capitolo 12 - THE BRAT PRINCE
Prima di tutto c'è Lestat.
Lestat, il perenne individualista e il perenne farabutto irridente. Alto un metro e ottantatrè, un giovanotto di vent'anni quando venne trasformato in vampiro, con enormi e affettuosi occhi azzurri e folti capelli di un biondo vistoso, mascella quadrata, bocca generosa e splendidamente disegnata, e pelle scurita da una permanenza al sole che avrebbe ucciso un vampiro più debole; un vero dongiovanni, una fantasia alla Oscar Wilde, lo specchio della moda, il vagabondo più spavaldo, menefreghista e polveroso, solitario, errabondo, abilissimo a spezzare cuori, e un sapientone, soprannominato << principino viziato >> dal mio antico Maestro - sì, provate ad immaginarlo, il mio Marius - anche se vorrei sapere alla corte di chi e per diritto divino concesso da chi e di quale sangue reale.
Lestat, colmo del sangue dei più antichi tra noi, anzi del sangue stesso dell'Eva della nostra specie.
Lestat, un amico niente male, un vampiro per il quale sarei pronto a rinunciare alla mia vita immortale, di cui ho spesso implorato l'amore e la compagnia, che trovo irritante, affascinante e insopportabilmente esasperante, senza il quale non posso vivere. - Armand

(The vampire Armand - Anne Rice)

Il mattino seguente. Ottava ora del giorno, subito dopo colazione.

Città di Seillune, al Centro del Vecchio Continente.

Quella mattina Philia sembrava stare già molto meglio. Il colorito verdognolo era definitivamente sparito e, sebbene non fosse ancora in forma smagliante, per lo meno riusciva a camminare senza dare l'impressione di essere sul punto di vomitare o cadere ad ogni passo.
A colazione aveva mangiato come un drago - era il caso di dirlo - recuperando i pasti persi nei giorni precedenti e ora se ne stava tranquilla in giardino con gli altri, parlottando con Amelia.
"Sei sicura che posso lasciarti Valgrav?" stava chiedendo. "Non vuoi che lo riporti a Rahya?"
La regina scosse la testa sorridendo. "Non ti preoccupare, a me non dà nessun fastidio" rispose Amelia. "E poi Kain è sempre così solo che un pò di compagnia non può fargli che bene"
Philia non sembrava convinta. "Sì, ma tu non stai bene e-"
"Ti ho detto di non preoccuparti" la interruppe Amelia "Io starò benone. Valgrav starà benone. E in fondo sono solo un paio di giorni, non finirà il mondo, ti pare?"
"Santo cielo, speriamo di no!" esclamò la voce di Milgazia "Sarebbe oltremondo seccante, non trovate?"
Il drago indossava una curiosa tonaca lunga color rosso rubino, con il colletto alla coreana e una lunga fila di bottoni un pò più scuri che scendeva giù fino a sfiorargli i piedi, infilati in due scarpette di raso rosso. Le due ragazze lo fissarono con l'occhio sgranato, incapaci di dire una sola parola. Milgazia continuò a sorridere imperterrito, con la chioma di capelli biondi perfettamente pettinata sulle spalle. "Che cos'è? Una paralisi collettiva?" chiese. Era talmente tranquillo che suonò sinceramente incuriosito.
Philia fu solo capace di continuare a fissarlo, Amelia riuscì ad allungare un braccio e ad indicarlo forsennatamente, balbettando parole sconnesse.
"M-mil...tu...rosso..."
"Non avrai pensato che vestissi solo di bianco e d'oro, vero?" s'informò lui, con una mano sul petto.
Entrambe annuirono, con l'occhio a palla che persisteva.
"Ci mancherebbe anche questo!" esclamò lui, scuotendo la testa e la mano. "Già devo essere vegetariano, astemio-"
"..casto" suggerì Zelgadiss, passando come un ombra alle spalle del trio.
"-casto...eh?..No..ma che vai dicendo?!..." il drago per un attimo andò nel panico, sopratutto quando Philia gli lanciò un'occhiata obliqua che poteva voler intendere qualsiasi cosa. Milgazia si ricompose tossendo garbatamente. Si girò verso Zelgadiss che se la stava ridendo come poche volte in vita sua, quindi gli disse qualcosa in draconico che lo ghiacciò sul posto. Philia ridacchiò.
"Hey!" protestò Amelia, guardandoli tutti con aria offesa. "Perchè ridete tutti? Che cosa gli hai detto?"
Milgazia le sorrise, concedendole un ampia visuale della sua perfetta dentatura scintillante. "Te lo dico quando ritorno" promise, quindi si rivolse a Philia. "Se riacquistiamo la nostra forma originale entro i prossimi cinque minuti, possiamo pranzare ad Atlas"
La ragazza drago divenne color pomodoro e guardò a destra e a sinistra, cercando di evitare gli occhioni dorati di Milgazia che continuavano a fissarla senza capire il motivo di tanto imbarazzo.
Trasformarsi. Non aveva mai pensato razionalmente di doversi trasformare, cambiare, mutare nella sua forma di drago.
Drago, poi. Milgazia magari era un drago. Un gran bel drago. Ma lei? Che cosa le avrebbe detto quando sarebbe apparsa in quella maniera buffa? Che drago era, lei? Cielo, sarebbe scoppiato a ridere....a ridere....a ridere-
"C'è qualcosa che non va?" commentò lui, con una nota interrogativa molto accennata nella voce. Guardò anche la regina che se ne tirò fuori sollevando le mani e dandosi alla fuga.
Philia le lanciò un'occhiata al vetriolo, poi tornò a guardare Milgazia, cercando di sbrogliarsi dalla situazione. "Ahem..." iniziò, agitando le mani "..sarebbe una cosa molto...ecco...complessa per me....ho..sempre..avuto..problemi..per cui, se lei-cioè tu- potessi...ecco..."
Milgazia non perse il sorriso, ma dette fondo a tutto il suo self-control per non ridere di gusto e sfacciatamente. "Tranquilla, la coda è già qui.." esclamò, indicando con un dito la coda gialla che spuntava sotto la gonna di Philia "..scommetto che con un pò di sforzo puoi portarci anche il resto..." Lei divenne, se possibile ancora più rossa, lanciando occhiate veloci sia alla coda - che tentò di nascondere con un piede - sia a Milgazia che se ne stava tranquillo e pacifico.
"Vado a parlare con Zelgadiss intanto, quando ti è più comodo puoi raggiungermi là" commentò poi il drago, allontanandosi.

