capitolo 09 - DUE LUCERTOLE CON UN PURE'
(The amazing smashed potatoes)
Antalaha, ai confini del Deserto della Distruzione.

Antalaha era l'unica città che fosse riuscita a prosperare nel Deserto della Distruzione. Era la meta e l'arrivo di tutti i nomadi del deserto, il luogo in cui potevano vendere le loro bestie e comprare ciò che serviva loro per sopravvivere durante i lunghi viaggi attraverso le sabbie aride.
La città dalle piccole case rettangolari e dal tetto piatto si era sviluppata intorno al mercato che era la sua unica vera fonte di ricchezza. Quasi tutti gli abitanti erano mercanti e chi non lo era, generalmente, sfruttava il mercato per vivere derubando chi veniva a comprare. In un modo o nell'altro la gente di Antalaha era strettamente legata alle centinaia di bancarelle colorate che riempivano quelle stradine strette e polverose, sempre battute dal sole ad ogni ora del giorno.
Il mercato riempiva la piazza rotonda e poi sembrava scivolare a raggiera attraverso i viottoli e le contrade che come vene si aprivano ai lati dell'unica piazza principale, colorandosi di rossi e di azzurri opachi. I venditori gridavano, decantando le bellezze della loro merce e chi veniva a vederla gridava in risposta le domande di rito sul prezzo e sulla qualità. La città sembrava animarsi con quelle urla chiassose che riempivano l'aria tutte assieme creando un rumore continuo e frastornante.
Ad Antalaha potevi trovarci qualsiasi cosa, se sapevi dove cercare. I venditori di stoffe e quelli di spezie vendevano anche ciò che non ti aspettavi se offrivi loro abbastanza denaro. Era il paradiso e l'inferno, a seconda di chi ti trovavi davanti. Un posto incantato e pericoloso che attirava ogni giorno centinaia di persone e altrettante ne faceva sparire, per un motivo o per un altro.
"Aiko aspetta!" Phibrizio tentò di afferrarla per un polso ma la ragazza era già sparita, inghiottita dalla marea umana che a quell'ora occupava la piazza.
"Maledizione!" il demone imprecò, digrignando i denti nervoso. Odiava quel posto pieno di sole e di persone. Ed odiava essere costretto ad andarci, doveva pur esserci un modo di dirle di no qualche volta! Si ripromise di pensarci attentamente una volta che l'avesse ritrovata. L'ultima volta che erano stati in quel mercato, Aiko si era persa tre volte e ritrovarla era stata un'impresa. Mentre la cercava, avevano tentato di derubarlo almeno sei volte e quattro di quei rapinatori avevano provato a tagliargli la gola quando non avevano trovato nessuna borsa di denaro appesa alla sua cintura. Tralasciando il fatto che non avevano tovato neanche la cintura. Scosse la testa, sperando di non dover tramortire nessuno stavolta. Si affrettò a calarsi sul viso l'ampio cappuccio nero che gli lasciava scoperte soltanto le labbra pallide e uscì dall'ombra protettiva dei portici per farsi inghiottire dalla confusione. Il sole bruciava ancora, nonostante fossero passate da un pezzo le due, lo sentiva attraverso la stoffa ruvida del mantello e dei vestiti che usava per uscire di giorno. Con gli occhi schermati da una benda di raso nero legata intorno alla testa e dal cappuccio, finse di guardarsi intorno mentre si sforzava di percepire Aiko in mezzo a tutta quella gente. Cercò di concentrarsi e di isolare la presenza della ragazza ma era un tentativo inutile in mezzo a tutte quelle persone. C'erano troppi profumi e troppi suoni a distrarlo ed era ancora presto per pretendere di utilizzare a pieno quella capacità in un luogo che presentava così tante possibilità di errore. "Non startene impalato in mezzo alla strada, ragazzino!" una donna grassa lo spintonò violentemente, interrompendo così il briciolo di concentrazione che aveva faticosamente raggiunto. Le urla del mercato che era riuscito ad estraniare ritornarono in unico boato improvviso, esplodendogli in testa e innescando il processo esattamente contrario. La sua capacità percettiva si espanse oltre la piazza, utilizzando tutto il potere di cui era a disposizione. L'istante successivo fu investito da centinaia di conversazioni diverse, ritmate dal battito costante di decine e decine di cuori.
Phibrizio cadde in ginocchio con la testa tra le mani e per un lungo interminabile momento sentì la sua mente perdersi nel dolore intenso che tutte quelle informazioni gli procuravano. Si lasciò cadere a terra, digriginando i denti. La gente gli si fece intorno, formando un capanello a cui pian piano andò ad aggiungersi altra gente che lo indicava e si chiedeva se fosse ubriaco o cos'altro. Più le persone parlavano, più rumori andavano ad aggiungersi al caos che i suoi poteri avevano scatenato nel suo cervello e che non sapeva più come tenere a bada. Un posto come quello non era il luogo migliore dove avere una crisi simile.


Aiko non sapeva nemmeno da che parte guardare.
Il mercato era pieno di così tante cose irresistibilmente attraenti che finiva per gironzolare da una bancarella all'altra senza sapersi decidere su cosa comprare. Avvolta in un abito azzurro dai ricami neri, camminava lentamente osservando con minuziosa attenzione tutte le bancarelle alle quali passava davanti. Aveva i capelli legati in una curiosa treccia a quattro capi, intrecciata con due nastri di raso bianco che risaltavano quasi abbaglianti sulle sue ciocche corvine. Era difficile non notare lo sguardo entusiasta in quegli occhi neri e le labbra appena appena imbronciate mentre, immune ai richiami invitanti dei venditori, si fermava ogni volta che qualcosa catturava la sua attenzione.
La voce dei mercanti che le chiedevano di testare la merce le scivola addosso senza che lei se ne accorgesse, mentre passava in rassegna la bancarella successiva, sulla quale era esposta una serie di cianfrusaglie inqualificabili che però brillavano abbastanza da farle decidere di fermarsi a dare un'ulteriore occhiata.
L'uomo dietro al banco stava rovistando freneticamente in un sacco di tela nera che teneva appoggiato su uno sgabello al suo fianco. Sembrava completamente immerso nei suoi problemi, che dovevano essere piuttosto seri a giudicare dall'espressione che aveva in viso. Ma quando la vide avvicinarsi e allungare le mani su uno specchio in ferro battuto lasciò perdere il sacco e si fece comparire sul viso un sorriso smagliante, che mise in mostra una riunione di denti cariati. Si affrettò a prenderle di mano l'oggetto per andare poi ad elencarle tutte le sue indubbie qualità.
Aiko seguì con lo sguardo lo specchio che pochi attimi prima era di fronte a lei e fu solo per quello che gli sforzi di fantasia del venditore non andarono sprecati. L'uomo aveva labbra sottili e rossicce che si muovevano velocemente, mentre i suoi occhi non si staccavano mai da lei come se volesse ipnotizzarla. Aiko ne dedusse che doveva essere abituato a raccontare storie perchè da quando aveva iniziato a parlare non aveva avuto un solo attimo di esitazione. Aveva pronunciato fiumi di parole senza mai interrompersi in un unico, continuo movimento di labbra.
Mentre parlava, la parte sinistra del viso gli si contraeva ritmicamente ad intervalli regolari. Era un tipo nervoso, senza dubbio.
Secondo quello che stava dicendo, quello specchio era stato creato dalla regina degli elfi come dono di amicizia per il popolo dei draghi dorati. Ma il prezioso oggetto fatto di ferro e di una punta di orialchon era andato perduto all'inizio della Kouma Sensou, durante la prima battaglia che aveva visto coinvolte tutte le creature della penisola. Per anni elfi e draghi lo aveva cercato senza riuscire a trovarlo, fino a che si erano rassegnati ad averlo perso per sempre. A recuperarlo ottocento anni prima, ormai polveroso e incrostato era stato un cavaliere di ventura chiamato Warren che lo aveva ripulito e riparato là dove si era incrinato e quindi lo aveva offerto alla sua sposa come regalo di nozze. Da quel momento in poi lo specchio era divenuto un oggetto prezioso che veniva tramandato da madre in figlia a tutte le primogenite femmine discendenti di quel valoroso cavaliere, fino all'ultima, Elahym, che era morta in circostanze misteriose e truculente insieme al marito Adrian.
Arrivato a questa parte della storia, impugnò lo specchio in modo che la luce del sole ci battesse sopra e baluginasse sul viso assorto di Aiko. La ragazzina trasalì, presa com'era dal racconto poi strizzò un attimo gli occhi prima di decidere che lo specchio sarebbe stato l'acquisto giusto della giornata. Senza stare a guardare oltre il venditore, si slacciò dalla cintura di corda un piccolo sacchettino di stoffa morbida e ne riversò l'intero contenuto sul banco dopo aver spostato un paio di portacandele per farsi spazio.
Il mercante si vide rovesciare davanti agli occhi decine di conchiglie, biglie, nastri colorati e alcune pietre preziose così grosse da valere ben oltre il valore dello specchio. Come se nulla fosse, Aiko ne afferrò un paio e gliele porse, rimettendo poi il resto delle sue cose nel sacchettino. Mentre l'uomo, stravolto, fissava inebetito le pietre solo lontanamente conscio di aver appena ricevuto più soldi di quanti ne avrebbe potuti fare in una settimana, la ragazzina fece leva sul banco con una mano e si riprese lo specchio tranquillamente.
Fece per andarse ma qualcosa sommerso da anfore di terracotta baluginò, colpito dal sole. Aiko rimase a fissare quella luce bluastra, poi spostò le anfore con delicatezza rinvenendo l'oggetto più bello che avesse mai visto in tutta la sua vita.


"Ti senti bene? Hey, ci sei?"
Phibrizio sentì una voce attraverso il frastuono che aveva in testa ma il dolore era ancora troppo martellante per distinguere le parole.
Aprì gli occhi e fu accolto dal nero del cappuccio, che gli apparve molto più accogliente di quanto desiderasse. Mugolò qualcosa di arrabbiato e di incomprensibile agli orecchi umani mentre si alzava a fatica.
"Allora sei vivo ragazzino!" esclamò la solita voce.
Il rumore nella sua mente andava scemando: l'ambiente lo stava assorbendo di nuovo, liberandolo da quella tortura. Accanto a lui c'era la stessa donna che l'aveva spintonato e un gruppo di persone sconosciute che mormoravano bisbigli al suo indirizzo. Li ignorò, cercando di fare mente locale.
"Dove siamo?" esclamò, con lo sguardo fisso davanti a sè anche se l'enorme donna gli stava di fianco.
"Che domande sono?" gridò quella, con una voce chiassosa e gutturale. "Non ci sei venuto con le tue gambe qui? Siamo ad Antalaha, ragazzino! Hai battute la testa per caso?"
Quel nome rimise a posto tutti i frammenti sconnessi in cui la sua memoria si era temporaneamente frantumata e ricordò tutto: il mercato, la folla..
"Aiko!" sibilò, scansando la sua interlocutrice.
La donna agitò le mani sopra la testa in gestacci convulsi. "Hey, che maniere!!" gli ululò dietro, mentre lui spariva tra la folla ignorandola totalmente. In genere le crisi non duravano molto e sperò che questa non avesse fatto eccezione. Più tempo passava e meno probabilità aveva di trovarla lì intorno. Evitò a priori tutte le bancarelle che vendevano cibo, ma non quelle che esponevano dolci. Aiko ne inghiottiva in quantità draconiche e ancora c'era chi si chiedeva (lui per primo) dove riuscisse a farle sparire senza ingrassare di mezzo grammo. Escludendo anche le bancarelle che vendevano armi bianche, che non le interessavano, e quelle che vendevano animali da trasporto come i cammelli, che non erano bestie sufficentemente tenere per suscitare in lei qualche attrazione, non gli rimaneva altro che esaminare tutti i banchi di cianfrusaglie, di stoffe, di vestiti, e di monili che rappresentavano circa l'ottanta percento di quelli presenti. "Al diavolo questo schifoso mercato" imprecò di nuovo, spaventando un paio di ragazze che in quel momento gli passavano accanto. C'erano decine di posti in cui Aiko poteva trovarsi e alla velocità con la quale era solita spostarsi, sarebbe stato difficile trovarsi nel posto giusto al momento giusto mentre lei passava di lì. Continuò a passo svelto guardandosi intorno agitato e scrutando i visi delle persone da sotto il cappuccio. La gente prese a guardarlo di traverso, scansandolo quando poteva e girando la testa dall'altra parte se invece per sbaglio lo sfiorava. "La prossima volta la lego..." concluse deciso, sempre ragionando ad alta voce mentre, svoltando, imboccava senza saperlo la strada che gli serviva.


