutto per cavargli di bocca quello che voleva sentire, senza doverci per forza litigare. Era una grande sforzo da parte sua, si aspettò che il drago la ripagasse per questo. "Mil, io so badare a me stessa" mormorò. Il drago cambiò posizione alle mani, intrecciandole in grembo questa volta. "Non è questo il punto" disse laconico. "E allora dimmelo qual'è, perchè non ti capisco!" esclamò lei, esasperata. Lui rimase in silenzio, ma dal suo viso Lina capì ugualmente di avere ragione. I suoi occhi color nocciola si scurirono, adombrandole il viso. "Si può sapere di cos'hai paura, Mil?" lo aggredì. Il drago le lanciò un'occhiata che la passò da parte a parte, leggendole dentro. Anche se c'era poco da leggere, visto che la maga aveva tutto ben scritto in faccia giorno dopo giorno, sempre di più. "Di cosa hai paura tu, Lina!" replicò, fermo. "Non sono io quello che si è fatto prendere dal panico alla parola 'demoni'. Forse dovresti essere più sincera con te stessa" Lina deglutì, ma non lasciò che il colpo andato a segno interrompesse in quel modo una discussione che lei aveva intavolato e che lei voleva concludere, a suo favore ovviamente. "Quello che è successo non c'entra niente. Lui non c'entra niente e non vedo perchè stai tirando in ballo tutto questo adesso!" "Stai facendo tutto da sola Lina" mormorò lui, con un tono quasi di compatimento. I nervi della maga crollarono definitivamente. Non sopportava di essere compatita e non sopportava di essere trattata come una ragazzina ritardata. "Stronzate!!" gridò, incurante del fatto che probabilmente l'avrebbero sentita anche nei dintorni del corridoio. "Non ne posso più di questa storia! Di voi che mi trattate come fossi stupida! E di questo continuo rinvangare una storia che non vi riguarda!!" Milgazia tentò di farla calmare e le suggerì di abbassare la voce. Ma questo non ottenne altro risultato che quello di irritarla ancora di più. Il drago espirò. "Lina, non è di questo che stavamo parlando!" protestò. "E invece sì! E' proprio di questo che stavamo parlando!" sbraitò lei, ancora più forte per ripicca. "E mi da fastidio che tu continui a negarlo! E che mi dici di stare zitta con quell'aria ipocrita, come se non avessi capito perchè diavolo vuoi lasciarmi qui! E' un'idiozia! Non è stato lui! Non avrebbe motivo!" "Perchè continui a ripeterlo? Chi stai cercando di convincere?" chiese Milgazia, allargando le braccia. Ancora una volta, il suo sguardo non piacque a Lina. "Sei pazzesco, sai? L'unica cosa che sai fare e girare le frasi come piacciono a te!" ringhiò, troppo arrabbiata e confusa per rendersi conto di qualcosa. "Tu credi di aver già capito tutto! Ti sei creato la tua bella storia in testa dal primo momento in cui ce l'hanno detto. E' per questo che non vuoi lasciarmi venire! Per le tue stupide teorie!" "Lina, sei sempicemente scossa. Se tu ti calmassi un secon-" "PIANTALA DI DIRMI COME STO, MALEDIZIONE!" lo interruppe lei, gridando. Il drago rimase per qualche istante in silenzio a fissarla mentre lei con il respiro pesante digrignava i denti e lo guarda in cagnesco. "Io ci rinuncio!" esclamò poi, con voce rassegnata. "Sei peggio di Zelgadiss a volte, lo sai? Non si può parlare con te!" Si voltò, allontanandosi, ma lei non era intenzionata a lasciarlo andare. "Ce l'hai ancora con lui perchè ha distrutto la tua squadra più di mille anni fa, Milgazia? E' per questo che lo vedi ovunque? Che lo odi anche quando sai che non c'entra? E' diventato il tuo capro espiatorio per tutto, non è così?" gli gridò dietro lei, immobile nel corridoio. Milgazia si fermò e per un attimo continuò a darle le spalle. Lina non lo vide, ma deglutì pesantemente prima di trovare il coraggio di voltarsi di nuovo. "No Lina, ce l'ho con lui perchè ha distrutto la vita di una mia amica. Ed è successo solo sei anni fa". Castello di Dynast, a nord della Penisola dei Demoni. La Sala era un androne di dimensioni notevoli, situato ben al di sotto della sala del trono. Era stato certamente scavato con la magia perchè una voragine di quelle dimensioni formatasi naturalmente avrebbe senza dubbio fatto crollare