| capitolo 19 - DENTRO LA TORRE |
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Milgazia decise di raggiungere la torre subito dopo il contatto di Kelt, senza concedere a Philia niente più che qualche spiegazione sommaria sul luogo in cui erano diretti. Usando il teletrasporto qualsiasi distanza veniva completamente annullata e, con essa, qualsiasi punto di orientamento che indicasse la posizione. Pertanto la ragazza drago attraversò il piano astrale senza avere la minima idea della direzione presa. Quando riapparvero sul piano visibile, si trovavano in uno spazio sterminato di cui non riuscivano ad intravedere nè inizio nè fine. Un deserto fatto di terra arida, più che di sabbia, che sembrava estendersi per chilometri e chilometri senza fine e senza variazioni. Il cielo era azzurro, ma di quell'azzurro opaco che a guardarlo fa male agli occhi. Il sole era coperto dalle nuvole e ne usciva fuori soltanto come un bagliore appena accennato e lattiginoso. Per quanto Philia si girasse a destra e a sinistra, si rese conto che non c'era un solo punto di riferimento, un qualcosa - anche minimo - con cui avrebbe potuto orientarsi. Non c'era niente. Tranne la torre nera. Philia smise di cercare e osservò il proprio incubo farsi finalmente realtà. Non chiese dove si trovassero perchè sapeva che Milgazia non avrebbe risposto e, ad ogni modo, non era neanche troppo sicura di volerlo sapere. Quel luogo era strano, silenzioso come lei lo ricordava ma cento volte più inquietante. L'aria era elettrica e quasi sembrava sfrigolare ad opera di forze che non conosceva. Le sembrava, a tratti, di essere osservata ma non c'era nessuno che potesse farlo lì intorno. La sua mente evitò accuratamente di soffermarsi sul pensiero che forse era la creatura all'interno della torre a controllare ogni loro più piccolo movimento. "Non ero mai stato qui per davvero" Alla fine Milgazia ruppe il silenzio denso che li aveva accompagnati fino a quel momento. E fu come nei sogni di Philia, quel velo che li avvolgeva entrambi sembrò lacerarsi con uno strappo secco e la voce del drago suonò alta, chiara, perfino urlata con troppa violenza. Eppure Milgazia non aveva gridato. Non si voltò verso di lei, mentre parlava. Fissava la torre, invece, lasciando che il vento caldo e sabbioso gli scompigliasse leggermente i capelli. "Nemmeno io" Philia si accodò al filo dei suoi pensieri. "Ed è diverso da come lo ricordavo" "Che vuoi dire?" Erano entrambi in piedi, a quattrocento - forse cinquecento - metri dalla torre. Era inquietante avere così poco spazio da percorrere. Così poco tempo per ripensarci e tornare indietro, forse. In quel vuoto assoluto sembrava loro di essere già lì di fronte alla porta. Guardavano entrambi la costruzione, con lo sguardo perso nei loro pensieri, ognuno ben consapevole della presenza dell'altro ma incapace di allontanare lo sguardo dalla torre che era là davanti ai loro occhi e sembrava invitarli ad entrare o forse sfidarli a vincere le proprie paure. Ad oltrepassare la porta e sparire all'interno. Philia scosse la testa, era come starsene seduti in un altro luogo a parlare del più e del meno. Ebbe la sensazione di trovarsi da un'altra parte, forse a casa, con la certezza che fuori dalla sua porta qualcosa di brutto la attendeva ma che a star lì, in quel silenzio, in quel calore, non c'era niente di cui preoccuparsi. Era strano. Lo disse. "Lo senti anche tu?" chiese. I suoi occhi azzurri non incrociarono quelli d'oro di Milgazia, la sua mano però scivolò in quella di lui a cercare un sostegno o un legame. "Cosa?" Milgazia aprì appena le labbra. "Questo conforto" rispose lei, vide che le nuvole non si riflettevano sugli ebani della torre proprio come lei sapeva e ricordava. Il cielo dentro le pareti nere di quella costruzione era di un azzurro acceso e splendente. Era un altro cielo. "C'è tranquillità qui fuori. Mi sento come se niente potesse succedere finchè rimaniamo qui" Milgazia non rispose subito. Il vento era l'unica cosa che si muoveva oltre a loro. "Sì, lo sento anche io" "Che cos'è?" "E' l'assenza del tempo" A tre ore dal tramonto, Phibrizio si era convinto a raggiungere la sua torre di allenamento per riprendere gli esercizi che faceva ormai dal momento in cui era stato resuscitato. Il suo corpo aveva recuperato più in fretta di quanto avesse inizialmente immaginato e, lentamente, lo sforzo fatto durante la festa si stava riassorbendo. Il difficile, ogni volta che queste cose capitavano, era far riabituare il corpo alla situazione. Il corpo umano si reggeva su equilibri fragilissimi e distruggerli era semplicemente troppo facile. Per questo gli esseri umani erano la razza più debole dell'universo: poca resistenza. Ora che anche il proprio corpo era umano, si rendeva conto di quanto ci volesse a mantenerlo stabile e ad occuparsene giorno dopo giorno senza il supporto di un energia che si auto-regolasse. Il corpo di un demone non esisteva, si creava e disfaceva a piacimento. Bastava uno schiocco di dita e, a volte, nemmeno quello. Si poteva dire che si trattasse soltanto di un lavoro di testa, ma in realtà parlare di mente riguardo ad un demone era comunque sbagliato. L'energia demoniaca era semplicemente energia. Qualcosa senza forma e senza contorni, diffcile capirne il vero funzionamento. Era come il calore. Phibrizio salì velocemente gli ultimi scalini e imprecò quando trovò la tenda della finestra legata su un lato. La mano pallida si allungò verso la stoffa di broccato pesante, lasciando che il sole scivolasse sui polsi, quindi tirò verso di sè recuperando l'ombra di cui aveva bisogno. Si guardò intorno, come se non avesse mai visto lo spazio di fronte alla porta della torre, quindi sbuffò annoiato e si lasciò andare seduto sul primo scalino, con gli avambracci appoggiati alle ginocchia. "humnn..." mugolò qualcosa di incomprensibile quindi si lasciò andare disteso sul pavimento di pietra e fissò il soffitto. Il castello aveva pareti affrescate e altre invece totalmente nude. Il soffitto di quella torre era sostenuto da grosse travi di legno intersecate tra loro. Phibrizio si ritrovò a chiedersi se dopo tutti quei secoli non avrebbe finito per spezzarsi e rompersi crollando di sotto. Visto che c'era si chiese anche se rimanerci sotto e morire non sarebbe stato molto più semplice che portare avanti la sua causa di ribellione contro Lon. Sollevò le braccia e le incrociò all'altezza dei polsi, poggiandosele sulla fronte. Sorrise. "Questi sono discorsi da semidio con le paranoie" commentò a voce alta, con una risatina. In risposta ebbe soltanto il brontolio sommesso e morbido di Fear, che era spuntato all'improvviso nella sua visuale. L'ocelot lo fissava con aria interrogativa, il muso leggermente piegato verso il suo padrone. Phibrizio gli accarezzò la testa, stropicciandogli le orecchie come fosse stato un comune gatto di casa piuttosto che una sorta di ghepardo. Fear, in risposta, soffiò infastidito ma senza minacciarlo. Sbuffò, agitando le vibresse e scuotendo la testa per darsi un tono. "E tu da dove spunti fuori?" Phibrizio non si mosse, spostò solo leggermente il viso per guardare meglio Fear. L'ocelot allargò e richiuse le narici sbuffando ancora. Aveva occhi neri e lucidi, belli ed espressivi. Phibrizio percepì suoni molto lontani, forse portati dal vento caldo che - nonostante lo schermo della tenda - entrava comunque attraverso la finestra aperta. "Immagino che tu sia andato a gironzolare in giardino" continuò, mentre l'ocelot si accucciava docile al suo fianco e appoggiava la testa sulle zampe incrociate con un altro piccolo mugugnio. "Spero che tu abbia lasciato Aiko in un posto in cui non rischi di uccidersi ad ogni passo" Rimasero entrambi in silenzio, demone e felino, il primo perso nei propri pensieri e il secondo sonnacchioso e accomodato sul pavimento. In genere Fear stava sempre con Aiko, era il suo gatto. Ovunque andasse lei, lui le correva dietro per evitare che si perdesse o che si cacciasse nei guai, come cadere nella piscina oppure bere e mangiare cose che non avrebbe dovuto assaggiare. Inutile dire che quella povera bestia non aveva molto tempo libero e quindi era comprensibile che, libero dalla ragazzina, si fosse rifugiato con Phibrizio per sonnecchiare un pochino. "Penso che ci sia ancora davvero molto tempo prima che si scateni l'inferno, sai?" Phibrizio parlava spesso con Fear: a volte quel gatto era molto più espressivo di Dynast. "Potremmo anche prenderci una vacanza" L'ocelot socchiuse gli occhi leggermente, la coda disegnava tracciati morbidi nell'aria. "... che ne so, prendiamo e ci trasferiamo da qualche parte per un pò" continuò a ragionare il darklord. "O magari facciamo un giro oltre la barriera. E' da un sacco di tempo che non vedo il resto del continente. Viaggiamo di giorno, con una carrozza chiusa magari, e poi di sera visitiamo i paesini" Fear miagolò, con voce pesante. Phibrizio continuava a guardare il soffitto come se la strada che avrebbero seguito fosse dipinta sul muro. "Si lo so che faremmo prima col teletrasporto, ma non credo proprio di poter trasportare te e lei a giro troppo a lungo" commentò, allargando leggermente le gambe che poggiavano sul secondo scalino della gradinata. Le catene appese ai pantaloni tintinnarono, scivolando in curve morbide. "Anzi, credo di non potervi portare nemmeno fuori dal deserto. La carrozza sarebbe molto più pratica...." si scostò un ciuffo di capelli dagli occhi verdi e poi riprese, guardando il gatto. "Andiamo a nord, magari?" Fear miagolò di nuovo qualcosa, quindi si sollevò e posò una delle grosse zampe sul petto di Phibrizio. Il demone sospirò, slanciando indietro le braccia per stirarsi. Si sollevò seduto con un colpo di reni. "Credo che tu abbia ragione, vecchio mio" replicò, come se Fear gli avesse risposto con quel piccolo gesto. "Prima dobbiamo alzarci e fare gli esercizi" Quando avevano finalmente deciso di muoversi verso la torre, lo avevano fatto insieme. Nello stesso istante, come se qualcosa di estraneo li avesse spinti a farlo. Non lo dissero, comunque, perchè era più che palese. L'intera zona era sotto il controllo della torre o, più probabilmente, di quello che c'era al suo interno. Il terreno desertico e spoglio che circondava la costruzione nera, non sembrava normale. Philia ricordò l'ultimo sogno che aveva fatto e le sensazioni