Adagiata sulla fodera nera della sua scatola di legno, c'era una farfalla dalle ali fragili.
L'anima del fermacapelli era di ferro ma la farfalla montata sopra era un prezioso, piccolo gioiellino di cristallo, decorato da gocce di pietra azzurro cielo. Aveva due minuscole antenne dorate e le ali piegate, colte nell'attimo di spiccare il volo. La superfice trasparente era attraversata dalla luce del sole e formava brevi tracce di arcobaleno sul banco grigio. Aiko rimase incantata dalle forme perfette della farfalla che sembrava viva e pronta a volare via ancora una volta, dopo aver sfiorato per un istante il fermacapelli.
Allungò le dita per tracciare i contorni del gioiello, poi sollevò con cura la scatola e la mostrò al venditore, aggiungendo anche quella alla lista dei suoi acquisti. L'uomo, che si era ormai più che ripreso dallo stordimento precedente, pensò bene di sfruttare ulteriormente l'ingenuità di quella ragazzina ricca che, fortuna sua, quel giorno sembrava viaggiare da sola. Le fece sapere che c'era un altro prezzo da pagare per quel secondo oggetto che aveva intenzione di portarsi a casa. Aiko annuì, tranquilla. Chiuse la scatola, come a nascondere il suo prezioso contenuto agli altri avventori e mise mano una seconda volta al suo sacchetto pieno di cianfrusaglie e pietre preziose.
Questa volta le pietre che estrasse erano un pò più piccole, ma erano quattro e più che sufficenti a pagare il fermacapelli. In totale avrebbe potuto portarsi via almeno un'altra decina di oggetti di medio valore. L'uomo fece per arraffare le pietre con un ghigno sul viso, ma qualcuno gli strinse il polso con fermezza impedendogli di farlo.
"Credo che ti abbia già pagato a sufficenza sia per lo specchio che per il fermaglio con i due zaffiri che stringi ancora in mano" spiegò lentamente il nuovo arrivato. Aiko notò la scena e sollevò lo sguardo, riconoscendo Phibrizio sotto a quel mantello nero. Sorrise.
"Io non credo" esclamò l'uomo, tentando di liberare il polso. "Lo specchio è molto prezioso"
"Se fosse così prezioso certo lo avresti già venduto a chi traffica in questa roba" commentò il demone. "E' solo un volgare specchio di ferro che non possiede neanche il più lontano valore artistico"
L'uomo sentì la pelle bruciare leggeremente e deglutì. "C'è dell'orialchon mischiato al ferro che compone l'impugnatura di quell'affare"
Intorno al polso dell'uomo cinque unghie candide e curate si allungarono mutandosi in altrettanti, ricurvi unghielli affilati. "Io sostengo di no. Possibile che mi sbagli?" chiese con calma l'Hellmaster. Fu soltanto un istante, poi le unghie tornarono normali. Il mercante credette di aver sognato, ma non volle assicurarsi che fosse così e annuì. "Certo, andate pure" balbettò.
"Allora il pagamento è sufficente per i due oggetti che abbiamo acquistato?" Chiese ancora Phibrizio con cortesia e un sorriso leggero.
L'uomo annuì, deglutendo. Il suo tic si era fatto molto più accentuato. "Sì, signore. Senza dubbio" Si affrettò a mettersi le pietre azzurre in tasca, unico e abbondante pagamento per le prime due vendite del pomeriggio. "P-passate una buona giornata signore"
Aiko rimise al suo posto il sacchetto e mise la scatola del fermacapelli e lo specchio nella borsa di pelle che portava a tracolla. Phibrizio la prese per mano e la scortò fuori dalla piazza, aspettando di essere lontano dalla bancarella dell'uomo e da sguardi indiscreti prima di fermarsi e farla voltare verso di sè.
Si può sapere cosa ti è preso? le domandò, in una sequenza di gesti che eseguì velocemente, dimostrando di esserci abituato. Se erano fuori casa era più facile che le parlasse attraverso il linguaggio dei segni, c'erano meno probabilità che la gente capisse cosa le stava dicendo. In questo modo non rischiava di dire cose che potevano essere potenzialmente pericolose per lui o per lei. Dopotutto era uno dei cinque dark lord e non stava neanche troppo bene, non voleva che il resto del mondo sapesse i fatti suoi.
Lei roteò il pugno chiuso intorno al proprio cuore. Mi dispiace.
Si guardò per un istante la punta dei piedi infilati in un paio di stivali di pelle che si afflosciavano in tante piccole e armoniche pieghe, poi tornò a fissare Phibrizio negli occhi.
Il pollice e il mignolo sollevati, Phibrizio indicò se stesso e poi lei un paio di volte. Anche a me.
Aiko si rese conto che era realmente arrabbiato con lei: doveva essersi allontanata più di quanto avesse creduto. Comunque non fece in tempo a giustificarsi perchè Phibrizio indicò se stesso, poi sollevò il palmo aperto e rivolto verso di sè all'altezza della spalla destra per poi toccarsi la fronte con le cinque dita e uno sguardo serio. Ero preoccupato.
Aiko puntualizzò che non le era successo niente, portando poi le mani sui fianchi con un gesto deciso tanto perchè fosse chiaro che le dispiaceva averlo fatto preoccupare ma che lei sapeva badare a se stessa.
Phibrizio la guardò per qualche istante, avvolta in quell'abito largo che la rendeva simile ad una bella bambola di porcellana, e sorrise scuotendo la testa. Era semplicemente irresistibile. Si chinò per baciarla sulle labbra a tradimento.
Poi aggiunse che dovevano sbrigarsi perchè avevano ancora un abito da comprare e lei annuì, strappandogli un altro bacio prima di prenderlo nuovamente per mano e avviarsi lungo il mercato ancora una volta.


Castello del Re dei draghi di Fuoco, nelle terre a sud Oltre la Barriera.

