TRA LE SPIRE DEL SERPENTE
capitolo 04:
SANGUE
Stralci di luna fanno capolino tra le fronde degli immensi alberi grigi. Il vento è calato fin quasi a fermarsi e la foresta è immobile e muta nel buio. I lupi della collina sono inquieti, sanno che Lei caccerà di nuovo stanotte.
Occhi gialli nella notte gelida. Giace in attesa. Il corpo è flesso, le dita strette intorno alla sua lancia. La foresta è il suo nascondiglio, la sua cura, la sua vita. Si nasconde tra le foglie, conosce strade che nessuno ha mai visto, si rigenera nella terra. E' un arma letale, una dea in cerca di un sacrificio. La sua bellezza inquieta nasce dal buio degli antri più profondi, il suo silenzio è come lo scorrere dell'acqua del fiume. Non c'è animale che eguagli la sua velocità, non c'è foglia che possa imitare la sua eleganza e il vento è suo alleato mentre corre lungo i sentieri  costeggiati dalle felci. Stanotte la fame si è fatta sentire. E' un richiamo potente che la spinge fino alle foreste degli esseri umani. Non può opporsi e non lo vuole. Non tornerà indietro finchè non si sarà saziata.

La fame. Non è quella che lo fà piangere. La regina stringe a sè il neonato che agita le piccole mani. La terrà sveglia tutta la notte, lo sa. E forse il suo tormento non avrà fine. E' solo un bambino ma porta sulle spalle il peso di due tristi vite che si sono incontrate per una notte. E' il segreto di una natura immortale ad impedirgli di starsene buono. E' il sangue di un demone che gli scorre nelle vene e lo rende indegno di vivere a palazzo. Ombre estranee vagano sulle mura. Sono quindici, forse venti, corrono veloci, dietro di loro una scia di guardie, morte sotto colpi invisibili senza un solo lamento. Non hanno sofferto. Il castello è immerso in una quiete irreale. Sola in una piccola stanza, la madre culla suo figlio per l'ultima volta, illuminata dalla luce lunare.

I lupi. Stanno ululano alla luna, tessono le Sue lodi. Il loro canto accompagna la Sua corsa. Scivola veloce attraverso gli alberi. I suoi piedi nudi sembrano non toccare il terreno mentre scorci della sua veste s'intravedono fra il fogliame. Il cervo è là, il suo cuore palpita di vita. Lei può sentire il rumore, può sentire l'odore del sangue che scorre nelle sue vene. Può sentirne il sapore sulle labbra aride. Si ferma. L'animale beve, la testa elegantemente piegata sull'acqua e la sua corona ramificata sfiora la superfice del lago increspandola. E' ignaro della belva nascosta tra gli alberi. Non può vedere il suo viso d'angelo che lo scruta dal buio. La dea freme d'eccitazione. La caccia è un gioco e a lei piace giocare. La lancia sibila nell'aria e si conficca a pochi centimetri dagli zoccoli dell'animale. Comincia a correre, ordina. Il cervo si lancia in una fuga allarmata. Lei sorride: questo è il suo gioco.

L'aria è satura di calore e le nubi si addensano nel cielo scuro sopra di lei. Lo scenario è lo stesso, ma le sensazioni sono più forti. Violente raffiche di vento le scuotono i capelli, il suo vestito bianco sbatte furiosamente a mezz'aria, le sue mani non riescono a trattenerlo. Il terreno è sterile sotto ai suoi piedi, le piante sono morte forse. Non riesce a vedere niente tranne la distesa desertica che la circonda. Detriti si alzano portati dal vento. Desolazione. Il suo cuore è triste e non riesce a capirne il motivo. Come la prima volta, non c'è rumore. Un silenzio innaturale regna sovrano. C'è calma, nonostante il caos. E' come se ciò che sta vedendo sia solo la scia di una tremenda sciagura. Come se la tragedia fosse già successa e quello che vede fosse solo ciò che è rimasto dopo il suo passaggio. Un fulmine squarcia il cielo e si schianta senza fragore all'orizzonte, illuminando l'ombra. La torre è là.

