Nota dell'autrice: Questo è stato un capitolo molto sofferto. Per quanti sforzi facessi non voleva riuscire come invece volevo. Ogni singolo pezzo ha subito i più svariati rimaneggiamenti prima di finire su questa pagina ma, devo ammettere che sono abbastanza soddisfatta del risultato. Ad ogni modo, se questo capitolo è on-line lo devo ad alcune persone che non mi hanno permesso di lasciarlo a metà e che hanno creduto fino in fondo che io potessi davvero finirlo. Cosa della quale io dubitavo così fortemente da aver deciso di non scriverlo più.
Un ringraziamento particolare va poi a Johnan che ha fatto il meraviglioso disegno di Phibrizio ed Ai-chan che vedete propio qui sotto (per vederlo a grandezza naturale e, sopratutto, a colori cliccateci sopra). |
"Ahia!"
La voce di Phibrizio esplose nella stanza, seguita da un vago rumore di corpi che si muovevano.
"Piano! Piano!" ancora la voce dell'Hellmaster. Non il solito tono sarcastico, ma uno ben più piagnucolante.
Rumore di molle del materasso e il fruscio di coperte di seta.
"Aiko, aspetta!" chiese Phibrizio "Guardami quando ti parlo!"
Uno dei due doveva essere caduto o forse si era alzato a sedere.
Il letto cigolò, le molle agonizzanti sotto il movimento forzato.
"Piano, porca miseria!" ripetè Phibrizio. "Con garbo! E' delicato!"
Il respiro sommesso della ragazzina invase la stanza, Phibrizio si zittì di nuovo per qualche istante prima di inspirare, sopportando il dolore che sembrava essere prossimo alla fine.
Qualcosa però andò storto. "Fermati!" urlò il demone, per altro senza essere udito visto che Aiko era impegnata, la testa non rivolta verso di lui.
Phibrizio si mosse di nuovo, un'altra imprecazione tra i denti. Aiko, questa volta, sembrò notare le parole e prendersela parecchio.
Pensaci da solo, allora. Strepitò, a modo suo, gesticolando in modo convulso. Lo sguardo fiero, arrabbiato eppure imbronciato come quello di una bambina. La spallina della camicia da notte le scivolò a metà braccio.
"Non posso!" l'Hellmaster le lanciò un'occhiata irritata. "Non mi vedo!"
Aiko, le mani sui fianchi, lo fissò per qualche istante poi decise di riprovarci, nonostante le infantili quanto ingiustificate lamentele del demone.
Phibrizio, seduto, con la schiena appoggiata contro i cuscini, cercò di seguire i movimenti di Aiko con la coda dell'occhio ma riusciva a vedere ben poco. Avrebbe voluto dirle per l'ennesima volta di fare piano, ma tanto lei non lo stava a guardare.
La ragazzina si era ormai stufata dei suoi strepiti - che non poteva sentire ma che si risolvevano in scatti improvvisi che le portavano via di mano ogni cosa.
La verità era che Phibrizio non aveva la benchè minima capacità di sopportazione.
La più piccola cosa lo infastidiva.
Di nuovo, cercò di tenerlo fermo con una mano, ignorando il leggero tremito del demone che continuava a voltare la testa dall'altra parte. Lo strattonò, con poca grazia in effetti, perchè ritornasse come lo aveva messo lei.
Quindi, con precisione chirurgica, si avvicinò.
Solo dopo altri svariati tentativi, conditi dai colorati e fantasiosi insulti di Phibrizio che cadevano nel vuoto ogni volta, l'operazione riuscì perfetta come doveva essere. Il viso concentrato di Aiko si distese in un sorriso trionfante e orgoglioso.
Phibrizio cacciò un sospiro di sollievo, ignorando il vago pulsare del suo orecchio dove ora - grazie alla piccola orientale - brillava un minuscolo orecchino a forma di croce.
***
La festa era fissata per mezzanotte, il che gli dava ancora due ore per prepararsi.
Zelas era sparita all'ora di pranzo senza dire dove fosse diretta. Informarlo dei suoi spostamenti non era per lei un dovere, ma in genere era una gentilezza che gli concedeva.
Xellos non aveva cercato in alcun modo di capire la sua posizione, primo perchè sicuramente si era schermata, secondo - se per uno sfortunato caso del destino Zelas stava controllando i suoi movimenti - sarebbe stato imbarazzante venir scoperto mentre cercava di localizzarla quando era chiaro che si era allontanata per avere un pò di privacy.
Per queste e altre mille ragioni aveva rinunciato a capire dove fosse andata, anche perchè non era particolarmente preoccupato per la sua incolumità. Era ormai quasi certo che non avrebbe commesso niente di irrazionale come sgozzare teneri cerbiatti in fasce nel cuore della foresta. Con ogni probabilità sarebbe riapparsa con addosso il suo bel vestito nuovo e la travolgente ondata dei suoi riccioli d'oro.
Sospirò, appoggiando l'ultimo libro sull'imponente scaffalatura di roccia che occupava tre lati della stanza. Come se avesse aggiunto l'ultima ruota di un ingranaggio invisibile, un rumore elettrico attraversò tutta la libreria poi per un istante fu visibile uno scudo esagonale del tutto simile al suo e infine ogni cosa tornò silenziosa. Un sistema di protezione che funzionava solo se tutti i libri erano al loro posto e che si attivava se anche uno solo dei volumi veniva estratto dalla sua postazione da qualcuno che non veniva riconosciuto come Metallium. Più o meno lo stesso funzionamento di tutte le porte del castello, solo un pò più sofisticato. Un'invenzione ingegnosa ma che incontrava enormi difficoltà con Zelas.
La Beastmaster e l'ordine non erano mai andati d'accordo. E nemmeno il rischio che libri di incantesimi potenti come quelli potessero cadere nelle mani sbagliate se lasciati fuori dal campo di protezione era riuscito a farle mettere giudizio. Xellos valutò l'idea di estendere lo scudo all'intera sala di lettura. Un notevole spreco di energie, doveva ammetterlo, ma forse il sistema di sicurezza avrebbe fatto meglio il suo dovere.
Lo mise in lista tra le cose da fare.
Si teletrasportò nella sua camera, unico angolo del castello che fosse completamente di sua proprietà e che funzionasse secondo le sue regole.
Un piccolo regno nel regno.
La porta, di legno massiccio borchiata da quattro placche di ferro che la irrobustivano ulteriormente, lo riconobbe scivolando sui cardini in religioso silenzio. Xellos sollevò la mano che reggeva il bastone e questo schizzò - letteralmente - andandosi ad incollare sulla parete di fronte, in orizzontale, parallelo alla testiera del letto come una preziosa arma ornamentale.
Per qualche istante rimase sulla soglia, i piedi a stento oltre alla riga della porta, osservando la stanza quasi volendo comprenderla ed accettarla prima di entrare.
Dopo uno sforzo che gli era costato quasi tutta la forza di volontà che possedeva, era riuscito ad abitare di nuovo i suoi appartamenti anche se solo per qualche istante. Per quanto cercasse di dimenticare, il lutto, la felicità e la vita racchiusi in quella stanza non riuscivano più ad uscire dalla sua testa.
Non era più tornato a dormire lì. E per riflesso da nessun altra parte. Non dormiva da sei anni.
Era la sua personale reazione al dolore. Non aver bisogno di abbandonarsi al sonno gli ricordava la sua natura di demone ed era il primo passo per allontanarsi dall'essere umano che si era quasi abituato a fingere di essere. Stupido ragionamento, ma non ne aveva altri altrettanto efficaci.
La sua stanza era un piccolo rifugio quadrato nel cuore della Wolf Pack Island.
Un nido con mura e finestre. Un luogo quasi accogliente se il nero non ti disturbava. Le pareti erano ricoperte di spessi lastroni di pietra, come i cunicoli dei sotterranei, che lasciavano fuori il sole tropicale dell'isola e non permettevano al freddo di lasciare la stanza.
Quattro torce, una per lato, ardevano sempre per fare luce. Avevano acquisito la funzione di riscaldare solo da quando Lina aveva messo piede lì dentro. Il corpo di Xellos non era influenzato dalla temperatura, non da quella atmosferica per lo meno.
C'erano soltanto due finestre, lunghe e rettangolari che davano entrambe sul mare. A mezzanotte, quando la luna era nel suo punto più alto, la luce passava attraverso i vetri di quella più vicina al letto, tagliando le coperte di luce argentea. Ogni notte.
Il letto era un angolo decisamente insolito.
Era un matrimoniale di legno massicio, accostato nell'angolo più lontano, proprio accanto alla finestra. La testata era ornata di fregi che risalivano alla Kouma Sensou, disegni e simboli che nessun essere umano avrebbe riconosciuto ma che lei aveva intuito.
C'erano coperte nere sopra. A volte viola, ma non troppo spesso. E cuscini, tanti cuscini di raso sparsi in fondo al letto o lasciati a terra, sul pavimento freddo quasi quanto le pareti della stanza. Gli piacevano i cuscini, così soffici...
Tecnicamente Xellos non dormiva. Poteva, certo, ma non ne aveva realmente bisogno. Il letto era quindi rimasto un luogo del tutto privo di significato nella sua lunga esistenza, fino a che fra quelle lenzuola non aveva dormito lei.
Tutto là dentro aveva assunto nuovi significati dopo che lei era stata lì, aveva vissuto quella stanza, aveva toccato quelle cose. Adesso il demone non poteva girarsi senza che qualche ricordo particolare gli affiorasse al cervello, non c'era un angolo di quel suo piccolo mondo personale che non li avesse visti insieme. Era doloroso e struggente allo stesso tempo.
L'incontro con Lina, il loro avvicinamento e la loro improvvisa separazione aveva aperto il suo cuore ad una più ampia gamma di sensazioni.
Dentro di sè aveva sempre avuto a disposizione l'odio, il rancore, la vendetta, l'allegria...e persino l'amore. Ma viverli come li aveva vissuti con lei e poi trovarsi improvvisamente senza l'oggetto e la fonte di tutte le sue emozioni, aveva cambiato completamente la sua percezione delle cose. Si sentiva cambiato, innegabilmente.
Dopo di lei, tutto ciò che era venuto prima gli sembrava debole e incerto. Come se fino a quel momento le sue emozioni fossero state congelate dietro la frangia dei suoi capelli, in uno sguardo calcolato per suscitare paura. E forse era così.
Aveva odiato i suoi nemici. Amato il potere che possedeva. Vendicato la sua master innumerevoli volte. Ma quando aveva dimostrato questi sentimenti, se non con lei?
Quando, veramente, prima di lei?
Sospirò pesantemente, sentendosi molto solo davanti a quella finestra che gli vomitava in faccia la luce bianca della luna. Adesso riusciva a misurare la sua vita soltanto se prendeva lei come punto di riferimento. Prima di Lina. Dopo Lina. Lina.
Si voltò verso il letto e la vide. Vide i riccioli di fuoco sparsi sulla coperta e lei che rideva per l'ultima frase che le aveva detto e che le era sembrata troppo dolce detta da lui.
Riesci davvero a dirlo senza svanire in una nuvola di fumo nero? Aveva chiesto, sorridendo. Denti bianchi, dietro labbra così rosse. Il suo viso sembrava quasi irradiare luce.
No, non sarebbe svanito. Non poteva svanire come dicevano le leggende. Le cose buone non lo disintegravano, non sarebbe diventato cenere come un vampiro alla luce del sole solo perchè le aveva detto ti amo.
Non era così che funzionavano le cose.
Aveva capito. Lei lo aveva fatto. Lo aveva guardato con quegli occhi color nocciola, così intensi, e aveva capito. Non aveva detto niente, non aveva annuito. Lo aveva semplicemente guardato e Xellos aveva saputo che lei capiva, che forse sarebbe stata l'unica a farlo e che per lei in quella stanza non c'era nessun demone ma soltanto qualcuno che provava qualcosa per lei. Qualunque cosa fosse.
Xellos chiuse la tenda con uno scatto nervoso. I pendagli di legno appesi alla fine dei due cordini tintinnarono con un rumore sordo che si propagò per la stanza qualche istante. Poi il suono svanì e le tende smisero di oscillare.
La luna, tagliata fuori, non illuminava più la stanza che ora tremolava soltanto dei bagliori caldi delle quattro torce. Xellos immaginò che i suoi occhi stessero riflettendo le ombre, come facevano sempre. Erano come due specchi, due piccole pietre d'ametista che risplendevano come gioielli preziosi e rimandavano indietro immagini della realtà che lo circondava.
Non aveva mai pensato ai suoi occhi in termini di bellezza. Non aveva mai pensato a nessuna parte del suo corpo come tale, non come facevano gli esseri umani. Sapeva di avere un bell'aspetto, ma tutti i demoni come lui lo avevano. Era quasi una regola.
Lei aveva compiuto il miracolo. Lei aveva reso quelle sembianze qualcosa di cui andare fiero. C'era stato un istante, durante una delle notti che avevano passato insieme. Una scintilla, un solo, meraviglioso attimo in cui aveva provato un completo senso di appartenenza.
Lui le apparteneva. Era suo. Non come con Zelas. No, era stata un'altra cosa. Era stato qualcosa di diverso, di completo. Una sensazione, quella, che non poteva essere spiegata a parole. Ma sapeva che prima dell'arrivo dell'uragano Lina e dopo il suo passaggio, non c'era mai stata nel suo cuore un'altra sensazione anche lontanamente paragonabile a quella. Niente poteva sostiture la gioia immensa di sentire, fisicamente e mentalmente, che erano parte l'uno dell'altra.
Per un certo periodo era stata una sensazione che prometteva di durare in eterno. Poi qualcosa si era spezzato, nelle loro vite insieme e dentro loro stessi. E quel qualcosa aveva il volto di un angelo dagli occhi di demone.
Xellos inspirò profondamente. Avrebbe voluto imprecare ma qualcosa lo trattenne, forse il ricordo. Forse l'incapacità di provare l'odio che invece desiderava ardentemente provare.
I vestiti, doveva cambiarsi.
In fondo alla stanza, accanto allo specchio, c'era un piccolo armadio nero a due ante.
Un mobile relativamente modesto se paragonato ai pesanti quanto ingombranti mobili che riempivano ogni stanza arredata da Zelas. Alla demone piacevano gli armadi costosi, i letti pesanti ed enormi, le pregiate quanto inutili cassapanche con cui riempiva i corridoi e che non contenevano assolutamente niente. Lei era quella che pretendeva intagli sugli schienali delle sedie, elaborati disegni sul vetro del tavolo da caffè, maestose vetrate scure che gettassero ombre rosso sangue sui suoi pavimenti di pietra grezza. Lei voleva lo sfarzo e l'opulenta presenza di mobili importanti e dalle linee decise.
Xellos, come in tutte le cose, era pratico e incline ad un gusto meno esibizionista ma ordinato, preciso - quasi metodico - che voleva la sua stanza arredata con pochi oggetti scelti accuratamente per riempire un angolo, una parete in modo impeccabile. Niente che non fosse assolutamente necessario era presente nella sua camera. C'era un che di armonico nell'arredamento, tanto che qualsiasi oggetto estraneo avrebbe spezzato lo studio di quella disposizione quasi millimetrica. Erano mobili dalle linee semplici, i suoi, un armadio e un cassettone che non entravano in conflitto con la nuda pietra delle pareti e il letto era costruito per stare esattamente lì dove stava. Non sarebbe stato bene in nessun altro luogo che in quell'angolo bagnato di luce lunare.
In un eccesso di megalomania demoniaca richiamò a sè l'unica poltrona della stanza e vi si sedette, una gamba appoggiata di traverso sull'altra.
Con un gesto annoiato aprì l'anta dell'armadio e osservò i pochi vestiti che possedeva. Cambiarsi d'abito non era attività che lo interessasse particolarmente. Ora meno che mai.
C'erano due vestiti da cerimonia, qualcosa che risaliva alla sua nascita e presentazione come subordinato. Abiti conservati in stasi temporale perchè non si riducessero in polvere. Un terzo era una tunica nera, qualcosa di molto simile ad una palandrana da cerimonia funebre. Non aveva idea del perchè fosse lì, nè quando mai gli era capitato di usarla. Gli ultimi tre erano abiti eleganti, da usare per feste come quella, anche se negli ultimi tre secoli c'era stato ben poco da festeggiare.