***

A destra, un mastodontico drago dorato nel fiore degli anni, con un'apertura alare di quasi 15 metri, sedeva fiero e impettito col muso massiccio puntellato di corni bianchi e la coda robusta, cornuta anche quella. Un esemplare decisamente stupendo, con le zampe imponenti e artigliate.
A sinistra, un mucchietto di scaglie color paglierino, con una coda e un fiocchetto.
Philia era molto più piccola di Milgazia, troppo piccola anche per essere una femmina e sicuramente molto tondeggiante. Non sovrappeso, ma poco definita. Uno schizzo di drago. Uno schizzo di drago molto avvilito.
Valgrav si rese conto che sua madre sembrava un peluche in confronto all'altro drago e preferì non commentare. Si concesse però un "WOW" entusiasta e ammirato per Milgazia che lo ringraziò sorridendo, nel modo in cui lo fanno i draghi: snudando un plotone di zanne accuminate che ottenne il duplice effetto di esaltare Valgrav oltre ogni limite e di spaventare a morte il piccolo Kain.
Il principino piagnucolò qualcosa, correndo a nascondersi dietro al padre. Poi, scoppiò in un pianto impaurito e incontrollato, con la testa sepolta sotto il mantello di Zelgadiss che sorrise intenerito. Mise al figlio una mano sulla testa, tentando di tranquillizzarlo, ma Kain non voleva nemmeno più uscire da dietro le sue spalle. Come dargli torto, del resto? Non aveva mai visto un drago in vita sua e se Philia poteva essere una visione batuffolosa e rassicurante, Milgazia incuteva un certo timore. Sopratutto quando eri un bambino di sei anni alto quanto uno solo degli unghielli di quelle zampe.
"Non mi sono ancora abituato a vederti così trasformato" esclamò Zelgadiss, mentre Kain spariva completamente dietro al suo mantello.
".. e seduto sulle mie rose" sussurrò Amelia, notando con rassegnazione, lo smisurato fondoschiena di Milgazia parcheggiato sulle aiuole.
"Pardon, chiedo scusa" esclamò il drago. Nelle sue intenzioni, il tono doveva essere cortese ma uscì cavernoso e accompagnato da un ringhio sommesso. Da dietro il mantello del sovrano, Kain scoppiò di nuovo in lacrime, chiudendo gli occhi stretti stretti.
Milgazia, fece qualche passo avanti, lasciando enormi impronte sul terreno umido dei giardini reali e sollevandosi infine dalle aiuole. Con grande disappunto di Amelia, le rose non si ripresero affatto e, nell'alzarsi, Milgazia sradicò anche due alberi con la coda.
Anche un drago millenario diventava goffo, in un giardino in cui entrava a malapena.
"Non è stata una buona idea farli trasformare qui..." sussurrò Zelgadiss, cercando di recuperare Kain che, dopo gli stonfi prodotti dai passi di Milgazia, si era seduto in terra con le braccia inchiodate ad una delle gambe del padre e il mantello lungo a nasconderlo completamente.
"Decisamente no" concordò Amelia.
Valgrav, intanto, aveva pensato bene di saltare dentro ad una delle impronte per misurare quanto fosse grande. "Guardate qua!" esclamò, correndo in su e in giù. "Kain, vieni a vedere!"
"No!" s'impuntò il bambino, fermamente ancorato al ginocchio del padre.
Valgrav sembrava invece divertirsi un mondo. Risalì sul terreno, per poi saltare di nuovo dentro l'impronta con un ululato divertito. Atterrò sul terriccio morbido con un suono ovattato, schizzando terra un pò ovunque. Questo lo entusiasmò ancora di più, tanto da spingerlo a risalire e saltare una terza volta.
Milgazia si girò per guardare cosa stesse facendo il cucciolo di drago e sorrise. Con la zampa anteriore destra, creò sul terreno altre due impronte in sequenza. "Così adesso hai un percorso ad ostacoli" proclamò, assicurandosi l'eterna gratitudine del piccolo ancestrale.
Valgrav lasciò perdere Kain e si lanciò in una corsa folle tra le impronte di Milgazia, saltando ed arrampicandosi come fosse stato nel bel mezzo di un percorso di guerra.
Milgazia allungò il collo verso il sovrano e abbassò la testa all'altezza di Kain. Amelia capì all'istante e sollevò il mantello del marito, scoprendo un Kain ranicchiato, con le mani sopra la testa. Drago e sovrano si scambiarono un'occhiata d'intesa, poi Milgazia si concentrò per modulare la voce e renderla simile a come l'avevano sentita loro la prima volta che sui Katart erano andati a chiedergli di consultare la Claire Bible.
"Ciao, Kain" mormorò Milgazia, l'enorme muso dorato a qualche decina di centimetri dal bambino.
Quando il principe aprì gli occhi, ingannato dal tono di voce umano e si ritrovò davanti la testa del drago, cacciò un urlo terrorizzato e uscì dal suo nascondiglio, mettendosi a correre.
Non andò molto lontano, comunque, perchè suo padre lo afferrò per la maglietta e lo tirò su di peso. Il ragazzino gli lanciò un'occhiata traversa, con le braccia incrociate e i capelli tutti spettinati.
"Non aver paura" lo esortò Zelgadiss. "E' sempre Milgazia, non vedi?"
Kain, osservò il drago, gigantesco, con gli occhi rotondi e dorati che luccicavano di un bagliore sinistro. Milgazia teneva la bocca chiusa, ma gli incisivi e tutte le altre zanne facevano comunque capolino dalle sue labbra. E poi c'erano corna ovunque, sul muso, sulla coda...
"No, non lo vedo" piagnucolò il bambino, tirando su col naso. "Voglio andare via"
"Non voglio farti niente, Kain" continuò Milgazia, molto dispiaciuto che il principino l'avesse presa così male. Forse aveva fatto un errore di calcolo. Magari era ancora troppo piccolo per capire. In fondo Valgrav si stava divertendo, ma era pur sempre un cucciolo di drago anche lui, probabilmente vedeva le cose in un ottica diversa. Sospirò, rassegnato a non ottenere alcun risultato. "Saluta almeno Philia, che ne dici?"
Kain tirò di nuovo su col naso, mentre Zelgadiss lo poggiava a terra. Lanciò alla draghetta uno sguardo dubbioso, per ritrovarla trasformata in un enorme fagiolo giallo, con la testa piccola e il sedere troppo grosso. Rimase sconcertato.
Si voltò di nuovo verso Milgazia, senza per altro cominciare ad urlare di nuovo. In qualche modo iniziava ad abituarsi alla sua presenza, ma nessuno lo fece notare ben sapendo che Kain avrebbe sostenuto l'esatto contrario solo per ripicca.
Si pulì i lacrimoni che ancora gli scendevano dagli occhi e tornò di nuovo ad osservare Philia, che se ne stava in un angolino, affranta e ammassata sul terreno in una forma scomposta e poco dignitosa. Il fiocchetto rosa era in bell'ordine accanto alle sue zampe.
Prima di recarsi da lei, che non faceva paura neanche volendo, Kain osservò candidamente che Philia doveva essere ridotta a rotolare perchè con quelle zampe certo non poteva camminare come Milgazia.
"Non essere scortese!" lo rimproverò Amelia "Non è colpa sua se è così rotonda!"
Gourry si grattò la testa, osservando l'espressione di Philia farsi più mesta ogni secondo di più. "Non so perchè ma credo che tu non abbia migliorato le cose, Amelia..."

***

Gourry bussò educatamente alla porta e rimase immobile fino a che la voce di Lina non lo invitò ad entrare.
Il mercenario colse di sfuggita il bagliore di un anello di ametista che Lina si era affrettata a togliersi dal pollice per infilarlo in un piccolo portagioie davanti a lei sul letto.
Sorpirò, senza dire niente.
"Buongiorno Gourry" lo salutò lei, voltandosi. Era seduta sul letto, i piedi nudi e addosso quello che doveva essere il suo pigiama: un'ampia maglietta viola ed enormi pantaloni neri.
"Buongiorno"
Lina rimestava freneticamente tra le sue cose ora sparse sul materasso intorno a lei. Qualsiasi movimento facesse i suoi occhi non indugiavano su Gourry pù di qualche istante.
"Come stai?"
Lina si fermò, le mani sul portagioie. "Bene..." inspirò. "...hum, sì, bene direi"
Gourry la osservò mentre si sistemava i capelli spettinati dietro le orecchie. "Non sei scesa a colazione" commentò. In questi casi, la voce di Gourry diventava tanto seria e grave da non sembrare più nemmeno la sua.
Lina alzò la testa di scatto e indicò un vassoio sul comodino. "Amelia me l'ha fatta portare in camera" spiegò, con un mezzo sorriso forzato. Annuì alle sue stesse parole. "Tra un pò dovrebbero venire a portarla via"
Ne seguì un silenzio pesante che il viso terribilmente immobile di Gourry non contribuiva a migliorare.
Lina sospirò ancora, ma sembrava decisa a non parlare per prima, nè tanto meno a guardarlo in faccia. Il portagioie venne recuperato di nuovo ma, per quanto se lo rigirasse fra le mani, non andò mai nemmeno vicino ad aprirlo di nuovo. Gourry sapeva che non gli avrebbe concesso di guardarci dentro una seconda volta.
"Quello che è successo ieri.." iniziò il mercenario, lentamente. "Milgazia non doveva permettersi di—"
Lina sorrise, questa volta sincera. "Apprezzo il sostegno, Gourry" disse, i suoi occhi color nocciola si posarono sull'amico un pò di più stavolta. Gli doveva per lo meno questo. "Ma lascia stare. Io e Mil ci saremmo presi comunque prima o poi. Era solo questione di tempo"
Gourry avrebbe voluto farle notare che il drago non era stato molto carino, nè - ad ogni modo - aveva motivi di trattarla a quel modo ma per esperienza ormai sapeva che gli era concesso starle accanto e consolarla - se lo voleva - ma non era fra quelli a cui Lina raccontava i dettagli dei suoi problemi. Non più ormai.
Era come se lo tenesse deliberatamente ai confini della sua vita perchè non potesse entrarci più del necessario.
Faceva un male tremendo, ma era disposto ad aspettare. Non poteva forzare le barriere che Lina aveva eretto intorno al suo cuore, era lei che doveva abbatterle.
"Sono partiti?" chiese Lina, all'improvviso.
Il mercenario la guardò, per un attimo nei suoi occhi ci fu uno sguardo interrogativo, poi capì. "Sì, circa mezz'ora fa"
"Peccato" Lina si alzò dal letto, riponendo il portagioie nella sua borsa. Erano lì da tre giorni ma la maga non l'aveva ancora disfatta. C'era una sorta di rituale in quel gesto. Mettere i vestiti nell'armadio e svuotare la valigia significava dover rimanere a lungo e questo, evidentemente, non doveva andarle a genio. "Avrei voluto salutarli"
"Torneranno entro un paio di giorni" commentò inutilmente Gourry.
"Già" La maga afferrò una spazzola e prese a pettinarsi davanti allo specchio. In sei anni non era cambiata poi molto, fatta eccezione per i capelli che erano ancora più lunghi e per qualche chilo che le era rimasto sui fianchi. Aveva forse perso la figura filiforme ma era comunque perfettamente in forma. Anzi, aveva acquistato rotondità più femminili, il seno non era mai tornato ad essere piatto come prima e i fianchi ben delineati donavano molto alla sua figura minuta.
In sei anni si era fatta ancora più bella.
Lina lo guardò, attraverso lo specchio. "Zelgadiss come se la sta cavando da solo?"
Gourry si strinse nelle spalle. "Gli sono già venuti due attacchi isterici, ma a parte questo và alla grande" rispose.
"Dov'è?"
Il mercenario aggrottò le sopracciglia. "Non ne ho idea" disse. "C'è un qualche tipo di riunione amministrativa, o roba simile"
Lina si prese la lunga massa dei capelli tra le mani e spazzolò le punte con colpi decisi. "Pagherei per vedere che cosa succede in quella stanza" commentò. Sembrava più tranquilla adesso. "E Amelia?"
"Parcheggiata in salotto a leggere"
La maga annuì. "Andrò a farle un pò di compagnia" poi guardò l'amico e quindi la stanza. Arricciò il naso. "Non vorrei buttarti fuori ma—"
"Certo. Vado" concordò lui. Si voltò verso la porta e l'aprì ma tornò a guardarla ancora una volta prima di varcare la soglia. "Lina?"
Lei stava scegliendo cosa indossare, adagiando abiti sul letto. Si girò. "Si?"
"Sono convinto che sia un errore.." iniziò il mercenario. La cosa gli stava costando evidentemente molta fatica. "..ma se non riesci a stare lontana da quell'anello, allora indossalo e basta. Soffrirai meno che a guardarlo di nascosto, come una ladra"
Se ne andò senza aggiungere altro, nemmeno il sorriso di incoraggiamento che Lina si era aspettata.
La maga rimase immobile a fissare la porta richiudersi, quindi deglutì pesantemente.
No, niente lacrime questa volta, pensò mordendosi un labbro così forte da farsi male.

Undicesima ora del giorno, circa.

Wolf Pack Island, a sud della Penisola dei Demoni.