l'intero ghiacciaio. Le pareti della Sala erano roccia allo stato naturale, congelata sotto uno strato trasparente e spesso di ghiaccio millenario. Qua e là però, spuntavano a tratti sezioni di architettura scolpite in quelle trasparenze. C'erano archi a tutto sesto che sorreggevano la parte centrale e pendenti cristallizzati che tintinnavano dolcemente appesi al soffito dei due corridoi laterali. Dall'alto, l'enorme grotta, sembrava una chiesa attraversata da centinaia di arcobaleni prodotti dalla luce artificiale che giocava col ghiaccio. Dynast chiuse la porta, senza mai dare le spalle a quella creazione meravigliosa, frutto della sua stessa energia. Le sue lunghe mani affusolate, ancora strette intorno alla maniglia della porta, sprigionarono una nebbia biancastra che cancellò la serratura sotto un farinoso strato di neve. La porta di entrata, benchè già sotto terra, si trovava ancora ad un centinaio di metri dal pavimento della Sala, ma non c'erano scale che scendessero fino a terra. Dynast si lasciò andare nel vuoto, gli occhi chiusi e le bracci aperte. Frenò la sua rapida discesa solo a venti metri dal pavimento, che da vicino era un complicato intarsio di rune demoniache, scolpite nel ghiaccio secondo un ordine ben preciso. Il demone si portò in posizione eretta e riprese a scendere lentamente, fino a che i suoi stivali non toccarono la superficie. La stanza era immensa e luminosa come non ci si sarebbe aspettato da una sala costruita nelle viscere della terra. Luci create magicamente erano disseminate ovunque a mezz'aria come un esercito di scintillanti piccole lucciole che si riflettevano nei mille specchi naturali di quel luogo, moltiplicando la loro luce in raggi infiniti. Nonostante le dimensioni, comunque, la Sala era semivuota e la maggior parte di ciò che l'arredava era concentrata tutta alla fine di quella navata centrale, sotto un immenso rosone formato da spicchi di una splendida pietra azzurra. Dynast si voltò verso il rosone, accarezzando il pavimento con la chioma azzurra, così liscia e ordinata. Osservò affascinato l'enorme ruota dai riflessi argentati e poi lasciò che il suo viso si piegasse in un sorriso a malapena percettibile. Iniziò a camminare lento, lungo la navata che si svelava alla sua vista in tutti i suoi particolari man mano che ne percorreva la lunghezza. Un meraviglioso colonnato di ghiaccio partiva da metà navata accompagnandolo per tutto il suo tragitto fino all'abside. Le colonne, incise una per una con le stesse rune del pavimento, completavano l'ampio disegno evocativo che si illuminava ad ogni singolo passo del demone. C'erano venti colonne su ogni lato e quaranta splendidi angeli dalle ali tese, seduti sui capitelli. Le statue, anche quelle di ghiaccio, con le punte delle ali incurvate verso l'interno, formavano una copertura iridescente che gettava un'ombra fresca e accogliente, la stessa che avrebbe potuto essere generata dai tralicci di glicine in un giardino. Oltre il colonnato, l'abside era uno spazio aperto, immerso nella surreale luce azzurra che colava dal rosone sovrastante. Una breve scalinata, scavata direttamente nella roccia nuda che emergeva dal ghiaccio del pavimento, conduceva ad una piscina di acqua color malva. Dynast aggirò le scale, ignorando per il momento la vasca e raggiunse la statua che occupava l'altra metà dell'abside. Era un marmo bianco e lucido, raffigurante una donna dai lunghi capelli ondulati che le scendevano in boccoli voluttuosi lungo la schiena fino ai fianchi. Il viso della donna era eccezionalmente definito. Gli occhi sembravano veri: tristi e teneri, erano quasi sul punto di piangere. Il panneggio dell'abito era realistico almeno quanto il volto e le sue braccia, protese sullo specchio d'acqua, l'avevano quasi raggiunto e sfiorato. Le dita erano flesse, desiderose. Ai piedi della donna c'era una custodia rettangolare, lunga all'incirca un metro e mezzo, rivestita di raso nero. Adagiata sul raso c'era una spada, nel suo raffinato fodero di pelle. Dynast s'inginocchiò a terra, seduto sui propri talloni. I capelli gli si acciambellarono dietro