Nessuno dei tre lo attirava in maniera particolare ma si stava facendo tardi e inoltre voleva lasciare la stanza il prima possibile. Così scelse quello nero centrale che avrebbe fatto perfettamente coppia con quello di Zelas.
La demone si manifestò nella sua testa proprio in quell'istante.
Un'ombra che avvolse i suoi pensieri.
"Ne hai per molto?" Chiese.
L'abito volò nelle mani del subordinato che non aveva potuto fare a meno di sorridere al tono decisamente poco demoniaco di Zelas.
"No Master. Ma le signore non dovrebbero arrivare con qualche minuto di ritardo?"
Xellos vide i denti lupeschi snudarsi nel nulla della sua mente. "In genere sì, ma voglio arrivare prima e vedere chi sarà presente stasera. Voglio essere preparata quando farò la mia grande entrata"
Il subordinato si agganciò i polsini con un gesto abituale e preciso, poi allungò una mano indietro recuperando il bastone. Seguì il rumore del legno, ovattato dalla sua mano che lo afferrava al volo. "Hai in mente qualcosa di speciale?"
Quando Zelas rispose, lui era di nuovo al suo fianco, impeccabile nel suo vestito.
"No, Xellos. Soltanto me stessa"
Per quanto si trovasse proprio in mezzo al deserto, tra dune mobili che rendevano impossibile localizzarne l'esatta posizione, l'Hellmaster Manor era un castello vero. Non una proiezione magica proveniente dal piano astrale nè una raffinata illusione demoniaca creata per abbagliare i semplici occhi umani, bensì una costruzione solida di pietra e di calce che si poteva toccare. Qualcosa di squisitamente reale che proiettava sensazioni ben diverse da quelle che si provavano nella dimensione che stava fra la realtà e il nulla dalla quale i demoni provenivano in massa.
Phbirizio aveva iniziato ad odiare il piano astrale dopo il suo ritorno e conosceva bene le ragioni che lo spingevano a provare disgusto per quel particolare luogo. Non sopportava più l'assenza del tempo e dello spazio, la mancanza di confini e di qualunque regola fisica.
Aveva più volte cercato di dare una spiegazione alla totale repulsione per ciò che era stato il suo modo di vivere prima e l'unica giustificazione che gli sembrava valida era legata a quel nuovo corpo.
Non era finto neanche quello. Non poteva svanire nel nulla, sciogliersi nell'aria e vagare sotto forma di energia come aveva sempre fatto. Quello che indossava era un corpo umano, legato alla terra che calpestava.
Umano fino all'ultima vena pulsante.
Doveva mangiare, bere e dormire per vivere...eppure non invecchiava, non si ammalava e aveva più potere del più potente mago sulla terra.
Era lui stesso, la sua energia, spinto a forza in un corpo troppo piccolo e poco versatile.
Lord of Nightmares non avrebbe potuto scegliere per lui punizione peggiore di quella.
E il bello era che nessuna delle persone invitate a quella festa ne aveva la minima idea.
A mezzanotte il grande portone dell'Hellmaster Manor era ancora sprangato e si era formata una gran folla in giardino.
Il castello, gotico nelle finestre e nelle guglie delle sue torri, era però preceduto da un curioso giardinetto ben tenuto e rigoglioso che oltre a stridere in maniera più che evidente con l'arido deserto in cui sorgeva, sembrava inadatto anche per una costruzione di quel tipo, davanti al quale forse sarebbe stato più probabile trovare un qualcosa di inospitale e freddo. Come cancelli di ferro o orribili statue di cattivo gusto.
L'ambiente era invece molto accogliente.
Alberi - e non erano palme - circondavano tutto il castello, come un piccolo boschetto privato. Una macchia di verde diluita nella luce lunare che quasi brillava sulla distesa di sabbia. A vederlo dall'alto era qualcosa di assolutamente inspiegabile. Era certo più grande di un'oasi ed era per questo del tutto impossibile. Niente di così rigoglioso poteva crescere a quel modo nel deserto.
Oltre il sontuoso, forse un pò eccesivo, cancello d'entrata c'era un viale e un lungo corridoio d'acqua che finiva a qualche decina di metri dal portone principale. Un'immensa piscina di acqua chiara nel quale la luna si rifletteva limpidamente e accompagnava l'avanzare degli ospiti verso il castello.
C'era un enorme fontana monumentale al centro della piazzetta che si apriva davanti al portone. La fontana era semplice, in pietra, nella forma di una giovane donna in punta di piedi, che versava acqua da un vaso cesellato. La ragazza non sorrideva, nè sembrava prodigarsi nel suo compito di versare acqua nella vasca rotonda sottostante, aveva le lebbra socchiuse e lo sguardo perso nel vuoto, come se stesse contemplando qualcosa di molto remoto. In molti si erano fermati ad osservarla, per cercare di capire che cosa stesse a significare, perchè era veramente ben fatta ma non si capiva assolutamente cosa stesse guardando.
Il castello di Phibrizio aveva a disposizione quantitativi d'acqua surreali che facevano bella mostra di sè attraverso fontane monumentali e laghi artificiali in quell'immenso giardino che aveva ben poco da invidiare alla foresta tropicale di Zelas.
Come facesse a mantenere tutto quel verde sulla terra arida del deserto era un segreto che si era portato nella tomba la prima volta e che, con ogni probabilità, si sarebbe portato dietro ancora se gli fosse capitato di morire di nuovo. In giro si vociferava che avesse portato lì tutta quell'acqua per far dispetto a Dolphin, con la quale era in competizione dall'alba dei tempi (erano sempre stati gli unici due demoni bambini), ma adesso che Phibrizio aveva saltato a piè pari l'adolescenza si poteva supporre che quell'antica rivalità fosse ormai vinta.
La verità era che Phibrizio amava l'acqua e aveva fatto di tutto per potersene circondare, ma non l'aveva mai detto esplicitamente perchè le leggende sulla sua guerra intestina con Dolphin erano assai più esilaranti.
***
Xellos e Zelas erano arrivati con un anticipo di quasi venti minuti, come voleva la demone, ma erano rimasti in disparte per studiare nei minimi dettagli la folla che continuava a riversarsi nel giardino, nonostante il numero dei presenti avesse ormai ampiamente oltrepassato le loro aspettative. C'era gente ovunque, intorno ai bordi del corso d'acqua, intorno alla fontana. Perfino demoni seduti sulle panchine di marmo nero che parlavano animatamente tra loro, in una strana riproduzione distorta di quello che succedeva nelle feste degli esseri umani.
Era un tripudio di razze demoniache, tra corna e code in abiti eleganti. Gli unici ad avere un aspetto completamente umano sarebbero stati i demoni superiori e le loro controparti draconiche, che erano relativamente pochi rispetto agli esseri presenti in quel giardino.
"Quanta gente" gli occhi della demone si muovevano tra la folla. "C'è qualcuno che conosci?" chiese, inclinandosi verso Xellos senza però distogliere lo sguardo. Percepiva chiaramente la presenza di Dynast ma non era localizzata. Poteva essere ovunque e non riusciva a scorgerlo. Situazione bizzara, visto che in genere era difficile non notare un armadio a muro vestito di blu elettrico.
"Conosco di persona metà di questa gente" rispose Xellos, guardandosi intorno con finta noncuranza. "E l'altra metà di fama"
Zelas accavallò le gambe e vi si appoggiò con aria annoiata. "Qualcuno di cui preoccuparsi?" s'informò. Forse Dynast si era reso immateriale. Se stava aleggiando sopra le loro teste non potevano sapere dove fosse.
"Direi di no. Tutte spie o merceneri" rispose il subordinato, come se stesse parlando di noccioline. "Nessuno che si senta così grande da far casino a casa dell'Hellmaster. E' gente di poco conto. Gli unici a contare qualcosa qui, siamo noi"
Zelas sbattè le lunghe ciglia bionde, con aria interrogativa. Gli avambracci appoggiati sulle ginocchia e i polsi incrociati, sembrava molto rilassata. "Vuole fare numero?"
Xellos fece una pausa. "Vuole testimoni"
A Zelas sfuggì una risatina di sincera ammirazione. "Quel piccolo bastardo è un genio" commentò. I braccialetti le scivolarono lungo il braccio tintinnando e lei li rimise apposto con un gesto veloce ed elegante "Qualsiasi cosa abbia in mente avrà un centinaio di occhi puntati su di lui. Nessuno potrà negare"
"E' questo che mi chiedo" commentò Xellos, ancora intento nella sua ispezione. La mano stretta intorno al bastone.
"Che cosa?" S'informò lei. Era talmente divertita da quella notizia che non pensò nemmeno di accendersi una sigaretta. Decise invece di osservare gli invitati con Xellos. Qualcuno ricambiò il suo sguardo d'oro, altri abbassarono gli occhi in un timore reverenziale. Zelas mostrò i canini, compiaciuta. Millennaria si, ma faceva sempre il suo effetto.
"Che cosa dovremmo testimoniare? Cos'ha in mente per aver messo su una cosa simile?" rispose lui "Questa cosa non mi piace"
Lei inclinò la testa di lato per osservare il suo demone, avvolto nel suo meraviglioso vestito nero. "Rilassati Xellos, lo scopriremo presto."
Con un mezzo sorriso ed un cenno del capo, Xellos salutò un ragazzo ad un centinaio di metri dalla loro panchina. Un ragazzo alto si e no quanto lui, con corti capelli color amaranto e un pessimo gusto nel vestire. "Da quando sei diventato così socievole?" Gli chiese Zelas, mentre le veniva una gran voglia di bere qualcosa. Si guardò intorno ma scoprì con disappunto che non era stato preparato niente per gli ospiti fuori. Doveva aspettare che si aprisse il portone.
"Da mai" Xellos passò in rassegna altra gente che stava varcando i cancelli. Anche lui sentiva la presenza di Dynast ma non lo vedeva, era dannatamente sfuggente. "Mi deve un favore. Voglio che sappia che lo sto tenendo d'occhio" la sua voce acquistò un tono antico e monotono che inquietò perfino Zelas.
"Qualcosa di grosso?" chiese, si tolse uno dei braccialetti tondi per passare il tempo.
"Abbastanza da giustificare il suo omicidio in caso non si dimostrasse ragionevolmente grato" fu la risposta.
Continuava ad arrivare gente. Zelas si era aspettata qualcosa di molto intimo. Solo loro magari, demoni e draghi, con Phibrizio che metteva su un processo per provare la sua innocenza. E invece più si guardava intorno, più notava persone delle quali non riusciva a giustifcare la presenza. Non c'erano solo demoni minori, ma anche minoranze come le ondine o i demoni brass che se ne andavano in giro senza la minima idea di cosa fare, ubriacati dalla maestosità di quel castello demoniaco in terra.
La prima volta a casa di un dark lord doveva essere sempre un pò spiazzante. Le sensazioni di demoni per così dire "normali" non dovevano essere diverse da quelle provate dagli esseri umani di fronte ad un dark lord. Anche per loro era un essere superiore, dai poteri inimaginabili e terribili.
***
"Vrabazard, sei pronto?"
La testa di Valwin si infilò nello studio del Dio dei Draghi di Fuoco, facendolo sobbalzare. Il vecchio drago si profuse in un'ampia serie di epiteti di fronte ai quali Valwin non fece una piega. Anzi, fece irruzione nella stanza, spalancando la porta.
Vrabazard tacque, chiudendo il libro che stava leggendo.
"Guarda che siamo in ritardo" commentò Valwin, estraendo un'inaspettata quanto ingiustificata clessidra dalla tasca interna del suo bel mantello azzurro cielo. Era vestito in maniera talmente assurda da giustificare ampiamente l'improvviso desiderio di Vrabazard di rimanere nel suo studio, che appariva ora l'unico luogo possibile in cui mantenere la sua dignità. Valwin picchiettò con l'indice sul vetro della clessidra dove la sabbia (azzurra!) filtrava veloce e la indicò al compagno. "Vedi? Dovremmò già essere lì. La clessidra dice sempre la verità"
Vrabazard gli lanciò un'occhiata disgustata. Come poteva quel drago dall'aspetto bislacco avere tutto quel potere ed essere contemporaneamente così stupido! "Ma come ti sei vestito?"
Valwin non notò il tono. "Piace?" esclamò, allargando le braccia per mostrare una tunica bianca che gli arrivava alle caviglie magroline ed ossute. Aveva anche un lungo gilet azzurro, con l'orlo ricamato di perline bianche e blu. "Cosa interessante quei...come li chiamano...?"
Vrabazard alzò un sopracciglio. "Cosa?" replicò irritato.
Il Drago dell'Aria strizzò gli occhi e agitò una mano di fronte a sè, schioccando le dita all'altezza della testa. "Ma sì, dai che lo sai. Quei...dammi una mano"
Vrabazard esasperato, era indeciso tra strozzarlo o gettarlo dalla finestra.
Capì quasi subito che buttarlo dalla finestra non avrebbe risolto il suo problema: sapeva volare.
"Come pretendi che io ti dia una mano se non so cosa ti passa per la testa?" sbottò, quando Valwin gli chiese ancora una volta la parola che stava cercando.
"Fanno i vestiti!" esclamò Valwin "Andiamo, come si chiamano?"
"I sarti?" buttò lì Vrabazard.
Valwin battè le mani una volta sola e poi lo indicò. "Ecco, quelli!" esclamò, contento. "Sono interessanti, eh. Tu gli dici cosa vuoi e loro *pum* ti fanno su due piedi quello che vuoi! E con la stoffa!"
"E con cosa sennò..." mugugnò Vrabazard tra i denti, alzandosi e rimettendo il suo libro a posto nell'immensa libreria del suo studio. Valwin gli andò dietro, con la sua andatura saltellante e con addosso un curioso cappellino con la punta piegata.
"Dopo tutti questi secoli mi meraviglio ancora di quanto gli esseri umani siano straordinari" cinguettò il Drago dell'Aria, seguendo Vrabazard come un'ombra. "E ingegnosi!! Non è del tutto incredibile riuscire a vivere ogni giorno nonostante capacità limitate?"
Vrabazard si voltò a guardarlo. "Curioso. Stavo pensando esattamente la stessa cosa"
"Tu come hai intenzione di venir vestito?" Valwin non colse il sarcasmo.
Vrabazard non si prese nemmeno la briga di guardarlo. "Così" rispose.
"Oh...originale" esclamò l'altro, notando che il Drago di Fuoco era vestito esattamente uguale al giorno prima. E a quello prima ancora. Se non ricordava male era vestito così da quando lo conosceva.
Vrabazard inspirò. "Si può sapere cosa fai ancora qui? Non puoi avviarti?"
"Ormai sono qui, ti aspetto" commentò Valwin, con un sorriso euforico. Vrabazard temeva una tale minaccia. "Però sbrigati, perchè l'invito era per mezz'ora fa" Valwin estrasse di nuovo la sua eccentrica clessidra colorata, cosa che fece venire una crisi di nervi all'altro.
"Metti via quella clessidra per la miseria! Va bene..andiamo!" sbottò alla fine per poi massaggiarsi teatralmente la tempia, come in preda ad una disastrosa emicrania.
Valwin guardò l'altro drago con aria molto ferita, ma gli ubbidì facendo sparire la clessidra nell'ampia tasca interna della tunica che, con ogni probabilità, la inghiottì per spedirla chissà dove. "La tua amica non viene?" commentò poi distrattamente, mentre si preparava al teletrasporto con i piedi tallone contro tallone.
"Quale amica?"
Valwin sorrise sornione, incrociando le mani dietro la schiena. "La giovane vestale" esclamò, l'occhio di traverso.
Vrabazard borbottò qualcosa sulla disintegrazione molecolare prima di abbiare un "E' già là".
Poi entrambi sparirono con un rumore elettrico e allegre scariche azzurrine.
"VALWIN!"
***
Quando i portoni si aprirono la sala apparve fin troppo grande perchè anche la numerosa folla che aveva atteso fino a quel momento potesse riempirla completamente. Era racchiusa da spesse mura di pietra grezza, lastroni immensi, ordinatamente impilati che conferivano alla stanza un vecchio fascino ancestrale. E poi, torce fiammeggianti nei loro sostegni di ferro battuto e la muta, inquietante presenza di gargoyle ruggenti sulle colonne. In mezzo a tutto questo antico e suggestivo terrore, tocchi di favola addolcivano la stanza. Lunghi, candidi drappi bianchi erano tesi tra le statue, ricamavano le curve acute degli archi, i diritti corrimano delle quattro scalinate, come fiocchi di neve su un paesaggio invernale. Decorazioni quasi matrimoniali che aggiungevano alla stanza un perverso quasi fastidioso pallore virginale.