Avvolto nella penombra del tardo pomeriggio, Vrabazard leggeva. Seduto al tavolo della biblioteca di palazzo scorreva veloce il testo scritto in caratteri fitti e minuti. Da quando Valwin aveva lasciato la stanza, abbandonandolo di nuovo alla quiete iniziale, il drago di fuoco non aveva mai staccato gli occhi dal volume alla spasmodica ricerca di un'informazione che non riusciva a trovare.
Il sole entrava obliquo dalla finestra, illuminando solo uno spicchio di tavolo mentre il resto della stanza era immerso in una luce pesante e ambrata che sembrava illuminare a fatica gli oggetti. Lo scricchiolio di pagine girate era l'unico suono udibile, Vrabazard sembrava non respirare nemmeno.
Il libro era scritto come un romanzo ma con la pretesa di raccontare cose vere. Narrava le origini del Diario, la sua funzione e ne seguiva il percorso che dalla nascita, nel Mare del Chaos, lo aveva portato in giro per il mondo nelle mani di persone molto diverse tra loro, ognuna con una vita bizzarra che era stata minuziosamente descritta sulle pagine di quel trattato.
"Una manciata di informazioni inutili" sibilò Vrabazard girando l'ennesima pagina. Quando lesse il nome di un altro possessore gli occhi gli si accesero di rabbia. "COMPLETAMENTE INUTILE!" gridò, scaraventando a terra il libro che si aprì ad una pagina nella metà che ancora il drago non aveva letto. "UN INSULSO RACCONTO PRIVO DI UTILITA'" urlò ancora, gettando a terra la sedia e un calamaio col pennino che si trovava lì accanto. L'inchiostro si rovesciò sul tappeto. "MALEDIZIONE!"
Quelle grida e il fracasso attirarono due vestali che giunsero di corsa nella stanza, per fermarsi allibite sulla soglia di fronte alla scena dell'anziano dio drago che imprecava facendo scempio della biblioteca.
"Vostra Grazia, state bene?" mormorò la prima, giovanissima.
La più anziana invece non sembrò affatto colpita dalla scena. Con una mano sullo stipite, lasciò vagare lo sguardo per la stanza, inquadrando immediatamente la situazione. "Vrabazard" esclamò con voce severa e leggermente rauca.
Il drago si fermò, come colpito da quel richiamo. Il suo viso si distese, pur mantenendo quell'espressione dura. Si voltò verso la vestale, respirava affannosamente e aveva i capelli spettinati per la foga. "Cosa ci fai tu qui?" Sibilò.
La donna non rispose ma continuò a fissarlo con uno sguardo pieno di significato. La più giovane sembrava sempre più spaesata. Fece per entrare e raccogliere ciò che era caduto a terra ma l'altra donna la trattenne per un polso. La giovane alzò lo sguardo interrogativo.
"Puoi andare adesso" le ordinò la compagna più matura.
"Ma signora Jemina" mormorò incerta e lamentosa la ragazzina. "Tutte queste cose..."
La donna sembrò spazientirsi, le indicò il corridoio con un gesto secco del braccio al quale la ragazza si ritrasse spaventata. "Ti ho detto di andare, ubbidisci cretina"
La giovane vestale lanciò prima uno sguardo a Vrabazard poi annuì frettolosamente e sparì nel corridoio. Jemina si voltò di nuovo verso il drago ed entrò nella stanza, chiudendosi la porta alle spalle. Vrabazard, ad ogni modo, non si dimostrò più gentile solo perchè erano rimasti soli. "Ti ho chiesto cosa ci fai qui, Jemina" sibilò ancora, rimettendosi a posto una ciocca di capelli grigi con un gesto affettato.
La donna raccolse da terra la sedia e la rimise al suo posto. "Avevo una notizia urgente da darti" rispose, guardandolo come se quel tono non avesse avuto alcun effetto su di lei.
"Tanto urgente da indurti a violare il mio preciso divieto di venire qui oggi?" chiese lui. "Spero per te che sia veramente importante perchè inizio a trovare intollerabile questo tuo atteggiamento irrispettoso"
La donna sorrise. Aveva un fisico piuttosto possente per essere una donna e in quanto a muscolatura era ben più grossa di Vrabazard, il che le dava un'aria un pò inquietante accanto al dio drago che era così mingherlino. Agli occhi di chi non conosceva la vera identità del drago, sarebbe apparsa ben più pericolosa lei. "Se la metti così, immagino che non t'interessi sapere che ho trovato questa nella Sala" disse con aria di sfida.
Estrasse qualcosa dalla tasca dell'ampio abito bianco da Vestale di Palazzo e la mostrò sul palmo aperto della mano. Vrabazard lanciò prima un'occhiata al viso divertito di lei e poi a quella mano dalle unghie lunghe e laccate di rosso, sul quale troneggiava una moneta d'oro dall'aspetto antico, profondamente incisa con piccoli simboli posti ordinatamente uno accanto all'altro.
"E' un segno" commentò lei. "Anzi, un biglietto d'addio direi"
Vrabazard la guardò e rimase in silenzio per qualche istante, due dita ancora appoggiate sulla moneta nella mano di lei. "Sei sicura che sia la sua?" Chiese alla fine.
La donna chiuse di scatto la mano, strappandogli da sotto gli occhi la moneta "Credi che io sia una stupida?" Esclamò.
"Non sarebbe la prima volta che ti sbagli" specificò lui, irritante.
Jemina ringhiò inviperita, scaraventando la moneta sul tavolo. Quella rimbalzò un paio di volte tintinnando poi si fermò a girare su se stessa. "E' LA SUA MONETA, MALEDIZIONE!"
Il drago fermò il pezzo d'oro con una mano, appiattendolo sul piano del tavolo. "Smettila con questi isterismi, sei ridicola" commentò con aria apatica, guardandola quasi con pietà.
Lei non sembrò gradire quello sguardo. "Comunque sia se n'è andato" esclamò con voce canzonatoria "Ti ha mollato. Adieu. Bye Bye. Ja ne. Evidentemente non sei riuscito a fargli troppa paura"
Vrabazard fremette di rabbia. Strinse la mano a pugno, come se volesse colpire la donna ma si trattenne. "Taci irriverente!" esclamò, alzando il tono di voce. "Non so cosa mi trattenga dal cacciarti!"
Lei si sedette sulla poltrona, tornando calma come quando era entrata. Si passò un dito sulle labbra con aria pensierosa e poi sorrise. "Forse il fatto che sono indispensabile?"
Lui le lanciò un'occhiata di traverso. "Non ti illudere" rispose. "Piuttosto, ha rubato qualcosa?"
Jemina scosse la testa. "Niente di importante. Qualche provvista dalla dispensa e un'otre"
"Si è messo in viaggio, allora" commentò intelligentemente il Dio Drago. "Non ha preso cavalli?"
La donna scosse la testa. "No, niente cavalcature" sorrise divertita. "Si sta muovendo a piedi, con cibo e acqua sufficenti al massimo per tre giorni. Se esco a cercarlo lo troverò entro un paio d'ore"
Vrabazard fissava la libreria, ma sembrava tranquillo nonostante la notizia. "Sarebbe soltanto uno spreco di tempo e di fatica. E' solo uno stupido, si accorgerà dell'errore che ha fatto quando lo ammazzeranno"
Jemina era stupita. Si era aspettata di vederlo montare su tutte le furie a quella notizia. "Ma potrebbe chiedere aiuto a qualcun altro!" insistette, come se non potesse credere che il drago non avrebbe fatto niente al riguardo.
Vrabazard quasi scoppiò a ridere. "E chi glielo darebbe? Nessuno aiuta gente come lui"
Lei si strinse nelle spalle. "Tu lo hai fatto" commentò caustica.
Il drago non si abbassò a risponderle, decidendo che ignorare le sue uscite irriverenti era la cosa più appropriata alla sua persona. Qualsiasi cosa avesse in mente quel pazzo, certo non gli interessava. Non avrebbe trovato un altro posto dove rifugiarsi. Non c'era nessuno su quella terra così potente da permettersi di dargli una mano senza andarci di mezzo. Non sarebbe arrivato alla fine di quei tre giorni di cibo senza avere qualcuno alle calcagna pronto a farlo fuori. "Senza di me, lui non è niente" esclamò all'improvviso il drago. La donna si voltò verso di lui smettendo di giocare con il raso della poltrona. "Fai circolare la notizia che è fuggito. Sarà sufficente questo a risolvere il problema"
Lei annuì tranquilla, poi emise un profondo sospiro guardandosi intorno annoiata. "E mentre io lavoro Vostra Grazia che fa?" commentò, con un vago tono insinuante.
Vrabazard le rivolse uno sguardo che era un misto fra quello omicida che usava con Valwin e quello cattivo che usava con Dynast; un'occhiata ibrida che dava al suo viso una smorfia strana e inquietante. "Non sono argomenti che ti riguardino, Jemina" rispose, richiamando a se tutto il carisma che poteva mettere nella voce. "Ti ho già spiegato che non approvo tutta questa confidenza"
"Chiedo perdono" commentò lei, senza troppa convinzione.
"Sarà bene" replicò secco il drago. "E adesso vattene. Hai del lavoro da fare se non sbaglio"
La donna si sollevò dalla poltrona in un frusciare di seta bianca, passandosi una mano fra i corti capelli neri. Un paio di orecchini a cerchio tintinnarono leggermente quando mosse la testa. Decisamente non sembrava una vestale. "Stavi cercando il modo di aprire quel Diario, vero?" esclamò poi con un sorrisetto, una volta raggiunta la porta.
"No"
Lei scosse la testa. "Immagino. Il libro che c'è per terra dev'essere finito lì per caso allora" Vrabazard la sentì ridere mentre usciva.
Il drago aspettò qualche istante, con gli occhi fissi alla porta, prima di raccogliere il suo libro. Jemina continuava giorno dopo giorno a farsi beffe della sua persona, ma decise che poteva pure lasciarle credere di essere nella condizione di farlo, finchè le cose giravano come voleva lui.
Volse nuovamente l'attenzione sul libro e trasalì di fronte al nuovo titolo che aveva davanti.
Malachia Wilbur, l'inventore della chiave.


Monti Katart, al confine con i territori di Dynast.

"E' profonda" constatò Dynast, inginocchiato sulla lastra di ghiaccio divisa a metà da una crepa.
Per un attimo aveva sperato che quell'insulso demone che lo serviva avesse ingigantito la notizia lasciandosi andare ad un allarmismo di cui aveva già dato prova in altre occasioni. Ma questa volta la portata dei danni era addirittura più grave di quanto gli era stato riferito.
La prima lastra si era spezzata e con essa il sigillo che rappresentava. La crepa era talmente larga che vi si vedeva la seconda lastra attraverso.
Dynast passò una mano diafana sulle slabbrature del ghiaccio, che si animò di riflessi verdi e di scariche statiche mentre la sua energia demoniaca interagiva con quella tutta draconica dei sigilli.
Una normale scossa di terremoto, anche se molto potente, non avrebbe mai potuto provocare danni simili ad un luogo come quello. Quel ghiaccio era stato creato, scolpito e trattato perchè tenesse seperato dal resto del mondo ciò che custodiva da millenni, certo non si sarebbe spezzato per un piccolo terremoto.
Il dark lord prese una manciata di neve e la analizzò, lasciando che gli scorresse libera tra le dita affusolate. "Che cosa sta succedendo?" mormorò, come parlando alla neve stessa che risultò troppo morbida al tatto. Non ci fu risposta a quella domanda. La neve si trasformò in acqua tra le sue mani, scivolando di nuovo sul terreno.
Incurante del vento gelido che gli sferzava il viso e dei lunghi capelli azzurri che si stavano imperlando di fiocchi di neve, Dynast scrutò il cielo plumbeo che si fondeva col manto innevato all'orizzonte. Percepiva la comunità di draghi dorati, poco distante, ma sembravano tranquilli. Non c'era traccia di nervosismo nè di quella frenesia in cui si sarebbe aspettato di trovarli se avessero saputo quello che era successo. Era possibile che non l'avessero ancora sentito?
Un sorriso tirato si dipinse sul viso del demone. "Certo che non lo sapete.." mormorò "Voi no, ma i vostri quattro anziani Dei, sì. Lo sanno eccome." Dynast scosse la testa, ora si spiegava con più chiarezza la presenza di tutti e quattro i Dragon Lord quella mattina. Sapeva di aver interrotto una discussione importante, ma aveva sbagliato l'argomento. La morte del bambino umano non c'entrava assolutamente niente.
Si erano riuniti per discutere di quella crepa ed erano stati ben attenti a parlarne il più lontano possibile da lì e cioè al castello di Vrabazard, oltre la barriera.
Dynast si rialzò da terra e si pulì le mani dalla neve rimasta. Continuò però a fissare la distesa bianca di fronte ai suoi occhi, mentre il vento gli sollevava i capelli e scuoteva con forza la tunica scura. Insipirò profondamente, assaporando l'odore della neve che così in alto era sempre tanto forte. Socchiuse gli occhi, ascoltando i rumori nascosti nelle folate di vento.
Immobile nella neve e nel vento, ritrovò la calma che aveva perso e la perfetta concentrazione che era venuto a cercare. Riaprì gli occhi chiarissimi e sorrise.

***


Nell'ampio soggiorno dell'Hellmaster Manor una pendola batteva svogliatamente le ore, riempiendo la stanza di bassi rintocchi cupi.
Il sole stava calando sul deserto, spargendo ovunque una luce arancione calda e corposa, non più abbagliante ma ancora sufficente ad illuminare gli oggetti.
Phibrizio, disteso supino sul divano, poteva ancora vedere nitidamente i contorni dei mobili e del maestroso lampadario di vetro che era appeso al soffitto. La breve visita al mercato era stata più devastante del previsto, come al solito del resto.
Ogni volta credeva di essere migliorato al punto di poter resistere a lungo con una fascia sugli occhi e molta concentrazione ma continuava ad illudersi giorno dopo giorno.
Irritato, sbuffò pesantemente, distogliendo gli occhi dal lampadario che veniva inghiottito dalla luce morente. Quanto ancora ci sarebbe voluto perchè quel nuovo corpo fosse in grado di controllare e contenere i suoi vecchi poteri?
Imprecò pesantemente affondando il viso nei cuscini del divano che profumavano d'incenso. Aiko aveva acceso piccoli bastoncini un pò dappertutto nel castello, incantata dall'ampia varietà di profumi e dai disegni astratti che il fumo disegnava nell'aria.
Si chiese vagamente dove fosse adesso la ragazza. Quando erano tornati era corsa ai piani superiori, probabilmente per mettere i nuovi acquisti con le altre cose che possedeva. Si ritrovò a pensare che avrebbe tanto voluto vederle addosso qel vestito che avevano comprato, perchè aveva idea che le sarebbe stato divinamente. Ad ogni modo non si mosse dal divano perchè stava lentamente scivolando in uno stato di torpore, indotto dall'odore morbido che aveva nelle narici e dalla luce sonnolenta che scivolava tra le tende.
La stanchezza era qualcosa che non aveva mai sperimentato prima della sua rinascita. Un corpo demoniaco non era soggetto a cose come la spossatezza ed era una delle prime cose che gli venne in mente di rimpiangere in quel momento. Per come stavano le cose avrebbe potuto rimanere disteso su quel divano fino al giorno dopo e anche oltre.
Sentì il leggero tintinnare del pendente appeso sopra la porta e i passi incerti di Aiko sul tappeto. Sorrise.
La sentì aggirarsi per la stanza e poi spostare qualcosa sulla scrivania. Ne seguì un fastidioso e prolungato fracasso, segno inequivocabile che dopo il suo passaggio non era probabilmente rimasto più niente sopra quel tavolo. Quando lei usciva da una stanza c'erano sempre più cose per terra che sopra i mobili.
Pochi istanti dopo Aiko si sporse sulla spalliera del divano, con i lunghi capelli neri adagiati sulla forma immobile di Phibrizio. Con gli occhi nascosti sotto il braccio piegato strategicamente, il demone vide che lo stava fissando con aria interrogativa, come se si stesse chiedendo se poteva svegliarlo oppure no.
Phibrizio sorrise malignamente prima di afferrarla e trascinarla con sè sul divano. Colta di sorpresa Aiko cacciò un urlo rauco e sgraziato, proprio di chi come lei non aveva mai sentito la propria voce e non sapeva usarla. Scavalcò la spalliera e atterrò lunga distesa sul demone, facendo saltare per aria un paio di cuscini di raso nero.
"Sei mia adesso!" esclamò Phibrizio. Non importava che lei avesse capito, perchè prese a ridere cercando di impedirgli di farle il solletico. Per quanto Aiko si divincolasse non riusciva a liberarsi perchè il demone era più forte di lei e la teneva ben stretta.
La torturò in quel modo fino a che Aiko non rimase senza fiato, poi si fermò a fissare quel viso di bambola circondato dai capelli neri, adesso completamente scarmigliati. Le scostò la frangia dagli occhi e sorrise, prima di affondare le labbra nelle sue.
Gli ultimi raggi di sole sparirono all'orizzonte, lasciando la stanza in un'oscurità grigia e accogliente mentre Phibrizio scorreva le dita sul corpo minuto di Aiko che chiuse gli occhi, passandogli le braccia intorno al collo...