la schiena mentre lui allungava le mani sulla custodia, accarezzando la pelle del fodero come fosse stato vetro e le sue dita magre liberavano la lama dalla sua confortevole prigione ricamata. Era una spada pregiata, forgiata dal fuoco demoniaco dell'unico Demon King del loro mondo ma stemperata dai ghiacci di quelle montagne che l'avevano consacrata per sempre a quei luoghi e alle presenze che li avevano abitati. La sua spada. Quella che era passata nelle mani di Shella e poi in quelle empie ed incestuose di Grau, per tornare poi al suo legittimo proprietario, così che potesse punire chi di loro se lo meritava. "Troppo sangue. Troppo sangue" mormorò Dynast, le labbra seriche contro la lama lucida. "Ma era necessario. E tu lo sai" Chiuse gli occhi, ricordando cose che erano avvenute. Cose che a volte aveva creduto di immaginare soltanto e che l'avevano trascinato fuori dal letto in piena notte per assicurarsi di non aver perso realmente ciò che così vividamente aveva sognato di veder morire. E invece era la verità. La verità senza nessun altra possibilità. Il corpo esanime di Shella sul pavimento, proprio davanti al suo trono. Caduta nell'unico istante in cui si era distratto, allontanato. Caduta per mano di suo fratello, che l'aveva amata come non poteva. Caduta per quel cervello malato che lui aveva creato e che non era stato capace di riconoscere e distruggere prima che potesse farle ancora del male. Ma l'aveva vendicata e il resto non contava più niente. Posò nuovamente la spada sul suo letto di raso e si alzò da terra, dirigendosi in fine verso la vasca. Salì le poche scale senza fare il minimo rumore, la superfice dell'acqua era immobile. Si sedette sul bordo, allungando una gamba davanti a sè e piegando l'altra verso il petto. Si appoggiò completamente sulla gamba piegata, la larga manica della maglia che toccava il pavimento seguendo il movimento dei suoi capelli. Immerso nel liquido violaceo c'era il corpo di Shella, colto nell'istante esatto della sua morte. Erano passati 1000 anni. Anni nei quali Dynast non aveva trovato un modo per riportarla indietro, per strapparla a quel luogo in cui la spada l'aveva rinchiusa, un luogo su cui neanche Phibrizio aveva potere e che Lon, l'unica che potesse fare realmente qualcosa, aveva rifiutato di recarsi. "Ma un modo c'è...deve esserci" sussurrò Dynast, osservando il viso immobile di Shella che sembrava solo addormentata. Aveva i capelli azzurri sciolti, che galleggiavano intorno alla testa e al collo. Le mani, composte sul petto, e la sua divisa da general, con la lunga catena trasparente che le pendeva da un fianco fino a metà coscia a simboleggiare il legame tra lei e il suo padrone. Dynast passò una mano sulla superfice dell'acqua, senza toccare il corpo immerso. L'ombra delle sue dita passò sul viso di Shella e lì rimase. Avrebbe voluto poter semplicemente allungare una mano e ridarle la vita, così come era stato capace di toglierla a Grau, ma non era così che andavano le cose. Per quanto potere avesse, non poteva controllare il tempo e impedire alla morte di portarsela via, non quando di mezzo c'erano fattori come la sua spada. "Ho trovato altre rune, altre invocazioni" continuò, ora le sue dita sfioravano la superfice dell'acqua vicino al bordo. "Tornerai Shella, lo so, devi solo aspettare. Tra un pò ci sarà abbastanza potere per riportarti indietro. Non mi lascerò sfuggire quest'occasione. Ricordi? Te l'ho promesso" All'improvviso, qualcosa incrinò l'incredibile silenzio della Sala. Era un suono ovattato, soffice e insistente. Aveva l'aria di essere anche qualcosa di estremamente faticoso. Dynast si voltò di scatto, disturbato nel mezzo della sua adorazione dall'avanzare lento ma inesorabile di qualcosa sul pavimento. Il suo ospite si fermò ai piedi della scalinata, impossibilitato a proseguire oltre. "Hector" la voce di Dynast suonò esattamente come al solito, ma in qualche modo non si avvertivano più nè la nota drammatica nè quella irritata di pochi minuti prima. In verità, sembrava quasi sorpreso e divertito. Hector rispose con un verso piuttosto nasale, breve ma