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capitolo 08 - IL FLAGELLO E ALTRI DISASTRI (The amazing Valwin) |
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Hellmaster Manor, Deserto della Distruzione. "Lui sa chi ha ucciso il cucciolo umano" Phibrizio osservava Aiko che stava spruzzando acqua sul muso di Fear. "E immagino che la notizia dovrebbe impressionarmi, dico bene?" rispose, senza voltarsi verso il suo interlocutore. Il demone minore rimase inebetito per qualche secondo. "Credo di sì" commentò, non sapendo cos'altro rispondere. L'Hellmaster lo guardò dritto negli occhi. "Ammettendo che io sia interessato. Che cosa vuole in cambio di quel nome?" "La tua collaborazione" Il dark lord fece schioccare la lingua per poi sorridere ironico al mostro che gli stava di fronte. "Bè dì al tuo capo che non faccio affari con chi non ha il coraggio di presentarsi di persona" si alzò dalla sedia e la rimise a posto, come annunciando che quella conversazione si chiudeva lì. "Se vuole la mia collaborazione, voglio vederlo in faccia mentre me la chiede" Phibrizio e il demone si guardarono a lungo in silenzio. Il primo sprezzante della propria affermazione e deciso a non cambiarla, il secondo insicuro di fronte ad una risposta che non era stata in alcun modo prevista. "Ora esci da questa stanza" gli ordinò l'Hellmaster "Non hai più niente da dirmi" Il demone gli lanciò un'ultima occhiata nervosa per poi attaccarsi nuovamente al muro e serpeggiare lungo la parete in direzione della finestra aperta. Phibrizio immaginò che avrebbe ridisceso le mura del castello come una mostruosa e gigantesca lucertola. Inorridì al pensiero di quella bestia che artigliava la pietra, forse sfregiandola irrimediabilmente. Alle sue spalle un tonfo nell'acqua lo avvertì che Aiko era caduta in piscina. Senza averla vista sapeva con certezza che era inciampata nella gonna del vestito o anche nei suoi stessi piedi. Una volta seduta sul bordo era solo una questione di tempo, ma prima o poi cadeva sempre in acqua. Phibrizio bevve con calma un altro sorso d'acqua dalla caraffa, mentre Aiko si portava verso il bordo con un paio di bracciate. Quando uscì dalla piscina grondò sul pavimento un quantitativo d'acqua che a Phibrizio apparve assurdo per un corpo tanto minuto. La ragazza starnutì e il suo viso scomparve dietro la massa gocciolante dei suoi lunghi capelli neri. Fear la lasciò sul bordo della vasca per andare a prenderle l'asciugamano ma Phibrizio lo anticipò attraversando a piedi nudi i sei metri che lo separavano dalla ragazza. Aiko stava ancora cercando di uscire dalla trappola dei suoi capelli quando Phibrizio l'avvolse nell'asciugamano. "Sai, me lo aspettavo che mandasse qualcuno invece di venire di persona" esclamò il demone a voce alta, continuando ad asciugare Aiko distrattamente. Lei intanto aveva preso a pettinarsi i capelli con le dita. "Ed è un pò ridicolo che creda seriamente che io non abbia capito chi è. In fondo non sono in molti nella sua situazione" Le sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio sinistro, osservando il suo viso sovrapensiero. Fear, accortosi che non c'era più bisogno del suo aiuto, si era accucciato sotto al tavolo ben lontano dall'acqua, elemento che non gli era affatto gradito. Aiko rabbrividì e si strinse nell'enorme asciugamano. "Devi asciugarti" constatò allora Phibrizio, voltandole delicatamente la testa perchè capisse cosa stava dicendo. "Non avevi altro da fare che tuffarti vestita?" sorrise poi, appoggiando la fronte a quella di Aiko. La ragazza rise, strappando un sorriso anche al demone che la baciò delicatamente sulla punta del naso. Se aveva fatto bene i suoi conti, avrebbero ricevuto visite molto presto... Qualche tempo dopo, rispetto a qualsiasi ora fosse... Città di Seillune, al Centro del Vecchio Continente. Sul letto, Amelia tossì ancora una volta, appoggiata di schiena a quattro enormi cuscini raccolti in giro per la stanza. "Per l'ultima volta, Milgazia.." iniziò dopo un profondo respiro. "Sto bene è stato solo un mancamento, può capitare...." Milgazia si tirò giù di nuovo le maniche della tunica che aveva rimboccato per essere più libero nei movimenti e le lanciò un'occhiata arrabbiata, in piedi davanti al letto. "No, non può capitare" rispose secco. "Sopratutto quando io sono il tuo medico" "Milgazia non è certo colpa tua se mi è successo!" esclamò Amelia, non afferrando il senso dell'esclamazione del drago. "Certo che no! Vorrei ben vedere!" commentò lui "E' soltanto colpa tua e della tua testardaggine. L'unico errore che ho fatto è stato non costringerti con la forza a fare quello che ti prescrivevo!" Amelia sbuffò, incrociando le braccia al petto mentre Milgazia, continuava la sua paternale. Philia seguiva la discussione in silenzio, seduta su una sedia nell'angolo più lontano della stanza. Non che conoscesse molto Lord Milgazia, lo aveva visto in tutto una decina di volte e certo non aveva con lui la stessa familiarità che aveva Amelia, ma vederlo così arrabbiato e così diretto (e accusatorio nei confronti della regina!) la lasciò stupefatta. L'immagine che si era creata di lui era ben diversa, più idealizzata. Per lei non era solo Milgazia. Era Lord Milgazia, un drago importante, un drago che incuteva rispetto e timore. Un drago che aveva fatto la Kouma Sensou! In un certo senso era qualcuno che lei non si sarebbe mai aspettata di veder coinvolto in una discussione tanto accorata come quella, un personaggio che non si lasciava coinvolgere sentimentalmente in quel modo. E invece sembrava proprio che Milgazia si fosse preso una gran bella paura per quello svenimento fuori programma e, adesso che tutto si era sistemato, si stesse sfogando rabbiosamente per liberarsi dello stress accumulato. Questo lo riportava ad un livello più normale e più reale, rispetto al modo in cui Philia lo aveva sempre immaginato. Ciò non significava che la ragazza-drago lo stimasse meno di prima, anzi sapere che era disposto a sacrificare la propria immagine di drago tutto d'un pezzo per dimostrare affetto e preoccupazione nei confronti dei propri amici, non faceva altro che aumentare l'ammirazione che provava per lui. "Gomenasai Milgazia-san" pronunciò Amelia con voce lievemente nasale, inchinandosi per quanto la sua posizione glielo permettesse. "Da qui in avanti si fa come vuoi tu, promesso. Sarò una brava bambina!" Milgazia osservò il viso della regina che tutto era tranne che serio. "Guarda che non sto scherzando, signorina!" l'apostrofò "Questa è una cosa seria!" "Che cosa prescrive il dottore?" chiese Amelia, ignorando la sua risposta e sedendosi composta. Milgazia inspirò profondamente appellandosi a tutti e quattro gli Dei Draghi e con ogni probabilità anche a qualche Dea