"Phibrizio, mi senti?"
In un primo lungo istante, il demone pretese di non averlo sentito. Si convinse che fosse stata solo la sua immaginazione e strinse Aiko ancora più stretta, decidendo che era evidentemente troppo stressato se anche con la sua ragazza tra le braccia continuava a sentire le voci.
"Ho necessità di parlarti" continuò la voce. L'Hellmaster ignorò con tutte le forze la sfera che fluttuava a mezz'aria, mostrando al suo interno il viso immobile di Dynast. Richiuse l'unico occhio che aveva aperto nel sentire la voce e riprese a baciare sul collo Aiko, che era distesa sotto di lui con la testa reclinata sul bracciolo del divano di raso.
La sfera si spostò silenziosa di qualche centimetro, quasi a seguire la mano destra di Phibrizio che si stava lentamente allungando sulla gamba della ragazza, vestita di una maglia di provenienza ignota e di un colore altrettanto indefinito fra il grigio, il malva e il nero. Un colpo di tosse, neanche troppo discreto, cercò di attirare nuovamente l'attenzione del demone che emise un grugnito piuttosto riconoscibile come un'offesa pesante.
Girò sè stesso e Aiko in modo da dare le spalle all'algido rompiscatole, nella speranza che Dynast capisse di doversi levare di torno.
Dynast non lo capì.
Anzi, rimase lì immobile assicurandosi che, anche girato, Phibrizio percepisse più che chiaramente la sua presenza e attese.
Esasperato, Phibrizio inspirò profondamente rendendosi conto di essere del tutto incapace di combattere l'assoluta impassibilità di Dynast.
"Pazzesco...." borbottò tra sè e sè.
"Disturbo forse?" Commentò Dynast serafico.
Phibrizio si passò una mano tra i capelli con uno sguardo senza definizioni. Si strinse le tempie con una mano e respirò profondamente come se stesse cercando qualche motivo per non uccidere Dynast. Non ne trovò, ma sapeva anche di non poterlo colpire a distanza. Ad ogni modo non gli rispose perchè le uniche parole che sarebbe stato in grado di rivolgerli erano quelle che provenivano dal suo ampio repertorio da scaricatore di porto. Preferì rimanere in silenzio.
In quel momento Aiko aprì gli occhi e trasalì, trovandosi di fronte quelli vitrei di Dynast che fissavano lei e Phibrizio come se un minuto prima fossero stati impegnati a giocare a carte. La ragazza si risistemò la maglia, leggermente sollevata e si ranicchiò dietro Phibrizio con un'espressione indecifrabile sul viso.
"Allontanati" esclamò Phibrizio stizzito, gesticolando alla sfera di farsi indietro. "La stai spaventando"
I lineamenti di Dynast rimasero rigorosamente immobili ma in qualche modo fu come vederlo aggrottare le sopracciglia. Unì la punta delle dita e chinò impercettibilmente la testa. "Chiedo perdono alla signorina" esclamò conciliante. Sembrò pensarlo davvero, era senza dubbio un ottimo attore. "Ora ti è possibile discutere un momento?"
Phibrizio rimase a fissarlo in cagnesco ancora qualche minuto ma poi ci rinunciò definitivamente visto che Dynast non sembrava particolarmente colpito dal suo ringhiare. Buttò giù le gambe dal divano e si massaggiò le tempie nel tentativo di rimanere sano di mente. "Che cosa ti ha spinto ad aleggiare nel mio soggiorno senza un minimo di ritegno per la mia vita privata?" esordì, cercando di mettere il carico di irritazione in ogni singola parola. Aiko si sedette a gambe incrociate accanto a Phibrizio, seguendo attentamente la discussione fra i due, come piccola vendetta verso il demone nella sfera. Ormai sapeva che a Dynast non piaceva averla come ascoltatrice quando discuteva con Phibrizio e lei sfruttò la cosa ampiamente.
Le pupille del signore dei Ghiacci si fissarono in quelle verdi di Phibrizio, nel tentativo di ignorare la faccia assorta della ragazza. "Mi trovo sui monti Kataart" disse.
"Questo si che è un sollievo" esordì Phibrizio, più che sarcastico. "Adesso che me lo hai detto dormirò più tranquillo. Mi si stringeva il cuore a saperti chissà dove là fuori tutto solo al freddo...." si strinse una mano al petto con aria melodrammatica. Aiko rise.
Dynast lo fissò aspettando in silenzio che smettesse la sceneggiata, forse del tutto impermeabile alle sue battute sottili o forse non sapendo come rispondergli a tono. "E' una cosa seria. Una delle lastre si è rotta" spiegò poi, con tono grave e lievemente metallico. "Non era mai avvenuto prima"
Phibrizio fece spallucce. "Prima o poi doveva succedere. Anzi, è una buona cosa" Phibrizio si indicò la testa con un dito. "Sta con noi, ricordi?"
Dynast notò con malcelato disappunto che Aiko insisteva col fissarlo intensamente. Fluttuò per qualche istante sul posto e poi si spostò facendo il giro del divano. La ragazza lo seguì prima con lo sguardo, senza mai scollargli gli occhi di dosso e poi, quando la sfera si posizionò alle sue spalle, s'inginocchiò sul divano e ruotò il busto appoggiando le mani alla spalliera, fissando la sfera come se si trovasse su una balconata.
Phibrizio osservò divertito la scena, per poi rimanere a fissare distrattamente il fondoschiena di Aiko, inguainato in un paio di pantaloncini grigio-azzurri che somigliavano stranamente al suo vecchio completo e che in un primo momento erano sfuggiti alla sua attenzione, nascosti com'erano dall'ampia maglia della ragazza.
Dynast si spostò ancora, pensando che tutto questo non giovava all'immagine imperturbabile che fin'ora era sempre riuscito a dare di sè. Il pensiero che Aiko stesse rovinando il suo self-control lo fece irritare ancora di più. Se fosse stato uno che gesticolava e si muoveva spesso, come Phibrizio, avrebbe tossito per ritrovare un contegno. Ma lui era Dynast e non lo fece.
"E' dalla nostra parte, è vero" ammise, trovando abominevole il modo di esprimersi di Phibrizio. "Ma ciò non significa che l'improvvisa rottura di una lastra non sia una cosa su cui riflettere. Non è stato un terremoto, come dicono i miei demoni"
"Non, non lo è stato" concordò Phibrizio, ma con un tono di voce del tutto disinteressato.
"E allora?" lo incalzò Dynast.
Phibrizio lo guardò, gli occhi semichiusi. "E allora tra un pò saremo in cinque. Oppure no, rimarrà sepolto là sotto finchè non ci armeremo di pala e andremo a spalargli il vialetto dalla neve"
Dynast non rispose, ma incrociò le dita delle mani, appoggiandole su qualcosa di bianco che poteva essere la sua tunica o un cumulo di neve.
Phibrizio pensò che era impossibile capire in che posizione fosse l'altro demone visto che si mimetizzava sui monti come un grosso ermellino strano.
"Ti aspettavi una risposta diversa?" commentò l'Hellmaster, quasi sorpreso di non sentirlo subito protestare alle sue affermazioni, come in genere faceva.
"Non era quello che speravo di sentirti dire, in effetti" confessò Dynast. Il viso allungato e diafano fu oscurato per un istante dalle lunghe ciocche dei suoi capelli color ghiaccio.
"Tira vento eh?" commentò l'Hellmaster, appoggiandosi all'indietro sulla spalliera del divano e allungando le braccia per stiracchiarsi. Aiko ne approfittò per distendersi, appoggiando la testa in grembo al demone. Continuò comunque a guardare la sfera, con un viso serio e concentrato. Con un sonoro respiro, Phibrizio riprese a parlare. "Cosa vuoi che ti dica?" continuò, rivolto a Dynast che sembrava in attesa di una qualche risposta oltre all'osservazione sulle condizioni atmosferiche dei Katart. "Non è affar mio"
Sembrava che si stesse scatenando una bufera nella sfera, perchè Dynast cominciava quasi a confondersi con il vento gelido, ora più denso e bianco per la neve che trasportava. "Secondo il tuo giudizio niente è affar tuo tranne il tuo castello e i tuoi divertimenti" Due iridi quasi trasparenti si soffermarono qualche secondo di troppo su Aiko che si dimostrò offesa aggrottando vistosamente le sopracciglia.
Anche Phibrizio non prese troppo bene l'affermazione. "Stà bene attento a cosa chiami divertimento" commentò acido.
Seguì un lungo silenzio, durante il quale si fissarono, ben decisi a non abbassare lo sguardo. Dalla tormenta che ormai ululava nella sfera, spuntavano solo due fessure azzurre, come piccoli stagni ghiacciati, in cui i vortici del vento si riflettevano perfettamente. Dall'altra parte, il viso di Phibrizio si era fatto più spigoloso e gli occhi verdi erano duri e impenetrabili. Aiko era rimasta immobile come se, aldilà della tensione che aveva invaso la stanza, si sentisse perfettamente al sicuro.
Fu Dynast, in ogni caso, il primo a cedere. Gli occhi si spensero e la sua voce si fece strada senza fatica nel vento. "Io ti ho avvertito" commentò caustico, lasciando cadere le sue insinuazioni. "Potrebbe sempre diventare affar tuo"
Phibrizio aveva preso a pettinare la ragazza con le dita e non cambiò espressione. "Forse o forse no" sussurrò, gli occhi persi tra i capelli lucidi di Aiko. "Non mi importa se Lei Magnus si scongela..."
La sfera svanì all'improvviso senza una parola, come se Dynast se ne fosse andato stizzito, portandosi via la sua amata tempesta di neve. Phibrizio sorrise, soddisfatto per la piccola vittoria e chinò la testa sull'orecchio di Aiko in un sussurro.
"...è il motivo per cui la lastra si è rotta ad essere interessante"


Città di Seillune, al Centro del Vecchio Continente.