"Lui era in quel castello"
Zelas sedeva sul divano, tentando di accendersi una sigaretta con le mani che tremavano dal nervosismo.
Dopo la festa nessuno dei due aveva parlato. I cespugli divelti e le loro supposizioni erano stati abbastanza per una serata sola. Zelas si era chiusa nella sua immensa camera di mogano nero, immergendosi nella sua oscurità, nascosta dal resto del mondo. Nascosta da Xellos.
Evidentemente rassicurarla non era stato abbastanza. Come poteva esserlo se lei vedeva le cose in maniera assolutamente più disastrosa di lui?
Alastor per lei era una minaccia, la prova vivente che anche lei era vulnerabile. Forse la sottile vergogna di esserlo troppo.
Per quel che era rimasto della notte, Xellos aveva temuto che sarebbe ricominciato tutto da capo. Lei chiusa nel proprio silenzio, lui a torturarsi nel tentativo di trovare un modo di liberarla dalle sue ossessioni.
Ma non era andata così. Zelas non si era lasciata cadere di nuovo nello sconforto, ma non ne era nemmeno completamente uscita. Quello che avevano scoperto, o per meglio dire, quello che pensavano di aver scoperto era invece diventato un chiodo fisso tanto da spingerla a fare domande su domande per ottenere una risposta soltanto.
E Xellos non aveva idea di come poter toccare l'argomento senza gettarla in un panico tale da impedirle perfino di ragionare. "Non ne siamo sicuri" si affrettò a puntualizzare, mentre la guardava alzarsi e andare avanti e indietro per il salotto, spostare oggetti che erano già al loro posto.
Lei alzò lo sguardo sul suo subordinato, era un'occhiata seria. "Non può essere che lui" insistette. A differenza delle sue mani, la voce era ferma. Era così nervosa che lasciò cadere la cenere dalla sigaretta senza averla nemmeno fumata. Si sedette, ma le sue gambe non trovarono pace.
"Capo, questo non è affatto vero" Xellos iniziò gentilmente, mentre Zelas accavallava di nuovo le gambe inguainate in un paio di pantaloni lunghi di tela rossa. "Possiamo solo supporre che si trattasse di lui"
Zelas insipirò, disincrociando le gambe ancora una volta, il tacco della sua scarpa non fece alcun rumore atterrando sul morbido tappeto sotto al tavolino da the. "Tu che cosa pensi, Xel?"
La domanda lo colse impreparato. Per qualche istante rimase in silenzio. Lanciò un'occhiata al suo bastone che era disteso sul tavolo tanto per distogliere lo sguardo dalle due trappole degli occhi di Zelas. "Quello che penso" esclamò alla fine, con una lentezza quasi esasperante. "Non è una certezza".
La Beastmaster gli aveva concesso di cercare le parole più adatte ma gliele aveva lette nel cervello prima di fargliele pronunciare. Gettò definitivamente la sigaretta sprecata nel posacenere, schiacciandola con un gesto stizzito e quasi isterico. I braccialetti le scivolarono lungo l'avambraccio color caramello scontrandosi l'un l'altro sul suo polso fine. "Tu pensi che fosse lui, però?"
Xellos inspirò, quasi roteando gli occhi al soffitto. Adesso che si era convinta della situazione, non ci sarebbe stato più verso di proporle altre ipotesi, o anche solo di rassicurarla che l'unica che avevano non era poi così disastrosa. "Non è—"
"Xellos!"
Il subordinato annuì, a testa bassa, ben sapendo quali sarebbero state le conseguenze della risposta che lei voleva. Ma mentirle sui suoi pensieri era impossibile e sfuggire al suo sguardo lo era ancora di più. Sarebbe rimasta a fissarlo anche per ore, impedendogli di muoversi o anche solo di guardare altrove se non avesse aperto la bocca e non le avesse fatto sentire a voce alta quello che già gli aveva letto nel cervello. Espirò, rassegnato. "Sì, penso che Alastor fosse in quel castello ieri sera"
Zelas sembrò quasi contenta di sentirglielo dire. La notizia l'angosciava, ma l'idea che Xellos fingesse una cosa per un'altra solo perchè sapeva che la verità l'avrebbe messa in ansia era una cosa che la mandava in bestia. Ne seguì qualche minuto di silenzio durante il quale la demone si alzò dal divano e andò a servirsi da bere da un mobiletto in fondo alla sala. Impedì a Xellos di farlo al posto suo così il demone, a disagio, raggiunse il suo bastone tanto per mostrarsi impegnato in qualcosa che non fosse spostare il piede da una mattonella del pavimento all'altra.
In quel vestito rosso fuoco, con un top dall'ampia scollatura incrociata, Zelas sembrava ancora più alta e slanciata. L'abito era molto semplice, di un taglio quasi rozzo, ma le cadeva addosso perfettamente, scivolandole sui fianchi, seguendo la linea delle spalle morbide come se le fosse stato cucito addosso. Come ogni volta, Xellos si perse nella cascata di quei riccioli d'oro fuso, chiedendosi cosa poteva fare per lei. Bastava solo che gli chiedesse di andare a scovare quel bastardo e lui lo avrebbe fatto. E poteva giurare su Shabranigdo che non gli avrebbe concesso un solo giorno di vita in più. Alastor non aveva nemmeno la metà dei suoi poteri, non ci sarebbe stata lotta. Soltanto una vendetta veloce che avrebbe risolto molti problemi. Ma non poteva fare niente da solo, se non era lei ad ordinarlo.
Ti prego, master. Lascia che lo cerchi per te. Parole non dette, nemmeno pensate.
Era una preghiera, la sua, che riempì l'aria senza che lei potesse percepirla. Xellos odiava Alastor nel peggior modo in cui una persona poteva essere odiata e per l'unico motivo per cui Xellos era pronto ad uccidere a sangue freddo. Sapeva di non essere disposto a concedergli neanche un secondo per spiegarsi, per pregare o per qualsiasi altra cosa. Lo avrebbe ucciso con un colpo solo e sarebbe rimasto a guardare il sangue - lo stesso che scorreva nelle sue vene - spargersi intorno al suo cadavere. Dopodichè si sarebbe dimenticato per sempre di avere un fratello.
"In che percentuale?" Chiese Zelas, all'improvviso, distruggendo il buio dei suoi pensieri in una miriade di frammenti color sangue.
"Cosa?"
Zelas allora si girò verso di lui ma non sembrava irritata di dover ripetere la domanda. Appariva, piuttosto, come concentrata a pensare anche a qualcos'altro oltre a quella discussione che stavano avendo. "In che percentuale pensi di sapere che si trattasse di lui?"
Domanda strana. "Hum...diciamo un novanta percento.."
Zelas rimase immobile, lo sguardo assente e le labbra ancora appoggiate al bicchiere che conteneva le ultime gocce del suo rosso preferito.
"Ma potrei sbagliarmi" aggiunse Xellos. Strinse il bastone e le si avvicinò. Il lungo mantello nero gli scivolò dietro ubbidiente. Le sue scarpe non facevano alcun rumore, come se fosse stato fatto di niente.
Lei lo sentì avvicinarsi, ma non volse lo sguardo. "Quante volte le tue supposizioni si sono rivelate errate, Xellos?" chiese alla fine, quando ormai a dividerli c'era solo una poltrona.
Lui si fermò, conoscendo la risposta e ciò che, ancora una volta, le sue parole avrebbero significato. "Mai, capo"
"Appunto"
Nella stanza calò un silenzio denso, che quasi ricoprì le pareti e i mobili. Perfino i rumori dell'isola sembrarono troppo lievi per oltrepassare quella barriera e scivolare nella stanza. Xellos pensò al vento, al richiamo dei gabbiani ma non riuscì a sentirli. Forse non si sforzava abbastanza, forse il tentativo di prevedere cosa sarebbe venuto dopo quel silenzio gli impedì di concentrarsi su qualcos'altro.
Poi lei sorrise, pronunciando le parole esatte che aveva aspettato. "Ho un incarico per te" annunciò, continuava a non guardarlo ma i suoi occhi brillarono di una cattiveria lontana. Divennero brillanti e indecifrabili come quando combatteva.
Era di nuovo lei. Xellos strinse la mano sul bastone, i suoi occhi sorrisero sotto la frangia ordinata.
"Scopri dove si nasconde, cos'ha fatto fino ad oggi e perchè era al castello di Phibrizio ieri sera" continuò la donna, seria. "E fai in modo che sappia che gli stai alle costole. Deve sentirsi braccato"
Xellos annuì. Sarebbe bastato fare un giro nel piano astrale: ora che sapeva cosa cercare sarebbe stato molto più semplice. Non potè fare a meno di sorridere. Erano anni che non aveva niente da fare e adesso gli capitava per le mani l'incarico che aspettava da dieci secoli.
Era più di quanto un subordinato assetato di vendetta potesse chiedere. "Agli ordini master" poi sembrò ricordare un altro particolare che la probabile presenza di Alastor aveva cancellato dalla sua mente. "E per quanto riguarda quello che è successo ieri sera?"
Zelas si voltò, era seria. Concentrata. "Non curartene. Hai altro a cui pensare" rispose, un pò seccata. "Ora vai"

