capitolo 17 - PER UNA PICCOLA ANIMA PERSA
Questo è un mio omage a Chey… un cameo… ma in realtà non va ne scaldato con acqua calda ne cotto in forno per dieci minuti.
E poi la cioccolata preconfezionata mi fa schifo.
Senza contare che preferisco la cioccolata fondente…
Già… chi l’avrebbe mai detto? La cioccolata di Xel è forse fondente?
Beh ho detto che la preferisco mica che bevo solo quella… la fondente è ottima per i cioccolatini…quando devo berla è meglio con un bel po’ di latte…e magari panna.
Si lo so… non ha senso tutto ciò.
Comunque nipotina spero vorrai essere generosa con questa accozzaglia malriuscita carica di riferimenti a guerre stellari e ad altre scene che adesso non mi vengono in mente ^^
I miei omaggi principessa di Saillune

Xel 2003
(come ha scritto anche lei nel suo cameo in PE)

Chey: Zio??*voce angelica*
Xel: Si??
Chey: dovresti raccontarmi un po’ come andarono le cose qualche tempo fa…*occhiolini da cerbiatto smarrito*
Xel: di nuovo con la storia della kouma sensou??
Chey: beh…
Xel: e va bene… avanti siediti… è andata pressappoco così…


Il piano era semplice.
Difendere il tempio di Ragadria sui monti Kataart.
Il dragon Lord aveva dato precisi ordini. Ed aveva impiegato i suoi migliori uomini.
Hellmaster a breve avrebbe risvegliato una delle sette parti di Shabranigudo e presto sarebbe scoppiata una tremenda guerra.
Loro dovevano impedirlo.
Volevano in formazione.
In forma umana per essere meno visibili da lontano.
Erano a gruppi di dieci. Piccoli manipoli. Schieramento a freccia.
Il grosso dell’esercito avrebbe attaccato dal davanti in formazione da battaglia. Mentre a loro toccava prendere il nemico sui fianchi per metterlo in rotta. Una volta diviso lo schieramento demoniaco non sarebbe stato difficile per le disciplinate truppe divine avere la meglio sulla caotica accozzaglia demoniaca che aveva invaso i Kataart.
O almeno così era stato detto loro. Tutto fin troppo semplice.
Milgatia e Brianna avrebbero condotto i due assalti ai fianchi con tre manipoli a testa.
<< Capo rosso, qui capo oro… non c’è nemico in vista, passeremo sopra il punto di rendez vous fra cinque minuti.>>
<< Qui capo oro, mantenete la formazione…>>
I comandanti dell’esercito guidavano ognuno una truppa di centocinquanta draghi pesantemente armati.
In tutto saranno stati più di un migliaio.
Un enorme dispiegamento di forze per il poco tempo che si erano ritrovati per preparare l’operazione.
<< Un momento capo rosso! Vedo qualcosa! Qualcuno!>>
<< Pronti a far fuoco non appena sarete a tiro!>>
<< Ricevuto!>>

Poi tutto era successo in fretta.
Un ragazzo… poco più di un bambino, dallo sguardo quasi ingenuo, e dal sorriso amabile aveva fatto scorrere il dito sopra i bagliori all’orizzonte. I draghi.
E seguendo il dito una linea di colossali esplosioni aveva cancellato una formazione di draghi in pochi istanti.
Nella propria testa Mil sentì distintamente gridare ognuno dei mille e cinquanta draghi del grosso dell’esercito.
La scena gli illuminò gli occhi dorati rendendoli ancora più splendenti.
I capelli svolazzarono avanti ed indietro spazzati via e poi risucchiati da un vento di morte.
Intorno al ragazzino ancora immerso nel suo sorriso serafico ed immensamente crudele, presero ad apparire decine di demoni dalle mostruose forme animali.
<< Le truppe di Zelas!>> Gridò qualcuno della sua truppa.
Mil fece per chiamare la ritirata ma era già troppo tardi. Erano caduti nella trappola.
Non c’era più via di fuga.. nemmeno magicamente. I demoni ne avrebbero approfittato per distruggerli completamente nella ritirata.
Dovevano combattere.
Le sue pupille si strinsero mentre il cuore volava a Brianna.
L’obbiettivo era uno.
Quel ragazzino.
Il suo manipolo scese in picchiata soffiando e polverizzando una decina di demoni mentre si faceva strada contro Xellos.
<< Sterminio!>> Gridò Mil alzando in aria il pugno, e numerosi filamenti, come stelle cadenti presero a colorare il cielo.
Poi esplosioni…a decine di centinaia, e draghi e demoni che cadevano verso l’immacolata neve dei Kataart.
Aprendosi la strada con furia Milgatia si ritrovò drago mentre caricava il ragazzino.
Il suo gruppo avanzava spedito ma gli altri registravano perdite.
E non vedeva Lei.
Dov’era.
I suoi occhi cercavano di scorgerla… ma venivano calamitati subito da un attacco demoniaco.
La frustrazione per non sapere dove fosse non fece che accrescere la sua concentrazione.
Meticoloso e spietato continuò a combattere spazzando via demoni a decine mentre il ragazzino si faceva sempre più vicino.

Poi furono a pochi metri.
Fra di loro sangue e detriti, scorsero lentamente… come se il tempo fosse leggermente rallentato.
Poi il vento riprese ad infuriare sui Katart.
Ruggì, mentre i suoi artigli cercavano di ghermirlo.
Ma Xellos lo fissò sorridente.
Quasi con un passo di danza, si scostò lentamente. Girando verso un fianco.
Evitò l’attacco di Milgatia e liberò il suo campo visivo proprio mentre la truppa comandata da Brianna urtava contro un plotone demoniaco.
Non erano disorganizzati, non erano pazzi individualisti quelli.
Era un esercito perfettamente addestrato e ci faceva caso solo adesso.
Non erano in rotta e combattevano perfettamente.
E combattevano perfettamente.
Si sentì in un istante vuoto.
Era tardi, non poteva fare nulla.
I suoi occhi guardarono un demone colpire Brianna.
Approfittando della sua stessa esitazione, Xellos gli poggiò un dito sul collo.
Forandoglielo da parte a parte con un sottile ago nero.
Si morse le labbra sapendo che non sarebbe morto prima di lei.
E pensando che non l’avrebbe salvata.
Non l’avrebbe più rivista.
Sopra di lui la sua truppa esplose, ancora attaccata dal demone dagli occhi d’ametista.
Quegli occhi. Che a stento era riuscito a vedere mentre lo fronteggiava.
L’esplosione fu poco più di una luce.
Era Brianna ad essere stata colpita.
Non lui, non i suoi compagni.
Precipitò.