Dynast accolse lo straziante cigolio dei portoni con gratitudine. Era apparso nel salone almeno due ore prima, convinto di trovarci Phibrizio che invece si era chiuso oltre le scale, tagliando fuori chiunque oltre a lui e quella ragazzina. Aveva provato anche a chiamarlo ma lo aveva ignorato completamente, non che fosse una novità ormai.
Trovatosi solo e in estremo anticipo, aveva deciso di servirsi da bere ed attendere. Non gli sembrava produttivo tornare al suo castello per poi tornare indietro di nuovo. E poi si era fermamente convinto che lasciando aleggiare la sua energia, Phibrizio avrebbe finito col venirlo a salutare.
Ma non aveva fatto i conti con la testardaggine dell'Hellmaster che era rimasto barricato nelle sue stanze senza problemi. In compenso lo avevano sentito Xellos e Zelas che ora lo stavano cercando ovunque senza vederlo.
Al cigolio delle porte seguì qualche minuto di silenzio totale, infine centinaia di invitati iniziarono a riversarsi nel salone. Dynast non si scompose, ma le sue sopracciglia che si incurvavano leggermente verso l'interno erano un chiaro segno del suo disappunto.
Cosa, in nome del cielo, ci stavano a fare lì tutte quelle persone?
Un demone dall'aria indegna quasi lo spostò di peso per raggiungere gli stuzzichini al centro del tavolo. Dynast osservò con ribrezzo come le luride zampacce del mostro si allungavano per artigliargli la giacca e spostarlo. Il demone minore fu l'unico essere fortunato a vedere il Grande Dynast spostarsi ad una velocità calcolabile in uno o due decimi di secondo. "Scusa, amico" borbottò l'energumeno, riempiendosi il piatto.
Dynast trattenne il fiato per qualche istante, cercando accuratamente le parole per esporre il suo punto di vista ma ci rinunciò quando il suo - ahem, ingenuo - interlocutore ingoiò quelli che ad occhio e croce erano i 3/4 del piatto di portata. Stecchini compresi.
Il Demone dei Ghiacci concluse che spostarsi silenziosamente sarebbe stata una grande idea. Quando si spostò, il familiare fruscio delle sue lunghe vesti sventolanti venne completamente a mancare rendendo il suo camminare decisamente meno scenico.
Il demone indossava pantaloni neri e attillati, e una casacca azzurra simile a quella degli schermidori. Alla cintura gli pendeva la spada di Shabranigdo, senza fodero, che gli tintinnava su un fianco. Fine e quasi trasparente, come fosse fatta di ghiaccio, rifletteva i fuochi delle fiaccole che illuminavano quasi a giorno l'intero salone. Riluceva a tal punto da aver attirato l'attenzione di parecchi demoni là intorno. Era una spada che faceva paura.
I capelli bianchi di Dynast invece, lisci e lucidi come fili di seta, erano pettinati in una lunga treccia che gli conferiva un'aria eterea e leggermente effemminata. Se non fosse stato alto due metri e non avesse avuto le spalle che aveva, non sarebbe stato poi tanto difficile scambiarlo per una donna.
Delicatamente, quasi con noncuranza, raggiunse uno dei dozzinali bicchieri di vetro che erano allineati sulla tavola e si diresse verso il banco dei vini ancora deliziosamente vuoto. Era una fortuna che tutte quelle creature preferissero il buon cibo al buon vino.
Scansò con abilità due curiosi incroci tra un un orso e una lucertola e analizzò con cura le bottiglie di vino. Con due dita affusolate e pallide tirò su ogni rosso ed ogni bianco finchè non trovò il suo adorato Sangue di Drago. Un’ annata ottima, proveniente dalle cantine più illustri di Zefelia. "Lesina sui bicchieri, ma spende per i vini.." commentò, dopo averne bevuto un sorso. "Ragazzo furbo"
Il demone bevve nuovamente, vuotando per altro il bicchiere. Si servì di nuovo prima di decidersi a dare un'occhiata in giro. Nella sala c'erano già moltissime persone, ma continuavano ad arrivarne altre. Notò i capelli turchesi di Elettra varcare la soglia proprio dietro ad un aggrovigliato cespuglio di fiocchi e nastri che etichettò come Dolphin solo per la presenza della subordinata. In fondo alla sala c'erano anche due draghi e un gruppo di quei loro ragazzetti efebici. Di Zelas e del sempre troppo presente Xellos nemmeno l'ombra.
Dynast si concesse un'alzata di sopracciglia, mentre osservava quella marea demoniaca e non spargersi nella sala che tendeva ad allargarsi ogni volta che diventava troppo piena. Sorrise. Trucchetti da prestigiatore, possibile che in sei mesi non avesse raggiunto altro risultato che qualche incantesimo illusorio di ridicolo livello?
Impegnato com'era ad analizzare con la sua solita flemma la situazione, notò troppo tardi il gruppetto di oche giulive che lo puntava, col chiaro intento di avvicinarlo. Buttò giù l'ultimo sorso di vino con un gesto irritato.
L'ultima cosa che voleva era una procace ondina umanoide che tentava di infilarglisi nel letto.
Un cameriere dall'aria taurina, spuntato dal nulla, quasi lo investì con un vassoio di quelle che Dynast definì cosce di pollo ma che avrebbero potuto essere qualsiasi altra cosa visto quanto erano intrise di sugo. Il demone si scansò prima che gli si macchiasse la giacca.
"Il signore gradisce?" esclamò serafico il cameriere, recuperando al volo qualcosa di indefinito che era caduto dal vassoio prima che toccasse terra.
Dynast lanciò a quell'esemplare col suo vassoio uno sguardo immobile. "Temo di aver già mangiato a sufficenza" mentì, una mano in avanti con fare affettato. Quindi gli fece segno di allontanarsi, mentre il suo querulo gruppo di adoratrici lo elogiava con epiteti che non avrebbe mai voluto sentire.
Passò di nuovo in rassegna la stanza, cercando segni della Greater Beast ma non ne trovò. Nemmeno il caschetto nero di Xellos era visibile tra le corna e gli aculei che la maggior parte dei presenti sfoggiava.
I draghi e i loro bambinetti erano ancora nell'angolo. Il cespuglio-Dolphin tentava di farsi largo tra la folla: Elettra e Tethis sembravano oltremodo imbarazzate e Dynast le comprendeva ampiamente, lui stesso in quel momento si sentì tremendamente in imbarazzo per essere della stessa razza di Dolphin. "Milord?"
Una voce ovattata accompagnò il delicato strattonare della sua manica. Si girò con una lentezza devastante, scoprendo che avrebbe dovuto abbassare lo sguardo di almeno quaranta centimetri per vedere la delicata, semi-nuda, acquosa ondina che gli stava facendo gli occhi dolci.
Il viso assolutamente immobile, si risistemò la treccia che era mollemente appoggiata alla sua spalla e la fissò con la stessa espressione che avrebbe riservato ad un muro spoglio. L'ondina non demorse e si stampò sul viso un sorriso smagliante che le rimase addosso così a lungo da far venire il dubbio che in realtà si trattasse di una paralisi facciale. Dynast continuò con la sua straziante e riuscita interpretazione della statua di marmo.
La situazione sarebbe rimasta così per sempre, se l'ondina - in un eccessivo slancio di fantasia - non avesse interpretato il rigido silenzio di Dynast come un personalissimo invito nei suoi confronti a continuare.
In un tripudio di denti bianchi e lip-gloss azzurro trota, eruttò in una risata querula che incrinò quattro bicchieri.
Compreso quello che Dynast teneva in mano.
"Milord, è qui da solo?" chiese, dopo altri due minuti di incontrollabili e ingiustificate risatine.
"Lei che dice?" commentò lui, gelido. Al tavolo dei vini c'era soltanto lui e non c'era nessuno lì vicino nel raggio di quattro metri. Camerieri venuti dal nulla e ondine cerebrolese a parte.
Lei rimase in silenzio per qualche istante. Poi non trovò di meglio da fare che ridere di nuovo.
Dynast lanciò un'occhiata al bicchiere che gli si era sbriciolato tra le mani e sospirò.
La ragazza si passò una mano tra i capelli spumosi, azzurri come gli occhi. Indossava ben poche cose e talmente strette che era un miracolo se ancora la contenevano. Una fascia di perle bianche le teneva su una gonna grande quanto un fazzoletto e doveva avere qualche centinaio di braccialetti che le tintinnavano sulla caviglia non proprio fine. Non longilinea dunque, ma nel complesso graziosa.
Peccato che fosse irrimediabilmente stupida.
"E com'è venuto qui?" cinguettò lei, spostando il peso da un piede nudo all'altro. Rise. Altri due bicchieri.
Dynast si ritrovò a pensare che forse era giusto ucciderla. "Ho camminato per 5000 chilometri" esclamò. Cercò un altro bicchiere e lo riempì, dandole le spalle. Lei gli trotterellò al fianco in punta di piedi.
"Sul serio?" sgranò gli occhi, incredula.
Dynast bevve ancora. Non c'era quantitativo di alcool sufficente a farlo ubriacare, e la prospettiva di essere costretto a rimanere lucido lo terrorizzava. "Certo che no" esclamò, atono.
Lo sguardo incredulo dell'ondina si trasformò in qualcosa che ricordava tristemente l'occhiata del salmone morto sul banco del pesce.
Dynast cercò con gli occhi un demone sufficentemente intelligente con cui poter parlare. Si sarebbe accontentato anche di Phibrizio, pensò. Purtroppo nessuno apparve a salvarlo. L'ondina, naturalmente, rise.
"Ah! Ah! Ma lo sa che tra un pò ci cascavo!" esclamò, in un tono di voce assordante e ottuso. "Lei è proprio divertente!"
Seguì un'altra divertente ondata di bicchieri infranti. Dynast percepì distintamente qualcuno imprecare contro la Madre.
"Immagino" Dynast sprizzava allegria da tutti i pori.
"Ed è stato faticoso?" chiese subito dopo seria l'ondina.
La schiuma doveva averle invaso il cervello, o forse questo le stava uscendo liquefatto da qualche branchia nascosta. L'idea lo riempì di ribrezzo, costringendolo a mandare giù altro vino. La parte più oscura del suo cuore di demone prese ad inventare ingegnose torture per ridurre la sua deliziosa, ritardata, piccola corteggiatrice in un mucchietto di pinne e schiuma. Mentre lei attaccava a raccontargli come la vita nello stagno di Lon-sola-sapeva-cosa fosse terribilmente noiosa, Dynast pensava a come porre definitivamente fine alla sua intera esistenza.
Il demone valutò esattamente quanto avrebbe impiegato a metterle una mano in fronte e spappolarle la testa. Non più di quattro secondi. E se usava entrambe le mani, magari, nessuno si sarebbe accorto di niente.
Qualcuno avrebbe sentito la sua mancanza? Ne dubitava.
Cielo, gli stava chiedendo se gli piacevano quei capelli.
Certo che no, tesoro, sembri un cespuglio di alghe. Bastava allungare una mano e almeno la metà della gente che lo circondava lo avrebbe venerato come solo gli dei Draghi venivano venerati.
Se una cosa salvò l'Ondina fu la corrente d'aria calda che invase la stanza, come una carezza profumata di spezie che avvolse i presenti e li costrinse a voltarsi verso la porta.
Prima di vederla, Dynast seppe che era lei.
La Beastmaster era immobile sulla porta, la luce della luna a farle da corona e gli occhi di tutti puntati addosso. Un angelo biondo dall'affascinante sorriso di lupo. Era vestita come Dynast non l'aveva mai nemmeno immaginata, ma quello che aveva davanti gli piacque più di qualsiasi sottoveste le avesse visto addosso.
L'abito aveva un solo grosso spallino obliquo che le partiva dalla spalla sinistra e le passava intorno al collo, lasciandole l'altra spalla completamente nuda. Era un abito rosso carminio, di tessuto leggero e scivoloso che all'altezza della gonna si divideva e sovrapponeva in strati di sfumature diverse. Lo spacco della gonna, che non le arrivava più in giù delle ginocchia, scendeva lungo e irregolare a sinistra, lasciandole scoperta la gamba color caramello.
Era un corpo decisamente perfetto il suo, curato in ogni minimo dettaglio. Qualsiasi cosa in lei aveva un senso ben preciso, anche le ciocche dei capelli biondi, lasciate libere di esplodere selvagge, si dipinavano magistralmente composte in modo da formare una pettinatura falsamente disordinata.
Gli occhi, che non avevano bisogno della sottolineatura di nessuna matita, erano diventati più intensi per l'occasione. Due stagni di oro colato che scivolava sulla folla, catturandola. Non c'era nessuno in quella sala che non la stesse osservando con ragionevole ammirazione.
Antico spirito in un corpo eterno, camminava sicura, a testa alta, mentre la folla si apriva al suo passaggio. Il suo corpo seguiva una musica propria, oscillando sui fianchi morbidi e le caviglie intrappolate nelle spire dorate di due vipere dagli occhi di diamante. Sembrò di sentire il suono lontano di tamburi sordi che scandivano il tempo sui suoi passi e il mare infrangersi sulla scogliera dell'isola.
Dynast, con le narici piene del profumo pungente e salmastro della donna, ricordò quello che Phibrizio aveva detto approposito di Zelas e si trovò improvvisamente d'accordo, comprendendo il significato di quelle parole solo adesso che la demone gli sfiorava i capelli con i propri, nella sua trionfale camminata lungo la sala.
Nessun incantesimo o maledizione avrebbe potuto più di quanto la sua sola essenza stava facendo in quel momento, libera per un istante di vagare nella stanza. Un solo battito di ciglia aveva fermato ai loro posti centinaia di persone, era spaventoso pensare che un secondo battito poteva significare la loro morte.
Era un magnetismo, il suo, che andava oltre la natura di demone. Il suo legame, primitivo e unico, con gli animali le concedeva quello che loro non avrebbero mai avuto. Aveva forza, aveva istinto e grazia. Era legata alla sua natura di demone quanto lo era alla terra. Spirito e carne, due cose che non convivevano mai, in lei trovava spazio e rifugio nello stesso istante.
Si chiese come, in tutti quei secoli, non avesse mai visto nel cuore di Zelas e la risposta gli arrivò in testa nell'istante stesso in cui si poneva la domanda.
Non sei tu che non hai visto la voce di Phibrizio sibilò divertita fra i suoi pensieri, come se fosse stata lì in attesa di sentirlo chiedere. E' stata lei a non farti mai vedere...
Zelas gli passò così vicino che avrebbe potuto afferrarla, ma non lo fece. Aspettò che si fosse fermata a qualche metro di distanza nel centro esatto della sala e solo allora si mosse per avvicinarla.
"Per cui, le ho detto se tu-Milord!" squittì l'ondina, quando lo vide scattare - o meglio lo vide muoversi lentamente eppure spostarsi così veloce. La cosa la lasciò decisamente sconvolta. Lo vide camminare al rallentatore, ma fu fuori dalla sua portata prima ancora che lei si rendesse conto delle sue intenzioni. Fu come se le fosse stato concesso di vedere soltanto un’ immagine residua del dark lord che si era spostato alcuni decimi di secondo prima. Quando l'ondina si riprese dalla scoperta, riuscì solo a scorgere la treccia nivea di Dynast tra le centinaia di invitati. "Non vuole neanche sapere come mi chiamo?"
***
L'arrivo di Vrabazard e Valwin fu tutto tranne che tranquillo.
O per lo meno, non lo fu per Vrabazard. Il drago di fuoco si materializzò davanti al portone e la prima cosa che fece fu lamentarsi per il quantitativo "del tutto ingiustificato" d'invitati e della loro discutibile fama.
Qualcosa come un enorme gatto a due teste gli passò accanto, lanciandogli un'occhiata che il drago definì "assolutamente irriverente".