minore che in quel momento gli era venuta in mente. "Comincerai con lo stare a letto" Seguì qualche minuto di silenzio, durante il quale il drago rimase immobile e la regina tese l'orecchio per sentire il resto, ma non arrivò nessun altra prescrizione. "E poi?" Chiese allora Amelia. "E poi nient'altro" specificò Milgazia. "Un pò di riposo ti farà bene. Non ti prendi una vacanza da quando è nato Kain" "D'accordo starò a letto, ma per quanto?" s'informò allora lei che cominciava già a sentire presagi di sventura nell'aria. Milgazia apparve pensoso. Si contò pericolosamente a lungo sulle dita fissando un punto non meglio precisato del soffitto e poi sventolò la mano destra in un gesto vago. "Non so, diciamo per questa settimana almeno. Poi vedremo se è il caso di-" "UNA SETTIMANA? Andiamo vuoi scherzare?!?" Saltò su la regina, già sul piede di guerra. In perfetta sincronia, Philia e Milgazia si precipitarono al suo fianco per impedirle di alzarsi. "Milgazia non posso! Questa settimana ho almeno due ricevimenti, quattro consigli generali, un centinaio di udienze e-" Milgazia le tappò la bocca con tre dita e le piantò in faccia un sorriso gaio da buon drago dorato. "-e un marito di nome Zelgadiss Greywords, te lo sei scordato?" Amelia soffocò per qualche secondo poi trovò il modo di tornare a parlare. "E vuoi darlo in pasto a dodici ministri? Sei un drago senza cuore!" esclamò lei, spalancando gli occhi e fingendosi mostruosamente indignata. Milgazia sembrò non far caso all'accusa, anzi la liquidò con un elegante gesto della mano. "Vedrai che se la caverà benissimo!" commentò con aria sicura, dirigendosi verso la porta. Bastò uno sguardo a Philia per farle capire che le era stato affidato il compito di sorvegliare la regina. "E poi gli farà bene buttarsi nel lavoro! Più sarà impegnato e meno tempo avrà di preoccuparsi di cose inutili..." "Ma alle udienze con i mercanti ho sempre pensato io!" insistette Amelia. "Scommetto che Zelgadiss sarà elettrizzato di fare questa nuova esperienza" rispose prontamente Milgazia, senza voltarsi. "Ma a Zel non piacciono le riunioni lunghe, sopratutto quando-" "Non ti preoccupare, troverà il modo di passare il tempo mandando fuori dai gangheri i poveri vecchi..." sentenziò il drago. "Tranquilla, se la saprà cavare" Vedendo sfumare anche quella possibilità e trovandosi a corto di proteste, sembrò che Amelia non avesse altro da dire. Milgazia stava già per lasciare la stanza con un ultima battuta rassicurante quando il viso della donna si illuminò di una strana luce. "E' un vero problema, mi dispiace davvero....." esclamò con voce desolata. Il drago si fermò e sollevò un sopracciglio. "Scusa?" "Tutta questa faccenda!" specificò allora lei. "Visto che sono inchiodata su questo letto, toccherà necessariamente a TE spiegare come vanno le cose a Zelagadiss...." Milgazia sbiancò leggermente ma il cambiamento di colore passò inosservato vista la tonalità pallida del suo incarnato di drago. Amelia si guardò le unghie con fare indifferente. "Certo che questo non è affatto giusto nei tuoi confronti, si tratta di un mio dovere! Quindi......se tu fossi così gentile da permettermi di uscire....diciamo per qualche minuto, forse potrei occuparmene io!" Alzò la testa e sorrise, sperando che la prospettiva di dover affrontare una chimera sull'orlo di una crisi isterica faccesse trovare su due piedi al medico un altro tipo di cura. Ma Milgazia non era scemo. "Bel tentativo, Altezza" commentò, restituendole un sorrisetto. "Ora se ne stia buona e faccia una dormitina" Poi detto questo aprì la porta e schivò appena in tempo un enorme cuscino rosa seguito da un ringhio animalesco e furioso proveniente dal letto. "Che cos'ha?" La domanda di Zelgadiss arrivò ancora prima che Milgazia fosse riuscito a chiudere perfettamente la porta della stanza dalla quale era appena uscito. Il drago, ad ogni modo, non si scompose, ben sapendo quanta poca pazienza Zelgadiss potesse dimostrare, sopratutto in situazioni come quella in cui non era stato tempestivamente informato. "Allora?" ripetè Zelgadiss, mentre Milgazia si concedeva il tempo di voltarsi con tranquillità e intrecciare le mani in grembo. La voce del re non era alta ma aveva la nota nervosa di chi sta facendo il possibile per trattenersi dal saltare al collo del suo interlocutore. Intanto anche gli altri avevano notato l'uscita del drago dalla stanza e gli si stavano facendo intorno, con Synor che chiudeva composto la fila. Milgazia deglutì con discrezione e sfoggiò un sorriso educato che servì soltanto a far irritare ulteriomente Zelgadiss, al quale sorrisi e pose composte non facevano alcuna impressione. Non in quel momento per lo meno. "Sta bene" esordì il drago, decidendo che il ringhio sommesso della chimera era un motivo sufficente per tagliare corto. "Che cosa le è successo?" Chiese Gourry, prendendo in braccio il piccolo Kain che non vedendo uscire sua madre stava iniziando a preoccuparsi. Il bimbo appoggiò la testa al petto del guerriero, senza smettere di fissare Milgazia. Il drago inspirò senza lasciar andare il fiato. Aveva gli occhi di tutti addosso, più lo sguardo di Zelgadiss che lo stava letteralmente passando da parte a parte. Non poteva rivelare che effettivamente le cause erano ancora da definire e certo non poteva parlare a Zelgadiss in mezzo ad un corridoio. Cercò le parole più adatte ma non era facile: le premesse di quella gravidanza e la particolare suscettibilità di Zelgadiss per quell'argomento avrebbero fatto apparire critica quella situazione qualsiasi cosa avesse detto. Espirò profondamente. "E' stato un piccolo malore non calcolato che-" Zelgadiss lo prese per il bavero e lo sbattè con forza contro il muro, non riuscendo a sollevarlo da terra. Il peso di un drago era troppo perfino per lui, così si limitò a tenerlo premuto contro la parete. "Cosa significa non calcolato?" ringhiò guardando il drago dritto negli occhi. "Non sei il suo medico tu?" Per un attimo gli altri non seppero cosa fare, fu Gourry ad occuparsene. Fece qualche passo avanti, rendendosi conto che Zelgadiss era solo nervoso per la situazione e terribilmente impaurito che fosse successo qualcosa di grave che il drago non voleva dirgli. Pensò che anche lui si sarebbe comportato allo stesso modo, ma forse non avrebbe proprio ringhiato .... Passò Kain a Lina e il bambino le si strinse al collo. "Zel, adesso basta. Milgazia ha detto che sta bene. Non c'è da preoccuparsi, no?" esclamò conciliante il mercenario, stringendo con fermezza la spalla dell'amico. Zelgadiss espirò, allontanandosi. Ma non si scusò per lo scatto d'ira. "Io e te dobbiamo parlare, Zelgadiss" esclamò Milgazia, dopo aver riguadagnato dieci centimetri dalla parete alle sue spalle. La chimera