che aveva provato mentre gli scenari cambiavano di fronte ai suoi occhi come quadri dipinti su tele diverse. Ecco, era quello. Il cielo, le nubi così perfette e bianche, perfino le crepe profonde di quel terreno sembravano dipinte su un foglio. E quel foglio sembrava ora appeso sopra le loro teste e sotto i loro piedi a creare una scenografia immaginaria per una torre che stava da tutt'altra parte, o forse non stava in nessun luogo e per quello aveva bisogno di finti contorni. Di un finto orizzonte che desse l'oro l'illusione di calpestare vera terra e osservare un vero cielo. Confini che delimitassero uno spazio in cui loro si sentissero racchiusi. Di nuovo, un brivido freddo attraversò la schiena di Philia. Istintivamente la ragazza-drago si strinse nelle braccia e guardò uno spazio di cielo libero. Un quadrato completamente azzurro e limpido. Si chiese cosa sarebbe successo se fosse stato possibile strappare quella piccola sezione: cos'avrebbero trovato dietro? Ancora nuvole? O uno spazio vuoto senza colore? Ancora una volta non volle chiedere a Milgazia dove si trovassero perchè aveva paura della risposta. Raggiunsero la porta della torre in qualche minuto, troppo poco per entrambi. Erano rimasti in silenzio per tutto il breve tragitto ed erano in silenzio adesso, di fronte a quell'entrata. Da vicino non assomigliava assolutamente ad un portone, era piuttosto un incisione dalla base lineare e dalla sommità arrotondata. Un taglio a forma di porta. Philia capiva che si sarebbe aperta, ma non capiva come. Non c'erano binari su cui potesse scorrere, nè tagli nel terreno in cui potesse affondare. Ovviamente, pur essendo entrambi di fronte ad essa, nessuno dei due si rifletteva nel materiale lucido e nero con cui era stata costruita. La ragazza-drago allungò un braccio per fare quello che nei suoi sogni non era mai riuscita a fare: appoggiare le dita su quella superficie. Voleva vedere se era fredda, se era davvero liscia come pensava o se ci sarebbe sprofondata dentro svanendo nel nulla. Milgazia la fermò per un polso prima che arrivasse a meno di dieci centimetri dalla porta. "Non farlo" mormorò, guardandola con aria severa. Per qualche istante rimasero immobili: lei con il braccio allungato in avanti e lui che la teneva stretta per un polso. Poi finalmente Philia abbassò il braccio e lo riportò lungo il fianco. Milgazia la lasciò andare. "Devi rispettare le sue regole" continuò. La sua voce era ferma, ma bassa. "E' lei che decide" Philia osservò Milgazia in silenzio, poi di nuovo guardò la torre che emanava sensazioni strane. "Che cos'è lei?" chiese alla fine. Quella domanda le ronzava in testa dal primo istante in cui aveva saputo della torre. "Non ha una definizione, perchè non c'è nient'altro come lei" Philia sembrava non capire. "Pensavo fosse un demone" mormorò. "No, non lo è" negò Milgazia, con decisione. "Lei era qui prima dei demoni. Che cosa ti ha fatto credere che lo fosse?" Philia si strinse nelle spalle, guardando in terra. "Non lo so" ammise, accarezzandosi distrattamente un braccio come se dare una risposta simile l'avesse messa improvvisamente in imbarazzo. "Il modo in cui ne parli, forse. Sembra qualcosa di oscuro e malefico" Milgazia inspirò profondamente, il suono del suo respiro sembrò più forte di quello che avrebbe dovuto. Tutte le loro parole, in realtà, sembravano risuonare troppo forti, come quelle di chi si trova al centro di un'enorme stanza completamente vuota e libera dai mobili. "Cerca di non pensare a cosa potrebbe essere se fosse di questo mondo" le suggerì. Philia non capiva. "Che cosa vuoi dire?" "Lei non appartiene al mondo che conosci, non puoi limitarla nei nostri schemi" provò a spiegare Milgazia. "Non puoi dire che è malefica" "Ma hai detto che è pericolosa" puntualizzò Philia "Come puoi dire allora che è un'entità benigna?" "Non ho mai detto questo" commentò Milgazia. E, quando vide lo sguardo interrogativo di Philia aggiunse "Continui a ragionare per schemi e sbagli. Lei va oltre quello che sai" Philia si fermò a pensare a quelle parole e al significato che avevano in quel momento. "Che cosa farai una volta dentro?" Sapevano entrambi che lei ascoltava. Milgazia ne aveva le prove, Philia ne era semplicemente consapevole, ma ormai non importava: lei aveva ascoltato le loro parole fin dall'istante in cui erano comparsi. Forse anche da prima. "Non lo so. Le parlerò, se lei vorrà" "E se così non fosse?" Milgazia non rispose. Phibrizio si era tolto la maglia di tela, l'aveva appoggiata su un basso panchetto ricoperto di velluto nero e quindi aveva dato un'occhiata in giro per farsi un'idea di cosa andasse fatto prima di cominciare. L'ultima volta che aveva usato quello stanzino era stato prima della festa e l'esito di uno degli esercizi aveva divelto la porta e devastato l'arredamento: da allora non aveva spostato una virgola, nemmeno le schegge di legno. "Fantastico" commentò con sarcasmo, passandosi una mano dietro la testa. Poi sbuffò e guardò Fear. "Forza, gatto. Diamoci una mossa" Fear, in tutta risposta, attraversò la stanza e si distese placido in fondo, mostrando al suo padrone la coda svolazzante. Phibrizio gli rivolse un'occhiata di sbieco. "Oh, grazie Fear. Mi sei di grandissimo aiuto!" L'ocelot non si disturbò nemmeno a miagolare. Dopo la fiammata violacea, provocata dall'energia dell'Hellmaster, il pentacolo di cera sul pavimento era sparito. Adesso rimaneva soltanto il cerchio formato dalle candele quasi consumate e pezzi di mobili accatastati. Phibrizio pensò che anche spostare in giro le cose senza usare le mani poteva essere un buon allenamento. Sempre che, agitando i polsi, non avesse buttato giù qualche parete. In piedi, scalzo, sul limitare della porta, chiuse gli occhi e si concentrò. L'energia che possedeva non si addormentava mai completamente all'interno del corpo pertanto era in grado di sentirla in qualsiasi momento. E richiamarla era altrettanto facile. La parte difficile era tenerla a bada una volta che le si era detto di intervenire perchè tendeva ad espandersi, ignorando i limiti del corpo che la stava usando. Un vento leggero e caldo, gli stava sollevando i capelli. Inspirò profondamente, lasciò che l'energia gli scorresse addosso come acqua. Era una sensazione strana, ma quasi piacevole. Incanalò l'energia nello spazio di fronte a sè, quindi tentò disperatamente di ricordarsi dove fossero i pezzi di legno che doveva spostare, tutto ciò che gli venne in mente è che erano lì da qualche parte. L'energia fremeva, era un brivido a percorrerla e a renderla instabile. La liberò lentamente perchè non si schiantasse contro gli oggetti ma li urtasse leggermente, portandoli con sè nella sua corsa. Quando Phibrizio riaprì gli occhi, qualche istante dopo, scoprì che i pezzi di legno erano accatastati in fondo alla parete e l'energia si era dispersa come avrebbe dovuto. Sgranò gli occhi, incredulo. "Hey, è andata!" esclamò, sconvolto. Poi ghignò tutto contento e spostò in altri due cumuli quel che rimaneva di un piccolo armadietto e dell'unico tavolo che era stato presente fino a due o tre giorni prima. "Guarda, gatto, anche di schiena!" Piegò un braccio all'indietro e chiuse gli occhi, concentrandosi sui resti non classificabili di oggetti che una volta erano stati probabilmente utilizzabili in qualche modo. L'energia si addensò dietro di lui, quindi si diresse verso gli oggetti. Prima li spostò di peso e volò ogni cosa per un paio di metri, quindi il ritmo rallentò e invece di far schiantare i pezzi di legno contro il muro, Phibrizio riuscì ad accatastare tutto con cura. Fear osservava con aria sorniona. Phibrizio ghignò in maniera ancora più evidente. "Ora si, che si ragiona" commentò, girando su se stesso in cerca di qualcosa. "Dunque, dov'è quell'affare infernale..." Libera dai detriti, accatastati ai quattro angoli, la stanza sembrava un pò più grande. Soprattutto perchè non c'era più niente dentro a parte un demone e un ocelot. Phibrizio recuperò una piccola ciotola di legno che sembrava fatta a mano e si inginocchiò al centro della stanza. All'interno del contenitore c'era una sostanza oleosa, un impasto di cera e olio. "Se trovo chi ha inventato questa roba, torno ai bei vecchi tempi: ferri roventi, asce spuntate e poi via a casa a pezzi in una bella sacca di tela" borbottò, mentre infilava due dita nella ciotola e tracciava il cerchio esterno del pentacolo sui lastroni di pietra del pavimento centenario. Il tratto era abbastanza preciso, ma il composto era quasi colloso, tracciare disegni con quella roba non era esattamente il massimo della semplicità. "Guarda qua, che schifezza...." Dopo il cerchio, Phibrizio uscì dalla linea chiusa appena tracciata e iniziò a disegnare le prime linee della stella interna. Il disegno completo sarebbe stato abbastanza grande da contenerlo, senza che nessuna parte del suo corpo toccasse le linee tracciate. Si sedette al centro esatto della stella. Incrociò le gambe, gli occhi chiusi, si sistemò meglio seduto. In quel momento, Fear emise un basso miagolio di avvertimento, sollevandosi sulle zampe anteriori. Phibrizio sorrise, senza aprire gli occhi. "L'ho sentito anche io, Fear" rispose in un sussurro appena accennato. "Lasciamolo pure aspettare" Si erano seduti per terra, accolti da un vento tiepido quasi primaverile. La torre era ormai così vicina da sovrastarli, era una costruzione immensa e massiccia che sembrava caduta lì dal nulla. Quelle mura emanavano strane sensazioni che entrambi percepivano ma non sapevano decifrare. C'era tranquillità ma anche tensione, astio e benevolenza. C'era tutto e il contrario di tutto che si agitava in un vortice intorno a quei mattoni. "Ti rivolgi a lei come se fosse una donna" esclamò all'improvviso Philia. Di nuovo aveva rotto il silenzio, di nuovo il vento era cessato per lasciare spazio alle sue parole. "Lo è" confermò Milgazia. "O lo sarebbe, per lo meno, se volessimo darle una definizione fisica" "E questa donna ha un nome?" chiese ancora Philia. Milgazia annuì, ma non rispose subito. Guardò la torre come a chiederle permesso ma nè lui nè Philia sentirono in realtà nessun tipo di risposta a quella richiesta muta. "Si chiama Tàbata" "Tabata" Philia ripetè quelle tre sillabe col viso rivolto leggermente in aria come se stesse pensando. "E' uno strano nome. Perchè l'avete chiamata