squillante che puntualizzò esattamente qual'era il suo problema. Il suono rimbalzò tra le pareti di ghiaccio e ritornò indietro per poi svanire in una serie di eco lontane. Ovviamente Hector era una foca. Un cucciolo, per la precisione. Un batuffolo di pelo bianco neve con due pallini neri e lucidi al posto degli occhi e un piccolo triangolo rovesciato che si muoveva freneticamente come naso. Aveva un musetto estremamente simpatico. "Non lamentarti adesso!" lo rimproverò Dynast. Non rise affatto, o forse sì, ma chi avrebbe notato la differenza? "Non avresti dovuto scendere quaggiù se non sapevi come risalire" Hector protestò nuovamente, poi appoggiò la testa affranto sul primo gradino. Dynast si sollevò da terra. La sua mano, gocciolante, produsse miriadi di increspature sul viso di Shella. Scese le scale molto lentamente, senza guardare il povero cucciolo che invece gli lanciava occhiate oblique, senza sollevare la testa dallo scalino. Dopo averlo raggiunto, Dynast si chinò su di lui. Un demone dalle sembianze umane, alto quasi due metri, che gettò una lunga ombra scura su un esserino batuffoloso di una cinquantina di centimetri circa. Poteva essere una scena dolorosamente fraintendibile; Dynast invece lo prese in braccio, gesto a cui Hector sembrava abituato perchè non si scompose di una virgola. "Vieni, torniamo al castello. Ci sono cose che devo ancora sistemare..." Ora di cena, minuto più, minuto meno. Città di Seillune, al Centro del Vecchio Continente. Lina non si era presentata a pranzo nè a cena. Una cosa che aveva reso ben chiaro a tutti il suo stato d'animo. Nessuno aveva chiesto a Milgazia che cosa si erano detti, nè perchè adesso il drago sembrasse ignorare del tutto la maga, dove si trovasse o che cosa stesse facendo. In realtà tutti sapevano su cosa si era basata quella conversazione, Zelgadiss aveva sperato che avvenisse e che si concludesse nel migliore dei modi. Purtroppo si era avverato soltanto il suo primo desiderio. Quello che era successo aveva cambiato Lina nel più profondo dei modi. Quando era tornata a Seillune, la prima volta, non era più lei. Quello che rimaneva era un guscio vuoto dai capelli rossi. La vera Lina, quella forte, quella che aveva sempre condotto gli altri alla vittoria - qualunque nemico avessero davanti - bè, quella Lina era rintanata da qualche parte nel cuore della ragazza fragile che era apparsa ai loro occhi una mattina d'inverno di sei anni prima. L'avevano cercata invano la vecchia Lina, ma non era facile riportare indietro quello che era stato portato via da un dolore così grande come il suo. Nessuno sapeva esattamente com'erano andate le cose. Avevano sentito entrambe le versioni: quella di Lina, stralci mormorati fra le lacrime - non erano mai stati capaci di tirarle fuori un quadro completo - e quella di Xellos che aveva tentato di spiegarsi, a modo suo, che si era arrabbiato e che aveva dovuto combattere con la loro riluttanza fin dal primo istante. Poi, in qualche modo, tutto si era calmato. Non si era risolto niente, ovviamente, ma la questione era diventata confusa, opaca e lentamente le vecchie abitudini l'avevano rilegata in un angolo delle loro vite. Sapevano che qualcosa era successo, ma sembra tutto così lontano che avevano smesso di indagare. Xellos aveva perfino ripreso a visitare la reggia di Seillune, ma solo se era sicuro che lei non c'era. Non si erano mai più visti. "E' stata un'ottima cena" mormorò all'improvviso Philia, cercando di rompere quel tremendo silenzio che si era creato. I bambini stavano mangiando nell'altra stanza. "Sì davvero ottima" le fece eco Milgazia, che si stava pulendo la bocca con il tovagliolo. "Complimenti al cuoco" "Glieli porteremo, sono sicura che ne sarà felice" rispose Amelia, seduta alla destra di Zelgadiss. La chimera non disse niente, ma fece segno ai camerieri che potevano servire il caffè. Amelia poggiò il proprio tovagliolo sul tavolo e cercò confusamente nel suo cervello un argomento di discussione. "Allora partirete domattina?" Buttò lì. "Esattamente" confermò Milgazia, i gomiti sul tavolo e le dita intrecciate. "Se