annuì. Gourry e Lina afferrarono al volo la situazione. Il mercenario prese Valgrav per un polso e lo portò via con sè e con la maga. "Noi andiamo a fare una passeggiata in giardino" dichiarò. Il piccolo drago si guardò indietro una volta soltanto - più per vedere se Zelgadiss avrebbe di nuovo attaccato Milgazia al muro che per altro - e poi si divincolò dalla stretta di Gourry per proseguire la strada da solo. Kain si strinse ulteriormente a Lina, osservando il padre dalle spalle della donna mentre si allontanavano ma non disse una parola. Synor lanciò un'occhiata contrariata verso i due che avevano preso in consegna il principino, ritenendoli inadatti per quel compito ma non si soffermò a farlo notare ai presenti ritenendo le avverse quanto oscure condizioni in cui versava la regina una questione nettamente più grave. "Adesso che siamo soli, Lord Milgazia, può spiegarci cos'è accaduto a Sua Altezza Reale" esclamò, facendo un passo avanti verso i due che invece aspettavano in silenzio anche il suo allontanamento. Milgazia si schiarì leggermente la gola. "Veramente gradirei parlare al sovrano in privato, se non le dispiace" Synor spalancò gli occhi sinceramente incredulo per quella richiesta. "Ma Lord Milgazia.." cantilenò ancora, con voce melliflua "Il consiglio dei Ministri ha il diritto di conoscere la situazione. Sua Maestà la regina ha dei doveri e degli appuntamenti da rispettare, noi dovremmo-" "Sua Maestà la regina" gli fece il verso il drago "Ha innanzi tutto il dovere di riposare e non si occuperà di nessuna faccenda per un lungo periodo di tempo. Dite al consiglio dei ministri che sarà il sovrano ad occuparsi di tutte le questioni politiche e diplomatiche in sua vece" La notizia ebbe sull'anziano Primo Ministro lo stesso effetto di un infarto fulminante. "QUESTO NON E' POSSIBILE!" esclamò alzando la voce. Poi accortosi del suo stesso tono, si ricompose. "Intendo dire che....Il sovrano...non è pratico di questi procedimenti" Milgazia socchiuse gli occhi. Ne aveva già abbastanza di quell'uomo e del suo totale menefreghismo per le persone che aveva intorno. "Sono sicuro che voi e il consiglio sarete ben felici di aiutarlo in questo difficile compito. Avrete finalmente un motivo valido per percepire il vostro alto stipendio" rispose sbrigativo, per poi spingere delicatamente Zelgadiss lungo il corridoio. "E ora se volete scusarmi, ho cose ben più importanti da fare che stare qui a spiegarle cose che dovrebbe aver capito da solo..." Avere uno studio era pressocchè inutile per Zelgadiss, visto che passava metà del suo tempo in laboratorio e l'altra metà in sala-riunione a chiedersi se avesse ragione il contadino X o quello Y e sopratutto perchè le loro faide dovesse risolverle lui che nemmeno li conosceva, ma in quel momento gli tornò utile averne uno in cui lui e Milgazia potessero parlare in privato. La stanza era piuttosto grande per uno che non la usava. Zelgadiss si era comunque tolto lo sfizio di arredarla a modo suo (interrompendo una tradizione secolare che voleva quello studio identico da più di 400 anni), scoprendo di provare un immenso piacere nel farlo. Strano hobby, quello dell'arredamento, per uno che per dieci anni non aveva avuto una casa. Milgazia entrò lentamente nella stanza, con quel suo strano modo di camminare senza fare alcun rumore. Si appoggiò alla scrivania, in attesa che Zelgadiss chiudesse la porta. Alla sua destra c'era un'enorme finestra che dava sul giardino interno della reggia, quello in cui giocavano i bambini. Una volta il vetro di quella finestra era stato distrutto da una sassata di Valgrav, tirata in uno dei suoi primi scatti di forza improvvisa. Il vetro non si era rotto, era letteralmente esploso. Tutti erano rimasti talmente sorpresi che il piccolo drago non era stato nemmeno sgridato. In fondo era stato più che evidente che non l'aveva fatto apposta. L'unico a rimetterci era stato Xellos che, trovandosi di fronte alla finestra, aveva preso in pieno tutte le schegge di vetro. Era stato allora che il tappeto si era macchiato irrimediabilmente di viola. Strano per un demone non percepire l'arrivo di un sasso lanciato da un bambino. Ma era pur vero che Valgrav non era un bambino normale e che la situazione psichica di Xellos in quel periodo era più devastata di quella di Zelgadiss. "Allora?" La voce grave di Zelgadiss ruppe il silenzio che si era improvvisamente creato. Ma al contrario della chimera, Milgazia era assolutamente rilassato. Peccato che non riuscisse ad infondere alcuna calma all'amico. "Siediti" gli disse, indicando con la mano la sedia di fronte alla libreria che conteneva la grande raccolta di libri di legge che Philionel aveva regalato alla chimera quando aveva iniziato ad occuparsi delle questioni di stato. "Sto bene in piedi" rispose Zelgadiss, incrociando le braccia. L'altro sospirò. Il difficile di intavolare discussioni di quel tipo con Zelgadiss era che lui non metteva il suo interlocutore in condizione di farlo. Si trincerava dietro il suo sguardo immobile, in attesa che gli venisse raccontata la tragedia per poi sentirsi libero di autocommiserarsi. "Non è quello che pensi, Zelgadiss" esordì il drago dorato, guardando l'amico negli occhi. Zelgadiss fece schioccare la lingua con fare leggermente strafottente. "Dimmelo tu cosa pensare, allora, perchè io non lo so più" rispose. "Zelgadiss.." "Avevi detto che andava tutto bene" lo incalzò, prima che potesse dirgli di calmarsi ancora una volta. "E va tutto bene, infatti" puntualizzò il drago. "Fammi capire, è normale che una donna incinta svenga improvvisamente nonostante il suo medico continui a sostenere che è tutto sotto controllo? Fra i draghi, forse..." Zelgadiss passò dalla fase irritata a quella sfacciatamente sarcastica. Ancora un paio di stadi prima della sconforto totale. Milgazia pensò che doveva riuscire a dargli la notizia prima che raggiungesse quest'ultima fase. "Zelgadiss, si è trattato di un malore improvviso, ma non è niente di grave. Poteva capitare a chiunque. La questione è un'altra!" "Questa non è una gravidanza come le altre. Tu non puoi fare le tue diagnosi su Amelia basandoti su altri esempi, Milgazia!" "Parli come se questo fosse il primo figlio Zelgadiss. E anche in quel caso ti sbaglieresti" rispose calmo Milgazia. "Non sappiamo ancora se la tua trasformazione ti affligga anche a livello genetico" "Ma potrebbe" "Però Kain è normale" insistette il drago. "E questo è un ottimo segno. Fà calare le probabilità di una forma chimerica" "Ma non le elimina" constatò Zelgadiss. Milgazia sospirò ancora, alzando gli occhi al soffitto affrescato. "Santo cielo, Zelgadiss! E' mai possibile che tu debba vedere sempre e solo il lato negativo delle cose?" La chimera incrociò le braccia al