Per Valwin le cose furono decisamente diverse. Appena posò i piedi al suolo si profuse in una serie di esclamazioni ammirate per il castello, il giardino e la moltitutine variegata che adesso li circondava. "Non trovi che sia quantomeno pittoresco?" commentò, riguardo al felino troppo cresciuto che aveva l'intenzione di mangiarsi Vrabazard.
"No, non lo penso affatto" rispose lui, stizzito. La voce era quella solita, bassa e autoritaria ma quel primo incontro gli aveva conferito un tono vagamente isterico.
I due si avviarono all'interno, con Valwin in testa che avanzava con la sua buffa andatura e il cappellino a punta che gli dondolava sul capo. Neanche fossero stati provvisti di radar (o forse perchè Valwin era l'unico vecchio vestito d'azzurro cielo?), Rangort e Ragradria li avvistarono immediatamente e gli corsero incontro, scortati da Jemina che aveva lo sguardo del pitbull e l'andatura da carro armato. "Vrabazard! Sei arrivato finalmente!" fu la prima cosa che dissero, come se la sua assenza avesse significato qualcosa di assolutamente catastrofico. "Perchè questo ritardo? Cos'è accaduto?"
"Stava facendo un pò di training autogeno per sopportare la vista di tutta questa bella gente" Valwin sollevò un braccio per chiamare uno dei camerieri col vassoio delle tartine e con un sorriso compiaciuto si servì, sotto gli occhi sconvolti degli altri due. "Hum, buono. Che cos'è?" chiese, inghiottendo. Vrabazard gli tirò una poderosa gomitata. "Ahio!"
"Non saprei dirle, signore" rispose il cameriere, mentre il suo interlocutore si massaggiava interdetto le costole.
Il drago dell'aria si strinse nelle spalle. "Meglio così. Scommetto che non vorrei saperlo!" commentò ridendo, per poi servirsi di nuovo. Piccoli pezzetti di pane rotondo, spalmati di una salsa rosata dal gusto vagamente dolce.
"Ancora non comprendo come tu possa startene qua in mezzo come se fossimo ad una festa nel palazzo reale" Ragradria evitò che una donna con le unghie di una ventina di centimetri gli praticasse una tracheotomia per sbaglio, sbattendogli contro in quella calca.
Valwin si versò da bere. "Non ci vedo nulla di male" rispose semplicemente.
"Sono demoni!" puntualizzò Rangort, con le braccia strette al petto, come se toccare qualcosa in giro gli avrebbe procurato un attacco di peste fulminante.
Valwin si risistemò il cappellino e sgranò gli occhi, fingendosi oltremodo stupito. "Ma no? Davvero?"
Poi trotterellò curioso tra i tavoli, assaggiando ovunque riuscisse ad infilare le mani. C'era gente a palate, dapertutto. "Mi scusi signorina. La ringrazio. No, no stia, stia" Gli altri due draghi lo videro farsi spazio con disinvoltura, mentre elargiva sorrisi benevoli a creature disumane e spostava con delicatezza figure femminili alle quali poi dispensava complimenti con una naturalezza sconcertante. E il bello era che la gente gli dava retta!
Vrabazard aveva smesso di ascoltarlo ben prima di loro, c'erano cose molto più importanti che stare dietro a quel rimbambito del loro quarto compagno. Afferrò Jemina per un avambraccio e la trascinò lontano dagli altri.
La donna lo segui, nella sua poco credibile interpretazione della vestale di palazzo. Indossava una tunica bianca, stretta sui fianchi e larga di manica con una cintura di corda legata molto semplicemente in vita. Ma i suoi capelli corvini svettavano incredibilmente lucidi sulla folla e la sua robustezza non passava certo inosservata, nemmeno quando metà dei presenti erano nerboruti demoni brass. La donna lanciò ad uno di loro un'occhiata sulfurea.
"Stai dando troppo nell'occhio" commentò Vrabazard.
L'esordio non fu dei più felici, Jemina partì subito arrabbiata. "Non è stata mia l'idea di indossare quest'orribile federa di cuscino!"
Si parlavano senza guardarsi, come se fossero finiti l'uno accanto all'altra per puro caso. Lui evitò di risponderle che non era il vestito ad essere sbagliato, ma le sue assurde misure da barbaro mercenario. "Allora, novità?" chiese invece. Guardò con malcelato disgusto un giovane demone che gli offrì un intruglio indecifrabile.
"L'Hellmaster non si è ancora fatto vivo" rispose lei.
Vrabazard annuì. "E gli altri?"
"Tutti qui, signore" Jemina assunse un tono militare, più per divertimento che per vero e proprio rispetto. Fulminò un altro paio di demoni che la osservavano incuriositi. "Il ghiacciolo era qui prima di noi e la pazza è arrivata più o meno all'apertura delle porte"
"E quella donna?"
Jemina rise. "Avete mancato l'entrata della diva di qualche minuto. E' arrivata poco fà, con il suo inseparabile burattino"
"Tienila d'occhio. Non mi è mai piaciuta" commentò lui.
"Sei l'unico nella sala" rise Jemina. "Qua la adorano tutti. E' circondata da demoni ovunque vada. E' magnetica"
Vrabazard emise un suono irritato. "E' un animale, come tutto questo schifo che ci circonda".
Rimasero in silenzio entrambi, il drago con lo sguardo perso nella sala dove non vedeva altro che aborti, incroci perversi tra demoni e animali, traviate ed orribili copie del mondo civile. Niente che potesse essere considerato di un certo valore.
In mezzo alla folla spiccavano candidi loro quattro e rilucevano di una bellezza malata e pericolosa anche i demoni superiori. Il pallore niveo di Dynast che algido e magro appariva agli occhi di Vrabazard subdolo e ingannatore. Deep Sea Dolphin, che viveva nelle profondità marine e che era pazza, una minaccia per la sua stessa razza, figurarsi per quella dei draghi o per gli esseri umani. E poi c'era l'oro dei capelli della Beastmaster. La sua figura perfetta, la sua bellezza intrigante. Una donna malefica che incarnava, per il drago, l'intero orrore dei demoni: la spietata, fredda e calcolatrice natura di uno spirito malvagio, nel più bell'involucro che mai uomo avesse visto.
"Se mi è concesso dirlo" esclamò all'improvviso Jemina, distogliendolo dai suoi pensieri. Vrabazard volse lo sguardo da Zelas un attimo prima che lei si accorgesse di essere osservata. "Questa è una follia"
"Non ti è concesso"
La donna sbuffò pesantamente, quindi si spostò in modo da mettere la massa delle sue muscolose spalle tra Vrabazard e un'ondina azzurra troppo curiosa delle loro chiacchere. "E' un rischio troppo grosso, con lui presente! Non possiamo prevedere le sue reazioni"
"Andrà tutto bene" esclamò il drago, con una voce autoritaria più che rassicurante. Ma d'altronde lei non aveva la faccia della donna che ha bisogno di essere rassicurata.
"In questo castello non abbiamo alcuna speranza" insistette lei.
Un sorriso vagamente ironico comparve sul volto grinzoso di Vrabazard. "Mi stai forse dicendo di non essere in grado di portare a termine il compito che ti ho assegnato, Jemina?"
La donna inspirò rumorosamente. In effetti fu lo stesso suono di un toro infuriato.
Qualsiasi cosa avrebbe detto adesso, non avrebbe fatto altro che sottolineare una sua ipotetica incompetenza.
Stupido vecchio balordo.
Vrabazard sollevò le sopracciglia. "In vero, Jemina, non posso leggerti nel pensiero ma ti assicuro che il tuo viso è già abbastanza esaustivo su ciò che stai pensando. E ciò che vedo non mi piace"
Lei cercò di ridimensionare la sua ira, ma le rimase la faccia da toro infuriato. Vrabazard pensò che non si potesse ottenere maggior distensione su quei connotati. "Hai sistemato la tua squadra?"
"No" rispose lei. "Darebbero nell'occhio. Userò il medaglione quando sarà il momento."
"Bene" il drago inspirò. Sembrava soddisfatto delle informazioni ricevute. "E il soggetto? Ne abbiamo uno adatto?"
"Impaurito e lacrimevole" Jemina indicò qualcosa con un cenno del capo. "Ma non possiamo essere sicuri che lui non sappia di noi. Come ho detto, non abbiamo nessun controllo su questo castello"
"Ovvio che non ne abbiamo. Non è questo che mi interessa, sciocca"
"E cosa allora?"
Il drago sorrise.
La grande entrata di Zelas si era risolta con una folla sbavante di demoni che avevano circondato lei e Xellos e si sdavano in complimenti per l'affascinante demone bionda. Xellos stava sopportando diligentemente ma pensò che se quella storia non fosse finita entro i cinque minuti successivi avrebbe dato di matto. Ovviamente si assicurò di aver chiuso il cervello prima di pensare, voleva arrivare per lo meno a spilluzzicare qualcosa dal buffet. Aldilà della sua professionalità, sembrava ci fosse la cioccolata.
"Non mi ricordavo questo salone così immenso" sussurrò Zelas, sorridendo ad un alto giovane con le orecchie a punta.
"Nemmeno io" rispose Xellos, asciutto. La cosa lo irritava molto, ma era difficile notarlo quando la frangia gli copriva gli occhi in maniera impenetrabile. Era venuto fin lì con la convinzione di conoscere, se non le intenzioni del loro ospite, per lo meno il luogo in cui si sarebbe svolta quell'assurda festa. E invece l'Hellmaster aveva alterato le condizioni del castello, così da rendere il territorio scomodamente non familiare. Come avesse ingrandito le dimensioni della sala, ad ogni modo, Xellos non lo intuiva.
Se Zelas non fosse stata così impegnata ad attirare l'attenzione di tutti i presenti in sala, si sarebbe sicuramente concessa cinque minuti buoni per fare una radiografia dettagliata a Dynast che era nella forma più smagliante in cui lo avesse visto negli ultimi cento anni. Ma tra sorrisi, moine e sibili serrati tra i denti a Xellos, si accorse del bel giovane algido e snello solo quando la raggiunse, scansando con precisione chirurgica tutti quelli che gli intralciavano il percorso.
Con un affettato gesto della testa Zelas scosse i riccioli biondi e poi si profuse in un lamentoso miagolio da diva che lanciò i corteggiatori in una spietata battaglia a chi riusciva a portarle per primo del vino.
"Temo che perderanno" commentò Dynast, porgendole l'unico bicchiere che con demoniaca maestria era riuscito a salvare dalla disastrosa presenza dell'ondina. Chinò brevemente il viso, con un sorriso tagliente delle labbra pallide.
Zelas afferrò il bicchiere con due dita, senza sfiorare la mano di Dynast che le porgeva il calice gentilmente. Mostrò i canini in quella che sembrava una smorfia divertita. "Come siamo...eleganti stasera" commentò, notando come pantaloni e giacca donassero a Dynast molto più delle sue lunghe, immense tuniche. Nell'insieme, il demone aveva l'aria giovane e fresca di un ventenne, magari un pò anemico, e i colori chiari - quasi abbaglianti - dell'estremo Nord, indossati come un vestito. Gli occhi azzurri, quasi trasparenti e i capelli bianchi come la neve candida. Era dannatamente bello e immensamente minaccioso allo stesso tempo. Qualunque cosa facesse o in qualunque modo si muovesse era affascinante ma suscitava un atavico, profondo terrore in chi lo osservava. Un terrore che nemmeno i suo modi signorili riuscivano a mitigare.
Zelas allungò una mano verso i capelli di Dynast e sollevò la treccia, che si rivelò molto più pesante di quello che poteva sembrare. D'altronde un metro e mezzo di capelli avevano il loro peso.
Hum, carina... commentò ironico Xellos dentro di sè.
Zelas gli fece eco ma, come suo solito, ad alta voce. "Hum, carina..." commentò, prendendolo sfacciatamente in giro. "Era per non sembrare troppo maschio, Dynast?" Gli altri due la sentirono vagamente e realisticamente fare le fusa.
Xellos dovette fare appello a Shabranigdo e anche ai demon king degli altri tre piani di esistenza per non scoppiare a ridere in faccia a Graushella. Cosa che, Zelas o non Zelas, gli sarebbe costato se non la vita per lo meno la perdita delle sue sembianze umane.
Strinse la presa sul suo bastone ed emise un gorgoglio da soffocamento che nascose con un finto colpo di tosse.
"Divertente, Zelas" commentò Dynast, mentre lei lasciava la treccia lentamente. Il viso immobile come un blocco di marmo e il tono allegro di un alce colpito a morte. "Divertente, davvero. Ad ogni modo, i miei capelli non sono affare che ti deve riguardare. "
Zelas buttò giù un altro sorso di vino, sgranando gli occhi. "Per carità. Non voglio certo rovinare il tuo tenebroso aspetto da spirito del Nord. Ne andrebbe della tua gelida fama, dico bene?" commentò, lanciando a Xellos uno sguardo divertito.
Apparentemente soddisfatta, ad ogni modo, cambiò discorso "Phibrizio dov'è?" chiese, arpionando uno dei camerieri al braccio e pescando dal vassoio con la sua famelica grazia.
Dynast unì la punta delle dita e sospirò aria a meno quaranta gradi. "A dire il vero non ne ho idea" rispose, con un tono identico a prima. Zelas, con uno slancio di fantasia, provò ad ipotizzare che magari voleva suonare rassegnato con disappunto. "Sono arrivato qui con largo anticipo ma si è rifiutato di ricevermi"
La Beastmaster notò con sua grande gioia che era pieno di camerieri che circolavano per la stanza deambulando cibarie, cosa che le evitava la gran fatica di raggiungere i tavoli. Ne afferrò un altro con una forza eccessiva, questi quasi le si accasciò ai piedi. Lei pensò a salvare il vassoio. "Tipico di Phibrizio" esclamò, dopo aver inghiottito altre tartine. Sempre con molta classe, comunque. "E' terribilmente narcisista, sarà sicuramente di fronte allo specchio"
***
Il letto disfatto, l'armadio in subbuglio, Phibrizio stava cercando disperatamente qualcosa con la testa infilata nell'ultimo cassetto del guardaroba.
"Dove cavolo è finito?" mugugnò, gettandosi alle spalle un paio di camice dai colori improbabili "Devo buttarle via quelle due, fanno veramente pena"
Fear, sommerso dalla metà dei suoi vestiti, emise un ruggito annoiato.
"L'avevo messo qui" sbraitò l'Hellmaster "Le cose non spariscono di punto in bianco!"
Alle sue spalle caracollò Aiko, aggrovigliata nel suo vestito nuovo che più che starle addosso sembrava averla presa in ostaggio. Si avvicinò a Phibrizio con un'espressione frustrata. Nel tentativo di infilare una manica, il braccio le si incastrò tra uno strato e l'altro del lungo vestito.
Il demone si alzò proprio mentre lei era alle sue spalle. Si scontrarono delicatamente, con grande disappunto di Fear a cui pestarono la coda in duetto. L'ocelot emise un disperato miagolio prima di fiondarsi fuori dalla stanza.
Phibrizio recuperò al volo la ragazzina che, inciampando nel vestito e in lui, stava seriamente rischiando di cadere all'indietro senza possibilità di riprendersi. "Hai bisogno di una mano con il vestito?" offrì lui, senza sottolineare che ovviamente ne aveva bisogno visto che ci si era praticamente appallottolata dentro. "E' più complicato del previsto, a quanto pare"
Lei annuì, con la faccia seria. Con un paio di strattoni che misero in serio pericolo la delicata seta color pesca, Aiko liberò il braccio prigioniero per chiedere a Phibrizio cosa stesse cercando di tanto importante per aver tappezzato la stanza con i suoi vestiti.
Lui la prese per la cintura di nastri che le stava sbilenca e lente sui fianchi e se la trascinò dietro fino allo specchio, davanti al quale la posizionò.
"L'archetto" rispose, guardando dritto sopra la sua spalla. Lei lesse il riflesso delle sue labbra.
Assunse un'aria perplessa mentre lui scioglieva un paio di lacci annodati male e nel posto sbagliato.
"Allora vediamo..." esclamò l'Hellmaster, una cintura nella mano destra, un'intera veste in quella sinistra. La guardò come avrebbe fatto con una bambola a grandezza naturale che era stato incaricato di vestire.
Aiko, un metro e sessanta per quarantacinque chili di peso, sollevò le braccia guardandosi allo specchio: le mani erano sparite dentro le doppie maniche del morbidoso vestito.