Chey: davvero?
Xel: sisi!
Chey: e chi era quel demone sorridente e terribile?
Xel: uh…beh… era … un demone veramente tremendo…
Chey si rabbuiò preoccupata…
Xel: comunque morì nella kouma sensou… lo chiamavano Dragon Slayer… ora coi draghi ci fa colazione parlando di come la cioccolata sia migliore del thè.
Chey riprese a sorridere gioviale anche se sembrò non afferrare il sarcasmo di Xel.
Ma d’altra parte quelli erano gli ordini no?


Nell'inferno che si era creato, tutto ciò che riuscì a vedere fu il corpo di Brianna che cadeva.
Improvvisamente l'intero campo di battaglia divenne un luogo troppo distante, che faceva loro solo da cornice.
A lui che se ne stava immobile circondato dai pochi dei suoi che non erano esplosi, e a lei - angelo biondo - che non aveva più ali.
Non gli importava che gli incantesimi continuassero a sibilare sulle loro teste, che ci fossero ancora compagni che morivano come mosche, implodendo per colpa di quell'unico mostro là su quella roccia.
Caduto a terra per la ferita provocatagli da Xellos, Milgazia abbandonò la propria forma di drago, tornando umano senza quasi rendersene conto.
"NO!" gridò, così forte da ferire le sue stesse orecchie e si gettò in avanti nell'esatto istante in cui l'aveva vista, ignorando il suo stesso dolore.
I suoi compagni gli si fecero addosso, ma a distanza di tempo non ricordava ancora quanti fossero o chi tra di loro avesse cercato di fermarlo. "Generale" lo afferrarono per le spalle e per le braccia, ma lui continuava a gridare. "E' pericoloso! Non adesso!! Le truppe nemiche sono scese in campo!!"
"LASCIATEMI!!" il ringhio della sua voce che gli scivolava tra i denti serrati. Non riusciva nemmeno a voltarsi. Lei stava cadendo.
L'avevano colpita a mezz'aria, la sua bella figura umana impegnata a difendersi da un attacco che l'aveva vista come unico obbiettivo di cinque demoni. Milgazia aveva fatto appena in tempo a vedere quella smorfia di dolore, poi il sangue di sua moglie aveva macchiato la divisa.
Brianna aveva socchiuso gli occhi, come all'inizio del sonno. Milgazia aveva quel viso in mente come se fosse stato soltanto a qualche centimetro da lei.
Le sue labbra si erano aperte in quell'espressione sorpresa e poi aveva iniziato a cadere. Il raywing l'aveva sorretta, ma solo per poco. Giusto quel tanto che era bastato a non farla schiantare con violenza. La vita di un drago durava secoli, ma si spezzava come tutte le altre in una frazione di secondo a malapena percettibile.
I suoi nemici la lasciarono cadere, come non avesse avuto alcuna importanza. Un drago, tra gli altri draghi.
Ma era il suo universo e si era spezzata per cadere nella polvere e nell'erba. Lontana da lui.
"Generale!!" ancora la voce di chi gli stava impedendo di raggiungerla.
La battaglia si era spostata e lei giaceva immobile, il viso riverso dalla parte opposta rispetto a lui e le braccia lungo il corpo.
Milgazia strattonò chi gli stava stringendo un braccio, tirò con forza per liberarsi quasi lo avessero preso prigioniero.
"Generale mi ascolti!" gridò Kelt. Il viso coperto di sangue e i capelli sporchi di terra e di fango. Aveva un braccio ferito e il fiato corto, ma continuava a tenerlo stretto, a dibattersi con lui a terra perchè non si gettasse in quella che sarebbe stata la sua morte. "Andremo, è una promessa!!" I suoi occhi erano tristi e disperati, ma fermi. Ci si poteva fidare di uno sguardo come il suo. "Ma non ora! Dobbiamo radunare i superstiti! L'esercito è diviso in due!"
"LASCIAMI MALEDIZIONE!!!" Non gli sembrava nemmeno la sua voce, non capiva dove si trovasse. "NON POSSO LASCIARLA LA' IN MEZZO DA SOLA"
"Generale" Kelt richiamò le ultime forze che gli erano rimaste, ma Milgazia era fuori di sè.
Si voltò, colpendolo così forte da farlo rotolare lontano da lui e non rimase a fissarlo, non ne aveva il tempo. Sentì l'altro gridargli di fermarsi, ma non lo ascoltò.
Si lanciò in una corsa disperata e scordinata, le gambe sembravano non avere più la forza di sostenerlo.
C'era polvere ovunque e l'odore dei corpi incendiati. A terra non c'erano demoni, solo le carcasse dei suoi simili e i corpi martoriati di chi non aveva fatto in tempo a trasformarsi. La battaglia sembrava svolgersi su due piani: in aria gli ultimi scontri, in nubi di fuoco e di ali lacerate e in basso, il sangue e il risultato di quello che si stava verificando in aria.
"Brianna...." la sua voce andava svanendo man mano che il corpo di sua moglie si faceva più vicino. Si rese conto della verità prima ancora di raggiungerla.
Non avrebbe trovato un alito di vita in lei. In un istante realizzò che quando avrebbe voltato quella testa, non ci sarebbe stata luce nei suoi occhi.
Brianna era già morta prima ancora di toccare terra.
Si lasciò andare in ginocchio vicino al suo corpo. "Brie..." la guardò come se si fosse aspettato di avere torto.
Fissò i capelli biondi sporchi di sangue e di quel che usciva dalla sua testa spezzata come se da un momento all'altro lei potesse sorridere.
Le accarezzò il viso spento nella sua ultima espressione di terrore. Strinse le mani di Brianna nelle sue, ma il calore che vi era rimasto prometteva di andarsene presto e gli pareva quasi di sentirselo scivolare tra le dita. "Non mi lasciare...."
Non riusciva a pensare nemmeno al prossimo istante senza di lei.
Si portò la mano della moglie alle labbra e la baciò piano, sperando follemente di sentirla rispondere. Si premette quelle dita sul viso e sulla fronte, stringendo gli occhi disperato e sconvolto. Senza capire, senza voler pensare a niente se non al fatto che si sarebbe svegliata.
Se lo pensava abbastanza intensamente lei, sì, avrebbe ripreso a vivere.
Ma la ragione trovò la strada per i suoi pensieri e, gelida, lo riportò su quel campo di battaglia dove non c'era più speranza.
Dove Brianna era già morta, dove i suoi occhi spenti non guardavano lui ma erano fissi nel vuoto.
Non c'era più niente e Milgazia piangeva.
"...Dio.....lasciala qui...." pregò, prendendo il corpo di Brianna e cullandolo tra le braccia. "Lasciala qui, ti prego..."
Non sapeva che quel giorno aveva perso altre quattro persone.
Non sapeva che di lì a qualche ora la guerra sarebbe finita.
La sua vita si era spezzata nello stesso istante in cui Brianna aveva smesso di respirare.
Il resto, non importava.