così?" "Non l'abbiamo chiamata noi. Questo è il suo nome, è così che lei si chiama" specificò il drago. "In realtà questo è tutto ciò che davvero sappiamo di lei: il suo nome" "Come lo sapete?" Milgazia sollevò leggermente le sopracciglia con un breve respiro. "Le poche pergamene che parlano di lei e ogni altra storia che la riguardi, e sono pochissime credimi, riportano questo nome" "Non potete essere certi che si chiami davvero così allora" "A qualche cosa dobbiamo pur credere, Philia. Dobbiamo pur trovare un punto da cui iniziare le ricerche, prendere per buono qualcosa, un dettaglio insignificante che ci dia un minimo di sicurezza, non credi?" Milgazia la guardò e quando lei non rispose, sospirò. "Nemmeno io sono certo di chiamarmi Milgazia". "Che vuoi dire?" chiese confusa. "Se i tuoi genitori ti hanno chiamato così..." "Non ho genitori a cui dare il merito di questo nome nè la sicurezza che sia mio per davvero" replicò Milgazia velocemente. "Sono stato abbandonato tra le montagne dei Kataart e la parola Milgazia è solo una delle poche cose che ricordavo e sapevo dire quando mi trovarono, anche se non so esattamente cosa significhi nè se fosse un nome o qualcos'altro. Nella Colonia decisero di chiamarmi così, e tanto basta: non posso mettere in dubbio anche questo, ci sono già troppe incertezze nel mio passato". Non si guardarono. Lui non aveva voglia di raccontare oltre e lei era troppo sorpresa di aver intravisto frammenti sconosciuti della vita di Milgazia che non trovò il coraggio di continuare ad interrogarlo. Si guardò le mani leggermente impolverate e le battè una contro l'altra prima di risistemarsi la gonna. Lasciò cadere il discorso per riprenderlo da un altro verso. "Quando hai saputo di lei per la prima volta?" Milgazia appoggiò i gomiti alle ginocchia e sospirò sorreggendosi la testa bionda. "Non ricordo di preciso, forse quando sono entrato a far parte del Consiglio" azzardò, andando secondo logica. "La sua esistenza è un'informazione riservata, non tutti i draghi sanno di lei". "Quindi è una cosa che si dice automaticamente alle alte cariche dello stato?" s'informò ancora Philia. Aveva un disperato bisogno di fare conversazione. Quel silenzio rischiava di ucciderla. "Insomma, uno dei tanti segreti del mondo che solo i potenti conoscono?" Milgazia inspirò profondamente, poi però sorrise e sembrò strano in quel frangente. "Direi: no alla tua prima domanda e sì alla seconda" rispose pazientemente. "E' vero che si tratta di un segreto importante e pericoloso e che è meglio tenerlo nascosto alle masse, ma non è una di quelle informazioni che vengono date automaticamente a chi sta al comando in quel momento. Se capita che non sia proprio necessario dirlo, il segreto rimane tale" Philia annuì, avendo già compreso il discorso. L'espressione sul suo viso si riempì di disappunto verso quel particolare aspetto del comportamento draconico. "Come al solito" Milgazia non se la prese. "Philia, io credo che ci siano cose per cui le persone non sono ancora pronte" cercò di spiegare. "Fin dall'alba del mondo c'è stata una razza che custodiva per le altre i segreti troppo grandi. Io penso che tu non debba vederla così male" "La pensi così perchè il compito è sempre toccato ai draghi" puntualizzò lei. Philia aveva la buffa abitudine di schierarsi contro i draghi come se lei stessa non lo fosse altrettanto. Milgazia socchiuse gli occhi leggermente e si strinse nelle spalle. "Non tutti quanti i draghi sono a conoscenza dei vari misteri di questo mondo" replicò. "Anzi direi che la percentuale all'oscuro di tutto è molto alta. Insomma, non dobbiamo confondere un'intera razza con qualche centinaio di esemplari della stessa che hanno la fortuna, o la sfortuna, di conoscere determinati argomenti" "Si ma quegli esemplari hanno in mano le chiavi per controllare il resto delle altre creature" "Questo è quello che tutti credono" mormorò Milgazia, piano. "In realtà sapere certe cose non serve a niente. In fondo, guardati intorno, credi che ci serva a qualcosa sapere che lei è qua dentro e che c'era ancora prima di qualsiasi creatura che conosciamo? Non possiamo farci niente, lo sappiamo e basta. E ci fa paura, la temiamo. Credi che questo sia un vantaggio sulle altre razze?" "Non lo so se lo è, ma sapere qualcosa in più degli altri può aiutare" "Non sempre" replicò sicuro Milgazia. "A volte sapere di più è soltanto un peso inutile" Philia non rispose. Si chiese se Milgazia non avesse ragione: i draghi avevano nascosto tante cose al resto del mondo, ma tutte quelle persone rimaste ignare per volontà dei draghi sarebbero davvero state in grado di sopportare determinate conoscenze? Ovvio che, parlando di persone all'oscuro di ogni cosa, nella maggior parte dei casi si parlava di esseri umani. Tra tutte le razze che popolavano la penisola, loro erano quella più debole e quella che, da sempre, non aveva mai avuto segreti per le altre se non quelli che la riguardavano da vicino. Nessuno, cioè, aveva mai capito fino in fondo gli esseri umani: la loro tenacia, i loro sentimenti, la capacità che avevano di perdonare, di accogliere e sanare. Il loro insensato ottimismo verso ogni cosa e la loro incoerente superstizione. Gli esseri umani erano incomprensibili per le altre razze e questo, e soltanto questo, era il segreto che avevano sempre custodito. Ma per il resto, non erano in grado di comprendere cose ben al di sopra di loro stessi. Dio, la magia, l'energia erano concetti complessi, che spesso li spaventavano. Per questo le altre razze tendevano sempre a tenerli all'oscuro. C'erano infatti segreti draconici, segreti elfici, perfino segreti demoniaci: ma gli esseri umani non possedevano un solo mistero che anche le altre razze non conoscessero già. Non c'era niente, riguardante il mondo, che gli esseri umani sapessero e gli altri no. In quell'angolo di nulla, Philia si ritrovò a chiedersi per la prima volta se la fragilità della razza umana non rendesse necessaria l'ignoranza a cui era condannata. In fondo i territori oltre la barriera ne erano la prova: mille anni senza magia e ora chi vedeva un mago lo metteva al rogo. Come si poteva dire agli esseri umani che c'era qualcosa di così potente che anche i draghi se ne tenevano alla larga? Fu Milgazia a interrompere quelle riflessioni, spostando leggermente il piede sulla terra arida. "Ad ogni modo, non so se essere qui mi servirà a qualcosa o se questa discussione, se mai avverrà, potrà farmi capire meglio come stanno le cose" mormorò. Giocava distrettamente con le proprie dita intrecciate. "Penso solo che lei sia l'unica che possa rispondere alle domande che il tuo sogno ha generato" "E' così importante sapere le risposte?" "Tu non vuoi saperle?" Philia espirò e si guardò le mani prima di sollevare di nuovo la testa. "Penso di si, ma mi chiedo se non sia qualcosa al di sopra del nostro controllo. Insomma, cosa possiamo fare io e te?" "E a te che è apparsa in sogno" "Si ma forse io ero solo il tramite, magari è a qualcun altro che spetta il compito di indagare" insistette Philia. Milgazia scosse la testa. "Il Consiglio mi sta tagliando fuori e io voglio capire il perchè Philia" mormorò. "E lei ha le risposte che cerchiamo, perchè lei si è fatta viva. Non abbiamo altra strada che questa" "Lo stai facendo per capire o per trovare un senso a quello che sta succedendo sui Kataart?" la voce di Philia aveva un tono vagamente allusivo. Milgazia la guardò senza cambiare espressione. "Le due cose sono strettamente collegate" rispose. "Che io ci sia finito in mezzo senza motivo è ormai palese". Il vento riprese a soffiare non appena ebbe pronunciato l'ultima parola. Immobili di fronte alla porta, videro il sole scivolare dietro la linea dell'orizzonte e la luna apparire sempre più nitida, finchè il cielo si colorò di viola e quindi di un nero denso e cupo, forse perfino pesante come se ci fosse stata troppa tempera sul foglio. Sembrò che il cambiamento fosse più veloce di quanto sarebbe stato normalmente perchè Philia fu in grado di vedere i vari passaggi con nitidezza e non per gradi. Tutto si svolse sotto i suoi occhi, nel tempo di uno sguardo. Milgazia non sembrava sorpreso quanto lei, ma non ebbe il tempo di chiedergli spiegazioni perchè nel momento esatto in cui l'ultima stella fu comparsa in cielo la porta si aprì come stavano aspettando ormai da ore. Non ci fu nessuno scorrimento, nè il cigolio dei cardini. Quel che c'era prima, molto semplicemente, ora non c'era più. Il blocco di marmo tagliato a forma di porta, era sparito senza un rumore. Nè Philia nè Milgazia, però, riuscivano a vedere cosa ci fosse aldilà di esso perchè vi si trovava soltanto un'oscurità fitta quasi come quella che li circondava fuori. Philia si strinse nel mantello, la temperatura era calata ancora fino a raggiungere quella dei primi giorni d'inverno. Sentì Milgazia inspirare profondamente di fianco a lei, nessuno dei due disse niente per un pò. Era come se le parole da dire fossero già tutte quante nell'aria che li circondava e avessero entrambi paura di leggerle. Quando alla fine il drago ruppe il silenzio, lo fece dicendo la sola cosa che Philia stava sospettando da più di mezz'ora. "Tu resta qua fuori" Milgazia non si voltò verso di lei. Guardava l'interno della torre, forse cercando di capire cosa vi si annidiasse. In tutto quel tempo aveva pensato e ripensato a cosa sarebbe accaduto, senza venire a capo di niente. Non aveva la minima idea di cosa lo aspettasse una volta oltrepassata quella soglia. Tabata era una creatura dalle fattezze femminili, ma quali poteri avesse e fin dove arrivassero, Milgazia poteva quantificarlo solo approssimativamente. "Non se ne parla neanche" esclamò Philia di rimando, guardandolo come se le avesse detto una cosa veramente fuori dal mondo. "Io non ti lascio andare da solo lì dentro" C'era nella sua voce e nei suoi movimenti, una sfumatura strana. Una via di mezzo tra la più ferma convinzione di non voler abbandonare qualcuno in un potenziale pericolo e la preoccupazione per sè stessa mentre si offriva volontaria a seguirlo. Milgazia doveva aver previsto una reazione del genere. Espirò, forse cercando le parole adatte per dirlo o più semplicemente cercando di trasmetterle una calma che, in effetti, non possedeva nemmeno lui. "Stai tranquilla" la rassicurò. "E poi è inutile che entriamo tutti