"Questo va qui..." sentenziò il demone, sistemandole uno dei teli e sovrapponendo quello che gli era rimasto in mano. La stoffa le scese lungo i fianchi fino a terra in un drappeggio relativamente perfetto che le lasciava scoperta una gonna di fine pizzo bianco e la caviglia, intorno alla quale brillava una cavigliera rigida con sopra incastonato un unico, minuscolo brillantino.
"Poi.." il demone le girò intorno, srotolandole alcuni nastri intorno alla vita. Lei si girò per seguire i suoi movimenti con aria curiosa, annodandosi su se stessa. "Ferma! Aspetta!" sbottò lui, poi si ricordò e la chiamò toccandole una spalla. Le fece segno di leggere il labiale. "Ferma" ripetè.
Una delle cinture andava fissata in vita, come quella dei kimono, le altre due giravano intorno alle maniche e scendevano giù fino ai piedi, creando un effetto molto grazioso. "Ecco qua"
Phibrizio la strinse in un abbraccio nel quale lei si lasciò cullare, guardando il riflesso del demone che le sorrideva, il mento appoggiato alla sua spalla seminuda. "Scusi signorina" le sussurrò "Ha mica visto una bella ragazza con gli occhi a mandorla? Non riesco a trovarla da nessuna parte!"
Lei gli tirò un pugno leggero su una spalla, sorridendo finchè lui non si chinò su di lei per baciarla sulle labbra.
La pendola battè mezzanotte mentre Aiko socchiudeva gli occhi, il viso inclinato e le labbra contro quelle di Phibrizio. Non li aprì nemmeno quando le disse qualcosa, appoggiando la bocca sulla sua guancia. Capiva che stava parlando dal movimento delle sue labbra ma non voleva aprire gli occhi per leggere le parole. Phibrizio dovette baciarla sul naso un paio di volte prima che lei decidesse di tornare nel suo mondo di suoni e di leggerli attraverso il suo viso.
Annuì velocemente a quello che le aveva ripetuto poi sembrò ricordarsi qualcosa. Facendo affidamento su di lui che la teneva stretta, si tuffò sull'armadietto lì accanto e dopo aver gettato a terra tutto quello che c'era sopra, recuperò l'archetto scomparso, ora infiocchettato con nastri colorati. Sul suo viso comparve un'espressione molto orgogliosa.
Phibrizio guardò a malincuore il suo archetto tutto pizzi e fiocchetti e sospirò, scuotendo la testa. Se non altro sarebbe stato perfettamente in tema con l'abito della ragazza.
***
Passò un'altra ora prima che Phibrizio decidesse di farsi vivo.
Gran parte degli invitati non sembrava assolutamente notare la sua assenza, ma Zelas era ormai al limite della sopportazione. Aveva mangiato da sola le vivande per quattro persone e bevuto la metà di quello che era riuscito a bere Dynast, che a conti fatti era una gran quantità visto che il Demone dei Ghiacci sembrava un'otre senza fondo. In tutto questo, Xellos era riuscito a scivolare silenziosamente verso il tavolo e a farsi servire della cioccolata in tazza, che ora stava bevendo ordinatamente.
La Beastmaster lo guardò con la coda dell'occhio mentre teneva il piattino con una mano, il bastone sottobraccio e si portava la tazza alla bocca con tranquillità. Il priest ci perdeva - e non poco - in immagine quando beveva la cioccolata in tazza, ma d'altronde non c'era modo di impedirglielo. E poi la festa sembrava scorrere lenta ma assolutamente innocua. Non aveva motivo di impedirgli di ingannare il tempo rovinandosi la reputazione con la cioccolata. Lo lasciò perdere e si appoggiò nuovamente con gli avambracci al tavolo, lasciando scorrere lo sguardo per la stanza e sulla folla che stava ora ballando sulle note dell'orchestra, incastrata - come un gruppo di statue di marmo - in una rientranza del muro in fondo alla sala.
"Da quanto siamo qui?" domandò Zelas annoiata. Accanto a lei Dynast e Xellos pensavano più o meno quello che stava pensando lei. Ma senza le parolacce.
Rimasero tutti zitti finchè Dynast, in un moto di generosità del tutto atipico, non le rispose "Due ore e mezzo, approssimativamente"
Zelas scosse la testa e gli lanciò un'occhiata da sopra il bicchiere.
I canini tintinnarono contro il vetro.
Xellos finì la sua cioccolata e ripose la tazza, adocchiando un paio di draghi del seguito di Rangort a poche decine di metri da loro. Come lo videro, quelli presero a farsi spazio a gomitate tra la folla per uscire dal suo campo visivo.
Xellos sorrise, quelle sì erano soddisfazioni.
"Mi è sembrato di vedere Vrabazard tra la folla" commentò Zelas con un tono annoiato. "E' possibile?"
Dynast, immobilizzato in un'espressione da ghiacciolo, con l'occhio azzurro fisso e apparentemente cieco puntato oltre la spalla di Xellos, annuì. "E' possibile" rispose, senza nemmeno sforzarsi a cercare altre parole.
"Non credevo sarebbe venuto" continuò Zelas, mentre Xellos si spostava di qualche passo, trovandosi a disagio sotto lo sguardo fisso di Dynast, che in realtà non lo vedeva affatto.
"Immagino che non si sarebbe perso quello che l'Hellmaster ha in mente" s'intromise il subordinato, stando attento a mantenere un tono formale, sia nella voce, sia nelle parole usate per indicare esseri superiori a lui. A volte avere il permesso di parlare e discutere con i dark lords era una maledizione, più che una fortuna. Certo ne sapeva più di chiunque altro e questo privilegio lo elevava sopra gli altri subordinati, senza dubbio. Ma a cosa serviva essere il subordinato più tosto di tutti se poi era l'unico subordinato rimasto in vita? Tethis ed Elettra non facevano testo visto che, come la loro creatrice, non erano parte integrante della vita degli altri demoni. "Qualunque cosa sia"
Zelas lo ascoltò con attenzione, poi si rivolse a Dynast. "Tu ne sai niente?"
Il demone dei ghiacci non si voltò. "Assolutamente nulla" rispose "E non riesco neppure ad immaginare cosa possa aver architettato. Hanno abbastanza prove in mano per ritenerlo ragionevolmente colpevole"
"E tu cosa ne pensi?" lo incalzò Zelas. Appoggiata al tavolo, accavallò le gambe abbronzate.
Dynast rimase in silenzio per un pò, senza che nessuno dei suoi due interlocutori potesse capire in effetti cos'avesse suscitato in lui quella domanda. Rimasero così in attesa per due o tre minuti, fino a che Dynast non dischiuse le labbra. "Io credo.." iniziò.
L'orchestra cessò di suonare all'improvviso e la sala, privata della sua musica, si riempì del brusio della gente che per qualche istante sembrò addirittura assordante. Poi ci fu il silenzio completo mentre tutti quanti smettevano di fare ciò che stavano facendo e si voltavano a vedere cos'avesse fermato l'orchestra. Perfino Dynast mosse la testa in cerca dell'evento che aveva interrotto il divertimento generale.
Xellos affiancò la padrona per precauzione.
Le note del violino scivolarono sui presenti, inaspettate ma piacevoli. Centinaia di teste si voltarono in alto per vedere un'enorme piattaforma che stava scendendo molto lentamente a terra. La piattaforma era di legno massiccio, ebano forse, e chiusa su tre lati da una balaustra - deliziosamente decorata tra l'altro - avvolta in enormi teli di raso bianco.
"Che esibizionista" commentò Zelas, fissando divertita Phibrizio che suonava il violino con dedizione, rapito dalla stessa musica che strappava alle miagolanti corde dello strumento.
In piedi, con gli occhi chiusi e un sorriso leggero che gli increspava le labbra sottili, Phibrizio suonava una musica delicata ma stranamente allegra che rimbalzava sulle fauci aperte dei gargoyle di pietra.
Suonava velocemente, senza nessuna imperfezione, come se quel violino fosse da sempre nelle sue mani. Uno strumento che era parte di lui e che eseguiva i suoi ordini, i suoi desideri espressi attraverso l'archetto che dalle dita magre e sottili scivolava sulle corde e le accarezzava delicatamente. Con lentezza, quasi sciogliendosi, la melodia divenne più serrata, brusca, improvvisa.
Le note si sparseno nella sala, irruppero tra la gente, la circondarono coinvolgendola nel mondo del demone, nei suoi pensieri, nelle sensazioni che sembrava aver trasmesso al violino appoggiato sulla sua spalla.
Quindi, la melodia trionfò ed esplose, come se uno strumento tanto piccolo non potesse più contenerla. Replicò se stessa tra le pareti, rieccheggiando dietro il proprio suono, affascinando i pochi che ancora non fissavano il demone sulla piattaforma, seducendo chi ancora non era caduto.
Zelas conosceva quella musica. La conoceva così bene che avrebbe potuto strappare a suo fratello il violino e suonare. O accompagnarlo, col suono dolce di un pianoforte. Aveva suonato per lei quel pezzo per secoli, seduto sul tavolo della sua biblioteca, con le sue sembianze di bambino.
Aveva visto mille volte l'archetto inclinarsi, le sue dita tendersi, il viso distendersi quando la musica incalzava, quando sapeva che chi lo stava ascoltando provava un emozione tanto forte da desiderare di piangere.
La musica del suo violino, le note dolci e forti della sua melodia che invadevano l'isola, l'insistente pulsare di quel lamento che attraversava il castello, che la svegliava, chiamandola. La musica che era svanita alla sua morte e che ora, come un miracolo, ritornava in vita da quelle stesse mani divenute adulte. Zelas fece qualche passo avanti, mentre la piattaforma ancora la sovrastava. Con le labbra dischiuse guardò affascinata il demone che si girò verso di lei e aprì gli occhi di un verde splendente, sorrise.
Vieni con me.
Nel battere delle sue ciglia nere, non erano più là.
La pietra divenne terra, le colonne alberi, il castello di Phibrizio divenne il castello di Zelas.
Mare oltre le finestre, vento sulla spiaggia. Le palme che ondeggiavano fresche e cariche di frutti. Zelas sentì l'aria salmastra invaderle le narici, così forte da far venire il mal di testa e il vento le scompigliò i capelli.
Sapeva che era un'illusione ma non oppose resistenza, ovunque l'avesse portata andava bene finchè la musica riempiva il cielo e la terra e tutto ciò che adesso la circondava.
Phibrizio era in piedi a pochi passi da lei, suonava fissandola negli occhi. Nel viso ovale, nel naso affilato, Zelas riconobbe il bambino che era, riconobbe gli occhi così profondi, così dolci...demoniaci più di qualsiasi altra cosa in lui. Non importava quali sembianze assumesse, se ora dimostrasse dieci anni di più, se il suo corpo - così straordinariamente perfetto - fosse più seducente e più attraente di quanto non lo era stato allora. Era lui. Lui nel suo essere, lui come lei lo aveva sempre conosciuto e avuto al fianco. Per la prima volta dal suo ritorno si rese conto di cosa significasse averlo di nuovo vicino.
Perchè qui? Gli chiese. Si sistemò una ciocca di capelli biondi dietro l'orecchio e guardò il mare. Il sole si stava immergendo, ancora una volta. Ricordava il sole che aveva visto con Xellos.
Perchè no? Rispose lui, con un sorriso.
Zelas socchiuse gli occhi, inspirò l'aria e quindi lo guardò ancora. Qui è dove-
No. Qui è QUANDO, Zelas. La corresse lui. Ascolta, leggi, annusa. Lascia che il luogo ti parli e capirai.
Il sole divenne luna mentre lui suonava. La sabbia si colorò d'argento e il mare si calmò in onde deboli e ritmiche che sparivano appena toccata la riva. Questo posto non esiste, che senso ha ascoltarlo?
La musica continuava, ricominciando da capo ogni volta che si concludeva e Phibrizio sembrava non stancarsi mai. Cosa esiste e cosa no, per te Zelas? Hai un corpo che non esiste ma si vede, un anima che fingi ma non c'è. Dimmi, ora, cosa ti impedisce di ascoltare? Chiudi gli occhi. Non è dove, ma è quando.
Lei si tolse le scarpe, lasciò che la sabbia ancora calda le avvolgesse i piedi e che l'acqua del mare, di tanto in tanto, inumidisse le sue caviglie fini tintinnanti di braccialetti. Il vento portava deboli uluati rassicuranti, il suo branco osservava dal picco di Kharan. La musica del violino le avvolgeva le spalle, le braccia, la vita com'era stato pochi istanti prima alla festa. Come era stato.........cinquemila anni prima, nella notte della loro creazione.
La notte...quella notte. Zelas sembrava essersi incantata a guardare la luna che si rifletteva nei suoi occhi d'oro, così come aveva fatto la prima volta che aveva messo piede sul mondo. Allargò le braccia e il vento fece sventolare di nuovo i suoi capelli e il suo vestito mentre l'ombra della luna le oscurava il viso. E' l'istante della nostra nascita.
Phibrizio sorrise, la testa un pò inclinata e la presa ancora salda sull'archetto. Quasi, Zelas. L'illusione si fermò. Le palme smisero di ondeggiare e il mare rimase immobile portando alla spiaggia l'ultima onda. La musica continuava. Guarda, questo è l'unico istante in cui siamo stati i soli demoni superiori sulla terra. Noi due. Fra un istante Dynast comparirà al nostro fianco, ma fino a quel momento, siamo solo io e te. E siamo...
Diversi. Sussurrò Zelas.
Zelas ricordava. Quella notte era marchiata a fuoco nei suoi ricordi, come nessun'altra memoria. Il suo primo sguardo sulla luna e sul mare. La sabbia sotto i piedi. L'aria odorava di sale e lei si era sentita a casa prima ancora di sapere cosa fosse una casa. Quando si era alzata da terra aveva visto due occhi di smeraldo che la fissavano. Aveva guardato indietro negli occhi di Phibrizio e aveva capito.
Uguali, loro due. Così simili da specchiarsi l'un l'altra nei gesti e nei pensieri che ora scorrevano veloci e confusi nelle loro menti.
Dynast sarebbe stato qualcosa di completamente differente e Dolphin con lui. Garv non tornò indietro dal suo passato, come se la sua morte avesse segnato la fine della sua esistenza anche nei pensieri. Eppure si ricordava di lui, ma non riusciva ad inserirlo nella sua vita. Pensò che Phibrizio avesse qualche responsabilità in tutto questo. In fondo era stato lui ad ucciderlo, si erano sempre odiati.
Ma..che senso ha tutto questo Phibrizio?
Il demone suonava ancora, proprio dietro di lei. Le loro ombre si allungarono identiche sulla spiaggia.
Perchè devi ricordare, tutto ciò che siamo stati.
Lei si girò e vide un lampo di luce bianca, poi la camera sontuosa di un castello.
Le pareti coperte di sangue. Intuì che Phibrizio stava suonando qualcosa, distante. Troppo distante.
Phibrizio! Che diavolo...
Guarda.
Un corpo riverso a terra. Lunghi capelli neri in una chiazza di sangue corposo e rappresso. Pelle e interiora incollate al pavimento di pietra e il bambino. Un fagotto irriconoscibile, un dettaglio quasi trascurabile in quel massacro.
La piccola stanza era un inferno.
Il castello di Lyzeille.
La musica si era fermata.
Zelas aprì gli occhi sulla stanza piena di gente.
Phibrizio aveva smesso di suonare e la piattaforma aveva appena raggiunto il pavimento. L'Hellmaster non dava il minimo segno di aver condiviso con lei gli ultimi minuti. Era in piedi, immobile. Il violino stretto per il collo e l'archetto nella stessa mano lungo il fianco sinistro.
Seduta ai suoi piedi, sui morbidi strati di raso, c'era Aiko, avvolta in una specie di kimono color pesca con ampie maniche bianche e i capelli acconciati a fiore sulla sommità della testa. Tra le sue corpose ciocche nere era posato un prezioso fermacapelli di cristallo azzurro a forma di farfalla.
Aveva un'aria elegante ma semplice. Neanche l'abito che le sottolineava le forme e aveva una generosa scollatura incrociata davanti era riuscito a togliere niente a quell'aria da bambina. Se ne stava tranquilla, stringendo a sè una pregevole bambola dai boccoli biondi avvolti stretti stretti su se stessi. Aiko guardava la folla di persone, ancora affascinate dal suono del violino e da lei così perfetta e dolce da sembrare quasi una seconda bambola contro le gambe di Phibrizio.