"NO!" Milgazia si svegliò di soprassalto senza capire di aver sognato.
Per qualche lunghissimo e interminabile istante non riuscì a scrollarsi di dosso le immagini dell'incubo che aveva appena avuto. Non vide la stanza, ma solo la distesa di cadaveri su quel campo di battaglia, sentiva ancora le urla, sentiva il freddo delle montagne strisciargli sotto la divisa che era sporca di terra e di sangue.
Era seduto a terra e stringeva tra le braccia il corpo di sua moglie esa--
Una mano si appoggiò piano sul suo braccio, interrompendo il flusso continuo dei suoi pensieri.
Si girò di scatto, allarmato. Impaurito.
"Milgazia, che succede?" La voce era famigliare, ma ci volle qualche momento e mille domande perchè la associasse al viso di Philia.
Stava piangendo. Lacrime trasparenti e silenziose che riempivano i suoi occhi d'oro e scivolavano giù sulle sue guance, di fronte a lei che non capiva.
La ragazza-drago rimase immobile a fissarlo, sconcertata. Allungò una mano verso Milgazia che si ritrasse, costringendola a fermarsi.
"Che cosa c'è?" sussurrò allora lei, la voce bassa. Dolce.
Lentamente, l'incubo iniziò a svanire mentre la stanza intorno a loro diventava più netta e Milgazia riusciva a sentire i gabbiani del porto e il profumo forte della colazione che proveniva dal piano di sotto attraverso la finestra lasciata accostata.
Tirò sul col naso, la gola impastata da un dolore che aveva più di mille anni. Abbassò lo sguardo sulle proprie mani, senza sapere cosa dire.
Philia si portò il lenzuolo al petto, quindi gli accarezzò la testa senza che lui si facesse indietro. "Cosa c'era nei tuoi sogni?" chiese.
Milgazia apprezzò la morbidezza delle sue parole, quel tono di conforto. Le fu grato di essere lì in quel momento e di parlare, riempiendo il vuoto che si era creato con le sue lacrime. Non avrebbe voluto piangere ma era successo.
Non rispose subito ma Philia fu capace di aspettare.
Continuò ad accarezzargli la testa, passando le dita tra le ciocche setose dei suoi capelli biondi, in un silenzio perfetto e comprensivo.
"Sono ricordi di cui non posso liberarmi" rispose Milgazia. I suoi occhi erano asciutti, adesso, ma lucidi e persi in qualcosa che ancora stava vedendo.
Philia in qualche modo capì a cosa si riferiva e non seppe se rivelargli che sapeva tutto ciò che gli era successo e che lui non aveva mai raccontato.
Si avvicinò al drago e gli appoggiò la testa sulla spalla, fissando la testiera del letto e il loro cuscini.
Poteva sentire il battito frenetico del suo cuore attraverso la pelle.
C'erano tante cose da dire, tante altre di cui parlare. Adesso era cambiato tutto e dovevano decidere insieme come affrontare quello che li aspettava una volta che sarebbero usciti da quella locanda e da quella città, per fare ritorno alle loro vite.
"Mi dispiace, Philia" sussurrò lui, dopo un pò. La sua voce era tornata quella di sempre, ferma e scura. Forse solo un pò più tesa del solito. "Non volevo assolutamente rovinare questo risveglio"
"Va tutto bene" lei sorrise senza voltarsi. Gi baciò una spalla teneramente.
Rimasero ancora in silenzio. Il sole che filtrava tra le persiane e rischiarava la stanza con la luce bianca delle terre del nord.
Milgazia la strinse a sè con un braccio e rimasero così, fino a che Philia non si scostò per guardarlo in viso. "Mi racconterai, quando ti sentirai pronto a farlo" disse e l'altro drago le lesse negli occhi una comprensione che non si aspettava di trovarci. Poi Philia sorrise di nuovo, quel bel sorriso chiaro che le illuminava gli occhi azzurri. "Ora dobbiamo alzarci però. Siamo già in ritardo"
Gli asciugò le ultime lacrime che erano rimaste sulle sue guance e poi si chinò in avanti a baciarlo piano.
Lui si sforzò di sorriderle.
Capì, in quel momento, che qualcosa era cambiato. Forse quello era l'ultimo sogno.
Philia avrebbe aiutato il ricordo di Brianna a divenire qualcosa di prezioso da custodire, trasformandone il dolore in voglia di ricominciare.