petto e fece due passi nella stanza, fino a pestare il sangue di Xellos sul tappeto. "Sono soltanto realista, Milgazia. Ho smesso di illudermi parecchi anni fa..." "Bè nessuno ti sta chiedendo di illuderti. Ti sto solo dicendo di prendere in considerazione anche la possibilità che le cose non volgano al disastro, come hai finito col convincerti!!" "No! Tu mi stai chiedendo di dimenticare l'una per l'altra!" esclamò Zelgadiss. "Perchè per te tutto va sempre bene! Non ci sono mai problemi! Ma la verità è che quel bambino potrebbe anche essere una chimera!" Milgazia rimase a fissarlo in silenzio, poi intrecciò le mani in grembo e con severità esclamò "E dimmi, questo ti creerebbe qualche problema?" La chimera fece per ribattere ma s'immobilizzò realizzando la domanda che il drago gli aveva appena posto. Aveva sempre data per scontata la risposta a quella domanda e non si aspettava che qualcuno gli avrebbe mai chiesto una cosa simile. "Non creerebbe problemi a me, ma a lui" rispose poi, secco, non trovando di meglio da dire. "Avrebbe un aspetto orribile e-" "Non è vero" Zelgadiss lo guardò. "Che cosa non è vero?" "Il motivo per cui ti creerebbe problemi. Non è vero" La chimera rimase a dir poco interdetto. "Cioè non mi credi?" "No" l'assoluta franchezza con la quale il drago aveva pronunciato quella negazione, mettendo in dubbio la sua sincerità, lasciò Zelgadiss completamente senza parole. Ma prima che potesse trovarle per arrabbiarsi, Milgazia continuò. "La verità è che torneresti a sentirti in colpa. Tu sei convinto che la gente ti accuserebbe e ti condannerebbe se quel bambino non fosse del tutto umano. Magari ammettere la tua paura potrebbe essere un bel passo avanti, non credi?" "Che cos'altro dovrei fare, secondo te, se succedesse? Eh?" Esclamò Zelgadiss, alzandò leggermente la voce. Sembrava molto irritato che Milgazia si fosse permesso di dargli del bugiardo e che oltretutto avesse portato a galla verità che non voleva dire. "Essere felice, che ne dici?" "Felice di aver...CONDANNATO MIO FIGLIO? FELICE DI ESSERE UNA CHIMERA E DI AVERGLI TRASMESSO LA MIA MALEDIZIONE?" Milgazia espirò, per mantenere una pazienza che rischiava sempre di perdere quando parlava con lui. "No, felice che sia nato. E basta. Insomma, Zelgadiss, parliamoci chiaro: è inutile che tu faccia questi discorsi adesso, non ti pare? Che tu alzi la voce, ripetendo frasi che dici da anni! Non sei più un ragazzino, smettila di far finta che questa sia una disgrazia che ti è caduta sulle spalle all'improvviso. Il rischio che tu potessi trasmettere il tuo aspetto ai tuoi figli c'è sempre stato. C'era quando tu e Amelia vi siete fidanzati, c'era quando vi siete sposati, c'era prima che lei rimanesse incinta. Non puoi piagnucolare solo adesso che quel rischio diventa possibilità. Lo sapevi anche prima e hai fatto le tue scelte, adesso prenditi le responsabilità che ne conseguono!" Milgazia si aspettava una qualche replica, ma Zelgadiss rimase in silenzio a fissarlo, così il drago continuò. "Autocommiserarti non ti servirà a niente e non aiuterà Amelia. Non puoi più startene chiuso nel tuo angolino a piangerti addosso solo perchè sai che Amelia ha coraggio da vendere per tutti e due. No, Zel, non lo puoi più fare" Il drago attese che quelle parole facessero effetto, sperando che fosse quello desiderato e che durasse a lungo. Aveva fatto discorsi simili all'amico centinaia di volte, ma per quanta intelligenza Zelgadiss dimostrasse in tutte le altre situazioni, quando si trattava del suo aspetto riusciva a diventare una delle persone più ottuse che Milgazia avesse mai conosciuto. Amava Amelia e amava suo figlio Kain, ma ogni cambiamento nella sua vita lo terrorizzava a tal punto da impedirgli di ragionare chiaramente. Era stato un trauma diventare re, diventare padre e sarebbe stato un trauma sostenere Amelia in quella gravidanza leggermente diversa dalla prima. Andava sempre accompagnato passo dopo passo e sopportato finchè non si abituava alla nuova situazione che gli si prospettava davanti.... Zelgadiss rimase a lungo in silenzio, fissando Milgazia con un misto di rabbia e vergogna negli occhi. Sapeva di aver esagerato e di aver preso, come tante altre volte, tutta quella situazione dal verso sbagliato. Ma dire al suo orgoglio di cedere, di permettergli di scusarsi col drago era un'impresa piuttosto difficile. Sperare di liberarsi da quella situazione sostenendo una battaglia di sguardi era un'idea irrealizzabile: aveva visto Milgazia esibirsi in faccia a faccia spaventosi con quel cretino di Synor. E tutte le volte, era stato il vecchio a chinare la testa. "Sei venuto qui per farmi la predica o per parlarmi delle condizioni di Amelia?" Sibilò all'improvviso. No, decisamente non era quello il modo giusto di risolvere quella discussione che stava prendendo una piega sbagliata. Lo sguardo del drago si accigliò leggermente. "Entrambe le cose" commentò "E considerando la tua reazione, direi che hai più bisogno di una predica che di un ragguaglio" Zelgadiss roteò gli occhi, non riuscendo a trovare nient'altro di meglio da fare che assumere un'aria sprezzante. "Che cosa vuoi che ti dica? Vuoi sentirti dire che hai ragione?" sbraitò. Milgazia sbattè all'improvviso i palmi delle mani sul piano della scrivania e per poco Zelgadiss non sobbalzò. "No, questo lo so già e non c'è bisogno che tu me lo dica" rispose "Mi basterebbe che tentassi di prendere le parole che ti ho detto come consigli e non come accuse nei tuoi confronti! Che per una volta, una soltanto, ascoltassi quello che ho da dire senza aver già deciso prima come andranno a finire le cose! E per la miseria smettila di pensare solo a te stesso come se tutto il mondo girasse intorno a te! Non sei il solo ad avere dei problemi, vedi di ricordatelo!" Per Zelgadiss fu come risvegliarsi all'improvviso. D'un tratto gli apparve davanti agli occhi l'esatto quadro della situazione e si rese conto che si era arrabbiato per il motivo sbagliato. Milgazia aveva ragione su tutta la linea. Amelia era svenuta e l'unica cosa che lui era stato capace di fare era stato arrabbiarsi col medico e autocommiserarsi per la sua condizione che in quel momento non aveva niente a che vedere con il problema che stavano affrontando. In realtà nessuno lo stava accusando di essere la causa di quello svenimento, ma tutti si aspettavano da lui un sostegno per Amelia. Piangersi addosso non sarebbe servito nè a lui, nè alla moglie nè tanto meno al bambino che sembrava intenzionato a dar loro del filo da torcere ancora prima di nascere. La sua testardaggine era poca cosa in confronto all'egoismo che aveva dimostrato. La chimera si lasciò andare lentamente a sedere sulla propria poltrona dietro alla scrivania. Per un attimo guardò