"Tu credi che il bambino stia bene?" Kain era seduto su una roccia e si guardava le scarpe di tela con i lacci slacciati. Aveva provato a rifare il fiocco due volte ma non aveva ottenuto grandi risultati.
"Non lo so" rispose Valgrav che stava scavando buche nel terriccio molle con un bastoncino in cerca di lombrichi. "Ma credo di sì"
"Come lo sai?" Volle sapere il principe.
Il piccolo drago afferrò con due dita un baco rosa che si dimenava per essere liberato. "Bè tuo papà avrebbe urlato di più, no?" rispose il ragazzino, pulendo con cura l'animaletto dalla terra. Poi prese un barattolo dalla tasca dei pantaloni e ci ficcò dentro il lombrico richiudendo il tappo velocemente.
"Quanti ne hai?" s'informò il principe lanciando un'occhiata svogliata all'amico.
"Con questo sono venti" rispose il drago. "Possiamo andarci a pescare, ti va?"
Kain scosse la testa e fece una smorfia. "No, ci siamo andati la settimana scorsa e poi adesso è tardi. Synor non mi darebbe il permesso" commentò, raccogliendo sassolini da terra e alzandosi per lanciarli.
Valgrav fece spallucce. "Bè, chiedi il permesso a tuo padre"
Kain scosse di nuovo la testa. "E' impegnato, ora che la mamma sta male" spiegò con aria rassegnata. Per lui non doveva poi essere così strano avere sempre i genitori affaccendati in qualcos'altro che non fosse lui. Non come Valgrav che passava praticamente tutto il tempo con sua madre, visto che il negozio e la casa erano collegati.
Il drago sembrò intuire lo stato d'animo dell'altro bambino, così si grattò la testa con una mano cercando di farsi venire in mente un'idea. "Potremmo...."
"Non potreste fare un bel niente signorino Ul Copt tranne forse andare a prepararvi per la cena" L'odiosa e gracchiante voce di Synor interruppe la discussione fra i due bambini che trasalirono all'arrivo improvviso dell'uomo. Kain notò lo sguardo disgustato che il ministro lanciò alle sue scarpe slacciate e si affrettò a rifare il fiocco, anche se per lui non era un'impresa così semplice.
"Le dispiace? Noi stavamo parlando!" commentò Valgrav, atteggiandosi in maniera spropositata. Incrociò le braccia al petto per darsi un contegno ma poi, accorgendosi del barattolo di lombrichi, si affrettò a farlo sparire dietro la schiena, rivolgendo al ministro un sorriso a sessantaquattro lucidissimi denti bianchi sperando che catturasse la sua attenzione.
"Che cos'ha lì in mano?" Lo additò immediatamente Synor.
Decisamente non aveva funzionato.
"N-niente.." balbettò il cucciolo di drago, facendo un paio di passi indietro fin quasi a travolgere Kain che stava ancora tentando di allacciarsi le scarpe.
Synor si avventò contro Valgrav, cercando di raggiungere quello che il bambino nascondeva dietro la schiena. "Che cosa ha rubato eh? Dia qua immediatamente!" abbaiò.
Valgrav si spostò a destra e a sinistra, evitando il ministro. "Non l'ho rubato!!!" esclamò deciso. "E' roba mia, non è niente d'interessante....davvero!"
L'espressione di Synor sembrò incattivirsi, tanto che Valgrav deglutì pesantemente. A volte si arrabbiava a tal punto che i bambini si aspettavano di vedergli comparire zanne e artigli. "Faccia vedere cosa nasconde!" esclamò imbufalito il ministro.
"Ma..." Valgrav indietreggiò ancora, lanciando un'occhiata a Kain che annuì brevemente.
"Immediatamente!" puntualizzò il ministro.
Il piccolo drago si strinse nelle spalle fingendo un'aria rassegnata. "D'accordo.." mormorò abbassando la testa, come pentito. Il ministro sorrise compiaciuto dell'efficenza del proprio cipiglio autoriario.
Valgrav svitò il tappo del barattolo e riversò tutti e venti i lombrichi sulla mano tesa di Synor.
"Ecco.." commentò serafico.
I due bambini videro gli occhi di Synor diventare grandi come scodelle, mentre la massa viscida e fredda dei lombrichi gli si spandeva tra le dita.
Alcuni gli caddero sulla tunica scura, altri sulle scarpe, altri ancora cominciarono a risalirgli il braccio strisciando.
Il ministro rimase immobile in mezzo al giardino, paralizzato dal ribrezzo. "P-piccolo delinquente..." gridò in direzione di Valgrav.
"Gliel'avevo detto che non era roba per lei ministro! Ma provi a fare amicizia, non si sa mai!" esclamò, correndo via insieme a Kain che se la rideva quanto lui.

***

Come i due bambini, Gourry e Lina non si erano più allontanati dal giardino reale. Il primo perchè all'esterno trovava molto più semplice far passare il tempo, magari allenandosi con la spada. Lina invece non sopportava l'aria statica e appiccicosa di quelle stanze eleganti, ora illuminate dalla luce ambrata del tardo pomeriggio. Quando erano tutti insieme era facile non notare lo sfarzo che riempiva il palazzo, era semplice sentirsi a casa e stravaccarsi sui divani di seta. Ma adesso Zelgadiss era impegnato con la burocrazia reale e Philia si stava occupando di Amelia, starsene lì in quelle sale imperlate da sola con Gourry a sentir battere le ore dalla pendola cominciava a toglierle il fiato.
La verità era che spesso si sentiva a disagio, un passo indietro rispetto ai suoi amici. Per quattro anni erano rimasti tutti uniti, tutti loro. Poi lentamente ognuno aveva preso la sua strada, perfino Zelgadiss aveva posto un freno a quel suo eterno peregrinare e aveva messo su casa e famiglia. E lei? Lei era sempre la stessa, nonostante tutto.
"I bambini non sembrano affatto turbati da quello che è successo, non ti pare?" commentò all'improvviso Gourry, infilando la spada nel terreno e raggiungendola. Lina non rispose, fissava la finestre del palazzo giocando nervosamente con il labbro inferiore. Aveva sentito la domanda, ma finse il contrario. In momenti come quello i tentativi di Gourry le sembravano intrusioni violente nella sua intimità, solo in seguito si rendeva conto di essere stata in silenzio per ore e che lui aveva solo provato a trascinarla fuori da quella tristezza.
"Lina?" Il ragazzo si voltò in direzione della maga e notò quanto fosse assorta. Le mise una mano sulla spalla, voltandola leggermente. "Lina?"
La rossa si scostò di scatto, trasalendo. Lo guardò in silenzio, con uno sguardo leggermente più duro di quanto avrebbe voluto. Gli occhi azzurri e preoccupati di Gourry le fecero cambiare il tono della risposta. "..hmm...Che c'è?" mormorò.
"Dimmelo tu" Gourry allontanò la mano dalla spalla di Lina e la intrecciò con l'altra mentre si sedeva accanto a lei. "Non apri bocca da ore!"
Lina si passò una mano tra i lunghi capelli rossi e se li sistemò dietro la schiena. "Stavo solo pensando" rispose, abbassando la testa e fissandosi le unghie delle mani con troppo interesse.
"A cosa?" Il mercenario notò quanto fosse turbata e quanto si sforzasse di non farlo notare. Ma era da molto tempo che nascondere i sentimenti le riusciva particolarmente difficile. Almeno con lui che, per quanto dicessero, la conosceva meglio di...chiunque altro.
Lina si alzò dal masso su cui entrambi erano seduti e si pulì il fondoschiena. "Niente di interessante" rispose frettolosamente.
Gourry insipirò profondamente, i muscoli del viso tirati da quella discussione che procedeva con palese lentezza. "Certo..." annuì, con una leggera vena ironica che Lina preferì ignorare.
"Credo che andrò a vedere come se la cava Zelgadiss" annunciò la maga con un mezzo sorriso imbarazzato, cambiando discorso. "Ci vediamo a cena"
Lui la fissò in silenzio e poi annuì lentamente, con la faccia seria.
Lina si mise le mani in tasca e si affrettò verso l'interno del castello senza mai voltarsi indietro. Alle sue spalle Gourry rimase a guardarla finchè non fu sparita, poi sospirò chiedendosi quanto sarebbe andata avanti quella storia....