"Dunque?" Xellos sembrava annoiato e poco paziente. Continuava a guardarsi intorno con aria svogliata, appoggiato al tavolino di una vecchia locanda di Solaria. La parte antica della città era in piedi da centinaia di anni, ed era un intricato labirinto di stradine contorte e di scorci graziosi. La città si era ingrandita nel corso degli anni, divenendo un bel posto in cui stare. Xellos aveva amato Solaria un tempo. Gli era piaciuto sedersi nei cento giardini per cui era famosa e osservare la razza umana scorrergli davanti agli occhi senza notarlo. Aveva passeggiato per quelle stradine, osservando i solchi delle piccole pietre grigie con le quali erano costruiti tutti i palazzi e tutte le strade. Ogni cosa in quel posto era ben fatta e ben curata, come se il tempo non avesse effetto nè la gente vivesse davvero tra quelle cose. Solaria sembrava il modellino perfetto e dettagliato di una città più grande, situata forse altrove in un luogo che non conosceva. Alle volte, svoltando un angolo, ci si aspettava di trovare alberi di panno e omettini di legno sulle soglie di negozi con solo la facciata dipinta su finte mura di cartapesta.
"Ancora nulla di preciso" Jude, seduto davanti a Xellos bevve un altro sorso della sua birra e si passò la lingua sulle labbra. Indossava vecchi pantaloni scuri con una tasca mancante e una camicia di seta color magenta che stava in tinta con i capelli. Le piccole corna sparivano sotto un cappello di cuoio dalla tesa larga che faceva a pugni con tutto quanto il resto.
"E allora perchè mi hai fatto venire qui?" sibilò Xellos, una mano a sorreggere la testa e lo sguardo viola che scivolava fuori dalle palpebre socchiuse. "Non ho tempo da perdere"
Jude sollevò la mano menomata, facendogli segno di attendere un istante. "Aspetta, prima di arrabbiarti" esclamò, il viso tirato in un sorriso che voleva essere particolarmente furbo ma che non risultò altro che pietoso di fronte al viso naturalmente infame di Xellos. "Qualcosa ce l'ho"
Il demone superiore emise un sospiro di impazienza. "Allora muoviti"
Jude annuì e spostò il bicchiere di birra per chinarsi sul tavolo e farsi più vicino a Xellos. "Qualcuno giura di averlo visto al confine di Elmekia al sorgere del sole" disse in tono da cospiratore.
"Che prove hai?"
L'altro demone scosse la testa. "Nessuna concreta, ma sono in molti ad avermi detto la solita cosa" Jude si tirò di nuovo indietro, appoggiandosi allo schienale della sedia in una posizione rilassata. "Un'ombra scura e goffa nelle campagne del paese, che fuggiva tra gli alberi. Hanno provato a inseguirlo, ma sembrava sparito"
"Un'ombra scura e goffa" ripetè Xellos, con voce piatta.
"Esattamente"
Il subordinato di Zelas si alzò di scatto dal tavolo, trascinando indietro la sedia. "E secondo te queste sarebbero segnalazioni?" esclamò infastidito. "Poteva essere chiunque! Perfino un essere umano particolarmente sgraziato"
Fece per allontanarsi ma Jude sapeva che non se ne sarebbe andato, non dopo quello che aveva da dirgli.
"In genere gli esseri umani non lasciano dietro di sè carcasse di vacca smembrate fino a l'osso, Xellos"
Il demone non si voltò. "Cosa ti fa credere che sia stato lui?"
"Trovami qualcuno capace di fare altrettanto" insistette Jude.
Xellos non era convinto. "Potrebbe trattarsi di un branco di brass demon, fanno cose simili continuamente" ipotizzò.
"Vero" Jude finì di bere con un lungo sorso rumoroso e cafone. "Ma dimentichi la figura che è stata avvistata. Non può essere una coincidenza"
"O forse sì" Xellos riprese a camminare.
"Veniva dal deserto, però" aggiunse Jude, tendendo le orecchie in attesa della reazione di Xellos.
Xellos non dette a vedere la propria sorpresa. "Ne terrò conto" disse, serio. "Continua a cercare e vedi di non lasciare quel tavolo se prima non hai pagato"
Jude sgranò gli occhi, sul suo bicchiere vuoto e sulla tazza di cioccolata di Xellos.
"Hey come sarebbe a dire?"
"Paga" ripetè Xellos, prima di svoltare l'angolo e sparire.

Valwin osservava una cartina che sembrava disegnata con colori non ancora completamente asciutti, come tempera molto liquida e in perenne movimento.
Ogni volta che vi passava sopra le dita, i colori si spostavano, mischiandosi o semplicemente prendendo il posto gli uni degli altri secondo gli stessi disegni che un sasso lanciato nell'acqua avrebbe potuto generare.
I paesi e le nazioni rimanevano sempre al loro posto ma le ombre e i colori cambiavano, scivolando lentamente su se stessi, a volte seguendo i movimenti del Dio.
"E' veramente bizzarro" stava dicendo, una mano sul fianco, l'altra sotto il mento e lo sguardo fisso sulla cartina.
"Che cosa?" chiese una voce, calma e pacata.
Valwin non si voltò verso di essa, come se la sua presenza fosse assolutamente naturale.
"Il vento, guardalo" indicò sfumature grigio-azzurrine che scorrevano lungo tutti gli altri colori, traslucide e striate a loro volta di una luce pesante e corposa. "Si comporta in maniera strana"
"Forse è solo una questione di sbilanciamento magico" ipotizzò la voce, troppo ambigua per capire se chi stava parlando fosse un uomo oppure una donna. "E' già successo. L'Hellmaster sta rimescolando gli equilibri con la sua sola, ritrovata presenza"
Valwin espirò, scuotendo la testa poco convinto. "Questo sarebbe stato logico un anno fa, quando era appena ricomparso" ragionò, girando intorno al tavolo su cui era distesa quella strana carta geografica. Le ombre sulla cartina gli andarono dietro e i tratti divennero azzurri e blu e celesti. "Ma adesso non ha senso. Le forze magiche si sarebbero dovute già riassestare"
"Vero, ma Phibrizio ha un grande potere" una seconda voce s'intromise nella discussione. Era allegra, per niente preoccupata e perfino più androgina della prima. "Un gran bel......potere"
Valwin lanciò un'occhiata significativa al suo interlocutore, quindi rise divertito. "Sì, abbiamo capito" commentò.
"Se non è l'Hellmaster..." riprese la prima voce ".. allora cos'è?"
"Sto cercando di capirlo" mormorò Valwin, assorto nelle sue riflessioni. "Guardate qui, per esempio" mise un dito sull'impero di Lyzeille, i colori si schiacciarono sotto il suo indice ma il dito non si macchiò affatto. "Un ciclone a Maeryn, a metà ottobre. E' pura follia."
"Le arie si rimescolano, si mischiano...." canticchiò la seconda voce.
Poi una terza, infantile e argentina, rise contenta. Si sentirono passi veloci di corsa e di nuovo quella risata.
La voce allegra chiamò un nome, fingendosi arrabbiata.
"Vieni qua!" disse e si capì che era iniziato un breve inseguimento. "Non si corre nelle sale di Valwin!"
Il Dio Drago sorrise, intenerito. "Lascialo pure fare. Non c'è nulla di male" mormorò, lasciandosi andare seduto all'indietro su una poltrona che gli comparve sotto al sedere solo un secondo prima che fosse troppo tardi.
La prima voce, quella seria e pacata, tossì leggermente come a richiamare l'attenzione. "Siete preoccupato?"
Valwin sollevò le sopracciglia, la sua poltrona non era particolarmente lavorata o preziosa ma aveva l'aria di essere molto comoda. La poltrona di un bel salotto. "Non so se esserlo oppure no" ammise, con un sospiro. "Secondo i miei calcoli c'è una sola spiegazione, resta da vedere se è davvero buona come speriamo"
Nessuno rispose più.