e due" Philia non sembrava affatto convinta, ed in fondo era difficile esserlo quando avevi di fronte una torre dall'aspetto inquietante, al cui interno viveva una creatura incomprensibile. La sua sicurezza di aver capito almeno in parte cos'avesse di fronte stava velocemente svanendo. "Ma non ha senso! Siamo venuti qui insieme e la torre era nel mio sogno!" protestò. "Ma l'idea di venire qui è stata mia" spiegò il drago. Dalla tasca estrasse la sfera di comunicazione con la quale si teneva in contatto costante con il regno di Seillune. "Inoltre serve qualcuno che rimanga disponibile in caso Zelgadiss ci chiamasse" Lei si morse un labbro e roteò gli occhi al cielo ben sapendo che quelle erano tutte scuse. L'aria si era fatta pesante, quasi soffocante. Philia si rese conto che quella sensazione ovattata che aveva provato nelle ore precedenti era svanita con il calare del sole. Era quella creatura, la sua palesata presenza, ad aver allontanato ogni cosa. Milgazia prese fiato, guardò la torre quindi si voltò di nuovo a guardare lei. Le sorrise, ma fu un sorriso molto triste. "Non calcolare il tempo che attendi, dentro la torre lo scorrere delle ore potrebbe essere completamente diverso" le spiegò. Philia recuperò se stessa, ed evitò di farsi prendere dal panico quando meno lo voleva. "Come farò a sapere che non ti è successo niente, allora?" Milgazia le premette gentilmente due dita all'attaccatura del naso e lei chiuse gli occhi quasi automaticamente, coccolandosi in quel semplice gesto. "Lo saprai" mormorò il generale. Per qualche istante, Philia non riaprì gli occhi. Poi mormorò qualcosa in draconico. "Non voglio che entri..." "Tornerò indietro" Lei alzò lo sguardo. "Come pretendi che ti creda, Mil" disse, stringendosi nelle spalle. "Mi hai detto tu stesso che non hai idea di cosa ci sia là dentro" Per una volta il grande Generale di Ragadria non seppe cosa rispondere. "Dobbiamo fidarci di lei" "Io non so nemmeno che cosa sia, lei" "Nemmeno io" ammise Milgazia "ma ormai voglio arrivare in fondo a questa storia e lei è l'unica strada che ho da seguire" Philia strinse i pugni, sentì le proprie unghie contro i palmi e la tensione di quell'energia che vorticava intorno a loro come a dirgli di sbrigarsi con quell'arrivederci. Serrò i denti per darsi coraggio. "Tornerai?" "Sì" "Io mi fiderò di te, allora" Quando fu entrato nella torre, la porta si richiuse alle sue spalle immediatamente tagliando fuori i rumori esterni e la poca luce della luna che fino a quel momento era riuscita a scivolare all'interno. Milgazia sobbalzò al rumore che aveva accompagnato la chiusura della porta, diversamente che alla sua apertura. Uno schianto secco, come se la lastra si fosse spezzata, più che chiusa. Un rumore forte che rimbombò come se il luogo in cui si trovava fosse una sorta di cilindro cavo. Milgazia sentì il rumore rieccheggiare a lungo, forse più di una ventina di secondi e farsi sempre più lontano come se stesse risalendo la torre. Era molto freddo là dentro: si stupì di non poter vedere il proprio fiato. Intorno al drago c'era soltanto un buio denso, che dava l'impressione di essere colato da qualche parte fino in terra. Per qualche strano motivo, Milgazia ebbe la certezza che non si sarebbe mai abituato a quelle tenebre e che non avrebbe mai visto attraverso di esse, non importava quanto tempo avrebbe concesso ai suoi occhi per assestarsi. Calcolò di aver fatto una decina di passi dopo l'entrata di roccia, ma non aveva punti di riferimento che gli indicassero dove si trovasse esattamente. Inoltre più passavano gli istanti e meno era sicuro del suo stesso orientamento rispetto all'entrata. Si costrinse a mantenere la calma e a concentrarsi per capire quello che poteva. Innanzi tutto si rese conto che all'interno della torre non c'era nessuna delle pressanti sensazioni che vorticavano all'esterno. Tutto era fermo ed immobile, perfino l'aria sembrava assente. Eppure doveva esserci perchè lui non stava affatto soffocando. Chiuse gli occhi, cercando di dimenticare la paura che lo aveva preso allo stomaco e che era alimentata dalla consapevolezza di non poter fuggire se lei non lo voleva. Tentò di calmarsi e di stabilire un contatto con ciò che lo circondava, qualsiasi cosa: che fosse lei o la torre stessa non aveva importanza. L'importante era far capire alla forza che regnava le proprie intenzioni. Non ci fu risposta, a lungo. L'unica cosa che riusciva a percepire era se stesso, il proprio corpo e la propria mente sospesi in quella stanza di cui non vedeva i contorni. Alla fine perse anche la posizione dell'unica cosa che sapeva esistere oltre a lui: la porta da cui era entrato poteva essere da qualsiasi parte e lui non sapeva più quale. Cominciava anche a dubitare di essere rimasto così immobile come credeva. Forse si era girato, forse aveva anche fatto qualche passo in più. Forse no. La sua mente era troppo confusa. Soltanto allora, quando Milgazia fu certo di aver perso ogni possibilità di orientarsi, qualcosa scivolò nell'immobilità della torre. Avvertì chiaramente una seconda forza unirsi al nulla in cui si trovava. Era come il pulsare lontano di un cuore enorme e potente, che faceva vibrare il pavimento e le pareti. L'intera torre era scossa da quei battiti regolari. Milgazia lo sentiva pulsare nella gola e in fondo allo stomaco. Gli sembrò che il suo stesso cuore si fosse fermato per fare spazio a quel suono avvolgente. Il battito era nato quasi troppo basso per essere udito, ma andava aumentando istante dopo istante, come il suono di chi prende a correre molto lentamente, poi più veloce fino ad aumentare il ritmo in una corsa sfrenata da togliere il fiato. Il suono cresceva nel suo stomaco e nelle orecchie, rimbombava non nella torre ma nella sua testa, costringendolo a stringere gli occhi e a serrare i denti. Era di un'insistenza spaventosa e di una potenza così enorme che Milgazia ebbe il dubbio di non poterla sopportare. Lo avrebbe schiacciato e annientato prima ancora di poterla vedere. Poi tutto cessò all'improvviso.. Il battito si spense, in un istante. L'energia, che aveva sentito come un'onda che stava per abbattersi su di lui con uno schianto, si fermò lì dov'era rimanendo immobile come acqua stagnante. A Milgazia parve quasi di vederla, fisicamente, riempire la torre per metà della sua altezza. Energia, quasi palpabile, che vibrava leggermente. Trasparente ed elettrica. Milgazia si accorse che c'era luce solo dopo qualche istante. Si rese conto di non aver avvertito il cambiamento. Fu silenzio di nuovo, e fu lei in cima ad una rampa di scale. La rampa di scale era lunghissima e storta. Il drago pensò che non si sarebbe retta in piedi fuori da quella torre. Erano centinaia e centinaia di scalini, di misure diverse ed irregolari. Alle volte tratti interi di scala sembravano torcersi e poi sfumare sui bordi fino a sparire, altri erano macchiati di un rosso ruggine simile al sangue. Altri ancora erano solo uno scheletro di legno cigolante. Milgazia non riusciva a vedere l'inizio della rampa e non riusciva a vedere bene la creatura, pur sapendo che era là. C'era un'ombra diversa dalle altre e il drago seppe con certezza assoluta di averla davanti, anche se non ne vedeva niente: nemmeno il profilo. S'inchinò piano, con deferenza e rimase piegato mentre si presenteva. "Mia Signora, vi ringrazio per il permesso concessomi di oltrepassare le porte della vostra torre. Il cielo non voglia che con qualsiasi gesto io offenda la vostra persona con la mia presenza" scandì piano. Probabilmente avrebbe compreso il draconico, ma per qualche motivo lui sapeva di non dover alzare la voce nè parlare con troppa fretta. "La vostra forza merita rispetto e io vi offrò il mio, incondizionato ed eterno" Tabata non rispose. Milgazia non poteva vedere il suo viso nè l'espressione che c'era sopra, non poteva valutare la reazione a quelle parole. Rimase prostrato di fronte alle scale e a quell'ombra più scura e nera delle altre. "Sono qui senza pretese, Mia Signora. Nel sogno che avete generato, ho letto il vostro desiderio di parlare" continuò. Il freddo sembrava aumentare e la sua voce diventava più forte perchè non c'erano altri suoni a cui poterla paragonare. "Se questo non è corretto, io chiedo perdono. La vostra volontà è la mia volontà " Ci fu silenzio ancora, ma Milgazia ebbe la consapevolezza che questa volta sarebbe arrivata risposta. Fu una certezza che gli trafisse la testa con un dolore acuto. La voce della creatura fu sorprendente. Fu qualcosa che lui non poteva descrivere: fu tutta l'antichità di quell'essere, fu bellezza allo stato puro. "Tu sei un drago" constatò la donna, con un tono di voce quasi disinteressato. Solo allora Milgazia la vide scendere, ma non era come guardare una persona normale che scendeva una rampa di scale. Tabata scese troppi scalini in un tempo che sembrò troppo breve. Milgazia non la vide camminare, furono solo due momenti distinti: nel primo lei era nell'ombra, nel secondo era a due metri da lui. Come se la realtà si fosse mossa a scatti, come se - in qualche modo - mancassero dei movimenti. Aveva visto, tempo addietro, un vecchio gioco per bambini fatto di figurine disegnate una dietro l'altra a rappresentare il movimento di un uomo che cammina. I disegni, sfogliati uno dietro l'altro molto velocemente producevano l'illusione del movimento. Ecco, Tabata sembrava uno di quei disegni: era stata il primo disegno e l'ultimo, quelli che mancavano erano i disegni nel mezzo. Milgazia ebbe un sussulto e si tirò su di scatto. Incrociò lo sguardo di Tabata per un istante ed ebbe troppa paura per continuare a guardarla. Lei lo squadrò da capo a piedi. Il suo sguardo era di un azzurro acceso e luminoso, incorniciato da lunghe ciglia nere e dal viola chiaro delle sue palpebre. Aveva zigomi alti e occhi grandi e profondi, le guance magre su un piccolo viso triangolare e labbra carnose, molto ben disegnate. I suoi occhi erano umani e allungati, belli ma gelidi e così lontani da sembrare distratti. Il suo viso era bianco e liscio come la porcellana e non sembrava truccato come lo sono i visi delle donne, sembrava piuttosto dipinto come lo sono quelli delle bambole. Le linee intorno ai suoi occhi erano fini e perfette, il colore non si scioglieva sulla sua pelle ma la copriva e vi rimaneva sopra come uno secondo strato sta