***

A Hector non era permesso far confusione nella Sala.
Così la piccola foca se ne stava appallottolata bianca e morbida sull'orlo della tunica di Dynast e lo guardava in silenzio con gli occhioni neri lucidi e speranzosi, nella spasmodica attesa che il demone volgesse lo sguardo dalla vasca e gli procurasse del cibo.
Ma Dynast sembrava assorto in pensieri tanto lontani da fargli perdere il senso del tempo.
I suoi occhi vitrei fissavano immobili il viso di Shella, che sorrideva nella morte, quasi fosse soltanto addormentata.
Un solo minuto in più, uno soltanto, e immergerla in quella vasca avrebbe fatto la differenza. Ma era arrivato troppo tardi.
L'acqua color malva era riuscita a sanare le sue ferite esterne, saldando i lembi di carne lacerata ma la sua essenza non poteva essere salvata allo stesso modo. Il suo spirito era già stato stappato via e intrappolato dalla spada non negli Inferi — dove avrebbe potuto mandare Phibrizio a recuperarlo — ma in un luogo fuori dal tempo, inaccessibile a chiunque tranne che a Lon, la quale si era rifiutata di andarci.
Per questo il suo risveglio era impossibile.
Quel liquido, ora, poteva solo conservare intatto il suo corpo fino al momento in cui il suo spirito fosse tornato indietro.
Non poteva peggiorare, ma in quello stato non potevano esserci neanche miglioramenti. Shella era sospesa in un luogo lontano, incapace di vivere e incapace di morire del tutto. Quella cattedrale era stata eretta in memoria del suo ultimo istante di vita che sarebbe durato per il resto dell'eternità fino a che lui stesso non fosse morto - se mai un momento del genere fosse arrivato - fino a che l'intero ghiacciaio non fosse collassato su stesso, sgretolandosi. E anche allora lei era condannata a sorridere sotto le macerie, viva nella sua morte a metà perchè lui non aveva trovato altra soluzione che lasciarla in quello stato.
Aveva passato ore al suo fianco.
Interminabili lunghe ore a parlarle, a rassicurarla che tutto questo sarebbe finito al più presto, che avrebbe cercato, provato, letto qualunque cosa pur di riportarla in vita. Se non era stato capace di salvarla quand'era stato il momento, lo avrebbe fatto ora che quella stasi gli procurava tempo sufficente per pensare. Le rune scolpite in quel luogo sembravano al momento la soluzione migliore a cui fosse giunto in quei mille anni: un'incantesimo di evocazione calibrato su Shella stessa che la strappasse al luogo in cui era finita con tutta la violenza e la determinazione del caso. Ma richiedeva più energia di quanta lui stesso ne possedesse. Avrebbe dato la sua intera esistenza per riparare alla sua distrazione, ma sapeva che anche regalando a quelle rune tutto il suo potere, non l'avrebbe liberata. Ci voleva qualcosa di più.
Qualcosa che fosse più potente di cinque dark lord.
Hector si mosse sulla sua tunica. Un fruscio ovattato e ritmico che proseguì sullo scalino con fatica e precisione.
Gli occhioni neri erano sempre rivolti verso il demone. La piccola foca emise un sospiro disperato.
Molto lentamente, Dynast si voltò verso di lui. Il viso diafano era solcato da lacrime trasparenti che si cristallizzavano sulle sue guance pallide.
Minuscoli frammenti di vetro che costellavano i suoi lineamenti, che riflettevano la luce.
"Ho capito" mormorò "Non hai bisogno di essere così insistente"
Hector protestò, con un sonoro verso nasale.
L'espressione di Dynast si fece più seria, ma non disse nulla. Bastò quell'occhiata a zittire la piccola foca che volse la testa da un'altra parte facendo l'indifferente. Dynast si chinò su di lui e lo prese per la collottola, sistemandoselo in braccio.
Hector si accomodò tra le sue braccia e guardò dritto davanti a sè mentre scendevano gli scalini con la composta lentezza di Dynast. Scivolarono tra gli angeli del colonnato, verso la luce degli innumerevoli incantesimi sul soffitto.
Dynast riportò entrambi alla porta d'entrata sollevandosi in aria. La foca non sembrò spaventata, come fosse una cosa del tutto normale.
Ad accoglierli oltre la porta c'era il subordinato che, stretto nelle piccole spalle, portava notizie.
"Master..." iniziò, mentre Dynast richiudeva la porta. Hector si esibiì in un urlo liberatorio ed entusiasta.
Il signore dei Ghiacci consegnò la foca al subordinato, ignorando qualsiasi cosa stesse per dirgli. "Deve mangiare" comunicò, aspettando che il subordinato tenesse ben stretto il cucciolo prima di lasciarlo. "Assicurati che sia nutrito a sufficenza"
Il piccolo demone si affrettò ad annuire, cercò di accarezzare Hector ma la foca gli morse un dito con determinazione.
"Non lo toccare" commentò solo in quel momento Dynast. "Non lo gradisce"
"L'ho notato"
Il sottoposto si trovò di fronte ad una scelta difficile.
Il dito gli faceva male, ma non poteva mollare la foca. Poteva, cioè, ma sarebbe morto.
Decise di soffrire in silenzio. Possibile che un cucciolo di foca avesse tutti quei denti?
"Io mi ritirerò nelle mie stanze" continuò Dynast, del tutto disinteressato alle sofferenze del povero disgraziato che gli stava davanti, incurvato nella sua ridicola figurina di demone minore.
"No, Master"
"No?" Dynast si voltò verso di lui, con un'espressione decisamente incredula. "Mi stai forse impedendo qualcosa?"
"Si. Cioè No, Sua Eccellenza" si affrettò a dire il demone in preda al panico. Dopo la gaffe con Hector, una parola detta male poteva significare la sua morte e non era più tanto sicuro che sarebbe stata indolore. Il padrone era sempre un pò isterico quando usciva dalla Sala.
"Sì o no, Mirkar?" Chiese il demone. "Deciditi altrimenti non capisco se devo ucciderti"
Mirkar deglutì mentre Dynast rimaneva a fissarlo, chiuso nel suo granitico silenzio.
Il subordinato spostò il peso da una gamba all'altra, Hector cominciava a pesargli - visto che era quasi più grosso di lui - e inoltre stava per farsela addosso.
"Sto aspettando" disse ancora Dynast. La sua voce era ghiaccio e per una volta non fu difficile capire che era sull'orlo di una sfuriata pazzesca. Le venuzze blu sulle sue mani erano più elettriche del solito. "Se ti può facilitare il compito di rispondere, sappi che sto seriamente pensando che non mi servi a niente"
"Il...il padrone ha visite" balbettò allora il subordinato.
"Visite?"
Mirkar annuì con foga, come se confermare avesse potuto migliorare la sua precaria situazione di demone già morto che cammina.
Hector si spazientì e gli morse il naso con calcolata malignità. Ci fu un principio di imprecazione che morì nello sguardo serio di Dynast.
"Deep Sea Dolphin chiede di vederla" piagnucolò Mirkar, tentando di massaggiarsi il naso senza far cadere il pesante fagotto di pelliccia.
Dynast fissò un punto non meglio precisato sul pavimento, come cercando di comprendere qualcosa. Forse il motivo per cui nel suo salotto c'era ora una ragazzina dall'apparente età di dodici o tredici anni che, molto probabilmente, avrebbe portato il suo già provato sistema nervoso a minimi livelli di sopportazione e accondiscendenza.
Se Dolphin aveva deciso di uscire da quel ridicolo castello di conchigliette e coralli per varcare i suoi confini, significava solo una cosa: lo attendevano momenti terrificanti. Momenti nei quali avrebbe valutato con attenzione l'idea di uccidersi.
Dolphin avrebbe parlato per ore, forse anche l'intera mattinata, sfogandosi con lui e dimostrando di conoscere un'ampia varietà di brutte parole. Alcune sicuramente molto originali e inventate sul momento per offendere Phibrizio. Lui avrebbe bevuto. Parecchio.
Non che Dynast si fosse in qualche modo aspettato una visita di Dolphin, ma aveva previsto che la demone sarebbe stata decisamente imbufalita per ciò che era successo alla festa. Forse si era rivolta a lui in cerca di una qualche spiegazione, ma Dynast avrebbe dovuto trovare il modo di superare le sue grida isteriche e i suoi piagnistei per comunicarle che non possedeva nessuna delle risposte che cercava.
Quello che era successo era un mistero anche per lui.
Sospirò. Avrebbe dovuto cancellare tutti gli impegni della mattinata. "Hector ha fame. Muoviti" ordinò. "E se scopro che non ha mangiato abbastanza, tu sarai il suo prossimo pasto, ci siamo intesi?"
Il subordinato annuì, ma Dynast si era già voltato e ora tra lui e Mirkar c'erano almeno sei metri di seta azzura.
Il piccolo demone guardò il cucciolo di foca che sorrise, in un modo sinistro ed inquietante...