Quando la sfera si accese nell'Impero di Lyzeille, erano le dieci passate.
Milgazia venne a rispondere con la faccia di chi si è appena svegliato e ha alle spalle solo due, massimo tre, ore di sonno neanche troppo tranquillo. I capelli biondi erano completamente spettinati e non era ancora del tutto vestito, cosa che sorprese e non poco Zelgadiss.
Se ben ricordava, non aveva mai visto Milgazia senza la tunica perfettamente in ordine o senza qualcosa che vi assomigliasse.
Ad ogni modo sembrava che Amelia avesse vinto la scommessa: il drago portava effettivamente qualcosa sotto a quella palandrana.
"Milgazia?"
"Si?" il drago si stava affannando fuori dal campo visivo della chimera.
Zelgadiss vedeva un letto - no, Milgazia aveva spostato la sfera - adesso vedeva un armadio, il rientro di una finestra. Nient'altro.
"Milgazia, mi senti?"
"Sì, sì sono qui" giunse la voce del drago fuori campo. Alla fine il suo viso fu di nuovo inquadrato. Milgazia si stava pettinando con le dita, guardando freneticamente per la stanza. "Dimmi" esclamò, senza fissare il viso di Zelgadiss dall'altra parte.
"Ahem.. Mil? E' successo qualcosa?"
Sguardo stupito del drago. "No, perchè?"
Zelgadiss osservò i capelli di Milgazia che avevano una potente ritrosa. Il ciuffo davanti gli stava tutto per diritto.
La chimera preferì non commentare. "Niente, volevo sapere soltanto se era tutto quanto apposto. Non vi sentiamo da due giorni"
"Siamo in ritardo di ventiquattr'ore, niente di grave. Un tornado ci ha tenuti bloccati a Maeryn la notte scorsa" spiegò il drago. Dopodichè vide allo specchio com'era conciato e afferrò un pettine nel disperato tentativo di uccidere il gatto morto che aveva in testa.
"Sì, siamo stati informati del tornado fuori stagione" confermò il sovrano. Lui sedeva tranquillo nel suo ufficio, circondato da documenti sui quali non avrebbe mai messo mano e da pile di libri che si stava leggendo al posto dei documenti. "Dove siete?"
"A Krimzon" Milgazia sembrava molto più preso dalla sua acconciatura che dalla conversazione. Era lì che si pettinava il meglio possibile, guardando lo specchio con aria perplessa come se non riconoscesse l'immagine che ci vedeva dentro.
"Siete già stati dal re?"
"Mmh-mmh" annuì il drago, mentre continuava a combattere con i propri capelli. "Ieri sera abbiamo visitato la stanza"
Milgazia zero, frangia uno. Il drago dorato decise di rinunciare definitivamente.
Sospirò, quindi si voltò finalmente verso la sfera con quella faccia stravolta. Indossava la camicia senza cuciture della sera prima, un pò sgualcita, e la tunica tirata su soltanto per metà, così che sembrava una sorta di enorme gonna a balze.
"E com'è andata?" chiese Zelgadiss, sempre più perplesso. Poi però non si trattenne. "Milgazia, senza offesa, ma hai un aspetto orribile. Non è che ti senti male?"
"No, no"
Zelgadiss continuava a sentirsi a disagio. Non c'era stata una volta in cui aveva visto Milgazia anche solo con una spilla fuori posto e trovarselo all'improvviso così disordinato e incasinato faceva un certo effetto. Sembrava reduce da un corpo a corpo con un --
Pausa.
Altra Pausa.
"Zelgadiss, ti hanno imbalsamato?"
"Aehm... Mil?" si azzardò alla fine la chimera.
Milgazia finì di vestirsi, tirando su la tunica e completando la fila di bottoni che arrivava fino al colletto. "Sì?" chiese, lisciando le pieghe.
"Dov'è Philia?"
"A lav-.....alla vecchia locanda al piano di sotto" balbettò, incerto. "The. Già, voleva bere il the"
Con un poderoso colpo d'anca tolse il fiocco rosa che era in bella vista e del quale non si era minimamente accorto prima.
"Cos'era?"
"Polvere" rispose prontamente il drago, con un sorrisone scintillante. "Odio la polvere"
"Già" commentò Zelgadiss, con un ghigno sul viso, divertito dall'evidente stato confusionale di Milgazia che non era credibile nemmeno con tanta, tanta fantasia.
Il drago intanto, stava disperatamente tentando di riportare la discussione verso altri binari. Si schiarì la gola con un colpo di tosse. "..ehm.. ma stavamo dicendo? Ah, si, la stanza" si sedette sulla poltrona e appoggiò una gamba sull'altra con espressione compunta. "Dunque, ad un'attenta analisi direi che si è trattato di un brutto attacco demoniaco. Decisamente brutto. Ma ci sono dettagli di cui voglio discutere di persona e credo che te li riferirò quando torneremo. Partiamo tra poco e saremo lì domani se non becchiamo un altro ciclone fuori stagione"
"Ti ho chiamato anche per questo" esclamò allora Zelgadiss. "Ho bisogno che tu e Philia facciate una cosa per me"
Milgazia lo guardò con aria interrogativa. "Di che si tratta?"
Dall'altra parte, a chilometri di distanza, Zelgadiss inquadrò con la sfera una cartina che aveva appena disteso sul tavolo e cerchiò un punto aldilà della barriera con la sua penna. Era una zona centrale dei territori oltre la barriera. "C'è un luogo qui, che si chiama Keya - noh" la pronuncia fu qualcosa di molto contratto, molto nasale e molto aspirato che Milgazia capì a stento, tanto che si concentrò più sulla cartina che sul nome. "E' una piana che si estende per circa duecento chilometri, quasi priva di presenza umana. L'ultima volta che sono stato lì ho contato soltanto due villaggi, relativamente minuscoli"
"Dobbiamo recarci là? Per quale motivo?"
Zelgadiss arrotolò nuovamente la cartina, sicuro che Milgazia avesse già memorizzato quello che gli serviva per raggiungere il luogo indicato. "Ricordi quel disegno che ti ho mostrato?"
"Quello spirito....Inyan?" chiese il drago.
La Chimera annuì. "Ho trovato gli appunti che cercavo su di lui" continuò. "C'è un accampamento indiano da quelle parti, proprio a metà strada tra uno dei due villaggi e l'altro. Quella gente mi raccontò su di lui storie che avevo dimenticato ma che per fortuna ho avuto il buon senso di scrivermi da qualche parte. Solo che sono cose frammentarie, mi servirebbe sapere i dettagli"
Milgazia era sempre seduto sulla sua poltrona, lo sguardo fisso nell'immagine che la sfera gli proiettava. "Credi che possa avere un collegamento con la profezia che ti è stata affidata?" chiese.
Zelgadiss annuì. "Non vorrei sbilanciarmi, ma a questo punto credo di esserne quasi sicuro. Ci sono troppi punti in comune e se si tratta solo di una coincidenza, è veramente la più grossa che io abbia mai visto"
Milgazia annuì, distrattamente, perdendosi nei suoi pensieri. Gli tornò in mente il sogno di Philia e l'interpretazione che lui stesso ne aveva dato. Si chiese come le due cose sarebbero andate ad incastrarsi l'un l'altra e se il risultato che ne avrebbero ottenuto sarebbe stato preoccupante o meno. Doveva necessariamente parlarne alla Chimera e vedere cosa ne saltava fuori. "Va bene" acconsentì alla richiesta. "Ora che anche Philia è in grado di farlo, ci teletrasporteremo là e saremo di ritorno quanto prima"
"Quando sarete all'accampamento, chiedete di Artiglio d'Aquila" lo istruì la chimera.
Milgazia sollevò un sopracciglio. "Artiglio.... che razza di nome è?"
Zelgadiss si strinse nelle spalle con un mezzo sorriso. "Ce ne sono di peggiori, credimi" replicò. "Comunque è un tipo curioso, e non penso che ci negherà un favore"
Il drago stava per rispondere quando il rumore di una porta che si apriva interruppe la discussione.
La voce di Philia era fuori campo ma abbastanza alta perchè Zelgadiss sentisse chiaramente ciò che stava dicendo. "Mil, hai visto la mia gonna per caso?"
Milgazia si voltò verso Zelgadiss, in silenzio. Sembrava un ragazzino colto con le mani nel barattolo della marmellata.
"E'...sulla s-sedia" balbettò.
"Grazie, non riuscivo a trovarla" quindi ne seguì qualcosa in draconico che Zelgadiss, stranamente, comprese.
La Chimera sorrise in maniera assurda. "Non hai dormito a quanto pare" commentò.
"Quando vuoi lo capisci perfettamente il draconico, eh?" Milgazia replicò inviperito.
Zelgadiss scoppiò a ridere.
"Se non hai... ehm.. altro da chiedermi io andrei" riprese Milgazia, contrariato all'ilarità improvvisa di Zelgadiss che se la stava ridendo alla grande, scuotendo la testa come se non credesse a quelle parole. Provò a smettere ma non ci riuscì e ricominciò di nuovo, più forte di prima.
"Ne ho, stai tranquillo" gli rispose tra una risata e l'altra. "... ma ti prenderò per il sedere quando tornerai! Quanti... quanti anni hai detto di avere? Non sarai un pò troppo vecchio per queste cose, Mil?"
"Oh, sta zitto!"
La comunicazione si chiuse di scatto, ma Zelgadiss non se ne accorse: stava ancora ridendo.