sopra al primo. Quei colori davano ombra e luce al suo viso, davano un'espressione che forse non ci sarebbe stata senza di essi. "Una domanda è stata posta" ripetè, con la stessa voce. "Questo implica una risposta" "Si, sono un drago, Mia Signora" Milgazia si risvegliò da quello strano torpore in cui era caduto e le rispose. Conosceva quell'essere soltanto attraverso vecchi libri ammuffiti e ora, guardandolo, si chiese se venire in quel luogo fuori dal tempo fosse stata davvero una buona idea. Lì immobile, di fronte ai suoi occhi, sembrava una ragazza non più alta di un metro e sessanta con braccia e gambe così esili da sembrare sul punto di frantumarsi al minimo tocco, ma allo stesso tempo era palesemente così potente da costituire un pericolo mortale. Il potere le vorticava intorno in un'onda continua, invisibile ma così pressante da piegare intorno a lei la realtà, che appariva distorta, come riflessa in uno specchio scheggiato. "Tabata conosceva un drago" riprese lei, scendendo le scale. Lentamente ogni scalino spariva sotto la sua gonna nera, annullato dal suo passaggio. Era sempre più freddo. "ma lui la odiava. Tutti odiano il dolore, ne convieni?" Milgazia non sapeva cosa rispondere. Lei non si curò di questo. "Ne convieni" confermò. Quindi si strinse nelle piccole spalle e alzò vezzosamente gli occhi al cielo "Ma lui, caro il mio drago, lui veniva perchè..." La frase non aveva senso ma a lei sembrò che ne avesse. Stava contando a mezzavoce sulla punta delle dita. "Perchè?" chiese Milgazia. La creatura girò la testa di scatto ma Milgazia non la vide. Fu un movimento breve e veloce, che portò la sua testa in un'altra posizione, ma spiegare come questo fosse avvenuto era complicato. Ora, però, lo stava guardando e Milgazia sentì un brivido di terrore stringergli lo stomaco. Gli occhi azzurri di Tabata per un attimo apparvero sorpresi, poi dubbiosi. Quindi sorrise, affabile. Insincera. Folle. "Sangue, caro il mio drago" "Voleva del sangue?" Gli occhi di Tabata cambiarono ancora espressione. Divennero buffi, ma lei era seria. "Chi?" chiese. Non c'era inflessione nella sua voce, fu solo una sillaba che attraversò l'aria. A Milgazia sembrò quasi di sentirla, fisicamente, arrivare sul viso. "Il drago" "Tu, caro il mio drago?" Lei si era fermata, Milgazia non si era mosso ed entrambi si guardavano. Il drago si rese conto di non avere idea di cosa ci fosse lì intorno. Da quando aveva varcato la soglia non aveva visto altro che lei. "No, non io. Lui. Il drago che cercava il dolore" Il viso della creatura si mosse ancora in quel modo inspiegabile, inclinandosi verso destra. I suoi capelli neri, scivolarono lungo le guance pallide. Una delle poche ciocche albine si adagiò sulla manica nera della sua maglia. "Lo conoscevi?" "No" "Allora perchè ne parli?" sbuffò lei, con aria irritata. Scese altri scalini e quelli che aveva appena sceso comparvero di nuovo alle sue spalle riformandosi dal nulla. "Non si parla di ciò che non si sa, perchè non sapendone non si direbbe nulla. E a non dir nulla non si parla, pertanto hai aperto bocca senza motivo" Prima che lui potesse rispondere, se mai ci fosse stata una risposta, lei sorrise di nuovo cambiando nuovamente espressione. Sollevò entrambe le braccia in aria e battè le mani, inclinando in modo vezzoso la testa quasi come se si fosse messa in posa per udire meglio quel rumore. La luce, che prima era solo un pallido chiarore ad illuminare le scale, divenne brillante e luminosa e Milgazia fu in grado di vedere dove si trovassero. Era una stanza enorme, forse più grande di quanto avrebbe dovuto essere, considerato l'esterno. Il pavimento era di lucido marmo bianco e vi si riflettevano entrambi anche se il riflesso di Tabata era annebbiato dall'energia, che ne distorceva le forme. I muri erano bianchi e candidi e c'erano due enormi finestre rettangolari che in realtà non potevano affatto esistere perchè da fuori Milgazia non ne aveva vista traccia. Oltre i vetri perfettamente trasparenti, il drago vide distese di neve a perdita d'occhio e due cavalli dalle zampe possenti, ricoperte di ciuffi bianchi. In mezzo a quella stanza c'era un tavolo rotondo, relativamente piccolo per le dimensioni della sala, su cui era stesa una lunga tovaglia di broccato viola, decorata di pizzi bianchi. Milgazia notò anche un caminetto di marmo e un intera parete di scaffali ricoperti di libri dalle costole enormi e dalle rilegature antiche e sfilacciate. C'era un divano di velluto nero e una poltrona che lo accompagnava. E un materasso dalla forma rotonda, incastrato in fondo alla stanza e completamente fuori posto. In generale tutta la stanza aveva qualcosa di strano. Tabata camminò lentamente tra le sue cose ma fu raccapricciante scoprire che ci passava attraverso e che erano gli oggetti a sembrare trasparenti quando lei li toccava e non il contrario, come succede ai fantasmi. La creatura li sfiorava e per un attimo Milgazia poteva vedere quello stesso oggetto svanire. In esso il drago vedeva un'ombra più scura, come dello stesso oggetto divorato dal tempo. La sedia su cui Tabata finse di poggiare la mano si scurì come incendiata dal fuoco, divenne trasparente ma logorata da centinaia di secoli. Milgazia vide la spalliera perdere il raso scuro e il legno tarlarsi fin quasi a cedere crollando su se stesso. Tabata tolse la mano prima che accadesse e sorrise. "Il tempo" spiegò "Una cosa bizzarra" Milgazia si ritrovò a pensare che non aveva la minima idea di come comportarsi. Tabata non era una forza che rientrasse nella logica comune. Adesso, ad esempio, appariva assolutamente amichevole ma c'era una vena di follia in ogni sua espressione e in quasi tutti i suoi movimenti. Pur non avvertendo nessuna minaccia visibile, Milgazia sentiva intorno a lei un energia più oscura e maligna che emanava ondate terrificanti e sembrava avvisarlo che una mossa sbagliata poteva compromettere la sua esistenza. "Siedi" arrivò l'ordine dolce ma risoluto della donna. Milgazia esitò, ma poi cedette. Sotto le sue dita la sedia non subì lo stesso effetto che aveva subito con lei, rimase intatta e solida. Il drago vi si sedette. Sul tavolo comparve dal nulla un mazzo di carte e ancora una volta Milgazia non lo vide apparire: semplicemente fu là anche se prima non c'era. Lei dispose le carte. "Girane una" Milgazia obbedì. Era un mazzo vecchissimo e molte carte avevano il bordo rosso mangiucchiato e graffiato, altre sembravano scolorite oppure troppo scure, come cadute nell'acqua. Il drago girò la più vicina e la lasciò lì dov'era. Si era aspettato dei tarocchi, carte per predire il futuro, poichè tutto lo faceva suppore: il tavolino, il modo in cui aveva disposto le carte, l'odore d'incenso che tutto ad un tratto sentiva. Ma non fu esattamente così. Milgazia non riuscì ad interpretare il disegno sulla carta: era qualcosa di nero su sfondo bianco, ma cosa fosse non riusciva a capirlo e non osò piegare la testa per provare a guardarlo al contrario. Lei sorrise, ma lo fece in maniera distorta. Al drago sembrò di vedere per un istante un paio di canini troppo appuntiti, non da drago, non da lupo. Zanne di belva snudate fino alle gengive, nonostante quel visto di bambola. L'istante dopo, lei tornò normale. Tutte le altre carte si girarono all'unisono, con il rumore che fanno le pagine di un libro quando le sfogli. "Oh, si sono girate" "Che cosa significa? chiese Milgazia. "Non è questa la domanda" lo riprese lei. "La domanda è: una volta che le avrò lette, potrò fare qualcosa per cambiare ciò che mi dicono?" "Potrò?" "No" replicò secca lei. Poi sul suo viso comparve una seconda espressione, diversa da quella che Milgazia conosceva. Questa fu più inquietante come se appartenesse ad una persona diversa, una persona che si nascondeva sotto la pelle di Tabata. Quando la donna sollevò la testa, i suoi occhi guardarono fissi in quelli del drago. "Lei è qui, nonostante la notte" mormorò. Il drago fu avvolto da un violento senso di angoscia e di tristezza. Da un velo quasi palpabile di paura e si stupì scoprendo che partiva da lei e non da sè stesso. "Chi?" gli venne spontaneo chiedere, piano. "Non chiederlo" "Chi sta arrivando?" chiese ancora Milgazia. "C'è poco tempo" tentennò lei. "La luna non è una catena di buona fattura" Le carte si raccolsero, si mischiarono di nuovo e quindi si disposero ancora senza che lei le toccasse. La nuova espressione sembrava scomparsa, per lasciare di nuovo spazio a quel viso perfetto, ma era rimasta un'ombra nei suoi occhi azzurri. "Girane una" lo invitò una seconda volta. Milgazia provò con la carta più lontana, anche se avvicinare la mano a lei sembrava costargli una buona dose di coraggio. Il disegno non c'era e la carta era nera. "Non c'è niente" commentò Milgazia. "Guarda meglio, caro il mio drago". Milgazia fissò il buio di quella carta che fremette come la superficie dell'acqua che sta per bollire, poi prese a girare e infine divenne un vortice nero che crebbe a dismisura fino ad invadere ogni singolo angolo della sua visuale. All'inizio, ma solo per poco, gli parve di scorgere gli occhi di Tabata in un angolo non ancora ricoperto di nero, ma poi fu come chiudere gli occhi sul buio profondo. Si sentì cadere da altezze vertiginose, con la certezza che prima o poi si sarebbe schiantato al suolo con il rumore delle sue ossa che si frantumavano. Ebbe paura, più di quanta ne avesse mai provata in vita sua. Gli sembrò di gridare, ma non poteva dirlo con certezza perchè l'unico suono che gli invadeva le orecchie era il fischio terribile della propria caduta. La sensazione di un pavimento su cui i suoi occhi sarebbero esplosi si avvicinava ad una velocità spaventosa ma la sua morte non arrivò. La caduta si arrestò con un forte colpo di frusta, Milgazia aprì gli occhi boccheggiando come se gli fosse mancato il fiato. La stanza non c'era più e lei era seduta nel bel mezzo del nulla. Indossava un'ampia gonna nera che si arricciava di tanto in tanto in sbuffi vaporosi e un corpetto stretto, anch'esso nero, su una maglia di stoffa leggera che le lasciava scoperte le spalle e la braccia. Gli parve che fosse piena di lacci e che indossasse stivaletti al polpaccio. A Milgazia sembrò strano notare tutti quei particolari in un momento del genere, ma non poteva farne a meno. Lei era là e sembrava troppo perfetta per esserci, troppo