***


Dopo aver avvertito gli altri che Amelia stava bene, Zelgadiss aveva chiesto di essere scusato per poi iniziare a stazionare davanti alla porta della regina nella speranza di incrociare Milgazia e riuscire a strappargli il permesso di far visita alla moglie in anticipo. Ma il drago aveva previsto anche questo e si era tenuto ben lontano dalla camera della donna, prendendo le sue precauzioni. Sfortunatamente al suo posto era arrivato Synor, il quale aveva immediatamente costretto Zelgadiss a sbrigare pratiche che, a sentir lui, erano della massima urgenza.
Tornato nel suo ufficio, la Chimera aveva appoggiato con molta attenzione i cento rotoli di pergamena sigillati sul divanetto della stanza e poi, con la massima tranquillità e naturalezza, si era seduto alla scrivania ad esaminare il materiale che si era portato dietro per ingannare l'attesa e il ministro. C'era ancora qualche decina di libri che non aveva avuto occasione di leggere ma che pensava potessero essere di qualche aiuto nella ricerca per la profezia.
Continuava a leggere e rileggere quel testo senza riuscire a trovarci un significato. C'era qualcosa che doveva arrivare a portare un cambiamento e lui era in cima alla lista di eventi scatenanti che sembravano tutti collegati tra loro e destinati ad accadere in sequenza.
"Si ma perchè?" si chiese il sovrano a voce alta.
"Che fai parli da solo adesso?"
Zelgadiss alzò lo sguardo dai fogli che teneva in mano e vide che Lina aveva aperto la porta e stava curiosando all'interno. "Hey, hai spostato di nuovo i mobili?" Aggiunse entrando e guardandosi intorno.
Lui la guardò, abituato a quel suo entrare sempre senza bussare. "Due settimane fa" rispose "Arrivava poca luce alla scrivania"
La maga si guardò ancora un pò intorno, poi si allungò sulla scrivania, salendo in ginocchio sulla sedia dell'ospite. "E' la profezia?" chiese.
La chimera spostò alcuni libri per farle spazio e tirò via un paio di carte sulle quali la maga aveva appoggiato i gomiti. "Sì" rispose.
"E le importanti questioni burocratiche?" sorrise Lina.
Senza alzare lo sguardo dalle carte che aveva ripreso a leggere, Zelgadiss le indicò i rotoli di pergamena alle sue spalle: intatti e tutti ancora col loro bel sigillo rosso di ceralacca.
"Vedo. Devono averti portato via un sacco di tempo" commentò lei sarcastica.
Zelgadiss sfogliò alcune pagine dimostrandosi perfettamente in grado di studiare libri e conversare contemporaneamente. "Non immagini nemmeno quanto.." rispose, altrettanto sarcastico.
Lina passò un dito sull'immagine di un soldato a cavallo che occupava gran parte della pagina che Zelgadiss stava leggendo. La carta porosa era ruvida al tatto. "Amelia l'hai vista?"
"No" sibilò Zelgadiss, con un tono di voce notevolmente irritato.
"Ma Milgazia non controlla la stanza!" esclamò allora lei, che aveva visto il drago parlare con alcuni dei camerieri mentre si dirigeva nello studio della chimera.
"Ha chiuso la porta a chiave..." sibilò ancora Zelgadiss.
Lina spalancò gli occhi. "Scherzi?"
"No" rispose la Chimera pieno di disappunto. "Quel drago è malefico..."
Lina osservò il volto contrariato dell'amico e non potè fare a meno di mettersi a ridere di gusto.
"Piantala di ridere" commentò lui, cercando di fingersi offeso. "Piuttosto perchè non mi dai una mano? Questa roba è incomprensibile..."
Lina scosse la testa e gli prese di mano il testo. "No, è solo complessa. Una chimera una volta mi disse che non ci sono cose impossibili, ma solo cose più difficili delle altre" Lina sorrise.
"Una persona di estrema intelligenza, senza dubbio..." commentò scherzosamente lui. "Conosci persone interessanti"
La maga gli tirò uno spintone. "Ora non darti delle arie, signorino! Allora, come suggerisci di procedere?"
Zelgadiss si passò una mano tra i capelli. "Abbiamo letto tutti i libri di profezie e simili nella speranza di ritrovare il testo da qualche parte ma non abbiamo neanche preso in considerazione l'ipotesi che la profezia sia stata rivelata per la prima volta il giorno in cui la vestale l'ha detta a me".
La maga comprese al volo. "Ma questo significa che è del tutto inutile cercare!"
La chimera scosse la testa sfogliando un paio di pagine. Scorse qualche frase e poi decise che quel paragrafo non conteneva nulla di utile alla loro causa. "Cercare la profezia probabilmente non ci serve ma cercare aiuto nei libri è l'unica possibilità che abbiamo di arrivare a capo di qualcosa visto che le uniche persone che sapevano il significato sono morte e il solo a cui è stata affidata sono io che—"
"—non hai la più pallida idea di cos'hai per le mani" concluse Lina per lui. "Ho afferrato il concetto"
"Dobbiamo isolare i termini strani e capire a cosa si riferiscono" continuò allora la Chimera.
Lina ci pensò su un paio di istanti. "Come il serpente?"
"Si" concesse il sovrano. "Ma principalmente questa fantomatica entità ambigua di cui sembra parlare così tanto".
La maga si prese i capelli tra le mani e li spostò tutti dietro la testa dove, sapeva, sarebbero rimasti non più di due minuti. "Non c'è niente di simile nelle nostre leggende" esordì poi, guardando la profezia mentre litigava con le proprie ciocche rosse. "Non ci sono esseri sia cattivi che buoni. Tranne forse gli esseri umani"
"No" Zelgadiss scosse la mano con convinzione. "Gli esseri umani stanno tra il bene e il male, sono una terza categoria a parte"
"Allora può darsi che anche questo..." Lina cercò fra i fogli che aveva in mano finchè non trovò quello che cercava. "....questo Flagello lo sia"
"Un essere umano?"
Lina si strinse nelle spalle. "Anche" rispose "O magari.....di un'altra categoria ancora"
Zelgadiss sembrò perplesso. "Non lo so" commentò lentamente, come se stesse valutando ciò che in quel momento gli stava passando per la testa. "Forse dovremo davvero aspettare e vedere cosa succede, come dice Amelia.."
La maga annuì in silenzio, non sapendo cos'altro dire. Frugò fra le carte che Zelgadiss aveva sparso sul tavolo, trastullandosi con le immagini che vi erano raffigurate nel tentativo disperato che qualcosa le saltasse agli occhi e che il suo cervello lo collegasse a qualche informazione che aveva, facendo al suo posto i ragionamenti di cui aveva bisogno ma non accadde niente. Aveva devastato decine di bande e messo le mani su centinaia di artefatti ma nessuno che le sembrasse di una qualche importanza in quel momento. E tutti i libri che aveva recuperato negli ultimi anni li aveva poi consegnati a Zelgadiss, nella speranza che potessero essergli utili. Non era da dire, quindi, che lei potesse essere a conoscenza di qualcosa che lui non sapeva. "Perchè non chiedi aiuto a Milgazia?" esclamò all'improvviso Lina, sollevando lo sguardo sull'amico intento a leggere qualcosa in una lingua incomprensibile.
Zelgadiss ricambiò lo sguardo con un sospiro. "Dici che potrebbe esserci utile?" chiese alla fine, passandosi una mano sugli occhi, assonnato.
"Milgazia è un drago, loro hanno tante informazioni" commentò Lina, semplicemente.
"..e il brutto vizio di non rivelarle" concluse Zelgadiss, ricevendo un'occhiataccia dalla maga.
Lina si mosse sulla sedia per sgranchirsi i ginocchi intorpiditi e poi, con sommo disappunto di Zelgadiss, tornò semidistesa sulla scrivania. "Ci ha sempre aiutati fin'ora" gli fece notare.
"Questo è vero" ammise Zelgadiss. "Ma è sempre un pò restio a parlare delle cose che sa se deve rivelare parte delle conoscenze dei draghi"
Lina si strinse nelle spalle. "Al massimo non ne ricaverai niente. Tanto, peggio di così..."
Zelgadiss dovette ammettere che la rossa non aveva torto. Non avevano niente in mano, tranne il testo di una profezia Derkariana priva di significato. Non c'erano riferimenti a cui potessero collegarsi, nè qualche informazione che avevano già sentito e che si avvicinava a ciò che si leggeva fra quelle righe misteriose. Se anche Milgazia avesse fatto lo gnorri, fingendo di non saperne niente per mantenere i segreti della sua razza, certo non c'avrebbe perso granchè. Se poi l'intero consiglio dei draghi fosse piombato a Seillune rivendicando la profezia come bene per la salvezza del mondo, tanto meglio. Avrebbe avuto un problema in meno. "Sì hai ragione" concluse alla fine, chiudendo il libro. "Chiederò informazioni a Milgazia prima che riparta"
"Quanto si tratterrà?" chiese Lina.
La Chimera iniziò a rimettere a posto la propria scrivania, spostando libri e riordinando carte. Lina roteò gli occhi al cielo, dopo anni non si era ancora abituata a quel suo maniacale senso dell'ordine. "Un paio di giorni. Vuole tenere Amelia sotto controllo" fu la risposta. "Synor ha già dato di matto. Vuole preparare non so quale ricevimento in suo onore"
La maga si mise a ridere. Quel vecchio incartapecorito passava metà della sua esistenza ad organizzare ricevimenti per tutte le autorità che lo superavano in grado. "A proposito di ricevimento è quasi ora di cena e-"
La porta dello studio si aprì improvvisamente, sbattendo con violenza contro il muro. Kain si precipitò dentro la stanza mentre Valgrav si affrettava a chiudere la porta per poi appoggiarcisi contro e riprendere fiato.
Zelgadiss e Lina li osservarono incuriositi, poi la Chimera si alzò e andò incontro al figlio. "Che succede?"
I due bambini si immobilizzarono e poi, molto lentamente, sollevarono lo sguardo rendendosi conto che avevano imboccato la porta sbagliata.
Il cucciolo di drago deglutì pesantemente. Kain sollevò una mano e mosse brevemente le dita, con un sorrisetto nervoso. "Ahem..ciao papà" salutò.
Zelgadiss non era arrabbiato, ma visto il nervosismo del figlio e la faccia colpevole di Valgrav, si rabbuiò. "Che cosa avete combinato voi due?"
"NIENTE!" fu la risposta corale.
In quel momento, dal corridoio, provenì la voce borbottante di Synor che stava imprecando contro certi due piccoli delinquenti che avrebbero passato un brutto quarto d'ora se solo fosse riuscito a metter loro le mani addosso.
Zelgadiss incrociò le braccia al petto e li guardò di traverso, aspettando che uno dei due si decidesse a confessare.
"Quel Synor! Nervosetto eh?" buttò lì Valgrav, cercando di fare conversazione. Aveva una faccia talmente buffa mentre si arrampicava sugli specchi, tentando di fare l'indifferente che Zelgadiss non riuscì a trattenere una risatina. "Cosa dovrei fare io con voi?" esclamò scuotendo la testa.
Il cucciolo di drago afferrò immediatamente il cambiamento di tono e decise di sfruttare il fatto che Zelgadiss avesse preso la cosa sul ridere.
"Regalarci un enorme gelato cioccolato e panna?" suggerì.
Lina scoppiò a ridere, seduta a gambe incrociate sulla poltrona.
"Che ne dite se invece andate a lavarvi le mani per la cena e io in cambio non vi do in pasto a Synor?" ribattè il sovrano con un ghigno. I due bambini annuirono in tutta fretta: meglio il sapone del ministro. Poi Zelgadiss si rivolse a Lina. "Ce li accompagni tu?"
"Va bene"
La maga si alzò e aprì la porta. I due bambini la precedettero gettandosi in corsa per il corridoio. "Tu non vieni?" chiese lei.
Zelgadissi sorrise. "No, ceno fuori. Ho un appuntamento"