Oggi è di nuovo il giorno.
So che ovunque tu sia, lo ricordi anche tu.
Ogni anno mi sembra sempre che arrivi troppo presto, che sia passato troppo poco tempo da quello prima.
E' possibile che il ricordo si faccia davvero più nitido con il passare del tempo, invece che sbiadire? Fà sempre più male.
Dicono che il tempo curi ogni cosa ma non è affatto così, anzi il tempo non mi sta aiutando affatto. Scorre troppo veloce e non si lascia niente alle spalle, non mi ha permesso di dimenticare niente e mi sembra che stare qui serva soltanto a farmi ricordare.
Zelgadiss e Amelia mi stanno molto vicini ma leggo nei loro occhi il bisogno di una spiegazione che non sono in grado di dar loro.
Dove sei, tu?
Non so in che modo trascorri una giornata come questa, io però ti immagino a cercare una spiegazione perchè è quello che faccio io.
Nel suo giorno mi sembra l'unica cosa che possiamo fare, io e te. Che altro ci resta?
Forse una risposta non c'è e non c'è mai stata ma anche se la trovassi non sono sicura che mi basterebbe. In fondo una volta trovata a cosa servirebbe?
Questo mi fa paura, perchè significa che non c'è speranza, che quello che provo durerà finchè avrò vita.
A volte sento un brivido freddo quando la finestra è chiusa e mi ritrovo a chiedermi se in realtà non sei qui con me, dietro le mie spalle e leggi ogni giorno quello che scrivo qua sopra. Mentre scrivo so già che questo non è affatto possibile: il mio sangue lo sentirebbe se tu fossi qui, non è vero?
E' per questo che non ti fai vivo a Seillune se sai che io sono qui.
Mi piace pensarlo, però, credere che il legame non si sa interotto, che quel filo rosso sia ancora teso da qualche parte, magari sepolto sotto centinaia di altre cose e che basterebbe spostare qualcosa per sentirti ancora vicino come lo sei stato una volta.