***

Il viaggio sarebbe stata una cosa lunga.
Philia volava ad una velocità che definire bassa era un eufemismo, ed era già la terza volta che Milgazia si girava indietro e la vedeva sparire, trascinata quattrocento metri più in basso da una corrente. A quel punto Philia rotolava in aria per un pò quindi, con grande fatica, oltrepassava la corrente tornando all'altezza di Milgazia, il quale era così galantuomo da non fare nessun commento, nemmeno uno di incoraggiamento. Meglio star zitto che mentire.
In realtà non era proprio tutta colpa di Philia.
In genere lei volava bene, manteneva il passo e nonostante le sue imbarazzanti rotondità era riuscita a tener testa a creature ben più piazzate di lei, coprendo tragitti che avrebbero affaticato un drago più esperto.
Ma in quel preciso giorno non era nelle condizioni fisiche e mentali per volare. Il tragitto non era lungo ma, per quanto ne dicesse Milgazia, non si sentiva ancora completamente in forma. Non da volare a pieno regime, almeno.
Per non parlare poi del fatto che perdeva la concentrazione ogni volta che l'altro drago si voltava a guardarla!
Milgazia virò a destra, le possenti ali tese nello sforzo.
Ebbe gran cura di non starle ad una distanza ravvicinata per paura che lo spostamento d'aria potesse sbalzarla fuori rotta.
Philia lo intuì e trovò la cosa molto imbarazzante, ma non potè fare a meno di essergli grata: era già abbastanza stremata così com'era per poter sprecare energie in una correzione di rotta.
Erano già le undici e avevano percorso soltanto la metà del percorso previsto per quella parte della giornata. Philia si sentiva tremendamente in colpa per questo ma Milgazia non sembrava minimamente preoccupato per il ritardo. Non aveva sollevato la questione nemmeno una volta.
In realtà il drago, visto l'andazzo delle prime ore, si era visto costretto a riscrivere la tabella di marcia. Il passo che aveva deciso di tenere era evidentemente inadatto alla sua accompagnatrice, quindi tanto valeva rivedere tutto e programmare alcune soste in più. Secondo i suoi calcoli sarebbero arrivati con mezza giornata di ritardo rispetto alle previsioni. In pratica la mattina successiva, poco male. La stanza non sarebbe certo scappata e in ogni caso, non si poteva chiedere di più a Philia.
"Tutto bene?" le chiese, fermandosi ad aspettarla.
Lei, prima perse il controllo, poi si stabilizzò arrancando. Il fiocco rosa le penzolava stressato dalla coda. Se ce l'aveva ancora addosso era tutto merito del doppio nodo. "S-si" balbettò.
Era difficile capire cosa Milgazia stesse provando precisamente dopo quella risposta. In forma di drago non aveva a disposizione una mimica facciale molto sviluppata e tutte le espressioni gli venivano simili.
La fissò con i grandi occhi gialli prima di decidersi ad insistere. "Se sei stanca possiamo fermarci" azzardò ancora. Le parole draconiche suonarono perfettamente udibili anche a quell'altezza e con quel vento.
Dei, sì. Per carità fermiamoci. "No grazie, non ce n'è bisogno" cinguettò invece l'ex-vestale ad alta voce. Avrebbe voluto uccidersi. Gettarsi in picchiata senza atterraggio. Ma fermarsi significava ammettere la propria debolezza e, cosa ancora peggiore, significava dover parlare con lui, a quattr'occhi. No, no, no, non se ne parla nemmeno.
Sostenuta da quel pensiero aveva dato quattro colpi d'ala spingendosi improvvisamente più avanti. Il collo teso a fendere l'aria e lo sguardo deciso e testardo.
Milgazia, rimasto dietro di lei, sospirò e scosse la testa. Poi senza sforzo le si affiancò. Si girò verso di lei, ma Philia continuava a guardare diritta. "Philia, non ci sono problemi" insistette.
Lei scosse energicamente la testa. "Sul serio, sto bene. Io-" una corrente la sbarellò mostruosamente. Fu un miracolo se non prese ad avvitarsi su se stessa.
Questo pose fine alla loro discussione.
Milgazia si assicurò che la sua compagna di viaggio non stesse per sfracellarsi sulla costa occidentale della penisola, quindi puntò in basso alla prima radura e planò fino ad atterrare perfettamente. Fu uno spettacolo vederlo adagiarsi con grazia sull'erba e quindi chiudere le ali, scuotendo violentemente la testa per qualche istante.
A quel punto Philia non aveva scelta. S'impegnò al massimo, cercò nelle sue limitate possibilità di dare un bello spettacolo di sè per lo meno nell'atterraggio. Era sempre stata brava ad atterrare. Poteva farcela anche questa volta.
Non pensare a Lord Milgazia. Non pensare a Lord Milgazia. Philia, ci stai pensando...
Ondeggiò, quindi perse quota. Poi si stabilizzò ad una ventina di metri dal terreno. Le ali tese, la coda diritta come una freccia, allungò le zampe come il carrello di un areoplano e......zompettò per un centinaio di metri per diminuire l'attrito.
Milgazia se la vide passare davanti a balzelloni sulle zampette grassottelle e non fece una piega.
Philia era abbastanza soddisfatta, certo non era stato l'atterraggio che avrebbe voluto, con sbattere d'ali e sensuali zampate. Ma le era sufficente non essersi schiantata di muso a dodici centimentri da Lord Milgazia.
Il drago aspettò che lei tornasse indietro dalla macchia d'alberi nella quale si era parcheggiata.
Era placidamente seduto sui quarti posteriori, con la coda adagiata su un cespuglio di bacche. L'aria serena, nemmeno fosse stato un barboncino. "Ben arrivata nell'area di sosta numero uno, signorina Phila. A sua disposizione frutta di stagione, acqua potabile e comodissima erba per riposarsi" Milgazia snudò le zanne in un grottesco sorrisone.
Lei lo guardò con aria interrogativa, quindi si guardò intorno con aria ancora più interrogativa. In fine tornò a guardare lui.
Il sorriso di Milgazia si spense mentre si stringeva nelle spalle. "In realtà abbiamo due mele e una pozzanghera d'acqua piovana anche un pò fangosa. Ma nell'altro modo suonava più invitante, temo"
Philia rise.
"Che c'è da ridere? Siamo appena atterrati su picco della Miseria Nera e tu ridi? Hai uno humor nero che mi spaventa" esclamò lui, fingendosi perplesso.
Philia rideva ormai senza controllo, il muso piegato verso le zampe e la coda sul naso in un vano quanto inutile tentativo di non far vedere che rideva. "N-niente..." ridacchiò. "E' solo che..sei....sei così..."
L'enorme muso di Milgazia assunse un'espressione compiaciuta, quindi si allungò verso di lei, con un sopracciglio sollevato e l'occhio di traverso. "Interessante?...affascinante?...benestante?...tutto quello che finisce per ante tranne elefante?"
"Buffo" completò lei.
Milgazia si tirò indietro di scatto. "Buffo?" era così stranito che Philia si aspettò di vedergli comparire un punto interrogativo dietro le orecchie. Poi si rese conto che poteva anche averlo potenzialmente offeso e divenne rossa come il pelo di Jiras. Il che era un bel contrasto col suo giallo canarino. "Cioè...io, non volevo dire...oh cielo che scortesia..."
Milgazia scioccò le fauci - qualcosa di molto simile ad uno schiocco di lingua ma molto più rumoroso. "Oh, non preoccuparti.." iniziò pensieroso. "Buffo non finisce per 'ante' ma è uno dei miei aggettivi preferiti".
Le sorrise e i suoi occhi agganciarono quelli di Philia. La ragazza-drago rimase incantata da quelle due colate d'oro e il suo cervello si affrettò a mettere fuori il cartello 'sono in vacanza da qui all'eternità. Sposami'.
Milgazia non era messo meglio, ma lui così c'era partito da casa. "Appassionante..." sussurrò.
"Cosa?" fece lei di rimando, con la stessa voce persa in fantasie che era meglio non nominare.
"L'aggettivo per te..." Milgazia si tirò indietro di scatto, una zampa ad accompagnare un breve colpo di tosse per ritrovare il contegno. "..ahem....intendevo dire distante. ATLAS è distante. Ci sono ancora due ore" atterrò il tronco di un albero accanto a lui e lo stese tra loro due, tenendolo fermo con l'enorme zampa anteriore. "...ahem...ti va una mela?"


Hellmaster Manor, Deserto della Distruzione.

Era la prima volta che si recava all'Hellmaster Manor da sola da quando Phibrizio era resuscitato.
In passato lo aveva fatto spesso, ma poi la Madre lo aveva distrutto e lei non aveva più avuto alcun motivo di varcare i cancelli di ferro e il grande portone d'entrata. Non aveva mai voluto mettere piede in quelle stanze ed essere accolta dal silenzio, dal castello privato della sua voce o delle note di quel violino stupendo. Non aveva mai voluto ammettere di essere rimasta sola.
Era stato come perdere un pezzo di se stessa.
Pensò che era successo così anche con Garv, ma non era stato altrettanto intenso.
Tutti loro erano legati da un filo invisibile, un legame solido che li teneva uniti anche contro la loro volontà. Erano nati dalla stessa entità, non potevano considerarsi estranei. Anche volendo.
E ogni volta che uno di loro era sparito, tutti gli altri lo avevano percepito. Un enorme parte del potere di Shabranigdo che spariva nel nulla, tornando all'energia originaria, inglobato dal potere della Madre che lo assorbiva, che lo annullava.
Ricordava l'esatto istante in cui Garv si era dissolto. Attraverso gli occhi di Xellos aveva visto Phibrizio schioccare le dita e lacerare quel corpo come fosse stato fatto di carta. Aveva scrutato nei suoi occhi verdi la sottile cattiveria che vi albergava e l'immenso piacere che il demone aveva provato nell'uccidere un traditore. O nell'uccidere una persona che odiava.
Zelas aveva sempre pensato che Phibrizio non provasse per Dolphin lo stesso odio che aveva così disperatamente provato per Garv. Dolphin era ottusa, chiusa nel suo personale mondo d'acqua. Non era veramente pericolosa.
Ma Garv, lui era sempre stato una spina nel fianco e Phibrizio non aveva aspettato altro che il momento giusto per farlo fuori. Nemmeno lei sapeva perchè gli aveva prestato Xellos, forse perchè non aveva potuto rifiutarsi.
O forse perchè anche lei, nel profondo, aveva sperato che Garv sparisse dalle loro vite? L'aveva sperato davvero? Non lo sapeva.
Ma Garv non c'era più e il senso di vuoto che la sua scomparsa aveva lasciato si era riempito in fretta, come una buca nella sabbia.
Il vuoto che Phibrizio aveva lasciato dentro di lei si era riempito soltanto quando la Madre gli aveva permesso di tornare indietro.