reale, quasi si fosse ritagliata con le forbici uno spazio vuoto in mezzo ad una notte fatta di tela. "Abbiamo davvero, davvero, davvero poco tempo" disse Tabata e l'aria fu invasa dal ticchettio confuso di un enorme orologio apparso dietro di lei all'improvviso. "Dove siamo?" mormorò Milgazia, alzandosi in piedi lentamente. Fu complesso convincere il suo cervello che ci fosse un pavimento anche se sembrava il contrario. In fondo i suoi piedi stavano pur poggiando su qualche cosa. "Tu dove credi che siamo?" gli rispose lei. Il drago dorato si guardò intorno come se ci fosse stato qualcosa da vedere. Una colata di nero aveva ricoperto tutto ciò che prima era stato in quel luogo, o almeno gli sembrò più semplice pensarla così. Aveva come la sensazione che sarebbe impazzito se non si fosse inventato storie di questo genere. "Non lo so" ammise "Forse siamo fuori dal tempo" "No, non si può essere fuori dal tempo" Milgazia tentò di avvicinarsi, ma per quanto camminasse lei rimaneva sempre alla stessa distanza da lui. "Allora siamo nella torre" "La torre è niente come lo sono io" Milgazia sospirò. "C'è una risposta che io possa darvi?" Lei sorrise, divertita. "Tutte le risposte sono già scritte, devi imparare a leggerle". In quel momento la sua gonna si gonfiò, sollevandola finchè non fu di nuovo dritta in piedi. Il movimento fu simile a quello del serpente che si solleva per sfidare l'incantatore. "Se sono qui, forse volete darmi una risposta" "O forse no" Milgazia si fermò e sentì che il buio si fermava con lui. Fu una sensazione strana come se avesse camminato su qualcosa che gli scorreva sotto i piedi e tutto ad un tratto quel qualcosa si fosse fermato "Che cosa devo fare?" "Che cosa devo dire?" lei spostò la testa di lato. "Voi sapete a cosa si riferisce la profezia?" "Ad un evento che deve accadere, come tutte le altre profezie" lo liquidò con un gesto della mano. "Sono sempre così noiose, tutte con lo stesso obbiettivo, tutte in rime baciate. Ha mai baciato una rima, caro il mio drago?" "Io.. non..." "Nemmeno io e non conosco nessuno che l'abbia mai fatto" continuò Tabata pensierosa. "Che cosa assurda baciare una rima, lei non trova?" "Se voi.." "Non ha nemmeno le labbra!" Milgazia sospirò affranto. Cominciava a perdere non solo la speranza di ottenere una qualche risposta ma anche quella di uscire da quel vortice di follia in cui era finito. La creatura che aveva davanti era potente e forse lo era troppo per il luogo in cui si trovava. Sembrava che i suoi pensieri, per quanto antichi, fossero confusi o la confondessero. Quando parlava il suo sguardo non era rivolto a lui nè alla torre, era lontano e perso come se stesse guardando qualcosa che soltanto lei vedeva. Milgazia cominciava a pensare che la mente di quella creatura e il suo corpo si trovassero in due posti completamente diversi e che le due cose avessero ormai da tempo smesso di comunicare tra di loro. Il flusso dei suoi pensieri fu interrotto dal gigantesco orologio alle spalle di Tabata. L'asta in ferro battuto che segnava i minuti, completò il suo giro segnando ogni secondo con scatti potenti. Un gong risuonò attraverso il buio che li circondava. Milgazia scoprì che Tabata lo stava fissando in maniera vacua. Lui sapeva di essere guardato, ma lei sembrava solo una bambola senza vita. Rimaserò così fino a che l'ultima eco dell'orologio non si fu spenta e Milgazia non aveva idea di quanto tempo avesse impiegato. Lei però sembrò rianimarsi. "Mezzanotte" mormorò, piano. "E' la porta tra i giorni. Ora non è nè ieri nè domani" Milgazia non rispose e lei sorrise. Era un sorriso di scherno, tuttavia era caldo. Piegò la testa verso la propria spalla e sospirò anche lei. "In un luogo come questo, in un momento che non è nessun momento, forse la risposta può essere concessa?" chiese all'improvviso Milgazia. Non sapeva nemmeno lui come gli fosse venuta in mente una domanda simile ma quando alzò gli occhi verso di lei, capì che era quella la strada da seguire. Forse incamminarsi sul filo dei suoi pensieri poteva portarli sulla stessa strada, un luogo che lei riconoscesse e non la confondesse. Un luogo di idee strane che poteva riordinare e offrirgli. "Potrebbe, forse, ma io non posso dartela" rispose lei "Il sogno non è realtà, è possibilità. A volte non è nemmeno quella" "Significa che quello che si vede nel sogno non succederà?" "Significa che potrebbe succedere" Milgazia sperò che vi fosse un cambiamento nella creatura o nel buio, ma non avvenne. Rimasero entrambi lì sospesi nel vuoto, in quella sorta di attesa che lo metteva a disagio. "Chi è la ragazza di porcellana?" "Ti sbagli. Non è ancora il suo tempo. Il passato si manifesta, il futuro è possibilità, te l'ho detto" Milgazia non commentò. "Qual'è l'evento di cui si parla nella profezia?" Tabata gli dette le spalle e camminò per qualche istante. Milgazia sentì rumore di risate provenire da un luogo imprecisato intorno a loro, ma lei non stava affatto ridendo. Era come se fosse una terza persona a ridere ed era raccapricciante. "E' la volontà della madre, caro il mio drago" disse alla fine la creatura, ma la voce era modulata in modo diverso. A tratti gracchiava, alle volte era troppo profonda. C'era un cambiamento in atto, solo che Milgazia non poteva vederlo perchè Tabata era girata di schiena. "Lord of Nightmares?" "La madre" insistette Tabata, questa volta con decisione. Milgazia non capiva. Lei si girò e gli si avventò contro, senza toccarlo. Gli fu così vicina in così poco tempo che il cuore del drago saltò due battiti. Milgazia si rese conto che non aveva la minima speranza contro qualcosa di quella portata. "Non dare ascolto alla voce della vostra religione, drago" gli intimò. "Avete perso di vista la verità, LEI vi ha condotto altrove e voi non sapete chi è! Non sapete quello che ha fatto!" "Di chi state parlando, mia signora?" ".. delle ferite che ha inferto! Delle lacrime che NOI abbiamo versato! VOI... NON SAPETE......NIENTE!" Sibilò le ultime parole, con un tono metallico e duro, incattivito ma anche disperato come quello di chi, spalle al muro, non riesce in nessun modo a far valere le proprie ragioni. Poi all'improvviso sollevò una mano e gli accarezzò una guancia. Il suo sguardo si fece impietosito Milgazia si aspettò quasi di vedere le lacrime in quei grandi occhi azzurri, completamente pazzi. "Voi non sapete niente..." "Il flagello, Tabata, chi è?" Lei piangeva. "FLAGELLO!" gridò in faccia a Milgazia. Il drago non sentì respiro, non sentì niente tranne quella parola che si dibatteva nella gola della creatura per poi schiantarsi con tutta la forza che possedeva contro i suoi occhi. Tabata piangeva, ma sembrava inorridita da ciò che aveva sentito. Avanzò contro di lui, fino a che la sua camminata non divenne corsa. Trascinò Milgazia fino a schiantarlo contro il muro. "FLAGELLO? E' COSI' CHE LO CHIAMATE?" gli ringhiò in faccia. C'era dolore sul suo viso e nelle sue parole, ma c'era ancha rabbia che le vorticava intorno. Milgazia vide l'energia che quella creatura possedeva schioccare nel vuoto dietro di lei. "CHE NE SAPETE VOI DI QUEL CHE E'?" Inchiodato al muro, il drago non rispose. Lei lo sollevò da terra, tenendolo premuto contro la parete. "Non avete il diritto di parlare di lui, di quello che è, di......... DI QUEL CHE HA SOFFERTO E PATITO!!" C'era qualcosa nel comportamento di Tabata che non riusciva a comprendere ma che gli lasciò dentro una sensazione di dolore che non era completamente sua. La creatura lo lasciò andare e lui cadde a terra tra le urla di Tabata che si reggeva la testa come se le facesse male. Poi la vide cadere in ginocchio, vide gocce rosse cadere dai suoi occhi e mescolarsi al buio del pavimento scuro. La vide sollevare le mani sporche di sangue e il viso rigato dalle lacrime. La sua voce era un sussurro, un bisbiglio perfettamente udibile, caldo e addolorato. Lontano. Era come vedere una nuova Tabata, diversa dalle precedenti. Qualcosa tornato dal passato, lo sentiva. "Lui non aveva colpa, non ne aveva. E' stata lei. E' stata lei. E' stata lei" disse, senza guardarlo. Guardando il vuoto dove vedeva qualcosa che non c'era ma c'era stato. Milgazia lo seppe, anche se nessuno glielo aveva detto. Era semplicemente evidente da quei movimenti, dal respiro affannato che adesso sollevava il petto della creatura. Dall'espressione triste dei suoi occhi, che era così reale da far pensare che un tempo fosse stata umana. "Non un flagello, no. Uno strumento della madre. Non è cattivo, no, no, no. Lui non sa, non sa mai, capisci?" Non lo guardava, ma dondolava la testa e il corpo avanti e indietro. "E' il suo sacrificio, è il tentativo" Milgazia scoprì di potersi avvicinare. Di fronte a tanto dolore, la sua paura fu messa da parte per un istante perchè quella creatura gli faceva tenerezza e non sapeva perchè. "Il tentativo di che cosa?" chiese. Lei sollevò la testa verso di lui, come se lo vedesse per la prima volta. "Di ucciderla, naturalmente" "Di uccidere chi?" Tabata sembrava una madre addolorata e stanca. Il suo viso appariva umano, gli occhi provati e i capelli spettinati. "Mi dispiace drago, è troppo tardi per te" Milgazia non voleva mollare. "Di uccidere chi?" Lei abbassò la testa. "Mi dispiace" Quel che successe dopo, Milgazia lo ricordò solo attraverso il dolore. Lei rialzò la testa e non era più lei. Il viso di bambola era ancora lì ma sotto quei lineamenti ne trasparivano altri, ancora più antichi, ancora meno umani. Sentì lo scricchiolio di altre ossa muoversi per modellarsi sotto quelle strane forme, sentì rantolii come di bestia attraverso le parole sconnesse della Tabata che era ancora lì. "Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace" stava dicendo "E' l'alba" L'attimo dopo gli fu addosso con una violenza che Milgazia non si aspettava. Era troppo forte, troppo veloce. Quando lo afferrò per le spalle sentì il proprio scheletro incrinarsi, lo avrebbe ucciso prima ancora che se ne rendesse conto. "Perchè sei entrato?" sibilò, la sua voce era ancora dolce ma in maniera cattiva e distorta. Milgazia non ebbe dubbi: quella che aveva davanti era una seconda entità ed era malvagia, sotto ogni aspetto, secondo tutte le definizioni che le si potevano dare. E aveva annientato l'entità precedente, l'aveva presa e relegata in qualche angolo nascosto: c'era ma non riusciva