facciamo solo un paio di soste ad Atlas e Sailarg arriveremo a Krimzon entro sera" "A Sailarg?" esclamò Amelia "Potreste chiedere ospitalità a Shilfiell per qualche ora" Milgazia scosse la testa. "Non ci fermeremo in città, troppa gente" spiegò "Volevo evitare di riprendere forma umana durante le soste. Troveremo qualche radura nelle campagne" Il caffè arrivò, nero e bollente, a rischiarare i pensieri della Chimera. "Ma scusa, Mil" esclamò versandosi da bere. "Non potreste teletrasportarvi?" "Già!" esclamò Amelia, tornando a guardare il drago dopo aver girato la testa per ascoltare il marito. "Ci mettereste ancora meno" "Sì forse" ammise Milgazia. "Ma Philia non è in condizioni di affrontare un tragitto così lungo con un teletrasporto" "Ma io mi sento meglio" protestò gentilmente Philia. Valgrav entrò di corsa dentro la stanza, andando a frugarle distrattamente in tasca. Lei interruppe un attimo la discussione voltandosi verso di lui. Stava cercando un fazzoletto. La ragazza drago glielo porse e tornò a discutere con gli altri, mentre il cucciolo correva via soffiandosi il naso. "Insomma, sto meglio di stamattina, probabilmente domani sarò a posto" "Non ne dubito" commentò il drago, mentre una cameriera gli versava il caffè. "Ma la tua forma fisica non c'entra niente con l'energia di cui hai bisogno. Ti ci vorrà un pò di tempo per recuperarla." "Ma il volo non è più faticoso?" domandò Zelgadiss. Milgazia sorrise. "No, è la nostra forma di movimento abituale. Un pò come il vostro camminare" spiegò "Teletrasportarsi invece implica un quantitativo di energie tre volte superiore. Si tratta di spostare il nostro corpo a distanza di chilometri in pochi secondi, è una cosa molto più complicata" Zelgadiss buttù giù un'altra tazza di caffè, sollevando le sopracciglia. "Non ci avevo pensato...." "A che ora partite?" s'informò Amelia, le mani in grembo. "Dopo colazione" rispose Milgazia, che ormai sembra aver preso già tutte le decisioni. A Philia non rimaneva che ascoltare che cosa le sarebbe toccato il giorno dopo. "Avete bisogno di qualcosa?" chiese Zelgadiss "Viveri o qualcos'altro..." Milgazia scosse la testa. "No, niente di tutto questo" mormorò, poi sembrò ricordarsi qualcosa. "Una cosa c'è" "Dimmi" "La trasmittente" rispose il drago. "Se trovo qualcosa posso informarti in tempo reale" Zelgadiss ci mise un pò a metabolizzare quella risposta. Milgazia che si offriva volontario per andare a recuperare informazioni e che oltretuttto si dichiarava disponibile a comunicargli gli sviluppi il prima possibile. O c'era qualcosa sotto che lui non aveva ancora afferrato o Milgazia aveva preso una sbandata per Philia talmente colossale da perdere il lume della ragione. In entrambi i casi, Zelgadiss sorrise. "Certo. Ma pensavo avessi imparato a comunicare mentalmente ormai" lo prese in giro. "Sono rimasto indietro con il programma" sorrise il drago "Devo dare ancora l'ultimo esame di vista a raggi laser" "Ah, capisco" I due scoppiarono a ridere, guardandosi divertiti, ma il rumore improvviso di una sedia tirata rumorosamente indietro li interruppe. "Scusate" mormorò Gourry con voce scura, in piedi, lasciando il tovagliolo sul tavolo. Solo allora i presenti si accorsero che non aveva toccato cibo nemmeno lui. "Gourry, qualcosa non va?" Chiese Amelia. Forse avrebbe potuto risparmiarsi la domanda: Lina era sparita di circolazione e loro stavano lì a conversare come se niente fosse. Certo, stavano soltanto cercando di sdrammatizzare, ma il mercenario era molto suscettibile su questi argomenti. Ad ogni modo era anche molto gentile e non disse niente. "Credo che andrò a dormire" annunciò, senza particolare entuasiasmo. "Sono molto stanco" Senza aspettare che qualcuno lo salutasse, il mercenario voltò loro le spalle e uscì in silenzio, lasciandoli a guardarsi tra loro imbarazzati per la mancanza di tatto con la quale avevano portato avanti le loro inutili discussioni. "Speravo di trovarti qui" Lina si voltò verso la porta finestra che dava sul balcone e vide Philia, in piedi, con due tazze di cioccolata fumante. Il suo stomaco, ormai fuori