Varcò il portone lentamente, le mani lungo i fianchi e lo sguardo fisso sul buio che regnava all'interno. La striscia di luce solare che lei aveva fatto entrare sembrava quasi una lama appuntita sul pavimento di pietra.
L'immenso salone era tornato alle dimensioni originali ed era ancora completamente decorato. I festoni erano un pò storti e alcuni pendevano sbilenchi dagli archi del soffitto e dai corrimano, ma in generale era ancora tutto quanto al suo posto. Mancava solo l'orchesta che non era più incastonata nel muro, come parte della tappezzeria.
La demone oltrepassò i tavoli dov'era stato appoggiato il cibo, fino allo scalone principale. Il trono di Phibrizio era ancora là, massiccio e nero proprio come lo ricordava. Non resistette alla tentazione di sedersi, osservando la sala da quel posto centrale.
Il trono era freddo, imponente. Zelas accarezzò una delle teste del serpente.
Stava tremando. Tremava così forte che potevo vederlo dall'altro lato della stanza.
Si ricordò di ciò che aveva visto la sera prima, del corpo di Phibrizio scosso da tremiti così violenti da impedirgli di camminare. L'aveva visto sedersi e tirare un sospiro di sollievo.
Di qui non si è più alzato.
Durante la notte quell'immagine era rimasta nella sua testa impedendole di pensare a qualcos'altro. Tutto ciò che era successo, perfino quell'assurdo ed inspiegabile suicidio di massa non le era sembrato così importante come l'improvviso crollo fisico dell'Hellmaster.
Com'era possibile, anche usando tutta l'energia che si possedeva, crollare a quel modo? Perdere il controllo del proprio corpo fino a non riuscire più nemmeno a camminare.
Cos'è che non mi hai detto?
Nessuno le rispose. Sentiva Phibrizio ai piani superiori. La sua energia vorticava ferocemente, invadendo tutto ciò che le stava intorno, era come se il demone si stesse scatenando a casaccio. Avrebbe dovuto sentire rumore di distruzione, oggetti che si rompevano. Qualche boato almeno. Ma niente. Phibrizio stava scaricando energia, ma essa non produceva alcun danno.
Phibrizio?
Rimase in ascolto, ma c'era solo tanta energia. Furiosa energia che vorticava oltre le scale e su, nei corridoi e tra le tante stanze dell'Hellmaster Manor. Poi le note della sua musica esplosero lontane, rotolarono giù dalla balconata, rimbalzando ad ogni scalino fino alle sue orecchie tese. Zelas chiuse gli occhi, lasciò che la melodia le invadesse la testa, riportasse a galla memorie dimenticate. Ricordò sè stessa distesa nell'acqua tiepida di una vasca di ossidiana. Ricordò lo stesso suono quasi increspare l'acqua, raggiungerla sul fondo e riportarla in superfice. Ricordò il viso affilato di un ragazzino seduto sul bordo e il suo violino lucido. Ricordò sorrisi di demone e canini di lupo.
Sto arrivando, Phibrizio.