***


"No, no e no. Io quella schifezza non la mangio neanche morto!" Valgrav scosse vigorosamente la testa a destra e a sinistra, allontanando il viso dalla forchetta che la madre gli porgeva.
Philia sospirò. "Non è una schifezza, è purè di patate"
"Mi fa schifo!" s'impuntò Valgrav, categorico.
Phibilia sbuffò spazientita e tentò nuovamente di imboccarlo ma il ragazzino si rifiutò caparbiamente. "Ma è buono e poi ti fa bene" cercò di convincerlo.
Il cucciolo di drago si tappò la bocca con entrambe le mani. "Come può farmi bene quella roba spiaccicata?"
La ragazza drago emise un profondo respiro frustrato, mentre tornava a sedersi e osservava Valgrav fare le bizze. "Guarda, lo mangia anche Kain!" Philia indicò il piccolo principe che, pur avendo creato un caos di patate e piselli intorno al suo piatto, aveva la bocca piena di purè e masticava soddisfatto come un criceto. Kain rivolse all'amico un sorriso amichevole e incoraggiante ma Valgrav fece una smorfia e incrociò le braccia.
"Io quella roba non la mangio"
"Bè mi pare giusto" Milgazia, seduto di fronte alla ragazza drago, si pulì le labbra e appoggiò educatamente il tovagliolo accanto al suo piatto. "Anche tu Philia mi stupisci, come puoi chiedergli una cosa simile?"
Philia sembrava spaesata. "C-cosa?" balbettò, chiedendosi come potesse Milgazia fare discorsi simili.
Valgrav, invece, lo ascoltava con molta attenzione. Aveva sempre saputo che quel drago lì era uno che se ne intendeva.
"Mi sembra giusto che tu non voglia mangiare il purè" ripetè Milgazia, questa volta rivolto al bambino che annuì con entusiasmo. "I draghi del tuo tipo non mangiano le verdure. Voi siete carnivori"
"Giusto" concordò Valgrav. Poi, accortosi improvvisamente dell'affermazione, aggiunse "Perchè? Che tipo di drago sono io?"
Milgazia si finse stupito. "Perchè non te l'hanno detto?"
Nella sala da pranzo scese il silenzio e intorno al tavolo tutti i commensali si sentirono improvvisamente a disagio. Philia guardò Milgazia deglutendo pesantemente, non sapendo come fermare il discorso senza offenderlo. Lina guardò Gourry che non aveva capito niente ma che si stava sforzando di partecipare a quell'improvvisa preoccupazione. Kain invece era molto impegnato a fare scarpetta.
Valgrav si guardò intorno, sempre più incuriosito.
"Perchè, che tipo di drago sono?" Chiese di nuovo. "Mamma?"
Philia si risistemò il tovagliolo sulle ginocchia con le mani tremanti, evitando accuratamente lo sguardo del cucciolo. "E-ecco, vedi V-valgrav...tu..."
"Sei un drago dai capelli verdi" esclamò serafico Milgazia. Tutti si voltarono verso di lui con gli occhi sgranati. "E i draghi come te sono carnivori, caro mio" continuò "Dico bene?"
Valgrav non aveva capito troppo bene ma l'idea che appartenere ad una razza carnivora potesse evitargli il purè di patate gli piaceva, così annuì. "Certo"
Milgazia afferrò una mela rossa dal cesto che c'era sul tavolo e iniziò a sbucciarla, incurante dei volti ancora cinerei dei presenti. "Lo dicevo io" commentò. Valgrav lo osservò rapito mentre formava un unico lungo serpente di buccia di mela.
"Però dalle mie parti, sui monti Katart, dicono...." Milgazia alzò gli occhi sul piccolo drago e poi scosse la testa. "No, niente, lascia perdere"
Le quattro parole magiche in grado di catturare l'attenzione di qualunque bambino senza eccezione alcuna. Valgrav si incuriosì immediatamente. "Cosa? Cosa?"
"Naaaa..." Milgazia inghiottì un pezzo di mela appena tagliato e gesticolò di fronte a sè. "Non è così interessante"
"Tu dimmela lo stesso!" lo implorò il cucciolo.
Milgazia lo guardò in silenzio per qualche istante, il coltello in una mano e la mela nell'altra. "Vuoi davvero saperlo?" Chiese al piccolo drago, pur avendo già ottenuto la sua più totale e incondizionata attenzione. Valgrav annuì.
"D'accordo allora" Milgazia si sporse in avanti con aria complice, come se fosse stato sul punto di svelargli il più nascosto segreto dell'universo.
"Dicono che voi draghi dai capelli verdi non mangiate verdura perchè avete paura"
"PAURA?" Valgrav sembrò veramente scandalizzato.
Milgazia annuì. "Proprio così. Dicono che se mangiate la verdura poi avete paura di non riuscire più a mangiare la carne"
"Che sciocchezze!" commentò Valgrav, serissimo, colto da un improvviso orgoglio razziale. "Noi sappiamo mangiare anche le verdure se vogliamo!"
"Oh, ma io ci credo Valgrav. Anzi l'ho sempre saputo che voi draghi dai capelli verdi siete dei tipi talmente tosti da mangiare anche le verdure" replicò Milgazia, altrettanto serio. "Ma come faccio a convincere quei barbagianni che vivono dalle mie parti se non assicuro loro di aver visto uno di voi mangiare verdura con i miei occhi?"
"Gliela faccio vedere io!" Decisissimo, Valgrav iniziò a buttar giù forchettate di purè una dietro l'altra, borbottando di tanto in tanto che i draghi del Katart avrebbero dovuto ricredersi quando Milgazia gli avrebbe raccontato quella scena e che lui era uno che non aveva paura nemmeno dei demoni, figurarsi di un piatto di patate spiaccicate!
Mentre il cucciolo divorava la sua cena, nel glorioso nome di una razza inesistente, Philia alzò lo sguardo su Milgazia che sorrise dolcemente, facendo spallucce con aria modesta.

***


Amelia sedeva tranquilla sotto le coperte, appoggiata agli enormi e morbidi cuscini che riempivano il suo letto.
Si era messa a leggere un libro tanto per ingannare l'attesa ma dopo qualche pagina cominciò a pentirsi di quella decisione: il libro era più noioso dell'attesa stessa, ma Philia se n'era già andata da venti minuti e non le rimaneva altra compagnia che quella del grosso tomo della storia completa di Seillune.
"Come se vivessi da un'altra parte e non ne sapessi niente" commentò a voce alta, non resistendo oltre la sesta pagina. Richiuse il libro con un sospiro e lo posò accanto a sè, lanciando occhiate svogliate alla propria stanza dalla posizione centrale che il letto occupava.
Era una bella camera spaziosa, con un'enorme portafinestra. Philia aveva tirato le tende ma quando erano aperte la luce si spandeva nella stanza, facendo risplendere le superfici chiare dei mobili. Quella stanza da letto era bella perchè luminosa e delicata. "Tutta quest'ombra non le dona affatto" constatò la regina, guardandosi intorno con aria critica. Con le tende chiuse, l'unica fonte di luce era il candelabro a tre braccia acceso sul suo comodino. Decisamente troppo poco per dare luce all'ambiente.
Mentre si chiedeva se anche uscire dal letto per accendere altre candele sarebbe stata una violazione alle tassative prescrizioni di Milgazia, qualcuno bussò alla porta. Il rumore la bloccò a metà, con le coperte già scostate e un piede nudo che penzolava fuori dal letto. Convinta che fosse il drago si distese nuovamente sotto il lenzuolo, sistemandolo con cura. "Chi è?" chiese, dopo un breve colpo di tosse.
"Servizio in camera" fu la risposta.
Prima che Amelia potesse chiedere ulteriori spiegazioni, la porta si aprì e il primo a fare il suo ingresso fu un curioso carrellino di legno con quattro ruote che recava diversi vassoi da portata. Mentre il carrello andava a fermarsi ai piedi del letto, Zelgadiss chiuse la porta.
"Zel!" esclamò la regina, con gli occhi che le brillavano.
La chimera le sorrise e poi, con due dita, si trascinò dietro il carrello fino al comodino della moglie. "Hum...tende tirate, luci soffuse: aspettavi qualcuno?" chiese, appoggiando sul mobile l'altro grande vassoio accuratamente apparecchiato per due che reggeva con l'altra mano.
Amelia prese un pezzettino di pane dal carrello e se lo portò alla bocca. "Sì, l'aitante ragazzo del servizio in camera" rispose con una risatina.
Zelgadiss si sedette sul letto e sorrise di nuovo. Il viso gli si distese, diventando ancora più dolce. Quei sorrisi erano stati una rarità troppo a lungo perchè Amelia non se ne innamorasse ogni volta che ne vedeva uno.
La chimera socchiuse gli occhi e si chinò per baciarla. "Come stai?" le sussurrò, occhi negli occhi con lei. Le fiamme delle candele si riflettevano sulla pietra lucida del suo viso, animandola. Amelia osservò incantata la luce e l'ombra giocare sui lineamenti di Zelgadiss. "Adesso bene, stai tranquillo" rispose con dolcezza.
"Doveva essere un piccolo regalo di pronta guarigione, ma preferisco regalartela sapendo che stai bene" mormorò lui. Senza smettere di guardarla afferrò qualcosa che si trovava sul carrello. "Questa è per lei mademoiselle" le disse porgendole un'unica, bellissima rosa rossa.
Amelia l'annusò. "Grazie" sussurrò poi, stupita e lusingata. "L'hai colta nel giardino del feroce drago?" sorrise.
Zelgadiss annuì. "Certo. Dopo averlo combattuto e vinto".
Amelia annusò ancora la rosa. "Grazie per quel biglietto Zel, era meraviglioso. E scusa se ti ho fatto preoccupare così tanto".
La chimera le passò una mano tra i capelli neri e sorrise guardandola come se fosse stata la cosa più preziosa al mondo. La felicità di averla lì accanto e il sollievo che non le fosse successo niente gli si leggevano a chiare lettere negli occhi, acquosi come se fosse sul punto di piangere per la contentezza. La regina si rese conto che doveva essersi spaventato sul serio se le sue sensazioni trasparivano così tanto e così inconsciamente dal suo viso.
"Non importa" Zelgadiss scosse la testa. "In fondo la colpa è anche mia. Non avresti mentito se avessi avuto subito il coraggio di guardare in faccia la realtà"
Amelia sorrise, restituendo la carezza. "Significa che sono perdonata?" sussurrò poi, speranzosa.
Un ghigno comparve sul viso della chimera. "No. Lo sarai solo quando avrai finito di mangiare tutto quello che ti ho portato."
Amelia tossì imbarazzata per poi informarsi sul cibo. "Che mi hai portato di buono?" esclamò, allungando la mano per togliere il coperchio al primo piatto di portata che si trovava davanti, sul carrello. Quando scoprì che c'era carne di manzo con contorno di piselli e purè di patate cacciò un gridolino euforico.
Zelgadiss non potè trattenere una risatina, nel vedere sua moglie che si emozionava per il purè di patate. In un attimo rivide Kain che, nel salone da pranzo, aveva avuto la stessa espressione beata della madre alla visione di quella prelibatezza. Non c'erano dubbi che fosse figlio suo. "Devo dedurre che le patate schiacciate sono più entusiasmanti di me?" Chiese, servendole molto galantemente carne e patate su un piatto.
Amelia lo guardò dopo aver inghiottito senza ritegno un enorme forchettata di cibo. "Sono il mio sogno erotico più ricorrente, non lo sapevi?"
"Pensavo di essere io!" commentò lui, riempiendo il proprio piatto.
Amelia agitò la forchetta con convinzione, deglutendo soddisfatta. "Oh, ma ci sei anche tu" esclamò con nonchalance.
"Ah si?" s'informò lui, versandole da bere.
"Certo.....sotto il purè!"
Zelgadiss si voltò a guardare la moglie sconcertato. Amelia lo osservò composta e assolutamente tranquilla per un pò, poi non riuscì più a trattenersi di fronte al viso imbarazzato e sconvolto del marito, e scoppiò a ridere, trascinandosi immancabilmente dietro anche lui....


Hellmaster Manor, Deserto della Distruzione.