controllo, rese noto ad entrambe che gradiva il pensiero. Lina non si scomodò nemmeno a diventare rossa, ormai lei e il suo stomaco potevano essere considerate due entità distinte capaci di ragionare razionalmente. "Vieni, siediti" la invitò, indicando il plaid che le copriva le gambe. La ragazza drago le passò una delle due tazze, mentre prendeva posto accanto a lei sul pavimento. Entrambe bevvero un sorso, assaporando il calore della cioccolata fumante, prima di parlare. "Non chiedermi perchè sono qui, o perchè non mi sono presentata a cena" esordì la maga, guardando dritta davanti a sè. Sotto di loro, nel giardino interno della reggia, Valgrav e Kain giocavano a rincorrersi. Philia rimase ad ascoltare la voce di suo figlio che chiedeva a Kain di nascondersi, prima di rispondere. "Non volevo farlo" "Bene" Lina bevve di nuovo, senza voltarsi, come se stesse osservando qualcosa nell'aria, aldilà della balconata di quel terrazzo. Philia la osservò per qualche istante, poi anche lei seguì quello sguardo e si perse nel cielo stellato. Questa volta fu Kain a gridare, poi entrambi i bambini risero rimettendosi a correre. "A volte mi fermo a pensarci, sai? E' così strano..." esordì Philia, le gambe piegate e gli avambracci appoggiati alle ginocchia. "Che cosa è strano?" Lina si portò alle labbra la tazza di porcellana. Poi continuò a stringerla tra le mani mentre guardava Philia che sembrava pensierosa, con l'orlo della coperta tra le dita magre e affusolate. "Pensavo..." rispose lei, senza voltarsi. "...così tanto tempo e non una sola compagna, nessuno figlio. Non si soffre di solitudine a starsene soli per più di dieci secoli?" Per un attimo Lina rimase immobile, non del tutto sicura di conoscere il soggetto della loro conversazione. Bevve di nuovo lanciando una breve occhiata al contenuto della sua tazza per vedere quanto ne era rimasto. "Di chi stiamo parlando?" "Lord Milgazia" rispose Philia, intrecciando le dita delle mani oltre le ginocchia. Sentì Lina espirare, così si voltò incuriosita. Le due ragazze si guardarono a lungo prima che la maga appoggiasse la tazza vuota a terra e tornasse a fissare le sue stelle. "Ne aveva quattro.." mormorò, alla fine, con un altro sospiro. Forse non era autorizzata a dirglielo. Philia la stava ascoltando, ma non riuscì a pronunciare una sola sillaba. Trattenne il fiato, già intuendo il proseguimento di quella storia e, nonostante questo, impaziente di sentirla raccontare. Lina continuò. "Quattro ragazzi, tutti con la stessa moglie" puntualizzò. Prese a guardarsi le unghie rosate, come se potesse vederci dentro le immagini dei figli di Milgazia. In realtà stava solo cercando la concentrazione giusta per raccontare. "Facevano parte del secondo battaglione aereo al comando di Milgazia, durante la battaglia di Stelan" Non c'era bisogno di altre spiegazioni per capire com'erano andate le cose, tutti conoscevano la storia. Ai tempi della Kouma Sensou, Milgazia aveva al suo comando il primo, il secondo e il terzo battaglione aereo della flotta dei Draghi del Mare. Di 500 soldati al suo comando solo quattro erano tornati a casa. Il primo battaglione aveva incontrato la morte con i soldati di Dolphin, il secondo si era scontrato con Garv e il terzo....il terzo aveva avuto la sfortuna di tagliare la strada a Xellos. "Fu una disfatta" commentò Lina. "Non poteva salvarli neanche volendo" A Philia quasi tremavano le mani, si voltò guardando Lina in cerca di una spiegazione che non riusciva a trovare. "E tu come lo sai?" La maga le lanciò un'occhiata silenziosa, senza proferire parola. Nei suoi occhi color nocciola si accese una scintilla dorata, solo per un istante, un bagliore di luce sulle sue iridi. Philia comprese di aver fatto una domanda inutile. "E la moglie?" mormorò allora, cercando di recupare la discussione. "Combatteva anche lei" spiegò Lina, puntellò le mani sul pavimento, dietro la schiena, e reclinò la testa con un sospiro. "Cadde insieme a figli" Seguì qualche istante di silenzio, dovuto più a quella rivelazione che non alla morte della moglie del drago, poi Philia aprì la bocca per dire