"Dynast hai congelato il mio pubblico o devo attribuire il silenzio alla mia interpretazione?" scherzò Phibrizio, mentre si passava il violino da una mano all'altra e aiutava Aiko ad alzarsi in piedi.
Qualcuno rise tra la folla, Dynast si concesse il suo microsorriso. "Credo che sia tutto merito tuo. Sei stato particolarmente apprezzabile" disse, battedosi leggermente il dorso della mano.
Phibrizio corrugò la fronte. "Ti sei sprecato" boffonchiò, scendendo dalla piattaforma.
Teneva ancora Aiko per mano. La ragazza lo seguì, lanciando uno sguardo poco interessato a Dynast e al suo viso di marmo, per poi soffermarsi sulla coppia della Wolf Pack Island, in particolare su Zelas che continuò a fissare anche quando il demone la condusse in giro tra gli ospiti. Zelas fu del tutto ignorata dal padrone di casa.
"Dolphin!" esclamò Phibrizio e dalla sua espressione tutti capirono che stava per dire qualcosa di ridicolo. "Avevo detto una festa! Non un party in maschera!" le pizzicò la piuma del turbante che le ricadeva morbida sugli occhi. La demone era effettivamente vestita in maniera assurda. Indossava un paio di pantaloni argentati, dal cavallo basso che le arrivava alle ginocchia. Le caviglie strette in due enormi fiocchi e la maglietta con sopra un disegno che avrebbe potuto ricordare il mare, se non fosse stato che era bianco e che quelli non erano pesci. Nemmeno con tutta la loro buona volontà. A completare l'opera c'era un mastodontico turbante che le copriva entrambi gli occhi. Nell'insieme sembrava che fosse caduta nell'armadio e che gli abiti le si fossero incollati addosso a casaccio, costringendola ad andare in giro in quel modo.
La demone fece per saltare alla gola di Phibrizio, ma Elettra le suggerì che non sarebbe stato un comportamento composto e quindi Dolphin si calmò, avendo fatto voto di mantenere un contegno adulto che non la facesse sembrare infantile.
Phibrizio non riuscì a trattanere un'altra risata prima di andarsene, dicendole che se voleva stelle filanti e coriandoli poteva vedere se riusciva a trovarglieli. Aiko continuava a guardare la Beastmaster, poco interessata a Dolphin che non aveva addosso assolutamente niente d'interessante.
"Quella continua a fissarmi" commentò Zelas sovrappensiero, ancora confusa da quello che era successo. O che non lo era.
Anche Xellos l'aveva notata. "Sì, ho visto"
"Chi diavolo è?" Zelas si voltò un istante verso di lui, per poi tornare a guardare la ragazzina che si girava ogni due passi verso di lei.
Il subordinato la guardò e si strinse nelle spalle.
"E' lei, master. La ragazzina di cui ti parlavo"
"Non mi piace"
Phibrizio si rivelò un ospite delizioso.
Un pò perchè possedeva un notevole quantitativo di faccia tosta, un pò perchè aveva un certo fascino che faceva presa su chiunque.
In mezz'ora aveva già parlato con una cinquantina di persone, stretto decine di mani e lusingato qualunque ragazza gli capitasse a tiro.
Non era vestito in maniera strana, come lo avevano visto nell'ultimo periodo. Niente tuniche del deserto, niente ciabattini di tela. Indossava un completo nero, elegante ma sportivo. Una camicia comoda, su pantaloni poco avvolgenti. La camicia era aperta sul davanti. La giacca, nera anche quella, era un tre quarti di tela leggera che seguiva i suoi movimenti ogni volta che si girava. I capelli erano legati nel solito codino alla base del collo ma il nastro di raso bianco era avvolto tre volte intorno ai capelli e poi scendeva giù lungo la schiena.
All'orecchio sinistro l'orecchino era diverso e scintillava più del solito. In generale sembrava aver lavorato molto per raggiungere l'immagine di quella sera. C'era un che di totalmente attraente nel modo in cui teneva la mano destra in tasca, nell'inclinazione leggera della testa quando parlava con le sue interlocutrici. Nel sorriso bianco perla di quella bellissima bocca. Anche Zelas, dall'altra parte della stanza, non resisteva a lanciargli qualche occhiata di tanto in tano. Ma aveva al momento problemi ben più urgenti.
Difatti Aiko era trotterellata dietro al suo demone per una decina di minuti poi gli aveva lasciato la mano attratta dal tavolo dei dolci, dal quale - tra una fetta di torta e l'altra - continuava a fissare Zelas.
La Beastmaster trovava la cosa decisamente molto irritante. Ancora confusa dall'illusione di Phibrizio, non aveva trovato niente di meglio da fare che tornare al tavolo del buffet per sfuggire agli occhi neri della ragazzina. Ma quella s'intrufolava tra le persone, spingeva da parte demoni grossi il triplo di lei e faceva le corse, pur di raggiungere un buon punto e fissarla di nuovo. Ora stava mangiando torta al cioccolato, Zelas lo dedusse dalle briciole scure che aveva intorno alle labbra, e la guardava fisso.
Zelas si girò di scatto verso il suo subordinato. "Guarda lo sta facendo di nuovo!" si lamentò con Xellos.
Il demone si voltò verso di lei, quindi la oltrepassò con lo sguardo fino a scorgere la piccola compagna di Phibrizio che guardava dalla loro parte inghiottendo grandi quantità di zuccheri. "A dire il vero, capo, non ha mai smesso" commentò. La faccenda, in ogni caso, non lo rendeva particolarmente nervoso. Era un essere umano, non rappresentava nessun pericolo. Era solo irritante.
"Si ma perchè?" sbottò Zelas, buttando giù altro vino. Dynast, accanto a lei si versò da bere con nonchalance. Vino bianco, stavolta.
Xellos sorrise. "Magari le stai simpatica"
"Tu scherzi, Xel, ma non sai quanto hai ragione"
Si girarono tutti e tre all'unisono (si, perfino Dynast), riconoscendo la voce di Phibrizio. Il demone era appena arrivato e adesso si stava servendo di noccioline da un ciotolino sul tavolo. Ne portò alla bocca una manciata. "Hum, buone vero?"
Zelas rimase a fissarlo, mentre tentava di non far cadere le noccioline con la testa reclinata leggermente all'indietro.
Poi si riscosse. "Che diavolo significa?" commentò, con il tono più sostenuto che le riuscì di trovare.
Xel? si stava intando chiedendo Xellos, anche un pò offeso.
Phibrizio ingoiò le noccioline, riuscendo nell'intento di non farne cadere nemmeno una. Riservò a Zelas un'alzata di sopracciglia per festeggiare l'evento. "Credo..." Lanciò un'occhiata al tavolo, poi tornò a guardare Zelas mentre afferrava un bicchiere e lo porgeva a Dynast perchè lo riempisse, frattanto che riempiva di nuovo il proprio. "..che tu le piaccia molto"
"COSA? VORRAI SCHERZARE SPERO!" sbraitò la demone.
Si girarono tutti, ma le bastò un'occhiata perchè smettessero di impicciarsi dei fatti suoi.
"Non mi fraintendere" sorrise Phibrizio, inghiottendo. "Ad Aiko piacciono le cose belle"
"Io non sono una cosa!" protestò la Beastmaster. Il 'bella' invece le andava bene.
Phibrizio si strinse nelle spalle. "E poi credo che dovrai regalarle un paio dei tuoi braccialetti prima di andartene" continuò. Zelas lo guardò come se gli avesse appena detto di passarsi il cuore da parte a parte con una lancia. "Sennò, non ti darà pace. Io ti ho avvertita"
Phibrizio bevve, poi rimase per qualche istante a non fissare nessun punto in particolare mentre continuava ad aprire la bocca. "Ma che roba è?" commentò alla fine, dopo aver fatto una faccia disgustata. "E' imbevibile..."
Dynast, preso da un irrefrenibile attacco di curiosità culinaria, aveva agguantato un paio di tartine. Ma l'aveva fatto con tanta discrezione che, si accorsero che stava anche mangiando solo mezz'ora dopo che aveva iniziato. "Perla del Nord" rispose. Quando parlava di vini c'era quasi una nota calda nella sua voce. Un grado in più diciamo. "Molto invecchiato"
"Troppo invecchiato. Sembra aceto" commentò Phibrizio, lanciando una nuova occhiata schifata al suo bicchiere. Guardò fra le bottiglie che c'erano dietro a Dynast. "Non avevo fatto portare anche quello strano vino di Derkar?"
"Sarò andato a ruba.." commentò ironico Dynast.
Ironia. Doveva essere ubriaco, commentò Phibrizio mentalmente. Ma si disinteressò della cosa un istante dopo.
Posò il bicchiere e fece schioccare la lingua, sorpassando Xellos che era ancora notevolmente alterato.
Zelas era, in ogni caso, molto più imbufalita di lui. Se Phibrizio pensava che avrebbe permesso a quella mocciosa di fissarla ancora a lungo, si sbagliava. Regalarle i suoi gioielli, poi! Perchè non le aveva chiesto la vita, già che c'era?
"Vieni a ballare?" chiese lui, all'improvviso.
Zelas non riuscì a nascondere la sorpresa dietro uno dei suoi soliti sguardi da gatta. Osservò il viso di Phibrizio, sul quale troneggiava un sorriso decisamente accattivante. La cascata dei suoi capelli neri che quasi le sfiorava il braccio.
"Ballare?" chiese stranita. Improvvisamente non era più tanto arrabbiata.
"Andiamo!" esclamò lui, quasi piagnucolando. "Adesso che ho l'altezza per farlo, vorresti negarmi questo piacere?"
Zelas non potè far a meno di sorridere davanti all'espressione falsamente supplichevole di Phibrizio, dietro alla quale si nascondeva - neanche troppo profondamente - uno sguardo dannatamente furbo e pieno di fascino.
La demone mostrò i canini in un sorriso diabolico e poi accettò la mano che Phibrizio le porgeva, notando le decine di braccialetti di cuoio che ornavano il polso fine del demone. Un particolare piuttosto azzeccato che focalizzava l'attenzione su quelle mani eleganti che aveva già avuto modo di notare mentre suonava il violino. Non si poteva dire che Phibrizio non stesse sfruttando al meglio quelle nuove fattezze.
"Devo il ballo solo alla tua nuova altezza?" Chiese Zelas, mentre con uno schiocco di dita Phibrizo dava il via all'orchestra che si lanciò in una salsa dai ritmi vorticosi.
Il demone la strinse a sè con fermezza, puntando gli occhi verdi dritti nei suoi. "No, devo farmi perdonare una frase poco carina" rispose, per poi farle fare un improvviso giro su se stessa e riprenderla con la stessa fermezza di prima. "Dici che basterà?"
Zelas si strinse nelle spalle, sorridendo. "Hum, vedremo..."
L'altro non rispose, ma aveva stampata sul viso la determinazione di riuscire in quell'impresa.
La afferrò per entrambe le mani, lanciandosi con lei in una serie di passi che costrinsero il resto degli invitati a scostarsi per far loro spazio.
Phibrizio fece fare a Zelas l'ennesima giravolta, per poi afferrarla di schiena e stringerla a sè.
"La bambina non sarà gelosa?" lo stuzzicò Zelas, mentre sentiva Phibrizio appoggiarle il mento su una spalla.
Poi entrambi ripeterono i passi iniziali, rimanendo abbracciati a quel modo.
"Aiko è in buona compagnia..." commentò lui, senza scomporsi, accenando con la testa al tavolo che avevano appena lasciato.
Aiko, in un tripudio di seta color pesca e di nastri rosa, aveva raggiunto Xellos e stava cercando di costringerlo a ballare.
Il demone provò a fare resistenza, ma non riuscì a spuntarla.
Aiko lo afferrò saldamente per un polso e se lo trascinò dietro sulla pista da ballo, con un viso serio e concentrato. Zelas concluse che era una scena decisamente buffa vedere il suo subordinato vestito di nero, scarrozzato in giro da quello che a - conti fatti - era un confetto umano ambulante. Aiko non le appariva più così irritante ora che non era più lei l’oggetto delle sue attenzioni. La ragazzina sembrava invece molto interessata alla sfera sul bastone di Xellos.
Zelas sorrise ed esclamò "E tu, invece, non sei geloso?"
Phibrizio trattenne a stento una risatina. "Di Xellos? Naaaaaa" rispose divertito "Lui non rappresenta certo un pericolo....."
Un altro paio di giravolte riportò Zelas in posizione normale, per un altra sequenza di passi simmetrici con Phibrizio. "Dì, ma quanti anni ha?" esclamò Zelas, controllando per un attimo dove mettere i piedi per poi tornare ad afferrare la mano di Phibrizio che l'abbracciò di nuovo. Una mano sulla vita, l'altra distesa lungo il fianco.
"Non lo so" ammise l'Hellmaster. "Abbastanza, comunque"
Il primo, sensuale, casquet della serata fece voltare i presenti, Xellos in testa che guardò sconvolto la propria master lasciarsi andare quasi seduta su una delle gambe di Phibrizio.
"Abbastanza per cosa?" commentò Zelas, le collane tribali che indossava seguirono fluide i movimenti della sua testa mentre si agitava al ritmo del tamburo d'accompagnamento.
Phibrizio sorrise malizioso, senza rispondere. Allontanò la Beastmaster, per poi riavvicinarla di nuovo. Quando furono ancora una volta stretti l'uno all'altra, tanto da sfiorarsi, il viso di Phibrizio cambiò notevolmente espressione.
"Non sono stato io, Zelas" disse con voce decisa ed estremamente seria.
La musica cambiò, ma senza fermarsi. I due continuarono a ballare per concedere un pò di privacy a quella conversazione.
"E chi me lo assicura?" esclamò Zelas, diventando seria quanto lui "C'erano i tuoi marchi là sopra..."
"Ricorda quello che ti ho mostrato" le sussurrò, dimostrandole che non era stata un'allucinazione, ma un'illusione che aveva creato per lei. La demone sgranò gli occhi. "Ricorda"
"Mi hai mostrato l'omicidio! Come posso credere che sei innocente?"
I due si allontanarono ancora, costretti dalla musica.
Quando Phibrizio la riprese per i polsi, Zelas sentì che li stava stringendo con fermezza. "Ti devi fidare di me" fu la risposta. Impossibile non ascoltare il tono della sua voce. Impossibile non rimanere presi dallo sguardo dei suoi occhi felini.
"Perchè?" la demone ricambiò il suo sguardo con un paio di occhi dorati altrettanto magnetici. Una nota ben visibile di diffidenza ne adombrava l'originale lucentezza. Doveva considerare le parole di Phibrizio come una confessione? Come una più o meno disperata ricerca di appoggio da parte di qualcuno in quella marmaglia di accusatori? O doveva considerarlo un altro dei suoi diabolici piani per ottenere qualcosa?
"Perchè quando il colpevole verrà fuori, ti converrà stare dalla mia parte...." fu la risposta. Una risposta che fece crollare in un istante quell'immagine di un Phibrizio quasi impaurito che Zelas stava iniziando ad immaginare. "E poi perchè sono il tuo dark lord preferito...."
"Cosa? Tu non sei il mio-" La demone non fece in tempo a continuare, che Phibrizio la lanciò in una nuova giravolta per poi consegnarla nelle mani di Xellos il quale, nel vederli avvicinare, aveva smesso di ballare.
"Cambio di dame, Xel?" chiese Phibrizio, battendo una paio di colpi sulla spalla del subordinato di Zelas. Poi dopo aver raggiunto Aiko, aggiunse "Mi dispiace Zelas ma per il lento ero già prenotato..."
Zelas rimase a fissarlo, con gli occhi stretti a due fessure e uno sguardo enigmatico che Xellos non seppe ben interpretare.
Hai scoperto qualcosa master? Possiamo fidarci di lui?
"Quello mi farà venire una crisi isterica..." commentò Zelas ad alta voce, fissando Phibrizio che riprendeva a ballare un dolcissimo lento con Aiko, una decina di metri più avanti.
"E Xellos smettila di farmi domande!" sibilò inviperita al suo subordinato.
***
Mezz’ora dopo, Vrabazard sedeva su uno dei divanetti che si trovavano quasi al centro della stanza. Ai suoi occhi, la sala sembrava un enorme quadro vivente.