davanti a sè con uno sguardo vacuo, meravigliandosi ancora una volta della quantità di idiozie che era riuscito a dire e cominciando a prendere coscienza della scenata illogica che aveva fatto pochi istanti prima. Alla fine ebbe voglia di scavare una buca profonda nel pavimento e tuffarcisi dentro. "Da uno a dieci quanto mi sono comportato da cretino?" esclamò all'improvviso con voce atona. Milgazia sorrise. "Almeno dodici" rispose, strappando all'amico una risatina. "L'importante è che tu ci sia arrivato alla fine. Credi di essere abbastanza lucido da ascoltarmi, adesso?" aggiunse poi. Zelgadiss annuì, facendo poi un profondo respiro di rilassamento. Si passò le mani sugli occhi e finalmente tornò a guardare il drago. "Lei sta bene, giusto? Non ci sono state...conseguenze. E' solo svenuta?" Fu la prima cosa che chiese, quando si sentì pronto per continuare in maniera civile la discussione. Milgazia gli spiegò come stavano le cose in maniera molto semplice, anche perchè non c'era altro modo per dirlo. Gli disse che non necessariamente il bambino doveva essere una chimera ma che poteva essere semplicemente fornito di un enorme quantitativo magico che prosciugava le energie di Amelia molto velocemente. Si soffermò sopratutto sul fatto che la donna aveva nascosto la stanchezza e la debilitazione del proprio corpo, due dei motivi che avevano senza dubbio provocato lo svenimento. Quando il drago ebbe finito il suo resoconto Zelgadiss si alzò dalla poltrona ed iniziò a girare per il suo studio, le braccia incrociate al petto. "E quindi ti ha mentito perchè io non stessi in pensiero" concluse, anche se Milgazia non aveva specificato i motivi che avevano spinto Amelia ad agire in quel modo. "Che incoscente! Dovrei arrabbiarmi secondo te?" Milgazia scosse la testa. "Dubito che servirebbe, c'ho già provato io ma continua a scherzarci sopra" rispose "Il fatto è che non le piace considerarsi malata, sopratutto quando non lo è. Ma se continua di questo passo potrebbero davvero esserci dei problemi" Zelgadiss annuì comprensivo. "Certo, se continua a calare di peso non farà altro che peggiorare" "Inoltre deve riposarsi" aggiunse il drago. "Le ho detto di stare a letto almeno questa settimana ma dovrà rimanerci molto di più, per lo meno fino a quando non avrà messo su un pò di peso" Zelgadiss annuì di nuovo, silenzioso, continuando a misurare a grandi passi il pavimento del suo studio. Milgazia lo seguiva con lo sguardo già sapendo cosa l'amico meditava di chiedergli e poteva anche avanzare qualche ipotesi sul modo in cui glielo avrebbe chiesto. Passarono almeno dieci minuti di silenzio prima che la chimera alzasse la testa e si inumidisse le labbra aride. "Milgazia?" "Si?" rispose distrattamente il drago che si era messo a giocherellare con un curioso pugnale che Lina aveva regalato a Zelgadiss e che lui usava come tagliacarte. "Tu hai detto che questo bambino potrebbe avere solo un alto potenziale magico ma nell'ipotesi, anche remota, che invece..." "...sia una chimera?" Suggerì Milgazia. Zelgadiss annuì. "Non ci sarebbero problemi per lei? Durante il parto, voglio dire" Milgazia fece girare un paio di volte il pugnale e poi lo fermò piantando un dito all'altezza del manico. L'arma vibrò per alcuni secondi e poi rimase immobile sul piano del tavolo. "Io credo di no" "Credi?" Il drago rimise ordinatamente al suo posto il pugnale e sospirò. "Non ho mai fatto nascere chimere prima d'ora, Zelgadiss. Posso solo azzardare delle ipotesi" "E?" lo incalzò il sovrano. Milgazia si strinse nelle spalle e lanciò un'occhiata fuori dalla finestra. Valgrav e Kain erano seduti in mezzo al giardino sotto lo sguardo vigile di Lina e Gourry. "Vedila così: se il tuo corpo e quello di Amelia fossero stati realmente incompatibili non ci saremmo trovati di fronte a questa gravidanza" rispose e senza girarsi seppe che Zelgadiss stava arrossendo. "Se Amelia è in grado di portarlo in grembo, allora significa che sarà anche in grado di darlo alla luce. Non ci sono motivi per cui non dovrebbe essere così" La chimera ci pensò su un attimo e concordò che quel discorso aveva una sua logica. "Credo tu abbia ragione" concluse, mentre Milgazia tornava a guardare dentro la stanza. "Posso andare a farle visita adesso?" "E' meglio di no" rispose il drago. "Sta bene, ma deve cercare di dormire. E se tu entri là dentro ti convincerà a lasciarla stare in piedi" "Ma-" "Ti prometto che stasera potrai stare un pò con lei, ma adesso è meglio di no" insistette il drago, con fermezza. "Inoltre ho lasciato a Philia l'incarico di sorvegliarla e di somministrarle un pò di quell'intruglio che lei ha bevuto per sbaglio questa mattina. Dovrebbe essere sufficente a darle almeno un pò di sonnolenza...." Zelgadiss sospirò. "Posso almeno lasciarle due righe?" Milgazia sorrise, spalancando gli occhi. "Da passare sotto la porta come in un romanzo rosa?" Scherzò. "Non ti facevo così romantico.." "Taci" sibilò Zelgadiss, con le guance leggermente più rosse, mentre prendeva un foglio e una penna d'oca dalla sua scrivania e scriveva con piccoli caratteri ordinati. Se non poteva entrare nella stanza, le avrebbe almeno fatto sapere che era proprio lì fuori a tenerle compagnia.... Qualcosa scivolò sotto la porta senza una parola. Amelia e Philia si lanciarono un'occhiata interrogativa e poi la ragazza-drago si precipitò a raccogliere l'oggetto incuriosita. "Che cos'è?" Chiese la regina, dal suo letto. Philia si rigirò fra le mani la piccola busta bianca che portava inciso sopra lo stemma della casata di Seillune. Una scritta nera e ordinata indicava Amelia come il destinatario della missiva. "E' per te" rispose Philia, gongolante. "Dalla scrittura sembrerebbe Zelgadiss" Gli occhi di Amelia si illuminarono. "Dà qua, dà qua svelta!" esclamò eccitata, distendendo le braccia verso l'amica bionda. Philia si precipitò sul letto, gattonando poco elegantemente fino a sedersi sul materasso accanto all'altra donna. Le consegnò il messaggio e poi attese trepidante che Amelia lo aprisse. La regina aprì la busta quasi con reverenza e ne estrasse il foglio di pergamena che vi era stato riposto dentro con grande cura e precisione. Come due ragazzine, entrambe si misero a leggere emozionate.