La torre non è un ostacolo. Le ombre strisciano lungo i muri come diabolici gechi e scivolano attraverso le finestre nel corridoio buio. Nessuno si accorge di loro, le guardie continuano a camminare per qualche metro e poi cadono a terra esanimi. La strada si divide una volta e poi ancora e ancora. E le ombre si spartiscono lungo i nuovi corridoi, scorrono come acqua ad una velocità angosciante. Sono ombre fra le ombre e riempiono il castello a macchia d'olio. Portano la morte in nome della vita. La stanza del piccolo è chiusa a chiave, la donna sta cantando una ninnananna dolce che proviene dalle vecchie balie del popolo. Parla di un bimbo venuto dal cielo. Egli è povero e solo ma ha coraggio e riesce infine a sposare la bella e dolce principessa dopo averla salvata dal drago cattivo. La madre canta e lo rassicura che va tutto bene e che nessuno sa. Ma stanno arrivando.

La lancia ondeggia nella terra bagnata. In uno slancio solo la mano si stringe ancora intorno alla sua asta e la corsa riparte di nuovo. Rumore di zoccoli e di rami spezzati. I piedi della dea imprimono piccole impronte sul terreno, le foglie si aprono al suo passaggio. L'animale accelera, dietro di lui la morte certa, davanti a lui una strada che non conosce. E' stato spinto. E' stato guidato. E' imprigionato nella sua rete, lo sa e il suo cuore aumenta i battiti. L'odore del sangue è inebriante e la paura che sente Le dà maggiore potenza. I riccioli biondi si sollevano nella corsa, le gambe aumentano di velocità. I muscoli delle cosce si delineano sotto la pelle d'ebano. Ormai il lago è lontano.

La donna continua a cantare, cullandosi insieme al bambino. Seduta a terra, le ginocchia piegate, osserva gli occhi del piccolo che piange incessantemente agitando i piccoli pugni al cielo come a sfidare il mondo a distruggere e a rinnegare la sua indiscutibile natura demoniaca. Il neonato possiede un bel viso rotondo e straordinariamente angelico, circondato da un aureola di boccoli scuri. Ma i suoi occhi, ancora grigi, hanno uno strano taglio felino e sono ornati da lunghe ciglia nere. E' un bambino sano e di sicuro sarà bello anche da grande. La donna già rivede in lui una terribile somiglianza col padre e questo le attanaglia il cuore in una morsa.
La maniglia scatta e con essa il viso della regina che guarda con rinnovato terrore la porta di mogano scossa da colpi decisi. Il bambino sembra gridare più forte e stringe gli occhi. Sembra impaurito.
La regina si alza, stringe a sè il neonato e aspetta impotente che la porta venga abbattuta. Dopo l'ennesimo colpo i cardini si staccano, lasciando via libera agli assalitori.

La porta. La porta della torre è ora ben visibile davanti a lei. Solo qualche decina di metri la separano dalla costruzione che si erge alta e scura, proprio come la ricordava. La vestale alza gli occhi e nota per la prima volta le due lunghe finestre orizzontali, raggiungibili dalla scala che sale a spirale lungo tutta la torre. Ma sono troppo alte per vedere all'interno. Di nuovo il materiale scuro e lucido attira la sua attenzione. Grossi nuvoloni neri percorrono il cielo e si ripetono nella torre. Ma c'è qualcosa che manca in quel riflesso: lei stessa. La ragazza cammina lentamente, ma decisa. Guardare nella torre le dà l'impressione di poter entrare in quel mare di nuvole gemelle, identiche a quelle che si è appena lasciata alle spalle. La mancanza del suo viso che la fissa, come sarebbe naturale davanti ad una superficie così lucida, le mette paura. Poi d'improvviso uno sibilo squarcia il silenzio, risultando più acuto e più forte alle orecchie così abituate alla quiete. La giovane chiude gli occhi e si piega leggermente in avanti, coprendosi le orecchie con le mani. Il sibilo insiste, fin quasi a sfondarle i timpani poi all'improvviso, quando ormai è convinta di non poter più resistere, cessa. La vestale apre gli occhi e trasale: a pochi centimetri da lei, c'è la misteriosa figura del suo sogno.