qualcosa. Per un attimo non le venne la voce, poi sospirò. "Un drago-femmina guerriero?" chiese, quasi incredula. Erano veramente rare le donne-drago che intraprendevano la carriera militare. Certo lei era una vestale atipica, con una mazza ferrata attaccata alla giarrettiera, ma c'era una bella differenza tra l'auto-difesa e il decidere di andare in guerra a combattere in prima linea. Lei non lo avrebbe mai fatto. Aveva combattuto contro Dark Star, ma era una situazione completamente diversa. Si trattava di un Demon King sceso sulla terra per distruggerla e meritava di essere rispedito nel suo mondo, ma come poteva combattere in una guerra, tra file di compagni che cadevano come mosche? No, decisamente non era per lei. Lina si tirò su, nuovamente e guardò Philia che si era persa nei suoi pensieri. "Era forse la più grande guerriera che i draghi avessero mai avuto" esclamò, richiamando l'amica alla realtà. "Si chiamava Brianna" "B-brianna?" balbettò Philia, voltandosi verso l'amica con gli occhi sgranati come se avesse appena parlato di mucche volanti. "Quella Brianna? La stessa che distrusse..." "..gli avamposti demoniaci sui ghiacciai del Kataart" concluse Lina. "Sì, proprio lei" "S-A-N-T-O C-I-E-L-O" esclamò Philia, incapace di trattenere il proprio stupore. "Sposato con Brianna?" Brianna era un ricordo ancora troppo giovane nella mente dei draghi per diventare eroina o leggenda, ma era comunque una figura tanto importante da meritare di essere menzionata nei libri di storia. Era l'esempio da seguire per le poche ragazze che decidevano di diventare soldato, era l'artefice indiretta della loro vittoria su Shabranigdo. La battaglia sui ghiacciai era stata la prima che li aveva visti vincitori. Fino a quel momento le truppe draconiche avevano perso tutto, uomini e mezzi, e si stavano demoralizzando. La situazione sarebbe andata a peggiorare se quella notte Brianna e i suoi uomini non avessero completamente annientato uno dei principali avamposti di Dynast cogliendolo di sorpresa. E quella era la moglie di Milgazia. Per quanto potesse sembrare strano, lei non lo sapeva affatto. I loro libri di storia erano così ampi che gli storici non potevano certo concedersi il lusso di divagare, riportando ai posteri le loro secolari storie d'amore. Inoltre non si trattava di qualcosa avvenuto dalle sue parti. Era una storia comune a tutta la razza, tramandata attraverso i fatti importanti che la costituivano, era quindi naturale che cose futili come un matrimonio fossero state omesse. In fondo importava qualcosa che uno dei famosi comandanti della Kouma Sensou e la ragazza-drago che aveva creato gravi perdite a Dynast avessero una relazione? Importava a lei, di sicuro. Lina sorrise, quasi divertita all'agitazione dell'amica che aveva ben stampato sul viso il fatto che non riuscisse a capacitarsi di una cosa tanto eclatante. Forse si era in qualche modo illusa che Milgazia fosse davvero rimasto solo per secoli. "Paura di non reggere il confronto?" scherzò Lina. Philia si voltò, sentendo soltanto la voce di Lina e non esattamente le sue parole. "Come hai detto scusa?" La maga si alzò in piedi, la tazza in mano. Scosse la testa. "Niente, niente" sorrise. Poi arricciò leggermente il naso. "Credo che andrò a letto, è stata una brutta giornata" "Buonanotte Lina" La Rossa sparì nel castello, lasciando Philia da sola con i propri pensieri. Si chiese cosa c'entrava lei con Milgazia e perchè mai il giorno dopo doveva partire verso Lyzeille con lui. In fondo non era nemmeno più una vestale, in che veste si sarebbe presentata al re? Dubitava fermamente che la rinomata fama di eroi di cui il soldato aveva parlato comprendesse anche lei. Certo aveva combattuto Dark Star, ma era niente in confronto a ciò che Lina, Gourry e gli altri avevano fatto per anni. Sospirò, appoggiando il mento sulle ginocchia e lasciando che la leggera brezza notturna le scompigliasse i capelli biondi. Fissò lo sguardo sui disegni floreali della bella tazza di porcellana. Un ottimo servizio, probabilmente da dodici. Non aveva notato servizi di piatti o di tazzine inferiori a