Lina si fermò, la penna le tremava in mano come le succedeva sempre quando apriva il cuore e lasciava scorrere liberamente in parole tutte le sensazioni che c'erano dentro. La carta si macchiò di due lacrime prima che continuasse.
"Cosa diavolo sto scrivendo?" balbettò, trettenendo un singhiozzo e tirando su col naso. Si asciugò le lacrime con le dita, facendo finta di non piangere affatto. I suoi movimenti erano bruschi e goffi. La penna continuava a caderle di mano. "Un mucchio di assurdità"
Chiuse il diario con un tonfo, sapeva che l'inchiostro era ancora fresco e quelle poche parole non sarebbero state altro che una macchia sbiadita e confusa una volta che avrebbe riaperto le pagine.
"Solo assurdità..." ripetè, quasi a convincersene lei stessa. Fissò la copertina dell'enorme libro in pelle, l'ultimo regalo di sua madre. Ricordava la sua morte come un fatto lontanissimo nel tempo, nonostante fosse avvenuta soltanto sei anni prima. La notizia della sua malattia l'aveva raggiunta in uno sperduto paesino oltreoceano, con un ritardo di un mese e mezzo. La lettera, scritta nella bella grafia di sua madre che in quel momento era ancora in forze, aveva viaggiato per mare su tre navi diverse rischiando più volte di essere persa per sempre.
Quando Lina era finalmente riuscita a tornare a casa, sua madre non aveva più molto da vivere e l'unica cosa che aveva chiesto a lei e a sua sorella era di andare d'accordo. Lina sorrise amara a quel ricordo: come se fosse stato facile andare d'accordo con Luna.
Però in un certo senso ci stavano riuscendo. Non si vedevano quasi mai, ma quando succedeva le cose andavano bene perchè c'era un tacito accordo tra di loro, una regola imposta ma mai realmente detta che entrambe rispettavano. Per il ricordo della madre, forse, o per altri motivi: ognuna aveva i suoi e non importava quali fossero. Viveva ancora a Zefelia lei, in quella stessa cittadina che le aveva viste crescere entrambe. La città in cui Lina non aveva voluto far nascere sua figlia.
Non era mai più tornata là.  Lacrime le rigarono le guance mentre il vago ricordo di sua sorella che le chiedeva di rimanere e quello di sua madre che chiudeva gli occhi per l'ultima volta stringendole le mani si accavallavano nella sua testa e si mescolavano, divenendo stralci confusi di una vita che sembrava già passata e conclusa quando invece le sue conseguenze pesavano ancora su di lei come macigni.
Un bussare discreto alla porta, interruppe il flusso dei suoi pensieri. Per qualche istante Lina rimase immobile, fissando la porta senza vederla, sospesa a metà tra i ricordi e il giorno presente senza capire esattamente da che parte si trovasse.
"Lina, posso entrare?" la voce bassa di Zelgadiss le arrivò alle orecchie prima che riuscisse a comprendere il significato delle parole che pronunciava ma fu questione di secondi poi un battito di ciglia portò via i resti del suo passato definitivamente.
La maga chiuse il lucchetto del diario e si affrettò a farlo sparire nella valigia che non voleva disfare. "E' aperto" rispose, lisciandosi i capelli dietro le orecchie e passandosi le mani sugli occhi dove trovò lacrime che pensava di aver già asciugato.
Zelgadiss si richiuse la porta alle spalle, guardando appena la maniglia e senza fare il minimo rumore. Solo le suole di cuoio resero nota la sua entrata. "Scusa se ti disturbo così presto, ma ci sono novità e pensavo ti avrebbe fatto piacere saperle"
Lei annuì, forse con un pò troppo entusiasmo e si sforzò di sorridere. La sua pelle bianchissima, però, era impietosa: gli occhi arrossati spiccarono evidenti. "Hai chiamato Milgazia?" chiese.
"Sì..." Zelgadiss la osservò e si dimenticò il motivo per cui era lì. "Qualcosa non va?"
Lei scosse la testa. "No, non preoccuparti" quindi cercò di cambiare argomento. "E cosa ti ha detto? Cos'hanno scoperto?"
Zelgadiss non sembrava convinto ma sospirò, decidendo che forzarla a parlare sarebbe stato del tutto inutile come del resto lo era sempre stato negli ultimi sei anni. "Andiamo in laboratorio, ti spiego tutto strada facendo"

Oltre il picco di Kharan, a est verso la foresta c'era un luogo silenzioso. Un'alcova tenera e minuscola, nascosta dietro l'intricato labirinto di rami e di tronchi.
Il sole vi s'insinuava morbido in strisce chiare, facendo brillare le foglie: la luce si posava piano su ogni cosa senza aggredirla, ma riscaldandola. Non era il sole possente che dominava la spiaggia, era una luce gentile, come quella dell'alba, il delicato bussare del sole.
Xellos si lasciò comparire appena oltre l'entrata di quel paradiso in miniatura, dove il vento di ottobre che agitava l'acqua del mare in flutti arrabbiati, non era altro che un soffio delicato che gli scompigliava i capelli.
Rimase immobile, ascoltando i rumori che abitavano i suoi ricordi, il pianto che quel luogo non aveva mai ascoltato poichè conosceva di lei soltanto il sonno.
Nell'erba morbida una lapide di ossidiana lucida vegliava su un corpo sepolto. Intorno ad essa una nicchia di roccia naturale proteggeva quel corpo e gli dava rifugio per sempre. Xellos s'inginocchiò di fronte alla pietra senza nome, in un silenzio perfetto che nemmeno i suoi passi scalfirono e la ripulì dalle erbacce con cura.
Le sue mani si mossero piano, ma decise, in gesti che aveva compiuto per sei anni in un modo affettuoso, con una tenacia e una dedizione insoliti.
Accarezzò la lapide come se fosse stata viva e vi posò sopra un unico giglio bianco che spiccò quasi abbagliante sul nero che rifletteva i suoi occhi.
Le due ametiste brillavano, ma non minacciose. Erano immensamente tristi, velate di nostalgia e rammarico.
Il demone si sedette accanto alla tomba, le gambe strette al petto e lo sguardo aperto e perso.
Per un solo giorno all'anno trovava il coraggio di oltrepassare la barriera dei suoi ricordi e di raggiungere quelli che più facevano male. Non poteva sopportare di più, tornare indietro con la mente soltanto una volta era il massimo che riuscisse a dare senza impazzire. Senza distruggersi, senza scivolare in ciò che gli vorticava dentro e annientarsi in esso. Camminare ancora sulla terra dopo aver impedito a lei di farlo era una punizione più che sufficente. Era anormale e doloroso.
Tornò indietro col pensiero, delicatamente, quasi lasciandosi scivolare per paura di farsi male.
Sei anni sembravano un tempo infinito. A volte si fermava a pensare se fosse possibile aver trascorso tutti quei giorni davvero o se si sarebbe svegliato, scoprendo che erano passate poche ore soltanto e che doveva affrontare ancora tutte quelle cose che aveva solo sognato. Se poteva ancora rimediare agli errori, anche laddove sapeva non esserci rimedio.
Ogni ricordo non aveva una collocazione precisa nella sua testa, ogni dettaglio era nitido nelle immagini, nei suoni e nelle sensazioni ma spesso la memoria confondeva gli eventi e l'ordine in cui erano avvenuti. Erano incubi ad occhi aperti, in cui la logica perdeva senso e lasciava spazio soltanto ad una confusione assoluta e dolorosa.
Strinse i denti e chiuse gli occhi, un'onda scura dai margini opachi si schiantò nella sua testa con un'eco lontana.