Il cervo braccato scarta impaurito a sinistra. La sua corsa si è fatta più frenetica e impazzita, gli zoccoli scalciano instabili sul sentiero di terra battuta alzando un polverone di sabbia e di foglie. S'infila fra i bassi cespugli del sottobosco e poi con un rapido salto aldilà di una grossa quercia caduta in un disperato quanto inutile tentativo di seminarLa. Ma Lei viene subito dietro. Con un balzo leggero si stacca dal suolo. Avrebbe potuto alzarsi in volo ma non sarebbe stato così divertente. Il movimento è quasi perfetto mentre si flette leggermente verso le ginocchia, la lancia stretta a metà dell'asta. La corsa dell'animale non s'interrompe mentre Lei atterra morbidamente piegandosi fin quasi a sfiorare il terreno con i capelli per ammortizzare il salto. Poggia la mano a terra, fermandosi un solo istante ad annusare l'aria. Il viso allungato e dolce è attraversato da un sorriso che mette in risalto due canini appuntiti e bianchissimi. Poi la corsa riprende, giù lungo il sentiero e verso la fine della foresta. La luce della luna si è fatta più brillante. Il cervo la guarda ma non s'illude: sa che non lo lascerà raggiungere gli ultimi alberi. La fuga è finita.

Sono dieci, forse venti, non riesce a contarli bene perchè l'unica cosa che le preme e proteggere il bambino. Sono alti, con le braccia innaturalmente allungate e le dita affusolate e ricurve. Indossano abiti scuri e il loro viso si fonde con la penombra della stanza. Solo gli occhi, perfettamente rotondi e privi di pupilla, si accendono rossi, nel buio. La donna si alza e indietreggia, ma si accorge che l'hanno già circondata. Non producono alcun rumore e non riesce a vedere quando si muovono. Può sentire la loro presenza anche sul soffitto e il suo fiato si fa grosso. Per un attimo si scopre a chiedersi se è solo il bambino che vogliono oppure anche lei! Che cos'è? Sta forse sperando che la risparmino in cambio del bambino? Il solo pensare che una cosa così vile le abbia attraversato il cervello la riempie di disgusto per sè stessa. Piange, grosse e calde lacrime di terrore e di impotenza di fronte a ciò che sa di non poter combattere. Vorebbe urlare ma la voce le muore in gola, quelli che si sentono sono solo gli urli ormai rochi del neonato. Lo schiocco di un paio di denti la distrae, facendola voltare a sinistra. E' un colpo secco, inquietante se si sa da dove proviene. E succede tutto in un attimo. Non sente che il bambino le viene strappato di mano perchè qualcosa le ha appena trapassato lo stomaco. La ferita brucia e non può neanche piegarsi in due perchè l'artiglio corneo che l'ha colpita l'ha anche inchiodata al muro dietro di lei e il suo assalitore sta aspettendo che lei spiri. E sembra anche piuttosto impaziente. Pensieri confusi le turbinano nella testa ma nessuno è per il bambino. La regina si chiede se si ciberanno di lei dopo che sarà finita. E se davvero morirà dissanguata così. Spera in un ennesimo colpo che possa porre fine a quell'agonia. Il sangue cola copiosamente dalla ferita. La veste è completamente intrisa e le si appiccica gelida alle gambe semipiegate dal dolore. Spalanca la bocca in un nuovo fiotto di sangue e nella sua mente si forma l'immagine dell'unica persona che abbia mai amato, non importa se le era proibito. La creatura ritrae l'artiglio e la donna cade a terra con un tonfo sordo. Gli occhi aperti a fissare attoniti il soffitto. Anche il bambino ha finalmente smesso di urlare.....