Erano le tre passate quando il suo ospite decise di farsi vivo.
Phibrizio fu contento che l'attesa fosse finita. Era troppo stanco per poter tirare sveglio fino al mattino.
Aiko era crollata dal sonno almeno due ore prima e ora era raggomitolata al centro del suo letto, con le coperte appallottolate per terra a sommergere Fear che dormiva con un occhio chiuso e l'altro semiaperto. L'Hellmaster poggiò con calma il bicchiere di vino che stava bevendo per ingannare il tempo e uscì per andare incontro al suo visitatore.
Lo trovò nell'unico posto in cui poteva trovarlo, il salone principale. Oltre la scalinata il castello era schermato, protetto e inaccessibile a chiunque a meno che il padrone di casa non volesse il contrario. E il misterioso individuo era ancora troppo misterioso per guadagnarsi un pass diretto per i suoi appartamenti privati.
Il dark lord lasciò che la porta scivolasse sui cardini, aprendosi senza rumore. Il salone sembrava ancora più grande, avvolto com'era dall'oscurità notturna, resa densa dalle tende tirate. Phibrizio si fermò sulla sommità dello scalone di marmo e osservò sotto di sè.
Sembrava che non ci fosse nessuno, ma distingueva chiaramente un'altra presenza oltre a sè stesso.
"Dunque mi stavi aspettando" la voce era nata dal buio e non era servita a tradire la posizione di chi occupava la stanza. Phibrizio si guardò di nuovo intorno. Chiunque fosse aveva capacità di mimetizzazione molto sviluppate.
"E' probabile" rispose, continuando a vagare con lo sguardo per cogliere il minimo movimento. "Ti saprò dare una risposta più precisa appena avrai finito di confonderti con la tappezzeria"
Seguì una risata sommessa. "Uscirò soltanto ad una condizione" commentò l'altro. La voce era baritonale, quasi cavernosa e aveva un accento strano. Sembrava che il suo ospite non conoscesse la lingua o che facesse fatica a pronunciarla. I brass demon avevano la stessa intonazione, ma Phibrizio concluse che non era uno di loro perchè la sua grammatica era corretta e le frasi ben calcolate.
Sorrise sardonico. "E sarebbe?" Chiese.
L'altro rimase in silenzio per qualche istante, poi la voce gli sembrò più vicina. Phibrizio si voltò lentamente, quasi sicuro che il suo interlocutore si fosse spostato. Non sapere dove quello si nascondesse lo irritava, eppure sentiva di non essere in pericolo. Era una specie di sesto senso. Nessuno veniva ad ucciderti bussandoti alla porta. Aveva il vantaggio di non essere visto eppure non lo aveva utilizzato per renderlo inoffensivo, quindi voleva realmente parlare. Le sue supposizioni furono interrotte dalla voce.
"Voglio la tua parola che potrò uscire vivo ed illeso da questo castello, così come sono entrato"
Phibrizio notò divertito come l'altro avesse specificato che voleva uscire di lì sia vivo che illeso, come se si fosse aspettato qualche trucco basato sull'interpretazione di quella frase.
"E ti fidi della parola di un demone?" chiese ancora, incuriosito dalla prudenza di chi gli stava parlando. Nessuna delle creature che conosceva avrebbe rinunciato al sottile piacere di dichiararsi invincibile e invece questo qui sembrava quasi spaventato dalla possibilità di venir fatto fuori. L'umiltà non era caratteristica della razza demoniaca, ma la sua capacità di non farsi vedere lo era eccome e questo non faceva altro che avvalorare la tesi che aveva sviluppato sull'identità del suo misterioso ospite fin da quando il demone minore era venuto a trovarlo in piscina.
"La parola di un demone non è diversa dalla parola di chiunque altro" fu la risposta. Phirizio ne rimase profondamente colpito.
No, decisamente era qualcosa di superiore ad un brass demon. L'Hellmaster fece qualche passo avanti, senza mai smettere di scrutare il profilo grigio del salone, ma l'aria rimase immobile intorno a lui.
"Ti dò la mia parola" concesse infine, curioso di vedere se le sue supposizioni erano esatte.
Sentì un tonfo morbido alle sue spalle, come un sacco di tela lasciato cadere a terra da un altezza considerevole. Si voltò di scatto e il cuore gli martellò in petto, nonostante le sue sicurezze.
"Eri appeso al soffitto!" commentò, con una naturalezza e una sincerità che gli sfuggirono di bocca prima che potesse controllarsi, trovando una battuta più ad effetto con cui esordire. L'altro non rispose, si limitò a guardarlo in silenzio, come a dargli il tempo di ricomporsi e di ritrovare la dignità momentaneamente perduta.
Era una creatura decisamente bizzarra. Doveva essere alto all'incirca due metri, ma se ne stava accosciato per terra con le lunghe gambe dinoccolate piegate e i palmi delle mani appoggiati aperti sul pavimento. Il viso era bianco e levigato come una maschera, apparentemente inespressivo. A Phibrizio ricordò immediatamente il viso di Dynast, benchè i colori e la forma fossero completamente diversi. Gli occhi erano allungati, con le iridi enormi di un azzurro intenso, quasi abbagliante. Due tonde lune celesti sul bianco assoluto dei bulbi oculari. I lineamenti erano estremamente dolci, forse troppo considerata la possenza di un corpo del genere. Era sproporzionato, senza dubbio. Le mani troppo grosse e la testa un pò troppo piccola in confronto alle spalle ma Phibrizio gli riconobbe una bellezza antica, un magnetismo alieno che lo rendeva in qualche modo particolare. I capelli erano sorprendetemente lunghi, più lunghi di quelli di Aiko pensò Phibrizio, e gli scendevano lungo le spalle e sul pavimento. Erano boccoli scuri, di un nero lucente e compatto.
"Ti ricordavo diverso, Alastor" esclamò Phibrizio con una certa soddisfazione, fissando l'altro demone con un sorriso che mise in mostra i canini. "Più—"
"Debole, forse?" Alastor gli lanciò come un'occhiata di sfida.
"Impaurito" lo corresse Phibrizio. Aveva ricordi molto nitidi di quel subordinato un pò rozzo che Zelas si trascinava dietro di malavoglia e al quale dedicava solo il tempo necessario a dargli ordini. Un comportamento che avrebbe poi portato necessariamente brutte conseguenze. Allora camminava ingobbito, col viso emaciato e lo sguardo basso. Non aveva fierezza negli occhi, solo l'incredibile senso di rifiuto che gli si era stampato in faccia dopo la sua creazione. Ma quello che adesso Phibrizio aveva davanti era tutt'altra cosa. Era una bestia forte e agguerrita, un demone che aveva un alto potenziale.
"E' stato tanto tempo fa. Anche tu eri diverso" rispose Alastor dopo una pausa che sembrò lunghissima. Parlava lentamente, misurando le parole come se le dovesse cercarle ad una ad una nei reconditi anfratti della sua mente. Era troppo umano per essere completamente un demone, e troppo simile ad un animale per essere completamente umano. Una creatura in bilico che aveva lottato per trovare un'identità propria. L'Hellmaster provò per lui un'improvviso, nuovo rispetto.
"Hai ragione, è stato molto tempo fa" ripetè Phibrizio, con un tono vagamente nostalgico. Scese la scalinata e gli fece segno di seguirlo nell'enorme sala dal pavimento di ossidiana. Alastor rimase immobile per qualche istante, poi si sollevò sulle gambe e rimase in piedi in tutta la sua mastodontica altezza. Era ossuto e spigoloso, avvolto in un pastrano color antracite in cui i suoi capelli sembravano andare a nascondersi. Sotto indossava abiti scuri e scarpe nere, non c'era in lui una macchia di colore oltre a quegli occhi così chiari. Non si mosse fino a che Phibrizio non fu arrivato in fondo alla scalinata e non si fu voltato nella sua direzione. I suoi movimenti risultarono lenti, ancora più lenti delle sue parole. Phibrizio non sapeva dire se fosse un effetto ottico dovuto a quelle proporzioni così disarmoniche o se fosse così lento davvero, ma fu come vedere una gigantesca mantide nera scivolare silenziosa e liquida sul tappeto che copriva gli scalini. Si ritrovò inconsciamente a pensare che fra quell'essere e Xellos c'era più che qualche semplice differenza fisica. Per quanto l'attuale subordinato di Zelas fosse malvagio e sottile, Alastor incuteva alla prima occhiata molta più soggezione.
"Hai detto di sapere chi è stato ad uccidere tuo figlio..." iniziò Phibrizio.
"Tu sapevi che il bambino era mio?" esclamò il demone. Phibrizio se lo ritrovò accanto quasi all'improvviso, cosa che lo portò a chiedersi se non aveva realmente sognato quella lentezza esasperante. Non ricordava che l'altro avesse mai avuto particolari poteri di manipolazione mentale. Non tanto forti da manipolare lui, per lo meno.
L'Hellmaster quasi rise. "Non è mai stato un segreto" esclamò.
"E' stato ucciso senza motivo. Lui non era il bambino di cui parla la profezia" Alastor prese a camminare in su e in giù davanti a Phibrizio, come un animale in gabbia. "Si è trovato nel mezzo, così come è successo a te"
Gli occhi di Phibrizio si strinsero sospettosi. "Come sai tutte queste cose?"
Alastor espirò sonoramente, con uno scatto. "Non ho molto tempo" replicò stizzito. Sembrava nervoso e cominciò a guardarsi intorno, come se si aspettasse di vedere arrivare qualcun altro da un momento all'altro. "Mi stanno cercando"
"Chi?" Volle sapere Phibrizio.
Alastor lo guardò di nuovo. Il suo viso sembrò improvvisamente animato da nuovi movimenti. Fece qualche passo, ma senza avvicinarsi molto. Continuava a scrutare le ombre e ad annusare l'aria. Si girò più volte verso la finestra della stanza mentre gli parlava. "Abbiamo un nemico in comune, Hellmaster. Io posso dirti chi è, se tu sei disposto a darmi una mano" disse. La voce era calma, senza incrinature ma si sentiva che aveva fretta di andarsene. "Voglio solo che tu mi prometta che avrà quello che merita e io ti darò il nome. In fondo non ti sto chiedendo niente più di quello che faresti normalmente, non è così?"
Phibrizio lo osservò in silenzio, senza sapere cosa pensare di quella richiesta che era troppo sfacciata per essere una trappola e che, in ogni caso suonava come tale. "Perchè mi stai dicendo tutto questo?" Esordì infine, facendo in modo che la sua voce chiarisse esattamente come la pensava. "Un accordo dal quale tu non ricavi niente suona come una trappola, Alastor."
Alastor rimase a fissarlo per un istante, con le grosse iridi da lemure ben piantate in quelle verde smeraldo dell'Hellmaster. "Non mi hai lasciato finire" disse, con un tono che forse avrebbe voluto essere divertito ma che suonò esattamente come tutti gli altri. "C'è una cosa che voglio. Un libro, per la precisione e ce l'ha l'assassino di mio figlio. Promettimi quel libro e io ti darò il nome"
"Vuoi farmi credere che non vuoi morto questo benedetto individuo?" scherzò Phibrizio, molto incredulo che la sua richiesta non fosse stata: sterminalo e ti sarò debitore per il resto dei miei giorni.
Questa volta Alastor sorrise. E l'Hellmaster pensò che uno dei più possenti lupi di Zelas avrebbe sorriso alla stessa maniera, era una cosa inquietante a pensarci bene. "Ti assicuro che morire, per lui, sarebbe meno doloroso che vedersi portar via quel libro" disse.
A quel punto Phibrizio volle sapere cosa contenesse il libro per valere più della vita di qualcuno.
"Niente che tu probabilmente non sappia già" fu la laconica risposta dell'altro demone.
Ora che si era abituato alla sua vista, Phibrizio notò che i movimenti di Alastor gli sembravano meno rigidi. "E credi che questo mi basti?" sbottò, ma senza aggredirlo. "Tiri in ballo un libro che sembra valere una fortuna e dovrei consegnartelo senza nemmeno sapere di cosa si tratta? Non se ne parla nemmeno. Se t'interessa così tanto, recuperalo da solo..."
"Non posso farlo questo" dichiarò l'altro, come se fosse stata una cosa ovvia. E, lo era. In fondo perchè mai uno come Alastor, che aveva tutti contro, avrebbe rischiato di farsi ammazzare all'Hellmaster Manor se avesse potuto ottenere ciò che voleva da solo?
Il pensiero attraversò la mente di Phibrizio come un lampo. "Di chi stiamo parlando per far tanta paura anche a te che hai tentato di uccidere una dark lord come Zelas? Perchè hai bisogno di me per una cosa così semplice come recuperare un libro?"
Alastor si fermò di scatto e lo guardò. Il viso era contratto, come se la rabbia per la morte del figlio gli stesse scorrendo sotto la pelle. Le lunghe dita delle sue mani si aprivano e si chiudevano, incapaci di nascondere il desiderio di stringersi intorno al collo di chi aveva annientato il piccolo Caleb. "Ho bisogno dell'aiuto di un dark lord per vendicarmi di un dragon lord...."
capitolo 10 - CATTEDRALE DI MEMORIA, CORRIDOIO PER IL PASSATO