ad uscire. Serrò i denti, lo stomaco gli si strinse in una contrazione dolorosa. "Cerco delle risposte" disse. "Qui non le troverai" Quel mostro si muoveva più veloce di qualsiasi cosa Milgazia avesse mai visto. Lui non riusciva a vederla ma aveva la pressante sensazione della sua presenza ovunque. Il drago venne sollevato quindi lanciato ad una velocità folle contro una parete. Milgazia sentì lo schianto della propria schiena contro il muro, la spina dorsale vibrò e gli tolse il fiato per qualche istante. Lei uscì dall'ombra come sarebbe uscita dalla porta se ce ne fosse stata una nel mezzo della stanza e lo guardò ridendo. "Paura?" chiese. Milgazia aveva a malapena il fiato per respirare. "Ho bisogno di risposte" Tabata gli prese la testa nella mano destra, il drago non vide altro che il palmo della creatura e si chiese come mani così piccole potessero avere una presa del genere. Solo dopo si rese conto che non erano più così piccole e che i suoi occhi erano intrappolati da una gabbia di unghie lunghe dieci centimetri. "Caro il mio drago, quello di cui hai bisogno qui dentro non ha valore" gli tirò indietro la testa per poi sbattergliela con violenza contro la parete. C'era troppa forza in quella donna minuscola e troppo potere intorno. Milgazia gemette e la mano di Tabata si allontanò. Il viso della creatura era identico a prima, una maschera di porcellana che sfiorò il naso del drago. "Dimmi, caro il mio drago, cosa vedi?" "...." "La domanda non è complicata" parlava con dolcezza adesso, le sue labbra scivolarono sul profilo del drago fino a raggiungere le sue labbra. "Tabata vuol sapere che cosa vedono i tuoi occhi mortali" "Il... il suo pot-" rispose Milgazia. Tremava. Tabata non gli lasciò finire la frase, premette la bocca sulla sua catturando il respiro del drago. Lo baciò profondamente senza concedergli la libertà di allontanarsi, nè quella di non rispondere. Milgazia sentì quel corpo apparentemente umano premersi contro il suo e schiacciarlo contro il muro. Sentì, più chiaramente di quanto avrebbe voluto, quei denti affilati mordergli la lingua e succhiare il sangue che ne usciva prima ancora che gli scappasse dalle labbra. Mugolò qualcosa di incomprensibile, cercò di allontanarla ma gli mancò la forza. Forse. Fu lei a schiantarlo in terra e a piantargli un ginocchio sullo stomaco. Sotto la gonna a strati neri, arricciata intorno ai suoi fianchi, indossava calze al ginocchio a righe viola e a righe bianche. Gli fu concesso di vedere stralci delle sue gambe, prima di essere morso ancora, questa volta sul collo e sulla spalla, con un dolore che gli portò via completamente il senso di quello che stava accadendo. Quando Tabata sollevò il viso, aveva traccia di sangue sulle guance e perfino sul naso. "Caro il mio drago" ripetè. "Cos'è che vi ha risvegliato?" mormorò Milgazia, le palpebre quasi abbassate. Si sentiva stanco e non aveva idea del tempo che le aveva concesso e di quanto sangue si fosse portata via. "Il tuo sangue non è ancestrale" rispose lei con fare lezioso e la sua voce di miele, seguendo il filo dei propri pensieri o forse - pensò Milgazia - seguendo il filo dei pensieri del mondo, dal quale lui era totalmente escluso. "Non sei tu, quello che Tabata aspetta" "Non so chi sia" "Hai dunque ingannato Tabata?" "Non vengo qui in suo nome" Lei spostò la testa di lato, con fare curioso. "In che nome vieni?" "Nel mio" disse lui. "Ed egli dov'è?" "Arriverà, appena gli sarà possibile" replicò Milgazia, tentando di seguire la pazzia della creatura. Ma non fu la risposta giusta. Fu sollevato di nuovo, come fosse stato una bambola di stoffa e lanciato ancora oltre lo spazio in cui erano. Questa volta, però, lei gli fu addosso prima che toccasse terra e fu il suo corpo a schiacciarlo sul pavimento. Le costole si ruppero insieme e il rumore si sentì nitido come fossero stati rametti spezzati in un bosco. Milgazia gridò e si ritrovò a farlo a pochi centimetri da quella faccia. Tabata stava praticamente in ginocchio sulle sue costole rotte, con l'aria di chi è seduta su un prato a far colazione. "Se tu non sei lui, chi sei tu?" "Milgazia" "Tabata non ti conosce" replicò lei, spezzandogli un braccio. Milgazia gridò ancora, c'erano lacrime trasparenti sulle sue guance. "Perchè si fa viva attraverso i sogni, mia signora?" gemette "Perchè ci ha guidati fin qui?" "Non sono stata io" ringhiò una voce più profonda della prima. "E' stata Tabata" Milgazia fu scaraventato di nuovo, ma aveva perso ormai il senso dell'orientamento. L'unica cosa che sentiva era il dolore e la doppia voce che si alternava in ogni risposta della creatura. A volte era un suono profondo e cupo, alle volte il tono dolce con il quale era apparsa. "Abbiamo una profezia" continuò, stringendo i denti. "Questo non ha interesse per me" rimbombò la voce cupa. Milgazia vedeva le cose al contrario. Seguì il camminare lento della creatura e poi la vide schizzare per metri e metri che non gli sembrava di aver mai percorso. Con ribrezzo la vide strisciare sul muro, aveva arti troppo lunghi, giunture montate al contrario. La perse di vista quattro volte e per la quinta sentì solo un sibilo, poi fu come una frana sulle sue gambe. Le sue ginocchia cedettero fino a frantumarsi e per qualche minuto la torre risuonò soltanto delle sue grida strazianti. Dynast era abituato ad aspettare Phibrizio. Era sempre in ritardo ogni volta che fissavano un orario, figurarsi ora che non lo avevano fatto. Il Demone dei Ghiacci sapeva con certezza di essere stato percepito dal padrone di casa ma egli era, evidentemente, molto impegnato a fare qualcosa d'altro. Dynast aveva sentito per tutto il pomeriggio l'insopportabile scalpiccio di quella ragazzina che andava correndo in su e in giù per il corridoio. Non produceva quasi alcun suono con la voce ma era perfettamente in grado di compensare tale mancanza in altra maniera. Qualsiasi cosa l'avesse tenuta impegnata nelle ultime due ore, esigeva corse sfrenate a piedi nudi su lastroni di pietra e l'inquietante quanto odioso tintinnio di campanelli. Ad un certo punto si era perfino affacciata, solo quel tanto che bastava perchè Dynast le vedesse gli occhi e il naso, ma era sparita quasi subito con un singulto come se avesse avuto paura di lui. In realtà Dynast non si illudeva più di farle paura. L'aveva vista all'opera e sapeva che per ignoranza o sfacciataggine, quel pestifero essere umano aveva preso da Phibrizio tutta l'insolenza che possedeva. Inoltre il signore del nord sospettava, e non erano poi sospetti così infondati, che Phibrizio dicesse sul suo conto cose che non avrebbe dovuto dire, finendo per fornire alla ragazzina un'immagine completamente sbagliata di lui. Quando descrivi un demone come qualcosa di buffo, finisci col non prenderlo più sul serio. Immerso in queste considerazioni, Dynast si era servito da bere con quel che il padrone di casa aveva messo a disposizione: ossia vini sempre troppo poco alcolici e di un gusto decisamente poco raffinato per le sue nordiche abitudini. La stanza in cui si era trovato ad aspettare era una specie di salottino posto tra la sala del trono e l'entrata ad un altezza vaga del corridoio. L'ultima volta che ci era stato ricordava di averla trovata molto prima di quanto avesse fatto quel giorno ma ormai non faceva più caso alle distanze che intercorrevano tra le varie parti di quel castello visto che avevano la brutta abitudine di variare a loro piacimento. In quel salottino, arredato per altro in in uno stile diverso rispetto al resto della casa, non c'era niente più che un divanetto, una scrivania e qualche quadro appeso alle pareti. Il tutto era piuttosto comune per essere parte dell'Hellmaster Manor. Soltanto un angolo era più colorato e più strano degli altri perchè conservava, sistemate in bell'ordine, bambole di porcellana. A furia di gironzolare avanti e indietro, Dynast ne aveva contate una trentina tutte diverse tra loro. Erano belle e pulite, segno che per quanto molte delle altre stanze fossero ricoperte da centenari strati di polvere, quel salottino era tenuto perfettamente in ordine. "Ti piacciono le nostre bambole, Dynast?" Phibrizio rimase sulla porta, l'asciugamano intorno al collo e addosso il ghigno più sarcastico che gli fosse riuscito di trovare dopo un'ora e mezzo di esercizi "Non ti facevo così sentimentale" Dynast si voltò, girando su se stesso. Per un istante sembrò una di quelle bamboline a molla che girano all'interno dei carillon. Indossava una maglia pesante, lunga fin sopra ai ginocchi e aperta ai lati, sopra pantaloni di un azzurro più chiaro. Era raro vedere Dynast senza una delle sue tuniche o, in alternativa, una delle sue innumerevoli armature. Per qualche strano motivo Phibrizio faticava a pensarlo con addosso qualcosa di comodo come appunto doveva essere il completo che gli vedeva indossare ora. "Le stavo osservando" ammise il demone "Mi sembrano fuori posto" Phibrizio si decise a lasciare la porta e si staccò dallo stipite con un colpo di spalla. "Lo sono se ti ostini a pensarle fuori posto" disse "ma se fossi abituato a vederle lì da sempre non lo sarebbero più. Anzi, la loro mancanza sarebbe a quel punto qualcosa di strano" "Questo non c'entra niente. Io sto parlando di buongusto nell'arredamento" L'Hellmaster si strinse nelle spalle. "Dipende dai punti di vista" lo liquidò "E come sai, non vado molto d'accordo col tuo" "Garantisco che la cosa è reciproca" commentò distrattamente Dynast. Aveva i capelli più lisci del solito e gli occhi un pò più vacui. "Posso sedermi?" Phibrizio si asciugò il viso indicandogli la poltrona con un cenno. "Fai pure" acconsentì. "Non ti aspettavo per oggi, cos'è successo?" "E' un discorso piuttosto importante, ti pregherei di sederti se ti è possibile" Phibrizio espirò. "Fà differenza se sto molto, molto attento ma rimango in piedi?" disse ironico. Si appoggiò con gli avambracci alla spalliera della poltrona di fronte a quella occupata da Dynast. "Guarda, mi metto qui" Dynast lo inchiodò lì dov'era con lo sguardo. "In piedi, seduto, non farà una grande differenza" replicò, leggermente indispettito. "Basta che chiudi la bocca e apri le orecchie" Phibrizio sorrise, fargli perdere le staffe era quattro volte più divertente negli ultimi tempi. "Vai, comincia. Pendo dalle tue labbra" "La Madre mi ha contattato...." esordì Dynast, con