questo numero nelle cucine del castello. Porcellana pregiata, forse di Zoana, dipinta a mano. La tazzina era tonda e un pò tozza, come quelle che piacevano a lei. La sollevò in aria per guardarla alla luce della luna, era davvero un bell'oggetto, non le sarebbe dispiaciuto andare ad aggiungere un servito del genere ai centoventi della sua collezione privata. "Devo chiedere ad Amelia dove l'ha comprata...." concluse alla fine, con aria decisa. Si concedette ancora qualche minuto sotto il piacevole tepore della coperta, poi decise che era ora di mettere a letto Valgrav. Stare alzato fino a tardi lo rendeva irritabile la mattina dopo. Si alzò, appoggiando per qualche istante la tazza sulla balconata mentre con cura ripiegava la coperta. Sentì Valgrav gridare di nuovo dal giardino e Kain ridere, scalpitando da qualche parte. Si affacciò e li vide, giocare ancora a rimpiattino in quel labirinto che era il giardino reale. Sembravano ancora perfettamente svegli, ma Philia ormai sapeva che era solo una questione di inerzia. Se uno dei due si fosse fermato, sarebbe probabilmente crollato addormentato su una panchina del giardino. Sorrise. "Sta crescendo bene, mi sembra" La voce di Milgazia colse Philia di sorpresa. La ragazza si voltò verso la portafinestra che dava sul balcone e se lo ritrovò ad un paio di metri. Si chiese come facesse a non fare alcun rumore quando si muoveva, a tratti era inquietante. "C-come scusi?" balbettò. "Valgrav" precisò allora il drago, raggiungendola. "Sta crescendo bene" Il drago si appoggiò con i gomiti alla balconata, scrutando la luna che immergeva l'intero giardino in una pallida luce argentea. Philia si irrigidì, non le capitava mai di parlare di suo figlio con qualcuno della sua stessa razza e certo non con uno come lui. Milgazia rise, ma non si voltò verso di lei. Distese gli avambracci di fronte a sè e continuò ad osservare i bambini che giocavano a rincorrersi. "Guarda che puoi anche rilassarti. Non sono qui per giudicarti. La mia era un'esclamazione di cortesia" "N-No..cioè..io non volevo..." balbettò Philia. Poi sospirò, non era stato un bell'inizio. "E' solo che mi ha colto di sorpresa, Lord Milgazia" "Facciamo così, chiamami solo Milgazia d'accordo?" le propose lui, con un sorriso. "Quell'appellativo comincia a darmi sui nervi..." Lei annuì, senza proferire parola. Il drago chinò leggermente la testa verso le braccia. I capelli biondi gli ricaddero in ciocche morbide intorno al viso, stava ancora sorridendo. Philia lo osservò: non l'aveva mai visto così....rilassato? Milgazia sembrava sempre tranquillo, era vero, ma era anche sempre troppo composto, rigido, sempre in posa. Questa era la prima volta che lo vedeva semplicemente appoggiato da qualche parte, come facevano tutte le persone normali. Rimasero in silenzio per un pò e quando Milgazia sollevò di nuovo la testa, era per riprendere a parlare. "Perchè lo hai chiamato di nuovo Valgrav? Perchè non dargli il suo nome originale?" chiese. Lanciò al cucciolo un'altra occhiata, poi si voltò verso di lei. "Perchè è così che lo conosco io" rispose Philia, appoggiandosi a sua volta contro il balcone. "Porta il nome di un Dark Lord" puntualizzò allora Milgazia, il tono non era irritato. Era una semplice costatazione, senza traccia di insinuazione "Non credi che questo possa creargli problemi?" Philia si sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio a punta. "Il nome non lo rende un demone" rispose. "La sua parte demoniaca è stata totalmente distrutta. Quello che è rimasto è il drago ancestrale" Milgazia tornò a guardare il ragazzino che lo notò e lo salutò con la mano. Il drago giurò anche di averlo visto strizzargli l'occhio, ma non ci volle pensare. "Non si ricorda proprio niente del suo passato?" "No, assolutamente" Philia scosse la testa. "Per lui la vita è iniziata sette anni fa. Non ha la minima idea di cosa è successo..." "E non hai intenzione di dirglielo" commentò lui. La ragazza-drago scosse di nuovo la testa. "Non lo trovo necessario" spiegò. Era la prima volta che qualcuno le chiedeva qualcosa sulle sue scelte riguardo al cu |