A pochi metri da lui, una marea di demoni si dimenava sotto le note dell'orchestra. Una bolgia infernale di corna e pupille verticali che si agitava, parlottando in lingue dimenticate che Cephied avrebbe aborrito.
Jemina non c'era.
Valwin lo raggiunse, porgendogli gentilmente da bere.
"Non trovi che ci sia qualcosa di strano in questa sala?" chiese Vrabazard, gli avambracci appoggiati sui braccioli della poltrona e un aria di superiorità stampata sul viso grigio. Volgeva lo sguardo in giro annoiato, o più probabilmente disgustato da ciò che vedeva.
"Sembra che sia tutto tranquillo" commentò, Valwin.
Vrabazard bevve, poi portò il bicchiere in grembo. Entrambe le mani sul calice. "Appunto."
L'altro drago sorrise brevemente. Poi, in tutta tranquillità, si lasciò cadere seduto sulla poltrona vuota accanto a quella di Vrabazard.
Appoggiò le mani sui braccioli e sospirò. "Sono proprio stanco"
Vrabazard si voltò molto lentamente e lo guardò male.
"Ok, immagino di no" Valwin rise. "Ma se potessi, sarei molto stanco. O quantomeno mi piacerebbe esserlo. Avrei una scusa per starmene seduto"
"Potresti starci comunque" osservò Vrabazard, con un tono vagamente ironico. "Non ti è venuto in mente?"
Valwin osservava dritto davanti a sè, lasciando vagare lo sguardo sui visi dei demoni che ancora ballavano nella sala. Adocchiò i dark lord con una sola occhiata, tossì. "Certo, potrei" ammise, con un'alzata di spalle. "Ma mi perderei tutto il divertimento, ti pare?"
Vrabazard si voltò verso di lui e lo fissò, quindi seguì il suo sguardo che analizzava accuratamente la stanza.
Il salone sembrava, in effetti, perfettamente normale. Immenso e decorato così come quando erano arrivati. Vide Dynast Graushella nell'angolo più lontano della sala e la Beastmaster dall'altra parte della stanza, intenta a parlare con il suo ambiguo subordinato.
Deep Sea Dolphin si era rintanata con le sue subordinate presso le poltroncine vicino alla porta e ora mangiava, o almeno sembrava, accartocciata nel suo assurdo vestito.
Ad un centinaio di metri da lei e da Dynast c'era Fear, seduto composto accanto ad una bella statua di Lon. La sua coda morbida si muoveva dietro di lui, mentre fissava la folla con occhi di smeraldo simili a quelli del suo padrone. Vrabazard si voltò stizzito. "Quel brutto ghepardo è sempre fra i piedi" commentò.
"In realtà, amico mio, temo si tratti di un ocelot" rispose allegro Valwin.
"Quello che è.." mugugnò l'altro, schioccando la lingua.
Valwin non si dimostrò particolarmente offeso dallo sdegno che l'altro drago sembrò provare per lui, anzi lo ignorò totalmente non appena un gruppo di ondine in corti abitini di strass bianchi e blu gli passò davanti salutandolo con la mano. Risero, seminando bollicine nell'aria davanti a loro. Prima che Vrabazard potesse fermarlo, Valwin si era già alzato e si esibiva in complimenti educati. "Possibile che siate ancora più belle dell'ultima volta che vi ho viste?" esclamò, zuccherino. Vrabazard roteò gli occhi.
In un tintinnio di braccialetti di corallo e trillare di bollicine, le ondine ridacchiarono. "Suvvia milord, ci siamo visti solo dieci minuti fa!"
"Dite davvero? Diventate più belle molto più velocemente di quanto pensassi!!" replicò Valwin. Due delle ragazze ebbero la fortuna di prenderlo a braccetto, le altre si accontentarono di accerchiarlo.
"Valwin!"
ll drago dell'aria si voltò verso Vrabazard e fece un mezzo cenno col capo. Il cappellino a cono con la punta piegata non si mosse di un millimetro, nemmeno lo avesse incollato. "Sembra proprio che oggi non mi sia concesso di riposare, Vrabazard. Ma ci vedremo sicuramente più tardi" gli strizzò l'occhio. "E potrai borbottare su demoni e ocelot quanto vorrai. Ora scusami..."
"VALWIN!" gli occhi di Vrabazard quasi esplosero fuori dalle orbite. Il bicchiere gli roteò pericolosamente tra le mani, rischiando di cadere e rovesciargli tutto il vino sulla tunica. Fece per andar dietro a Valwin e impedirgli di ridicolizzare ulteriormente la sua persona ma il suo sguardo si fece improvvisamente serio. I demoni, l'ocelot.
Si alzò immediatamente, passando di nuovo in rassegna la stanza e comprese, colto da un'improvviso terrore. "Maledizione!"
Una strana energia stava invadendo la stanza. Ai quattro angoli della sala, anche i demoni percepirono lo stesso tipo di tremolio nell'aria che li circondava. Vrabazard guardò allucinato ciò che stava succedendo, gli occhi rossi spalancati dalla consapevolezza. "E' una barriera..."
"Master, c'è qualcosa di strano!" esclamò Xellos, guardandosi intorno.
I suoi occhi viola si muovevano veloci per la stanza, ma non c'era niente che non andava. La gente ballava esattamente come qualche minuto prima, c'erano solo quelle forti scosse che smuovevano l'aria e la terra sotto i loro piedi.
Ma sembravano gli unici a sentirle.
"Là, Dynast lo sente!" esclamò Zelas, indicando Graushella che aveva la loro stessa espressione.
Le dita della demone si flessero, come pronte alla battaglia.
Xellos sentì l'energia del suo capo - la sua stessa energia - aggiungersi all'aria che si stava scaldando.
"Dobbiamo raggiungerlo" esclamò Xellos, le braccia formicolavano. Sembrava che il calore scivolasse sotto ai suoi vestiti e cercasse di strappare a pezzi l'energia di cui era fatto. Sentì Zelas creare un campo di protezione, ma durò soltanto qualche secondo poi scivolò con le altre energie nell'aria bollente e immobile che li circondava.
Zelas, che accidenti sta succedendo? la voce di Dynast si fece strada tra i pensieri di Zelas. Era fine, anche nei momenti di pericolo.
La demone rese partecipe anche Xellos.
Non lo so. Ma qualsiasi cosa sia, sta coinvolgendo soltanto noi rispose, il suo sguardo continuava a cercare la fonte dei loro problemi.
Ma la stanza era identica, la gente tranquilla.
Quasi all'unisono, legati dalla stessa energia e ora dagli stessi pensieri, Xellos e Zelas provarono a teletrasportarsi contemporaneamente. Ma il loro corpo non si mosse neanche. L'energia usata per il teletrasporto si schiantò - fisicamente - contro il vuoto intorno a loro, quindi entrò a farne parte con una gigantesca scintilla dorata.
Siamo bloccati! la voce di Dynast fu di nuovo nelle loro teste, esclamando l'ovvio.
Hey Dynast! la voce di Dolphin rimbalzò dal cervello di Graushella a quello di Zelas. Fino a che anche Xellos non la sentì. Ci sta risucchiando, maledizione! Fatti venire qualche idea!
Dolphin riusciva a suonare infantile e piagnucolante perfino nella testa della gente. In quella rete di comunicazione incrociate riuscirono a sentire Dynast ringhiare qualcosa di assolutamente fuori controllo.
Xellos si spostò di qualche passo, in modo che il proprio corpo facesse da scudo a quello di Zelas. Sollevò il bastone e lo tenne orizzontale di fronte a sè, anche se sapeva che era del tutto inutile. Gli incantesimi venivano assorbiti dalla bolla magica in cui sembravano essere rinchiusi e certo un attacco fisico era improbabile. "Mi sta facendo a pezzi" ringhiò il demone, mentre il calore ormai era quasi insopportabile. Sentì la propria energia, la sola di cui era fatto il suo corpo, sciogliersi lentamente. Liquefarsi intorno ad entrambi.
Zelas provava la stessa cosa, ma in maniera infinitesimale.
Lanciò un'occhiata al subordinato, quindi di nuovo davanti a sè. La gente continuava a non accorgersi di nulla, nemmeno di loro.
Sta risucchiando energia esclamò Zelas, più a Dynast che a Dolphin.
La piccola demone dei mari intanto continuava a lamentarsi. Sembrava che le sue subordinate non avessero retto lo sforzo e fossero ora costrette a rimanere sul piano astrale. Ci fu un improvviso sbilanciamento delle forze, la pressante presenza energetica si fece ancora più pesante da sopportare. Xellos ringhiò, il carico sulle sue spalle era aumentato notevolmente.
La voce di Dynast arrivò con un ritardo di qualche secondo e disturbata, come una trasmissione con delle interferenze di proporzioni consistenti. Siamo....unici....energia...barriera...
Zelas lo insultò in quattro lingue differenti, di cui una usata soltanto per le cerimonie ancestrali demoniache. "Ma come parla?" sbottò, infastidita, quasi fosse colpa del demone se non riusciva a mandarle messaggi completi.
Si voltò verso Xellos per trovare un pò di supporto morale, ma le condizioni del subordinato stavano decisamente peggiorando. Era ancora in piedi, forse sostenuto soltanto dalla sua forza di volontà, ma le ginocchia erano piegate e la sua energia si stava affievolendo. Zelas poteva sentirlo chiaramente. Tra qualche istante avrebbe iniziato a sparire.
Gli avrebbe ordinato di ritirarsi nel piano astrale prima di perdere la sua forma fisica, ma sapeva che - anche potendo - non lo avrebbe mai fatto.
Tra le scariche elettriche, ogni minuto più violente, che costringevano Xellos sempre più in ginocchio, arrivavano le lagnanze di Dolphin che sembrava passarsela male quasi quanto lui. La cosa era decisamente snervante. Dolphin aveva lo stesso potere di Dynast, ma era evidentemente inetta fino all'inverosimile. Zelas si ritrovò a pensare che vederla sparire con le sue subordinate sarebbe stata soltanto una perdita di equilibri, niente complicazioni di tipo sentimentale.
Dynast, qua si mette male escamò, la sua voce calda divenne di colpo composta e seria. Nella sua mente un turbinio di pensieri diversi. Passò al vaglio innumerevoli ipotesi, verificandole contemporaneamente. Niente di ciò che era in suo potere poteva essere fatto.
Riusciva a muoversi solo in un raggio di pochi metri, non poteva teletrasportarsi nè passare energia a Xellos.
Il subordinato non avrebbe resistito a lungo.
Dolphin....barriera..noi..energia... Dynast continuò a sclerare nel suo cervello. Zelas, come se nulla fosse, interruppe il collegamento mentale. Se la sua voce arrivava a salti, incredibile come le scariche di energia si portassero via soltanto verbi e punteggiatura, anche la voce di Zelas sarebbe arrivata distorta da Dynast. Meglio chiudere, la comunicazione mentale rubava energie preziose.
"C..capo.." Xellos rimaneva visibile solo in brevi intervalli di tempo, per il momento regolari. Tra poco sarebbe apparso sempre meno, quindi sparito.
Lei si voltò nella sua direzione, gli occhi gialli inchiodati ai suoi. "Xel?"
Il demone inspirò profondamente, come a riprendere fiato, ma si stava concentrando. Per cinque brevi istanti riprese perfino consistenza. "Non...è...casuale..." mormorò a fatica. L'unica cosa salda sembravano le sue mani sul bastone. "L'energia....serve a qualcos'altro. Guarda...guarda la gente.."
Zelas si voltò verso il resto degli invitati. Come prima, nessuno si era accorto di niente, ma adesso dalla folla si alzava un luccichio d'argento e rubino, come polvere colorata che ascendeva al soffitto e si plasmava sull'energia bollente che aveva preso il posto dell'aria. Dai quattro angoli della sala arrivava polvere d'oro. La loro energia.
Zelas sgranò gli occhi. "Questo è Phibrizio" esclamò sconvolta.
Xellos scomparve.
"Jemina!" Vrabazard sbraitò contro il vetro di un piccolo specchio che ora teneva in mano.
Il vetro si imbarcò in due onde consequenziali. Il viso di Jemina si deformò in maniera surreale prima di tornare normale.
La donna sembrava sconvolta.
"Jemina mi senti? Ti voglio qui! ADESSO!" ordinò il drago di fuoco. Nuove onde piegarono il vetro dello specchio come fosse stato flessibile.
"Impossibile" La voce di Jemina suonò lontanissina. "La sala non ha entrate! Siamo chiusi fuori!"
Il vetro ondeggiò, quindi si ruppe in pezzettini minuscoli.
Vrabazard rimase a fissarsi le mani piene di briciole di vetro quasi non credesse ai propri occhi.
Poi sollevò lo sguardo. L'aria tremava, come se la temperatura si fosse alzata improvvisamente. "La barriera si è chiusa. Ma è anomala" esclamò atono, muovendo le labbra lentamente, un attimo prima che una gigantesca vibrazione attraversasse la sala come aveva fatto con lo specchio e tutto si distorcesse per poi spegnersi come una torcia, rimanendo buio e immobile.
Vrabazard si stupì dell'improvviso silenzio e dell'immobilità dell'aria. Si alzò dal pavimento sul quale era stato costretto ad inginocchiarsi dalla potente energia che lo aveva investito. Si guardò le mani, tornate improvvisamente pallide e consistenti com'erano state.
Osservò il vuoto nero che lo circondava. Non si vedevano più i contorni della sala.
Non si vedeva più niente che potesse indicargli dove si trovasse. Il buio era lucido, sembrava solido, eppure riusciva a camminare, a muoversi nello spazio che lo circondava. Il pavimento era reale.
"Dove diavolo sei! Fatti vedere" ringhiò allora. La paura si manifestò in rabbia, strinse i pugni.
Non poteva teletrasportarsi, nè fare incantesimi.
Era come legato al luogo in cui si trovava, incatenato all'energia che era ancora lì intorno.
Come se la sua voce avesse spezzato qualcosa, il vuoto scuro che aveva intorno si crepò, sgretolandosi in pezzi sempre più grossi per lasciare il posto alla......sala.
Vrabazard si guardò intorno, riconoscendo i festoni, il pavimento di pietra. Perfino la sedia sul quale era seduto con Valwin fino a pochi istanti prima. Ma non c'era più nessuno. Soltanto lui.
"Magia"
Vrabazard si voltò, nella direzione in cui la voce di Phibrizio si era fatta sentire, morbida e affascinante. Attese, sentendo chiaramente la sua presenza di fronte a sè, sarebbe comparso.
Se si sforzava poteva vederlo strappare il silenzio e manifestarsi.
Gli occhi verdi baluginarono di fronte a lui, seguiti da tutto il resto.
"Eccoti finalmente" disse il drago, sprezzante.
Phibrizio sorrise. "E' bello sentirsi desiderati, sai?" commentò. "Ti piace qui?"
Vrabazard non smise di fissarlo, come se avesse timore che spostando lo sguardo sarebbe sparito. "Che cos'è?"
L'Hellmaster accennò a ciò che li circondava con un'alzata di sopracciglia. "Questo? Stasi temporale" sorrise, quando Vrabazard sgranò gli occhi. "Bel trucchetto vero?"
"Dove sono gli altri?" Vrabazard fece due passi di lato, quando Phibrizio si spostò troppo dalla sua visuale.
Voleva averlo sempre sott'occhio.
Phibrizio si strinse nelle spalle, con un'espressione angelica. "Fuori da qui, nel tempo reale" rispose.
"Smettila con questa pagliacciata, ne ho abbastanza" Vrabazard era visibilmente molto nervoso, ma a differenza degli altri draghi manteneva un certo controllo e una certa dignità.
"Io non mi rivolgerei a me in questa maniera" lo riprese Phibrizio. "Innanzi tutto ti sto risparmiando qualche minuto di invecchiamento, il che è un gran bel vantaggio per te - anzi, se vuoi un consiglio, farei qualcosa per quelle rughe -, secondo se faccio svanire questa bolla nel modo sbagliato potresti avere gravi conseguenze fisiche e ti assicuro che non sarebbe piacevole. In fondo sono sicuro che te ne rendi conto anche tu"
"Ti dimentichi che sono un Dragon Lord, non un neonato indifeso" commentò Vrabazard, con una nota di presunzione nella voce.