la voce solenne delle grandi occasioni. Phibrizio non lo aveva mai sentito pronunciare il nome della divinità senza assumere pose rigide e pompose. Dynast aveva paura di Lon, ma non poteva biasimarlo: dieci anni prima anche lui ne aveva avuto un terrore folle quando aveva visto di cos'era capace. Certo ora la situazione era diversa ma anche lui, d'altronde, era cambiato. "Nottataccia quindi.." esclamò, senza lasciar trasparire nemmeno uno dei suoi pensieri. Poi scrutò il viso dell'altro demone con attenzione. "In effetti hai delle occhiaie paurose" Dynast lo ignorò. "Mi ha chiesto di restituirti questa" unì le dita insieme e quindi le allontanò per mostrargli una voluminosa chiave di bronzo grossa quanto la sua mano. Phibrizio lanciò un'occhiata all'insolito oggetto e sollevò un sopracciglio, sorridendo ironico come faceva sempre. "E così ce l'avevi tu" disse, senza particolare entusiasmo nella voce. "Pensavo di averla persa" "Dopo la tua dipartita..." continuò Dynast senza cambiare espressione, la lunga chioma liscia che gli scivolava dietro le orecchie e sulle spalle. "La Madre la affidò a me perchè la costudissi" Phibrizio si allontanò dalla poltrona con uno scatto e gli dette le spalle per tracannare acqua da una caraffa sul tavolino lì vicino. "Bravo. Hai fatto un ottimo lavoro" si congratulò sbrigativamente. "Ora puoi anche tenertela, non la voglio" Seguì un breve silenzio, durante il quale l'Hellmaster rimise apposto la caraffa e si diresse dall'altra parte della stanza dov'erano sedute tutte le bambole che Dynast aveva osservato all'inizio e che, com'era ovvio, appartenevano soprattutto ad Aiko. "Non puoi rifiutarti, Phibrizio" la voce di Dynast poteva essere troppo atona da sopportare perfino per le orecchie di un altro dark lord. In quel caso suonò esattamente come quando Phibrizio aveva aperto gli occhi per la prima volta dopo la resurrezione. Dynast era stato lì al suo fianco e aveva avuto quella voce. All'improvviso Phibrizio la trovava insopportabile. Si voltò verso di lui, due dita tra i riccioli rossi della prima bambola che indossava una riproduzione pressocchè perfetta di un abito da castellana. "L'ho appena fatto" rispose. "E' una grande fortuna per te" replicò Dynast. "Ti ha concesso di tornare e ora ti concede di riprendere il compito che avevi. Non c'è cosa migliore di questa" Phibrizio rise. Una risata breve, divertita. "Fà tutto parte del suo piano, non lo capisci?" mormorò. "Lei vuole distruggermi non appena questa storia sarà finita. Se vuole che riprenda in mano le redini è solo perchè ha deciso di sfruttarmi fino in fondo e non solo per il gran finale. La nostra grande Madre non ama gli elementi improduttivi" I due demoni si guardarono dritti negli occhi. "E' il tuo destino, questo, accettalo" commentò alla fine Dynast. "Parli tu che tieni Shella morta a bagnomaria?" Phibrizio sorrise maligno. "Era il suo destino! Ed il tuo è quello di stare senza di lei! Perchè non lo accetti Dynast? Dimmi!" Il demone dei ghiacci rimase in silenzio. Se solo non fosse stato già così rigido, probabilmente Phibrizio avrebbe notato quanto fosse diventato teso. "Non è la stessa cosa" mormorò. "Lo è" incalzò l'Hellmaster. "Se mi ha riportato in vita sono affari suoi, ma non creda che farò ciò che vuole. Io non condivido i suoi piani" "Allora ti distruggerà molto prima" Phibrizio sollevò la bambola. Le gambe di porcellana ricaddero molli sotto la lunga gonna verde, morbida e ricamata. "Non mi pare che l'abbia fatto fin'ora eppure sa esattamente come la penso. Ha bisogno di me, ecco tutto" "Non ti capisco" ammise Dynast, rinunciando infine alla parte del duro impassibile. "Questa chiave è un'opportunità. E in ogni caso è un nuovo potere per te. Che senso ha rifiutarlo? Cosa perdi ad accettarlo?" "Quella chiave è un vincolo" ribattè Phibrizio. Appoggiò la bambola sul tavolo, dandole un'ultima carezza sulla testa. La sua voce era un pò stanca. "E' una legame, una costrizione. Non mi dà alcun potere e mi toglie tutto ciò che ho guadagnato" "Lei pensa che tu sia pronto per rientrare" insistette Dynast. Phibrizio fece qualche passo verso di lui. "Non lo sono, invece" esclamò. "E anche se lo fossi, non lo voglio. Non m'interessa" "Senza di te—" Phibrizio lo fulminò con lo sguardo. "Senza di me cosa? Sono rimasto incorporeo per dieci anni e questo non ha impedito il naturale corso di nascita e morte. Quindi non venirmi a dire che in quella stanza servo io, perchè non è vero. Lei mi vuole lì per controllarmi, perchè sa che non reggerei più un solo istante tra quelle grida e allora lei gestirebbe le cose come ha sempre voluto fin dall'inizio!" Dynast fissò l'enorme chiave tra le sue dita. Era decisamente bizzarra e molto spigolosa. Quattro denti quadrati ne circondavano un quinto molto più piccolo. L'impugnatura era larga, rettangolare, decorata di riccioli privi di un senso preciso. Sembrava la chiave di un comune baule da camera, solo in formato gigante. "Sembra innocua.." constatò il demone dei ghiacci, il suo viso gelido si rifletteva sul rubino incastonato sul collo della chiave. "E apre le porte degli Inferi" Phibrizio non rispose, rimase a guardare l'altro demone che si passava la chiave tra le dita come se fosse stata la prima volta che la vedeva. In realtà l'Hellmaster era quasi sicuro che Dynast avesse passato gli ultimi dieci anni con quella chiave in mano, chiedendosi se ora che lui era morto, la porta si sarebbe aperta anche con la sua presenza. Probabilmente se la porta era intatta — come percepiva — era solo perchè Lon gli aveva impedito di farlo. "Tienila tu" propose, per vedere se i suoi ragionamenti erano esatti. "Sai che sarebbe del tutto inutile" replicò Dynast. Phibrizio fece spallucce. "Allora congelala, dalla in pasto alle foche...non ha nessuna importanza" replicò, dandogli di nuovo le spalle. L'unica cosa che odiava di quelle tende di broccato alle finestre era che gli impedivano di sfuggire agli occhi di un interlocutore ammirando il paesaggio. "Ma falla sparire. Non voglio che Aiko la trovi in giro" Dynast poggiò entrambe le mani sui braccioli della poltrona "Devi proprio tenere a quella bambina..." mormorò. Phibrizio si voltò per rispondrgli, ma l'altro era già sparito lasciando l'enorme chiave sul tavolo. Milgazia chiuse gli occhi e si lasciò scivolare in un sogno che non gli apparteneva. Intorno a lui si aprì la distesa morbida di una radura interamente coperta di neve. Ovunque posasse lo sguardo era tutto quanto bianco e soffice. C'era un bosco di conifere alle sue spalle e sembrava che ne fosse appena uscito anche se non se lo ricordava. Un branco di renne pascolava poco distante. Era tutto immerso in una luce opaca e soffusa e in colori da favola. Non sapeva dove si trovasse e certo era sicuro di non esserci mai stato prima. Era un bel luogo però, avvolto in un silenzio confortevole. "Che luogo è questo?" chiese a voce alta. Sentì un suono di campanelli invadere l'aria e l'attimo dopo un'enorme slitta trainata da due cavalli bianchi si fermò proprio di fronte ai suoi occhi. Era una slitta preziosa, di legno bianco, decorata con intarsi delicati e ben curati. E i due animali che la trainavano erano belli e sani, avevano l'aria imponente. Sulla slitta sedevano due figure, avvolte in mantelli neri. Lo guardarono fisso per qualche istante, prima che la più piccola scendesse e facesse cenno all'altra di fare altrettanto. "Tabata?" chiese il drago. Lei si voltò e sorrise dolcemente. Annuì, in silenzio. Solo allora Milgazia riconobbe nella persona che le stava accanto la creatura di porcellana che Philia gli aveva descritto. Aveva lineamenti gentili e gli occhi verdi, una pelle perfetta e bianca come il latte. Di porcellana, appunto. Il suo viso era semicoperto dal cappuccio del mantello e Milgazia non potè vederlo con precisione nemmeno quando si avvicinarono ma fu certo che si trattava della stessa visione. "Dove siamo?" chiese ancora. "Smetti di fare domande, non c'è tempo" disse Tabata. Teneva per mano l'altra figura che sembrava sorridere e guardarsi intorno con gioia. Il cappuccio del mantello si piegava dietro la sua testa e rimbalzava ogni volta che si voltava a destra o a sinistra. E lo faceva spesso. "Uscirò mai dalla torre?" chiese Milgazia, rendendosi improvvisamente conto che tutto ciò che vedeva non era reale e che lui doveva trovarsi privo di conoscenza sul pavimento di quella costruzione. "Forse" concesse Tabata "E' quasi il tramonto" "Chi è l'altra creatura nella torre?" "Sono io" mormorò Tabata. Milgazia scosse la testa. Lei sorrise di nuovo. "E' lungo da spiegare e non hai necessità di saperlo ma verrà il momento, è una promessa" Il drago non rispose. Non riusciva a staccare gli occhi da lei o dalla seconda figura, che era alta quanto lui e che sembrava continuamente distrarsi. Non lo aveva mai guardato direttamente in faccia, continuava a girarsi indietro. "Perchè non sento il dolore?" chiese Milgazia. "Perchè la tua mente è troppo lontana ma non deve rimanerlo a lungo o non potrai tornare indietro" disse la donna. "Ora non pensare a quello che sarà quando io sparirò e ascoltami" Milgazia annuì. "Quello che sai è già sufficente" disse Tabata "Devi solo capire come stanno realmente le cose, rimettere ordine nelle tue conoscenze. E io in questo non posso aiutarti. Devi riuscirci da solo. Fin'ora sei stato ingannato, la verità è un'altra e giace davanti ai tuoi occhi e a quelli della tua giovane compagna. Tutto il mondo ha vissuto nell'inganno" Le due figure iniziarono a sbiadire, ma non fu come nei sogni. Milgazia non ebbe la sensazione che di lì a qualche istante si sarebbe svegliato, piuttosto fu quasi certo che avrebbe lasciato quel luogo d'incanto per tornare nel baratro d'inferno da cui era miracolosamente uscito. Non voleva sentire il dolore. Aveva paura. "Aspetta!" cercò di fermarla "Prima parlavi di uccidere qualcuno! Che il Flagello deve uccidere qualcuno! Chi?" Lei non rispose. Stava sbiadendo. "TI PREGO TABATA!" le dette del tu, ma non importava. Milgazia era terrorizzato all'idea di tornare a provare un dolore come quello che aveva provato e desiderava la risposta a quella domanda come non aveva mai desiderato nient'altro "CHI DEVE UCCIDERE? DIMMELO!" Lei lo guardò con gli occhi tristi, ormai non era nient'altro che un'ombra trasparente. "Dio" rispose. E poi più niente. |