Philia proruppe in un sonoro grido entusiasta. "Com'è romantico!" esclamò, con gli occhi luccicanti e le mani intrecciate vicino al viso inclinato in una posa sognante. "E' un biglietto così carino!!!" "Già" mormorò Amelia con un sorriso, rileggendo la pergamena per la seconda volta. "Sei fortunata ad avere Zelgadiss" esclamò Philia, accarezzandole la testa con fare affettuoso. "Lo so". La regina si addormentò più tardi tenendo stretto in una mano il biglietto del marito. Della tisana prescritta da Migazia non ci fu bisogno e anche se ce ne fosse stato, Philia - d'accordo con l'amica - l'aveva già buttata tutta nel lavandino del bagno..... Contemporaneamente... Castello del Re dei draghi di Fuoco, nelle terre a sud Oltre la Barriera. "Cronache Antiche: trattato di scritture ancestrali" Vrabazard chiuse di scatto il libro e si voltò con aria leggermente sconvolta verso la figura accanto a sè. Valwin sorrise, lanciando occhiate sbilenche alla mano del Drago di Fuoco che ingenuamente copriva il titolo del libro che stava leggendo. Valwin aveva l'aspetto di un anziano signore sulla sessantina. Alto e magro, ma dall'aria robusta, aveva sul viso un'espressione perennemente ironica che neanche la lunga barba azzurra, che scendeva fin quasi a terra, riusciva a nascondere. Valwin era placido e calmo, sempre proiettato verso altre cose. Poco avvezzo alla politica a cui i suoi fratelli sembravano essersi dedicati, era del tutto disinteressato al potere o ai modi di conquistarlo e dotato di una curiosità infinita che spiegava senza dubbio il suo arrivo a sorpresa alle spalle di Vrabazard. "Bussare non si usa più?" esclamò secco il drago di fuoco, cercando di ricomporsi e di riordinare i fogli che aveva sparso sul tavolo. "La porta era aperta" commentò velocemente Valwin, indicando con un gesto della mano l'entrata della stanza. "Che stai leggendo?" Chiese poi con una faccia tosta spaventosa, intrecciando le mani dietro la schiena e inclinandosi verso il tavolo. L'altro drago gli lanciò un'occhiata irritata e coprì il libro in questione con altri tre o quattro tomi che erano aperti sul tavolo. Poi spostò l'intera pila più avanti. "Come se non avessi già ficcato il naso dove non dovevi, non è così?" rispose indispettito. Valwin si limitò a sorridere e a tornare in posizione eretta. "Cronache Antiche: trattato di scritture ancestrali" ripetè, ricordando il titolo appena letto. "Ti sei dato alle letture impegnate, vedo..." "Hmpf...non sono affari tuoi" sibilò Vrabazard. "Allora che cosa vuoi?" Valwin si strinse nelle spalle. "Niente in particolare, passavo da queste parti" rispose. "Quei libri non ti serviranno mica a trovare il Diario del Tempo che Scorre vero?" Vrabazard sollevò di scatto la testa e fissò Valwin, che però stava ridacchiano e scuotendo la testa. "Eddai non mi guardare così! Sto scherzando!" esclamò "So bene che non esiste! E certo non credo che uno come te si metta a cercarlo" Vrabazard non rispose, ma tornò a fissare i suoi appunti. "Secondo alcuni testi antichi esiste davvero" commentò, cercando di assumere un tono il più scettico possibile. Valwin si lasciò andare su una delle sedie intorno al tavolo, ridacchiando ancora leggermente. "Non sono testi, sono solo vecchi frammenti di carta rinvenuti tra le nevi di un ghiacciaio" commentò "Non mi sembra che ci siano gli estremi per definirli testi. Nè tantomeno per definirli attendibili" "Sembra che tu sappia molto sull'argomento" commentò Vrabazard alzandosi e radunando le sue cose in un enorme sacca di cuoio rettangolare. "E' una vecchia leggenda e a me piacciono le vecchie leggende" rispose Valwin sorridendo. "Inoltre questa è particolarmete articolata" "Vale a dire?" Valwin disegnò un cerchio nell'aria con la mano, materializzando un enorme libro azzurro dal nulla. "...Si dice che il libro abbia una volontà propria e che sia in grado di cercare per anni il proprietario a cui è destinato" lesse. "Qui narrerò delle vicende che lo hanno visto coinvolto e del suo lungo viaggio, che ancora continua.." Il drago dell'aria sollevò la testa, sgranò gli occhi e per un istante le sue iridi azzurre s'ingrandirono per poi tornare normali. "E' affascinante come inizio, non trovi?" commentò. Vrabazard rimase ad osservarlo per qualche istante prima di rispondere con un tono severo che faceva di tutto per nascondere un più che palese interesse per l'argomento. "Ma se mi hai appena detto che non ci credi!" Valwin si strinse nelle spalle. "Non nego che un libro su cui è scritta in dettaglio la storia del mondo, che svela i più reconditi segreti delle più ancestrali battaglie e che contiene le risposte a qualsiasi domanda sarebbe senza dubbio meraviglioso....se fosse vero" rispose "In realtà questa sua onnipotenza lo rende già di per se un falso. Ciò non toglie che la sua storia, così infarcita di romanzesche leggende, non sia in qualche modo estremamente affascinante" "Chi ha scritto quel libro?" Domandò Vrabazard, ignorando completamente il discorso dell'altro drago. "E' anonimo, come tutto quello che riguarda il Diario Del Tempo che Scorre" fu la risposta di Valwin "L'ho trovato in un mercatino oltre la barriera. E' incredibile cosa non-" "I resoconti dicono che il proprietario si limita a scrivere ciò che gli viene dettato dalla Madre in persona" insistette il drago, del tutto disinteressato a cosa si potesse trovare oggigiorno nei mercatini. Non era ambiente, quello dei mercati delle pulci, che gli interessava. Valwin ci pensò su qualche istante come se la risposta che stava cercando fosse più articolata del previsto. "In un certo senso, sì, è così" disse infine, ma il suo tono di voce era ancora un pò insicuro. "Le fonti però su questo punto sono ancora meno chiare che nel resto. Insomma ci sono tante di quelle leggende su questo diario che uno poi si perde e-" "Tu dimmene una" lo esortò seccamente Vrabazard che ancora, dopo secoli, trovava dannatamente insopportabile la parlatina di Valwin, il quale, ogni volta che apriva bocca, si perdeva in discorsi fuori tema finchè qualcuno non lo interrompeva con la forza. Valwin sollevò un sopracciglio azzurrino e gli lanciò una di quelle occhiate che Vrabazard trovava simpatiche quanto un artigliata demoniaca alle spalle. "Sbaglio o c'è un drago qui più interessato di quanto non voglia ammettere?" esclamò, con una vocina cantilenante. Il Dio Drago del Fuoco si limitò a lanciargli un'occhiata traversa, ma non rispose alla domanda. Valwin rise ma non continuò oltre. Si battè le mani sulle gambe e si alzò in piedi. "Mi piacerebbe star qui a parlarti di questa cosa - che naturalmente non t'interessa in alcun modo - ma sono atteso ad una funzione nella zona dei laghi, giù a Larkat" "Una funzione? Intendi religiosa?" Valwin annuì, stiracchiandosi poco dignitosamente ed emettendo leggeri scricchiolii alquanto inquietanti, considerato che anche il suo era un non-corpo. "Esatto. E' un tempio grazioso, appena restrutturato, con un'immensa statua di me che benedico i fedeli. Se poi ti guardi a dest-" "Ma non hai dei sacerdoti tu?" S'informò Vrabazard, che lanciava ad intervalli regolari occhiate al libro che il compagno aveva fatto apparire e aveva apparentemente dimenticato sul tavolo. "Pardon?" "Dei sacerdoti, Valwin. Qualche iniziato anziano