Sangue. Ce n'era una quantità surreale.
Com'era possibile che gli esseri umani ne perdessero così tanto per generare altra vita? Non ne avevano forse una quantità limitata?
Era disgustato.
C'era un odore dolciastro. E odore di sudore.
Aveva provato un'improvvisa, devastante repulsione per quella casa enorme. Per tutte quelle donne che correvano indaffarate per i corridoi, che lo sfioravano con disinteresse. iete orribili creature sporche, aveva pensato con odio.
Non voleva essere infettato da quell'odore.
L'aveva persa di vista.
Qualcuno lo aveva alleggerito del peso del suo corpo, trascinandola altrove. E poi lui aveva notato il sangue sul pavimento. Quello che gocciava dalle gambe di Lina ed era rimasto immobile a fissarlo mentre la portavano via.
Un braccio. Un braccio lo aveva raggiunto, era quello di Lina. Lui aveva alzato lo sguardo, aveva allungato una mano a stringere quella di lei. Così, senza volerlo.
Ricordava la massa di quei riccioli rossi appoggiati sulle spalle.
"Xellos" la sua voce era rotta dal dolore interno che la dilaniava. Aveva lamentato sofferenze che nessuno poteva prevedere. Cose non normali. In due avevano capito cosa stava succedendo. Le possibilità che accadesse erano più alte delle possibilità opposte. "Promettimi che rimarrai qui, qualsiasi cosa succeda"
Lui l'aveva guardata.
"Promettilo Xellos!" Poi Lina aveva gridato, così forte da ferire le orecchie. Piegandosi e contorcendosi come negli ultimi spasmi di morte.
E lui non aveva risposto. I loro occhi si erano incontrati mentre lui assisteva al suo dolore senza poter capire.
Poi l'avevano portata via in quattro.
Ricordava voci confuse. Voci di donne innervosite.
Si riferivano a lui, forse. O forse no.
Maledizione, questo odore è insopportabile.
Qualcuno aveva chiesto acqua calda.
Il rumore era continuo, assordante, ma non sovrastava le grida di Lina. Lei urlava, piangendo.
Fu costretto a spostarsi. Alla fine qualcuno lo aveva toccato.
"Cosa ci fa lui qui?" Avevano detto. Parlavano come se non fosse presente, non gli importava.
"E' vietato, mandatelo via" la risposta era venuta da un'altra stanza. Occhi castani, o forse verdi che si piantavano nel suo viso come due pugnali. "Non entrano uomini nella stanza della puerpera"
Puerpera, che parola era quella? Scoprì di odiarla prima ancora di capirne il significato.
Alle sue orecchie suonò come sangue, come Lina che urlava.
La porta davanti a lui si chiuse un istante dopo. Vide una ciocca dei suoi capelli, ma era rosso contro il rosso del sangue.
Altre donne circondarono la sua.
Non gli restò che assistere alle urla.
Non ricordava bene che cosa fosse successo dopo. Lina aveva pianto il suo nome. Forte, straziante, la sua voce era giunta fino alle orecchie di Xellos ma tutto quel sangue lo aveva come anestetizzato. Era tutto ovattato.
Si era chiesto cosa avesse dovuto provare in quel momento. Paura? Tensione? Cosa?
Non aveva idea. Lui non provava niente. Stava soltanto aspettando. E lei gridava.
E quindi era successo.
Dietro la porta era calato il silenzio, all'improvviso. Una cappa densa come pece.
Poi il panico. Invocavano Cephied.
Lui aveva già sentito l'energia. Tanta, troppa.
Quel corpo non avrebbe retto.
Aveva distrutto la porta. Non ricordava come, ricordava solo di aver afferrato la maniglia. I cardini avevano pianto e poi si erano spezzati come ghiaccio. La porta gli era rimasta in mano e lui se n'era liberato gettandola alle sue spalle. Rumore di legno, rumore di cocci.
Qualcuno aveva cercato di fermarlo. Un polso si era spezzato. Xellos lo aveva semplicemente girato dalla parte sbagliata.
La donna gridò di dolore.
Mi dispiace, dico davvero. Ma voi non capite.
Fatemi passare, maledizione.

"Un mostro!" gridò una vecchia. Il neonato era tra le sue braccia, tranquillo.
C'erano lampi di demone nei suoi occhi accesi. Traslucidi e compatti.
Non è un mostro, è mio figlio. Lasciatelo andare. Voi non capite.
Troppa energia.

Qualcuno gli si parò davanti. Non ebbe tempo di pensare. L'istinto prese il sopravvento. La bestia sul demone. L'essere umano sulla bestia.
Non si toccano i cuccioli di un lupo. Unghielli dal nulla, zanne dalla sua vera forma. La donna cadde a terra senza un gemito. Il suo sangue si mischiò a quello di Lina in una pozza scarlatta.
Cazzo, non volevo.
Lasciatemi passare.


"Xellos" Lina aveva sussurrato piano, guardandolo attraverso le palpebre appesantite. L'emorragia si era fermata.
La sua vita non stava scivolando via. Non la sua, no. "Xellos, è vivo non è vero?"
Lui l'aveva baciata sulla fronte. "E' una bambina Lina. Una bambina" aveva detto soltanto, senza rispondere.
Lina forse aveva capito.
capitolo 18 - INSEGUENDO UNA LEGGENDA INDIANA