***
"Sapevo che saresti venuta"
Phibrizio era seduto sul divano, le gambe distese davanti a lui.
Appoggiato a quattro cuscini, teneva la custodia del violino sulle ginocchia e riponeva lo strumento con grande cura. Non si voltò verso la porta. Zelas si fermò sulla soglia, le braccia incrociate e strette al petto. Si appoggiò alla cornice di legno, la visione di Phibrizio in quello stato le mise addosso un'improvvisa immensa tristezza. "E' per questo che hai lasciato tutti i sistemi d'allarme abbassati?"
"Non sono tutti spenti" puntualizzò l'Hellmaster chiudendo la custodia. "Ma sì, l'ho fatto perchè tu potessi salire fin qui. Come vedi, non potevo venirti incontro"
Continuava a parlarle senza mai guardare dalla sua parte, come se non volesse concederle una visione più ampia e precisa della sua persona. Ma Zelas lo vedeva già abbastanza bene per notare che c'era qualcosa di strano. E la sensazione andava rafforzandosi ogni istante di più. Lo sentiva attraverso le vibrazioni che Phibrizio emanava, lo capiva dai suoi gesti convulsi. Dal fatto che non ci fosse nemmeno un briciolo di armonia nel movimento delle sue mani. Ogni azione era limitata e palesemente molto faticosa.
Il demone appoggiò le sue cose sul tavolo che aveva vicino e quindi si risistemò sui cuscini in maniera impacciata. Zelas aggrottò le sopracciglia, notando solo in quel momento che Phibrizio riusciva a muovere soltanto la parte superiore del corpo. "Che ti succede?" Mormorò. La sua voce uscì più bassa di quanto voleva, e sicuramente molto più preoccupata.
"Siediti"
Phibrizio continuò a non guardarla anche quando prese posto sulla poltrona. I capelli neri erano annodati e spettinati. Ora che non portava il codino gli ricadevano scomposti sul viso e sugli occhi, nascondendo i suoi lineamenti. Era più pallido del solito, bianchiccio, come se fosse malato. Aveva occhiaie profonde e Zelas notò che le sue mani avevano ripreso a tremare in maniera vistosa. Forse era per questo che aveva smesso di suonare. "Quanto tempo hai?" le chiese Phibrizio, alzando per la prima volta lo sguardo su di lei. Zelas per un istante trattene il fiato, solo perchè era una demone non trasalì portandosi una mano alla bocca. Phibrizio era come trasfigurato, non sembrava più nemmeno lui.
Il viso smagrito e incavato, le labbra secche che si aprivano pallide come una ferita.
Vene azzurre gli attraversavano i bracci, come se avesse la pelle trasparente. Respirava male, Zelas lo sentiva quel fischio leggero ad ogni sua parola e poteva contare ogni furioso battito del cuore che si scontrava contro quella cassa toracica divenuta all'improvviso, terribilmente troppo piccola e magra. "Tutto il tempo che vuoi" rispose, lentamente, senza riuscire a staccare gli occhi da lui eppure quasi spaventata di doverlo guardare. "Ma devi raccontarmi ogni cosa"
Phibrizio annuì comprensivo. Ne seguì un colpo di tosse furiosa. Zelas ebbe paura che si sarebbe spezzato in due da un momento all'altro. Sentiva il suo potere vorticare intorno a lui, eppure sembrava umano. Un essere umano a cui non era rimasto molto da vivere.
Phibrizio pensò a lungo, come se trovare le parole più adatte fosse molto complicato. "E' una storia troppo lunga" sbuffò alla fine, rassegnato. "C'è qualche domanda precisa che vorresti farmi?"
Zelas ne aveva più di una. "Perchè sei ridotto così?"
Phibrizio aprì le labbra e le inumidì, tra un rantolo e l'altro di un respiro affannato che aveva quasi l'aria di essere l'ultimo. "Lo si potrebbe chiamare un conflitto interiore" rispose, nella sua voce Zelas ritrovò il familiare tono ironico ma era lontano. "La mia forza demoniaca sta tentando di uscire da questo nuovo corpo"
Zelas non partecipò alla sua successiva risata. Accavallò le gambe, invece, chinandosi leggermente in avanti verso di lui. "E' un corpo umano?"
"Si e no" Phibrizio sospirò, quindi mosse le spalle intorpidite. "Diciamo che era umano, poi è stato modificato perchè riuscisse a contentermi".
"E allora perchè non lo fa?"
Ancora una volta l'Hellmaster ci mise qualche minuto a rispondere e quando lo fece parlò lentamente. Ogni parola sembrava costargli una fatica enorme e una concentrazione ancora più grande. "Questo è un ingegnoso trucchetto della nostra adorata Madre" rispose, non si sforzò nemmeno di nascondere il rancore e l'odio che stava provando. "Il corpo non è abbastanza stabile per contenermi. Così devo continuamente controllare la mia forza perchè essa non distrugga l'unica forma in cui mi è concesso vivere"
"E ci riesci?"
Phibrizio le lanciò un'occhiata più che eloquente. "A te cosa sembra?" sbottò.
"Scusa" mormorò Zelas, abbassando leggermente la testa.
L'Hellmaster sospirò di nuovo. "E' la sua garanzia. Per rimanere in vita devo mantenere sano questo corpo e per farlo devo limitare la mia essenza. Ho provato a gestire il mio potere ma è impossibile. Perdo il controllo degli incantesimi più semplici e ogni volta rischio di non riuscire più a recuperarlo"
"In questo modo Lei è sicura che non tenterai qualcosa come in passato" Constatò Zelas.
Phibrizio annuì. " Lo ha fatto apposta. Se sono costretto a vivere secondo i ritmi di questo corpo e tutta la mia concentrazione è impegnata a mantenere in vita l'involucro che mi contiene, non posso fare nient'altro."
"E non puoi trasformarti?" Esclamò Zelas, all'improvviso. "La tua forma beast sarebbe molto più resistente"
Phibrizio sorrise, le labbra si incurvarono amaramente. "Sarebbe stato troppo facile" disse. "Ho perso il privilegio della mia forma beast dopo la morte. Ha pensato a tutto, te l'ho detto"
"Ma allora perchè riportarti in vita?" Zelas allargò le braccia, con aria interrogativa. "A cosa le servi, in questo stato?"
Gli occhi verdi dell'Hellmaster fecero capolino dalle ciocche dei suoi capelli scomposti. Erano più spenti del solito, ma comunque allegri. La osservarono, due smeraldi opachi ed enormi che spiccavano su quella pelle così pallida. Le sorrise. "Vedrai che troverà il modo di farmi funzionare quando arriverà il momento" sembrava che la maligna genialità della loro creatrice in qualche modo lo divertisse. Phibrizio riconosceva sempre l'astuzia dei suoi avversari e Zelas sapeva che più erano abili e furbi, più lui si divertiva. Probabilmente anche tutta questa situazione per lui rappresentava una gustosa sfida da vincere. "Per il momento vuole solo assicurarsi che io non tenti di fregarla di nuovo"
"Ti rimetterai?" la voce di Zelas tratteneva a stento una nota di preoccupazione. Forse la sua natura di demone avrebbe dovuto impedirle di comportarsi a quel modo, di provare ansia e sincero interesse per un'altra creatura, ma aveva smesso di credere che i demoni non avessero sentimenti da tanto tempo ormai. Lo aveva scoperto sulla propria pelle, l'aveva letto negli occhi e nel cuore di Xellos e lo vedeva ora nel corpo di Phibrizio e nella tenacia con la quale tentava di sopravvivere. A conti fatti, i demoni non erano diversi dai draghi, dagli elfi o dagli esseri umani. Il mondo e loro stessi potevano continuare ad illudersi per l'eternità, ma la verità era quella e lei lo sapeva.
Phibrizio le sorrise dolcemente, quasi non fossero due demoni ma fratello e sorella che si preoccupavano l'uno dell'altra. C'era una sorta di calore nei loro occhi mentri si osservavano. Lei, bella ed elegante, che trasformava in oro la luce polverosa che riusciva a strisciare tra le tende per baciarla. Lui, paurosamente dimagrito, pallido ricordo del bel ragazzo che era stato la sera prima. Phibrizio allungò una mano per sfiorarle i capelli e glieli sistemò dietro le orecchie appuntite. I segni scuri sulle guance di Zelas spiccavano accesi anche sulla pelle mulatta, le davano un'aria temibile eppure bellissima, l'aspetto di una guerriera affascinante. A lui erano sempre piaciuti. "Si, prima o poi ci riuscirò" le rispose. Non stava bene ma si sforzò perchè la sua voce risultasse rassicurante. "Anche se non so esattamente quanto tempo ci vorrà questa volta"
"E' già successo?" Chiese Zelas. Era così turbata dalla visione di Phibrizio in quello stato che non aveva pensato nemmeno ad accendersi una sigaretta o a farsi servire da bere.
"Praticamente ogni volta che uso il mio potere: prende il sopravvento e quindi tenta di uccidermi" Phibrizio si strinse nelle spalle magre, perfino la camicia gli cadeva sbilenca. Zelas vide il contorno della clavicola e tutte le costole fare capolino da quel fisico debilitato. Stava avvizzendo. All'improvviso si chiese se le stesse davvero peggiorando davanti agli occhi o se era lei che si stava autosuggestionando. Non capiva perchè guardarlo le faceva così impressione.
"Posso fare qualcosa?" si offrì.
Phibrizio scosse la testa. "Temo di no, ma grazie lo stesso" sorrise.
Rimasero in silenzio per un pò, ognuno immerso nei propri pensieri ed entrambi incapaci di commentare oltre quella situazione. Zelas si ritrovò a pensare a quello che era accaduto sulla sua isola sei anni prima e scoprì che le condizioni di Phibrizio non erano diverse da quelle della creatura che Xellos le aveva portato. "Potrei aiutarti a gestire il potere..." mormorò all'improvviso, il suo sguardo era perso sulle mani dell'altro demone e anche oltre sui cuscini e sul divano. Allora non c'era riuscita, ma forse adesso, con un corpo adulto, magari...
Phibrizio sapeva dove l'avevano portata i suoi ricordi, ma sapeva anche che quella era una strada senza uscita. "Non è la stessa situazione" disse con calma. Entrambi si accorsero che il suo cuore era tornato normale: ora batteva ritmico. Un suono quasi rilassante. "Senza il mio potere, questo corpo collasserà, non posso permetterti di gestirlo al posto mio. Devo riuscirci da solo"
"Senza di esso, muori. Servendoti di esso, ne perdi il controllo" mormorò Zelas. Phibrizio sorrideva ancora, ma lei non trovava niente di divertente in questo. "Devi convivere con un potere che non è fatto per essere contenuto entro limiti fisici"
"Un riassunto molto accurato" confermò Phibrizio. Si sistemò di nuovo sui cuscini, Zelas non si offrì di aiutarlo: sarebbe stato umiliante. "Ingegnoso, non trovi?"
"E' perverso" esclamò lei, guardandolo dritto negli occhi. Poi le tornò in mente quello che era successo la sera prima. Al fatto che nonostante tutto questo, Phibrizio aveva messo su una barriera e aveva risucchiato loro energia. Sinceramente, non le sembrava più così importante il motivo per cui lo aveva fatto, ma il modo in cui c'era riuscito. In quello stato, usando tutta quell'energia, sarebbe morto. E invece aveva superato ogni caso, zoppicando e ansimando ma c'era riuscito.
Phibrizio vide chiaramente i suoi lineamenti farsi più duri e non ebbe bisogno di leggerle nella mente per sapere a cosa stava pensando. "Spiegami una cosa allora. Ieri sera come diavolo hai fatto?" sbottò. Era arrabbiata per quello che era successo, ma la curiosità era più forte dell'irritazione.
"Ho sfidato la sorte, direi" rispose.
"Era una barriera?" chiese la demone. Aveva sentito qualcosa di strano in quell'energia, ma non era ben riuscita a decifrarlo. Xellos che scompariva, poi, aveva completamente catturato la sua attenzione.
Phibrizio agitò una mano di fronte a sè, sorridendo. "Quasi"
Zelas girò un paio dei suoi braccialetti, un vizio che aveva da tanto e che probabilmente non si sarebbe mai levata. "C'era tanta di quell'energia da polverizzare qualcuno ieri sera" insistette, in parte dubbiosa in parte ferocemente interessata. "Come hai potuto gestire un potere di quel livello quando non riesci nemmeno a respirare come si deve?"
"Le energie esterne sono più complesse da utilizzare ma possono farmi meno danni perchè non agiscono dall'interno. Avevo più probabilità di riuscire se non usavo tutti i miei poteri" spiegò. "Se la mia energia mi sfugge di mano, devasta principalmente il mio corpo. Se in primo luogo le energie non mi appartengono, non possono tornare indietro da me"
Zelas si accigliò. "Potevano tornare indietro a noi!"
"Forse" concesse l'Hellmaster. "Ma sareste stati tutti quanti in grado di gestirle"
La Greaterbeast non poteva replicare su questo, era vero. Nè lei, nè gli altri due dark lord erano in quelle condizioni. La loro energia non era un problema. "Perchè lo hai fatto? A cosa ti è servito?" chiese allora. Continuavano a mancarle tasselli. Piccoli pezzi di un disegno più grande che intuiva ma che non riusciva ad afferrare.
Phibrizio si guardò le mani che tremavano appoggiate ai cuscini. Non sentiva ancora le gambe e la cosa lo impensierì, a quel punto della mattinata aveva previsto di poterle già per lo meno spostare. "C'era in ballo qualcosa di grosso e ho dovuto farlo" rispose. "Ma non posso dirti di più su questo argomento, Zelas, mi dispiace"