che possa fare da tramite tra il Dio, cioè tu, e i fedeli. Insomma che faccia credere alla gente che tu sia veramente lì quando ti invocano" spiegò allora Vrabazard, che cominciava a chiedersi perchè gli fosse venuto in mente di fargli domande. "Oh, ma si certo, che domande!" Lo liquidò Valwin con un gesto della mano. "Ma non ho nient'altro da fare e poi quella chiesa è così grande che è piacevole passeggiarci. Faccio smuovere un pò l'aria, le campane divine suonano e tutti sono contenti. Perchè non mi accompagni? Scommetto che apprezzeranno l'epifania di due divinità al prezzo di una..." Seguì un lungo silenzio durante il quale Vrabazard si chiese se doveva tentare di sopprimerlo per il bene suo e del mondo, o se doveva semplicemente ignorarlo sperando che non facesse qualche danno in giro come un comune essere umano un pò troppo in avanti con gli anni. Decise per la seconda opzione, principalmente perchè questa gli avrebbe permesso di esaminare il libro senza ritinteggiare di rosso la biblioteca e poi perchè fondamentalmente di cosa facesse Valwin gli importava poco. Purchè lo facesse lontano da lui. "No, preferisco declinare l'invito. Sono sicuro che basterai tu ad infervorare gli animi dei presenti. Sono molto impegnato, al momento..." "Uhm, vedo" commentò Valwin lanciando un'occhiata alla pergamena di appunti che però l'altro drago fu più lesto a coprire. "Ad ogni modo il libro te lo presto, tanto l'ho già letto..." "Ahem..ti ringrazio" commentò Vrabazard, concludendo che quella discussione era fuoriluogo e che Valwin era una vergogna per l'intera dignità degli Dei Draghi. Era una fortuna che gli esseri umani non lo conoscessero veramente. Mentre si avviava alla porta, Valwin ridacchiò e si voltò ancora una volta. "Basta che non gli dai fuoco però!" Vrabazard rimase pietrificato dall'assoluta mancanza di contegno del Drago dell'aria, per non parlare dell'orrore della battuta. Rimase immobile, gli occhi fissi sulla sua pergamena fino a che non sentì che i passi di Valwin raggiungevano il corridoio fuori dalla porta. Poi, sicuro che fosse uscito, allungò una mano verso il libro con lo sguardo di chi non aspettava altro nella vita. "Ah, Vrabazard devi sentire questa! E' troppo bella!!" Il Dio di Fuoco sobbalzò, colto di sorpresa, quando Valwin comparve all'improvviso in mezzo alla stanza, ridendo da solo. Vrabazard lanciò un'occhiata all'altro drago che se ne stava ritto, con i piedi tallone contro tallone e ridacchiava biacicando cose incomprensibili. "Ma non te n'eri andato?" sibilò acido. "Oh, si, ma mi è venuta in mente una cosa bellissima!" spiegò Valwin e senza attendere che l'altro gli chiedesse cos'era, continuò: "Ieri entro nella sala delle riunioni e trovo Rangort. Lui come mi vede entrare mi fa 'Qual buon vento, Valwin'? Qual buon vento, capisci?" e seguì uno scroscio di riso incontrollato al quale Vrabazard non seppe come reagire. "E' la cosa più buffa che io abbia mai sentito...." Vrabazard continuò a rimanere in silenzio. Un silenzio di pietà, probabilmente. Possibile che fosse l'unico là dentro a rendersi conto di quale posizione occupasse nell'universo? Valwin, ad ogni modo, non aveva nient'altro da dire e quindi si congedò di nuovo. "Ora devo proprio andare" disse tra un altro paio di risatine. S'incamminò verso la porta per la seconda volta, salvo tornare indietro di nuovo e affacciarsi all'entrata. "Ah, Vrabazard, volevo farti i complimenti per la discussione di oggi! Gran bella prova" commentò "Gli hai tenuto testa molto bene! Peccato per la fine, ma ad essere sinceri non ci aspettavamo che tu gli rispondessi...è stato un colpo basso...." Detto questo, si dileguò diretto alla sua funzione, mente Vrabazard tentava di ritrovare la calma. Il tavolo a cui era seduto s'incrinò vistosamente sotto la stretta delle sue mani.... Più o meno nello stesso momento... Wolf Pack Island, a sud della Penisola dei Demoni. Xellos si guardò intorno con un misto di rassegnazione e tristezza. La stanza era in quella specie di caos creativo in cui Zelas di solito lasciava gli ambienti dopo che ne era uscita. Solo che questa volta sembrava che si fosse aggirata per quello studio in maniera quasi frenetica, spostando ogni cosa per rimetterla poi nel posto sbagliato. "Dopodichè dev'essere uscita per andare a rintarnarsi su quel dannato picco..." ragionò Xellos, ripercorrendo mentalmente le ultime due ore durante le quali Zelas gli aveva chiesto di lasciarla riposare. Non poteva essere certo che fosse andata così, ma c'erano buone probabilità che non si sbagliasse affatto. Entrò nella stanza lentamente, lasciando il bastone appoggiato al vano della porta, in barba a chi pensava che non se ne separasse mai. Lo studio era di dimensioni relativamente piccole rispetto alle altre stanze del castello, ma ancora molto spazioso. Xellos si chinò a raccogliere un paio di libri finiti per terra e dopo aver dato una veloce occhiata ai titoli li ripose sullo scaffale di una piccola libreria di legno lucido. Osservò la quantità esorbitante di fogli che erano sparsi sui mobili, sul pavimento e sulla scrivania chiedendosi quanto ci avrebbe messo a rimettere ogni cosa al suo posto. Notò il suo diario aperto su uno dei mobili più bassi. La tentazione di dare anche solo un'occhiata a quelle pagine era veramente forte ma lui era troppo rispettoso per azzardarsi a farlo. Lo richiuse con un gesto discreto e lo spostò quel tanto che bastava per assicurarsi che non cadesse, in bilico com'era. Una demone che tiene un diario personale era senza dubbio un caso eccezionale ma Zelas era sufficentemente eccentrica per una cosa simile. Inoltre le piaceva scrivere. Le labbra gli s'incresparono in un sorriso al ricordo di Zelas che inforcava un paio di occhiali e metteva su carta i suoi pensieri con quella sua elegante calligrafia lievemente inclinata verso destra e costellata di occhielli voluttuosi. L'immagine era un pò abbellita dall'affetto magari, ma abbastanza fedele all'originale. Era una versione della Beastmaster, quella, che pochi avevano avuto occasione di vedere e lui era molto orgoglioso di far parte della ristretta cerchia di persone. Ora come ora, ad ogni modo, non scriveva più così spesso, ma c'era stato un periodo in cui mettere su carta qualsiasi cosa le passasse per la testa era il suo unico hobby. Se non si sbagliava, doveva esserci un mazzo di sue vecchie poesie sul fondo di qualche angoliera giù nella stanza del trono. Si ripromise di controllare. Raccolse da terra un paio di abiti e se li appoggiò sull'incavo del braccio sinistro con il gesto abituale di una massaia che si appresta a raccogliere i panni per fare il bucato. Zelas non aveva l'abitudine di spogliarsi mentre avanzava di stanza in stanza, come probabilmente