Non un gemito. Non il minimo lamento. Si sente solo lo schiocco sonoro del collo del cervo che si rompe, dopo che Lei ha fermato la sua corsa, buttandolo a terra con tutto il peso del suo corpo così apparentemente umano e fragile. Ma nelle sue braccia c'è una forza inumana. Le unghie ben curate si traformano in lunghi artigli ricurvi e affondando nella giugulare della bestia, facendo spillare il sangue ancora caldo.
Inginocchiata accanto all'animale la demone beve voracemente. Il cervo giace immobile in una posa innaturale, con il collo piegato indietro fino quasi a toccare la schiena. Le gambe flosce poggiate sul terreno polveroso. Sembra un pupazzo privo del riempimento fra le braccia scure della sua assassina. In tutta la crudeltà del gesto si rivela la vera natura del suo potere. Non è più un angelo adesso e il suo aspetto fatica a nascondere l'origine oscura del suo potere. La Dea solleva il viso dalla sua preda: come il muso di una animale, il suo viso è coperto di sangue fresco che gocciola anche dai canini ora più prominenti. Ringhia sommessamente scoprendo le gengive e poi slancia la testa indietro e ulula alla luna che la illumina perpendicolarmente. E' un grido strano il suo: non è quello di un lupo, non è quello di un essere umano è un grido vittorioso e fiero di una creatura che non è ne l'uno nè l'altro ma è più forte e più cattiva di entrambe....

La giovane ragazza drago rimane a fissare la figura che le sta davanti. La sorpresa è tale che non pensa neanche ad indietreggiare. E' apparsa dal nulla oppure era lei che non aveva fatto caso alla sua presenza? Ha la sensazione che la figura si trovasse lì già da prima ma che lei non avesse voluto vederla. Come se si fosse rifiutata di farlo. Non sà come è arrivata a quella conclusione, ma è certa che sia andata così. Nel suo cuore qualcosa le impedisce di riconoscere la presenza di chi le stava davanti. O forse, trattandosi di un sogno, è solo il normale svolgersi delle cose. Istintivamente la vestale abbozza un sorriso, ma non ottiene nessuna reazione. Il viso della figura è immobile ed inespressivo: la pelle chiara e lucente la fa somigliare ad una strana bambola di porcellana. Una bambola. Ora che può guardarla meglio e da vicino, si rende conto che il viso di chi ha di fronte è sicuramente quello dolce e un pò scavato di una ragazza. La vestale apre la bocca per dire qualcosa ma l'altra solleva una mano per farla tacere. Lei obbedisce e osserva quasi incredula il movimento fluido e angosciosamente lento di quella mano innaturale. Intorno e dentro di lei di nuovo quella strana sensazione di disagio. La ragazza, avvolta nel velo come la prima volta, le mostra le mani e la vestale vede che le sue lunghe dita sottili sono striate da corpose macchie di sangue. Gli occhi le si spalancano per l'orrore e arretra ma l'altra le afferra i polsi, dimostrando una forza quasi maschile. "Non aver paura, perchè è questo ciò che sono" la voce priva di qualsiasi tono squarcia nuovamente quel silenzio sospeso. "Cerca nella tua memoria. Tu sai"
Ma la vestale sembra sconvolta e continua a scuotere la testa. "Cerca dentro di te e trova la soluzione"
Un altro sibilo, più forte e più poderoso del precedente, le trapassa le orecchie e poi la figura di porcellana viene avvolta tra le spire di un gigantesco serpente nero. La bestia è attorcigliata anche intorno alla torre e continua a scivolare lentamente intorno alla vita della ragazza mentre dalla grossa testa triangolare, la lingua biforcuta serpeggia con inquietanti sibili. "E' quello che sono Philia, tu lo sai"
La novità di sentire il proprio nome dalle labbra della visione è presto dimenticata perchè il gigantesco rettile scatta in avanti, mostrando un paio di zanne venefiche e poi tutto si fa nero......


SANGUE
di un bambino, forse sparso inutilmente
SANGUE
sulle vesti di un angelo caduto
SANGUE
su mani senza tempo di porcellana bianca
Sangue.


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