"Ti sei servito di noi...di me! E non vuoi nemmeno dirmi il motivo?" sbottò la demone, con un misto di incredulità e rabbia nella voce.
Phibrizio non si scompose. "Ho dovuto" si giustificò. La voce era calma, sincera. Avrebbe voluto poterle spiegare, ma era chiaro che non poteva. "Non avevo altra scelta. Mi serviva una forza che fossi in grado di controllare. Almeno in parte."
"Ti serviva per cosa?"
"Ti stai approfittando di un povero infermo" si lamentò lui.
"Un povero incosciente" commentò Zelas. "Se ti avessi contrastato adesso non saresti qui a litigare con me"
Phibrizio sollevò entrambe le sopracciglia, poi tossì. "Stiamo litigando?"
"Avremmo potuto seriamente ribellarci a quell'incantesimo!" esclamò la demone, alzando leggermente la voce.
Phibrizio tossì di nuovo, ma in generale sembrava che i suoi organi interni - o quello che aveva adesso - stessero meglio di quando Zelas era entrata, la mobilità degli arti invece era sempre molto limitata. "In realtà non avreste potuto. La barriera era vincolata al luogo in cui l'avevo creata, ossia il mio castello. E voi, come lei, eravate vincolati alle sue regole" sorrise, quando Zelas afferrò il discorso. "Come vedi avevo un buon margine di errore. Inoltre, nel peggiore dei casi, sapevo che Dynast non si sarebbe mosso e mi fidavo di te"
"Ma non di Dolphin!" s'intromise Zelas. "Di lei non potevi fidarti"
Phibrizio si tirò i capelli dietro la testa, dove rimasero, sudaticci e appiccicati. "Lei era un'incognita. Ho rischiato"
"E se fosse andata male?"
Phibrizio sorrise. "E' andata bene"
Zelas rimase a fissarlo per un pò, quindi sospirò scuotendo la testa.
Non sarebbe mai cambiato. "Perchè quei demoni hanno attaccato i draghi, ieri sera?"
"Colpa del loro pessimo profumo immagino. Se alzarmi non mi fosse costato entrambe le rotule li avrei aggrediti volentieri anche io"
La demone ignorò l'ironia. "E' stato un suicidio, Phibrizio!" esclamò.
"Nelle loro condizioni forse era la soluzione migliore. Sai, Zelas, a volte la vita è—"
"PIANTALA!" Sbraitò, Zelas, riuscendo a zittirlo. "Quello stupido attacco è stata una montatura e sono sicura che tu c'entri qualcosa!!"
Phibrizio finse un'aria delusa e infelice. "Così mi ferisci..." mormorò, scuotendo la testa melodrammatico.
Zelas prese a ringhiare, in un modo tutto lupesco che poteva riuscire in quella maniera soltanto a lei. "Aspetta che tu ti riprenda e poi vedrai quello che sarò capace di farti!"
Phibrizio sorrise. Le dita dei piedi, ora riusciva a sentirle. "Sorprendimi, tesoro"
"Sei insopportabile!"
"Oh andiamo, non è più bello così? Con un pò di mistero?" sussurrò, con occhio complice. "E poi hai mandato Xellos in cerca di indizi, prima o poi salterà fuori qualcosa, no?"
Zelas sembrò sorpresa di sentirgli dire quelle parole. "Mi hai letto nel pensiero?" esclamò, lo sguardo inquisitore.
"No, sei soltanto prevedibile" commentò lui, con aria annoiata. "Oh, le mie ginocchia!"
"Che c'è?" esclamò lei, spostando lo sguardo sulle sue gambe.
"Le sento! Non è meraviglioso?" esclamò lui, euforico.
Ci fu un attimo di pausa. "Stai sviando il discorso"
"Sì, lo so"
"Phibrizio!"
Il demone rise e per la prima volta in un'ora non tossì come se fosse sul punto di sputare i polmoni. "Va bene, va bene, ma non ho molto altro da raccontare. Ti ho detto più di quanto ti potessi dire"
"Ma non mi hai detto niente!" Protestò Zelas, allargando le braccia. Il tintinnio dei braccialetti si replicò nella stanza.
"E svelarti le mie condizioni? Snudarti la mia anima e rendermi vulnerabile? Ti sembra poco?" esclamò lui. Una maschera di pura indignazione sul viso e il tono ferito e greve.
Lei non si lasciò prendere in giro, questa volta. "Phibrizio, io voglio sapere chi ha tentato di incastrarti" precisò.
"Perchè pensi che io lo sappia?"
Zelas volse gli occhi al cielo. "Oh andiamo, Phibrizio.....mi prendi per scema?"
"Non oserei mai" disse suadente lui.
Zelas lo guardò così male che avrebbe potuto fargli prendere fuoco ai capelli da un momento all'altro.
Ci mancava solo un'ustione di terzo grado, poi poteva considerarsi l'uomo più accidentato dell'intero universo conosciuto e anche di quelli limitrofi. "Quello a cui abbiamo assistito era una montatura" continuò Zelas e questa volta il suo tono era deciso. Non stava supponendo assolutamente niente. Phibrizio, ad ogni modo, non reagì. Anzi, sembrava ascoltarla incuriosito. "Potrà cascarci un gruppo di stupidi demoni senza cervello ma non sono disposta a crederci io"
Ora che l'altro demone sembrava essersi in parte ripreso, si sarebbe dedicata anima e corpo ad ottenere ciò per cui era venuta fin lì.
Poteva cercare di ipotizzare cosa fosse successo, ma non poteva arrivare da sola alla verità. D'altronde erano successe troppe cose e troppo stupide perchè lei riuscisse a comprendere l'esatta situazione.
Chiunque avesse ucciso quel neonato voleva che l'omicidio fosse imputato a Phibrizio e quando l'Hellmaster invece di preoccuparsi aveva dato una festa, era passato all'attacco di nuovo mandando un manipolo di demoni ad attaccare uno dei draghi presenti. Ma al momento in cui Vrabazard si era messo nel mezzo - e questa era un'altra grande incognita - i demoni non erano scappati, ma si erano fatti uccidere. Tutti tranne uno che aveva fornito a chiunque lo stesse ascoltando la prova inconfutabile che Phibrizio non era il colpevole. Quindi a conti fatti, chi aveva tentato di incastrare Phibrizio, aveva poi deciso di giocare a suo favore. "Tu sai bene chi ha tentato di fregarti" continuò poi, quando vide che Phibrizio non aveva alcuna intenzione di rispondere a quella domanda. "Lo sai perchè, chiunque sia, lo hai costretto a darti una mano"
Phibrizio sorrise. Fu una smorfia quasi inquietante quella che gli apparve sul viso diafano. "Vuoi l'applauso?"
"Voglio quel nome"
Phibrizio abbassò lo sguardo, ma stava ridendo ancora. Poi la guardò di nuovo. "A cosa ti serve? Insomma, che te ne frega?" esclamò. Sembrava non capirlo davvero. "E' tutto a posto adesso"
"Hai usato la mia energia per non so nemmeno che cosa e adesso non ti vuoi abbassare a dirmi chi, in tutto l'Universo, ha avuto le palle per venire a sfidare te?" sbottò Zelas.
"Mi piacerebbe, lo ammetto" ammise Phibrizio, presuntuoso. "Ma non posso"
"Perchè?"
L'Hellmaster agitò una mano davanti a sè con fare annoiato. "Stupide regole d'onore. Quando dai la tua parola, la devi mantenere!"
Zelas espirò di nuovo dal naso. Strizzò gli occhi e si massaggiò le tempie come se quello avesse potuto aiutarla a trovare un modo per tirargli fuori di bocca la verità. Un modo che non comprendesse la tortura. "E va bene" mormorò alla fine. "Sì o no?"
"Che cosa?" Phibrizio sembrava sconvolto. La guardò con gli occhi sgranati. "Ma sei scema?"
Lei sorrise, con malcelata superiorità. "Sì o no?" ripetè ancora, decisa.
"Non mi abbasso a questi livelli con te" replicò lui.
La Beastmaster sollevò entrambe le sopracciglia, il suo sguardo raggiunse picchi di infamia notevoli. "Il grande Hellmaster ha paura?"
Phibrizio alzò lo sguardo, i capelli gli ricaddero lungo il collo mentre la indicava con fare minaccioso. "Io non ho paura di uno stupido gioco, mettitelo bene in testa"
"Allora giochiamo"
"D'accordo" esclamò di getto lui.
"Bene"
"Bene"
Phibrizio ci pensò su attimo e solo dopo si rese conto che lo aveva fregato. "Zelas questa me la paghi!"
"Prima alzati dal divano, ragazzino" sibilò lei. "Allora, tu sai chi ha tentato di incastrarti?" Chiese.
"Si"
"E lo hai costretto a darti una mano a scagionarti?" continuò lei.
Accavallò le gambe che, per sfortuna di Phibrizio, erano inguainate in un paio di pantaloni lunghi ed erano quindi coperte.
L'Hellmaster fece una smorfia. "Si"
"Questo fantomatico bastardo era presente alla festa?" Zelas si sistemò meglio. Da qui in poi le risposte erano importanti.
Phibrizio si grattò un ginocchio e, visto che c'era, tentò di muovere la gamba scoprendo che ci riusciva. Provò a fare a Zelas una faccia entusiasta ma lei sembrava molto concentrata sul gioco. "Si" rispose allora, svogliatamente.
"Lo conosco?"
"Vuoi che ti fissi un appuntamento?" commentò lui, ironico.
Zelas fece schioccare la lingua, guardandolo male. "Lo conosco?"
"Sì"
La demone allora rimase in silenzio, gli occhi d'oro un pò più scuri del solito e il viso imbronciato in una smorfia pensierosa. O forse inquieta.
Per una volta l'Hellmaster non fu in grado di capirla all'istante e quando, finalmente, riuscì ad intuire dove quella discussione li stava portando era ormai troppo tardi per rimettere le cose a posto.
"Alastor era qui ieri sera?" Zelas pronunciò quelle parole molto lentamente. La sua voce, bassa e dolce, sembrò quasi scivolare dalle sue labbra per raggiungerlo con una lentezza esasperante.
L'intera stanza sembrò ammutolirsi a quelle parole e l'aria si caricò della tensione che una domanda del genere portava con sè. Phibrizio volse lo sguardo altrove, non riuscendo a sopportare il viso di Zelas così serio. Espirò. Un respiro normale.
Il suo corpo si stava rimettendo, poteva sentire le gambe. Deboli, ma presenti. Era stato una notte intera immobile e adesso che aveva riacquistato la capacità di muoversi lei lo aveva di nuovo inchiodato al divano. Con una semplice domanda.
"Phibrizio?" Zelas lo incalzò ancora, piano.
L'Hellmaster lasciò cadere le gambe giù dal divano, un dolore acuto gli attraversò tutte le ossa costringendolo a serrare i pugni ma non disse una parola. Si sedette, faticosamente.
"Rispondimi" insistette lei. Il suo tono era fermo.
Phibrizio tentò di alzarsi, ma Zelas glielo impedì. "Lasciami alzare"
"Prima devi rispondermi" In un attimo il loro filo rosso si era spezzato. Zelas non sembrava più disposta a scherzare e gli si parava davanti, in tutta la sua fierezza. Sebbene fosse più bassa di lui di almeno quindici centrimetri non faticò molto a sembrare più maestosa. Phibrizio aveva l'altezza dalla sua, ma il suo equilibrio era ancora precario e a guardarlo non sembrava in grado di reggere qualcosa in mano per più di due secondi.
"Lasciami..." iniziò, ma lo sguardo era basso, dritto verso il pavimento. "...alzare"
La demone incrociò le braccia e serrò la mascella. "No" ripetè. "Alastor era qui ieri sera?"
Phibriziò ringhiò, quindi fece forza sulle mani per rimettersi in piedi, Zelas lo spinse di nuovo indietro.
"Non farmi incazzare, Zelas" sibilò lui, la testa incassata nelle spalle magre. Gli occhi verdi quasi lampeggiarono tra le ciocche che ora gli ricadevano sul viso.
"Credi di farmi paura?" chiese la demone divertita.
"LASCIAMI ALZARE, MALEDIZIONE!!" sbraitò il demone. "Non ho più voglia di star dietro a questa stronzata!"
Phibrizio cercò di scostarla, ma era una battaglia persa in partenza e Zelas gli si avventò addosso, inchiodandolo al divano. "Rispondimi..." ripetè ancora una volta.
"SI!" sbottò alla fine Phibrizio, sbattendole in faccia la risposta che confermava una volta per tutte le sue supposizioni. "CONTENTA? TI SENTI MEGLIO ADESSO?"
L'attimo di smarrimento che ne seguì, permise a Phibrizio di alzarsi. Barcollò, ma rimase in piedi. Lentamente si avviò al centro della stanza e si versò da bere, semi-accasciato sul mobile che ospitava le bottiglie.
Bevve, piano, dando le spalle a Zelas che si era lasciata andare a sedere sul divano. Poteva quasi sentire la tensione di prima calare verso terra, come aria fredda. "Speravo che mi dicessi il contrario" ammise, piano.
Lui non disse niente, la demone sentì il tintinnio doloroso di una bottiglia che veniva sbattuta contro tutte le altre prima di essere rimessa a posto. "Da quanto sei in contatto con lui?" la voce della demone era diventata quasi atona. Rise, isterica. "Magari da quando..."
"E' venuto lui da me, soltanto pochi giorni fa" rispose. Phibrizio deglutì, con una smorfia. Ghiaccio, nella gola. Sentì perfino lo stomaco rimescolarsi. Le prime parole suonarono roche ma poi la sua voce si sciolse. "Chi ha tentato di incastrarmi, ha fatto del male anche a lui, ricordi? Ci siamo dati una mano"
La demone si voltò, Phibrizio sentì i suoi occhi passarlo da parte a parte.
"Come puoi servirti del suo aiuto?" mormorò "Dopo quello che mi ha fatto! Avresti soltanto dovuto ucciderlo!"
L'Hellmaster si voltò lentamente. Nel tentativo il bicchiere gli cadde di mano, frantumandosi sul pavimento di roccia. Avrebbe voluto avvicinarsi a Zelas, ma sapeva che non sarebbe riuscito a tornare al divano senza inciampare almeno un paio di volte. Voleva dormire. "Finchè lavora per me, ho la sicurezza che non può farti del male. Ecco perchè mi servo di lui" mormorò. "Restane fuori e io farò in modo che tu non corra pericoli"
capitolo 13 - MAMA LOREIN