chiunque l'avesse conosciuta anche solo una volta sperava di vederle fare: si limitava molto più semplicemente a disseminare vestiti in tutte le stanze per avere sempre di che cambiarmi senza dover raggiungere l'armadio aveva spiegato tranquillamente a Xellos, quando il subordinato le aveva chiesto perchè c'erano così tanti vestiti puliti a giro per il castello. In realtà Zelas era perfettamente in grado di modificare il vestito che aveva addosso senza doverlo necessariamente togliere, ma non le piaceva farlo. Adorava sentire la stoffa scorrerle addosso quando si infilava i vestiti. Le piaceva indossarli e allacciarne i bottoni o i nastri. Adorava tutte quelle piccole operazioni che venivano completamente annullate nel processo di trasformazione. Quindi, se la situazione non le imponeva una certa fretta o non era eccessivamente arrabbiata, preferiva vestirsi come qualsiasi altro essere umano sulla penisola e provava anche piacere nel farlo. Xellos recuperò da sotto la poltrona due reggiseni senza battere ciglio: compiere quel tipo di operazione almeno una volta alla settimana per quasi mille anni ti assicurava un certo autocontrollo in materia. Mentre lanciava occhiate in giro assicurandosi di non aver scordato niente e spostando gli oggetti al loro posto man mano che faceva il giro dello studio, vide la collezione di armi bianche, della quale si era completamente dimenticato. Erano molte, alcune anche estremamente vecchie e preziose. Zelas aveva rinchiuso le più pregiate in robuste teche di vetro per evitare di romperle con le proprie mani, le altre le aveva appoggiate un pò ovunque. A volte anche accatastate le une sulle altre. Non era il metodo adatto per ordinare una collezione di quel tipo, ma rientrava alla perfezione nel comportamento di Zelas. C'erano alcune centinaia di asce e un numero non meglio precisato di spade e spadini. Xellos si era più volte offerto di catalogare ogni pezzo ma la demone aveva risposto che non c'era assolutamente bisogno di farlo dal momento che lei ricordava alla perfezione tutto ciò che c'era in quel mucchio di ferro. E probabilmente era vero. Zelas aveva una buona memoria che però finiva per fare letteralmente a pugni con la sua millenaria e proverbiale disorganizzazione. Xellos comunque tendeva a pensare che si trattasse di poca voglia di organizzarsi piuttosto che di disorganizzazione vera e propria. La sua master era estremamente furba ed intelligente ma dotata di un'elevata quantità di pigrizia che bloccava qualsiasi iniziativa raggiungesse la sua testolina bionda. Come al solito si era lasciato trasportare, divagando su argomenti e sensazioni che al momento presente avevano ben poca importanza. A riportarlo alla realtà fu un particolare. Il gruppo di lance era incompleto: ce n'erano solo quattro appese al loro sostegno sul muro. Xellos ci ragionò su per qualche istante chiedendosi se Zelas non avesse usato proprio la quinta mancante per la caccia notturna di quella notte. Ma non riuscì a ricordare se la lancia che aveva visto rotolare in camera da letto quella mattina fosse la stessa che faceva parte di quel gruppo lì. Scosse la testa, con ogni probabilità era così. Era già capitato in passato che la sua master si servisse di una di quelle piuttosto che usare la solita, molto più vecchia e consumata. Forse la lancia era ancora sul tappeto della camera da letto, o forse Zelas la stava lavando dal sangue in quel momento. Il demone scosse la testa e lanciò un ultima occhiata alla stanza, poi richiuse la porta. Una volta recuperato il bastone con una mano, si avviò lungo il corridoio scuro. Si chiese dove si fosse rifugiata questa volta, mentre lui faceva il giro delle stanze in cerca di qualcosa da rimettere a posto. Aveva iniziato a riassettare il castello tanto per occupare la mente con cose meno importanti. Sapeva che se si fosse concentrato sul suo capo avrebbe fatto di tutto pur di farla parlare ed era più che evidente che lei non voleva. Vederla scivolare di nuovo nell'apatia e non poter far niente per fermarla era irritante. Xellos lasciò i panni sporchi sulla prima poltrona che incontrò. No, non c'era niente da fare. Non era proprio dell'umore adatto per fare il bucato nè per fare nessun'altra faccenda domestica. Si fermò, passandosi una mano fra i capelli neri e voltò la testa per scoprire di essere di fronte al grande specchio dell'atrio. La sua figura nello specchio era avvolta nell'ombra del corridoio. Solo gli occhi viola spiccavano accesi. "Master" provò a chiamarla mentalmente, muovendo le labbra come per dare più forza a quel richiamo. Rimase in attesa, immobile nel silenzio, a fissare la sua stessa immagine che ricambiava lo sguardo stanca e inquieta. Poi tentò ancora. "Master" Zelas non rispose ma gli fece sapere che era in ascolto. Fu come sentire il suo respiro sul collo e contemporaneamente sentirla così lontana da non sapere dove cercare. Xellos capì che era disposta ad ascoltare quello che aveva da dirle. "Non devi più aver paura" esclamò deciso, come se avesse provato e riprovato quel discorso per ore e fosse sicuro di ciò che diceva. "Non tornerà" Sperò che la demone replicasse, ma non lo fece. Xellos si slanciò in avanti nel corridoio, gesticolando come se lei fosse stata là davanti. "E anche se tornasse, ora potrei difenderti. Sono in grado di farlo e tu lo sai!" fece una pausa, ansimando come se avesse fatto chissà quale sforzo. "Qualsiasi alleato abbia trovato, non gli permetterò di entrare qua dentro una seconda volta" Il subordinato rimase a fissare il vuoto cercando di individuarla, ma era impossibile se lei aveva deciso di non fargli sapere dov'era. Lui per lei era un libro aperto, ma non valeva il contrario. Passarono minuti prima che Xellos decidesse di rinunciare ad una risposta. Se non altro era stata a sentirlo, ne era sicuro e forse questo sarebbe bastato. Si chinò a raccogliere i panni lasciati sulla poltrona. Xel, chiamò all'improvviso la voce stanca di Zelas. Il subordinato quasi sorrise nel sentirla parlare. "Si, master?" E' pronto il mio vestito per domani? Il viso di Xellos si scurì. "Non ancora. Qualche preferenza?" rispose poi, professionale. Il suo tono risuonò indispettito e un pò offeso. Zelas se ne accorse. Xel, ho ascoltato quello che mi hai detto e l'ho apprezzato. Mi fido di te e della tua abilità nel proteggere me e questo castello. Non ho mai messo in dubbio la tua lealtà, credimi. Devi darmi solo un pò di tempo, ne ho bisogno. "Me lo diresti se avessi bisogno di me?" chiese allora Xellos. Zelas sospirò. E lui sentì quel sospiro nei suoi pensieri. Io HO bisogno di te, Xellos. Cosa ti fa- "Dico se.." Si, ti chiamerei. |
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| capitolo 09 - DUE LUCERTOLE CON UN PURE' |