Phibrizio attese che l'eco della voce smettesse di rimbalzare tra le pareti inesistenti.
Poi, camminando, gli si avvicinò così tanto da sfiorarlo. "Ti dimentichi che io sono un Dark Lord e questo è il mio castello, vecchio, ossia la mia casa, il mio luogo di esistenza. Ogni cosa segue le mie regole" si sporse in avanti, vicino all'orecchio appuntito del drago. "E stai sicuro che se volessi strapparti la pelle, prima o poi qui dentro ci riuscirei..."
Alito freddo, come se fosse morto.
Vrabazard non si lasciò intimorire. "Non credere di farmi paura, demone" replicò, il suo tono intatto e deciso. Le mani ancora strette a pugno. Lo afferrò per il bavero della camicia e lo spinse indietro, scoprendo che era orrendamente leggero.
Phibrizio sgranò gli occhi e gli spinse via la mano con violenza, guardandolo con più odio di quanto Vrabazard si sarebbe aspettato per un'azione simile. Gli sembrò di vederlo barcollare, ma ad una seconda occhiata Phibrizio era uguale a prima.
"Attento! Non vorrai rovinarmi la camicia!" stava commentando debolmente, con un sorriso meno aperto di prima.
Vrabazard lo guardò pensieroso.
"E' di seta!" specificò allora Phibrizio, con l'espressione facciale che usava per spiegare le cose ovvie. "Costa un occhio e io non ho diritto alle offerte di fedeli cantilenanti, sai?"
L'Hellmaster finì di rimettersi a posto la camicia, con movimenti lenti e precisi. Per un periodo di tempo che al drago parve lunghissimo, rimase in piedi immobile, con la mano libera appoggiata al tavolo che c'era dietro di lui.
Quando sollevò la testa, stava di nuovo sorridendo in quel modo irritante, con i canini appuntiti snudati e le sopracciglia arcuate che sembravano sempre prendere in giro chi gli stava davanti. "Stavamo dicendo?" Schioccò le dita un paio di volte. "Ma certo! Alludevi ad un neonato, con una banale - quanto prevedibile - battuta sarcastica nei miei confronti" gli dedicò un'occhiata impietosita. "Certo che sei di un noioso..."
"Sciocca o prevedibile che fosse, era la verità" sentenziò il drago, prendendo quasi confindenza con l'ambiente in cui erano immersi. Una stasi temporale era affascinante e tediosa allo stesso tempo. Si trattava di fermare una porzione di tempo in una porzione di spazio per un determinato periodo di tempo. Ciò che ne conseguiva era un luogo identico all'originale, rappresentato nell'attimo esatto in cui era stato preso e in nessun altro attimo. Il tempo non scorreva e chiunque vi fosse catturato nel mezzo, non poteva far altro che esistere, con la sicurezza o l'angoscia - a seconda dei casi - che niente sarebbe cambiato.
Il corpo si abituava alla stasi, se era abbastanza forte - e quello di Vrabazard certo lo era - , quindi interromperla improvvisamente, senza il passaggio graduale che era necessariamente avvenuto all'inizio, comportava il rischio che il corpo in questione subisse il tempo che non aveva vissuto e i cambiamenti che non aveva visto. Una brutta esperienza.
Era qualcosa di lontanamente simile ad un embolia dovuta ad una riemersione troppo veloce.
Ovviamente lo scioglimento della stasi dipendeva da chi l'aveva creata, non la si poteva spezzare a meno che non si individuasse con chiarezza la fonte che la manteneva stabile, ma era un'operazione che quasi mai riusciva. "Tornando al nostro discorso, vecchio mio..e gradirei che tu non mi interrompessi ogni volta, mi rendi nervoso" continuò l'Hellmaster. "Stavamo parlando di neonati"
"Sì, di quello che hai ucciso" precisò Vrabazard.
Phibrizio gli stava girando intorno, ma si fermò. Lo fissò. Quindi aprì la bocca come per dire qualcosa, ma poi ci ripensò e tornò indietro con l'indice alzato. "No. Quello che hai ucciso tu" lo indicò, standogli di fronte. Sorrise, come se fosse sinceramente impegnato a correggere la frase di un caro vecchio amico.
"E' per questo che hai messo su questo spettacolo pietoso?" lo attaccò Vrabazard, le mani lungo i fianchi e gli occhi duri. Sembrava un uomo maturo, ma più giovane di Valwin. Una cinquantina d'anni, cinquantacinque al massimo. Il viso allungato e severo, con un immancabile naso aquilino. Sempre presente nei draghi, quasi quanto gli occhi luminosi nei demoni. "Per accusarmi di una cosa ignobile come l'omicidio di un neonato innocente?"
"Io non ti sto affatto accusando" si difese Phibrizio, scuotendo la testa incredulo. Poi sorrise, pacifico. "Io lo so"
Vrabazard rise. Fu uno spettacolo raro. Le labbra sottilissime si incresparono in una risata di scherno, denti perfetti corredati da due canini simili a quelli di Phibrizio ma incredibilmente più lunghi spuntarono da sotto la pelle pallida. Gli occhi chiari del drago acquisirono luminosità e l'aria si riempi dell'eco della sua voce. "E' questo il tuo piano? Scagionarti, accusando....ME?"
Phibrizio partecipò alla sua ilarità concedendogli un sorriso appena appena accennato. Incrociò le braccia, tranquillamente. "Non proprio, ma ci sei vicino" commentò. Quindi inspirò, fermandosi a guardare Vrabazard per qualche istante, finchè non si stufò di aspettare che dicesse qualcosa. "Allora, non vuoi fare un altro tentativo?"
"No" esplose Vrabazard. "Non voglio fare nessun altro tentativo e pretendo che tu mi liberi immediatamente!"
Phibrizio inclinò la testa a sinistra e inarcò le sopracciglia per un istante, poi tornò a guardarlo. "...visto che ti sei arreso, te lo dico io" continuò, ignorando le pretese di Vrabazard. "Sì dà il caso che ti serva di demoni per le tue faccende private da così tanto tempo che....wow...nemmeno ti credevo capace di tanto! E bè-"
"QUESTE SONO ILLAZIONI!" esplose il drago, così forte che Phibrizio si tappò drammaticamente un orecchio.
"No, no credimi, hanno un senso" rispose, convinto. Annuì di nuovo, come a darsi ragione. "Sono informazioni ampiamente documentate"
"Ne ho abbastanza!" ringhiò il drago, ormai inferocito. "Di te, di questa stasi e delle tue stupide chiacchere! Le tue sono solo ridicole invenzioni per non so quale assurdo fine che ti suggerisce quel cervello di demone. Lasciami andare! ADESSO!"
L'Hellmaster sorrise. "Quindi anche il Diario del Tempo che Scorre sarebbe una delle mie ridicole invenzioni?"
Il drago rimase immobile, fissando Phibrizio.
"No. Non è una tua invenzione. E' una leggenda creata dai cantastorie. Non è mai esistito" rispose, la voce bassa, monotonale.
Phibrizio sollevò lo sguardo su di lui ed era più serio di quanto il drago non lo avesse mai visto da quando lo conosceva. "Errore. Quel diario era in una tomba, nel cimitero del castello reale di Lyzeille e tu lo hai fatto rubare" raccontò il demone, con una semplicità disarmante. "Lo hai per le mani da mesi e non sei mai riuscito ad aprirlo"
Vrabazard sussultò, fornendo a Phibrizio esattamente ciò che voleva.
La sicurezza di aver colto nel segno.
Gli si avvicinò di nuovo, questa volta sicuro che il drago non avrebbe reagito, chi poteva farlo quando ormai gli avevi già servito la schiacciante verità con contorno di possibili, atroci conseguenze? Gli rimase davanti, fissandolo negli occhi e.. "Baboom, colpito e affondato" sussurrò, così piano, così delicatamente ma con tutta la nota di trionfo che poteva mettere nella sua voce vellutata. Si tirò indietro di scatto, mentre Vrabazard rimaneva in silenzio, forse nel tentativo disperato di trovare qualche buona risposta da dare. "Fammi indovinare, ti stai chiedendo chi possa avermelo detto!" guardò il drago da sotto le lunghe ciglia scure. I suoi occhi ridevano. "Ma lo sai già..non è così?"
Vrabazard continuò a rimanere in silenzio, il viso tirato, gli occhi fissi in quelli verdi di Phibrizio. "Adesso è diverso, vero vecchio?" continuò il demone, la sua ironia libera di sgorgare fastidiosamente. "Adesso anche un demone di scarto, come lui, fà paura...." Phibrizio schioccò la lingua e scosse la testa, come a compatirlo. "Povero Vrabazard! Chissà cosa direbbero i tuoi amici rettili se lo sapessero! Dare asilo ad un demone del suo calibro ed usarlo per scopi disdicevoli come la profanazione di tombe!" fece una pausa, poi riprese. "Per non parlare del modo in cui ti servi di un vero e proprio esercito personale di demoni rettile - che cos'è, nostalgia della tua vera razza? - per uccidere neonati innocenti! E poi dicono che siamo noi demoni quelli cattivi! Vai a capire la gente...approposito, credi che non abbia capito che cosa ci faccia quella tua vestale nel mio castello con tutte quelle bestiacce?"
"Non lo so. Magari li ha portati in gita turistica, tu che cosa ne dici?" rispose sprezzante il drago, prendendo la parola dopo il suo lungo silenzio.
Phibrizio gli concesse la soddisfazione di una risatina. "Divertente. La paura aumenta il tuo senso dell'umorismo" sospirò. "Ma te lo dico io come stanno le cose. Tu mi porti in casa quelle bestie e poi, ad un certo punto della serata, diciamo un pò prima del dessert.. le aizzi contro uno degli adorabili angioletti draconici che ti sei portato dietro. Salvi il pargolo e mi accusi pubblicamente" Phibrizio applaudì. "Complimenti. Sei veramente diabolico. Ma se devo essere sincero, mi sento un pò offeso".
Il demone camminò per alcuni metri avanti e indietro, quindi si fermò di nuovo, elencando sulle dita magre. "Prima uccido un neonato e lascio lì i miei marchi così che tutti possano poi crocifiggermi in assoluta libertà, quindi faccio una festa, invito tre dark lord, quattro dragon lord e attacco un cucciolo di drago davanti agli occhi di mille e duecento invitati. Devi avere una ben scarsa fiducia nella mia intelligenza, amico mio! O forse dovrei averne io nella tua, visto che hai lasciato dietro di te un indizio grosso, nero e assolutamente inferocito nei tuoi confronti! Tu che ne dici, chi è lo scemo tra noi due?"
Seguirono momenti di silenzio assoluto, durante i quali Phibrizio fece il possibile per risultare irritante. Fermo immobile a pochi centimetri dal drago lo fissava, in un modo che ricordava una certa ragazzina dagli occhi a mandorla.
"Belle parole. Ma non puoi provarlo" commentò alla fine Vrabazard. Apparentemente sembrava ancora calmo. Non si poteva dire che non possedesse un notevole quantitativo di sangue freddo. Se non altro c'era ancora qualcuno capace di mantenere alto il polso di ferro draconico.
Questa era una novità.
Ma era un sorriso felino quello che si aprì di fronte agli occhi di Vrabazard. "Provami che non posso provarlo" lo sfidò l'Hellmaster, con un ghigno.
Vrabazard ringhiò irritato. Per quanto si sforzasse di mantenere un tono composto e un certo distaccamento non riusciva a non reagire a quelle che erano chiare provocazioni da parte di Phibrizio.
"I tuoi giochetti sono ridicoli, Hellmaster" il dragò pronunciò quel nome con ostentata superiorità. "Hai in mano solo fantasie che nessuno prenderà sul serio. Nessuno crederebbe alle parole di un assassino"
Phibrizio non si scompose. "Ti svelo un segreto: i demoni finiscono sempre per credere ad altri demoni se la seconda possibilità è credere ai draghi" esclamò. "E poi, ho le prove"
"Menzogne. Non hai niente in mano" insistette il drago.
Phibrizio, le mani in tasca e la schiena appoggiata al tavolo, aspettò che lui avesse finito di fare lo sbruffone quindi sorrise, gli occhi furbi come se nascondesse un segreto divertente che stentava a tenere nascosto. "Quello che ho in mano..." iniziò guardandosi la punta delle scarpe per poi tornare a guardare lui "...sono pergamene con invocazioni demoniache che recano in fondo il tuo bel nome, monete incise con il tuo stemma e le antiche rune demoniache. Per non parlare delle tue lucertole puzzolenti rinchiuse in uno dei saloni interni del mio castello, le quali vuoterebbero sicuramente il sacco per una manciata di monete d'oro"
"Stai bluffando" esclamò il drago. Il tono era piuttosto deciso ma di fronte all'espressione sicura di Phibrizio suonò più come una preghiera indiretta che non una constatazione.
Phibrizio si staccò dal tavolo, sempre con le mani ben calcate nelle tasche dei pantaloni. Sembrava avere una particolare passione per le sue scarpe di vernice.
"Ne sei sicuro?" chiese. Gli occhi verdi emanarono un bagliore improvviso come se la luce li avesse colpiti.
Vrabazard lo seguì con lo sguardo. "Non credere di farmi paura. So che non puoi essere in possesso di quello che dici" rispose. "Sei soltanto un bugiardo"
"Eppure la tua..'vestale'.." Phibrizio mimò le virgolette con quattro dita "...non ha potuto raggiungerti, dico bene? Ma sarà stato sicuramente un contrattempo. Certo io non c'entro niente..."
Se ne avesse avuto la possibilità Jemina sarebbe arrivata in suo soccorso nella sala, Vrabazard lo sapeva.
Quella donna era irriverente e mostrava chiari segni di indisponenza nei confronti della autorità ma era una persona fidata. E una professionista. Non avrebbe mai disobbedito ad un ordine. A meno che qualcuno non glielo avesse impedito.
Vrabazard osservò di nuovo Phibrizio che aspettava paziente, col suo sorriso di trionfo stampato in faccia.
Qualcosa continuava a dirgli che si trattava di un grosso bluff, che in realtà non c'era alcun pericolo concreto per lui, ma quel qualcosa continuava a scontrarsi con la paura di avere torto. Se per un caso, Phibrizio si fosse davvero trovato in possesso anche di una sola prova contro di lui, avrebbe trovato molto difficile spiegare ai suoi compagni draghi com'erano andate le cose.
Ma non potevano esserci prove.
Eppure Alastor era dalla parte dell'Hellmaster. E lui costutiva un grosso problema.
"Se pensi che io stia bluffando, allora torniamo dagli altri e vediamo chi ha più coraggio. In fondo sarà la mia parola contro la tua"
Prima che Vrabazard potesse replicare, Phibrizio estrasse dalla tasca una piccola sfera gialla grande quanto una pallina da golf e la schiacciò tra le dita, incrinandola.
L'aria intorno a loro si scaldò progressivamente ma in maniera molto veloce. Vrabazard se la sentì entrare sotto ai vestiti e raschiargli la pelle come se la stesse strappando. Intorno a Phibrizio, invece, l'aria s'incurvava verso l'esterno in lampi di luce dorata. "Cosa-?"
I contorni della stasi divennero visibili, i finti muri trasparenti. Si trovavano in una specie di bolla d'acqua in continuo movimento. Attraverso le pareti vedevano il tempo reale scorrere ad un ritmo diverso dal loro. A tratti sembrava più lento, a tratti più veloce. La sfera stava tremando freneticamente, il drago perse l'equilibrio. "Vale la pena rischiare Vrabazard?" lo chiamò l'Hellmaster, ora tranquillamente seduto sul piano del tavolo.
Il drago sentì la pressione del tempo reale sulla testa, schiacciargli gli arti sul pavimento. Improvvisamente l'idea di trovarsi di fronte agli altri draghi con il rischio di essere scoperto non gli appariva più un ostacolo facilmente superabile. Forse Phibrizio stava soltanto bluffando, ma se così non era - Alastor sapeva più cose di quante avesse mai voluto rivelargli - si sarebbe trovato di fronte all'obbligo di spiegare il perchè possedesse un esercito di demoni-lucertola, legati a lui attraverso patti demoniaci perfettamente regolari.
E sapeva che nè Rangort, nè Ragradria avrebbero compreso i suoi alti intenti.
Valwin era troppo imprevedibile per ipotizzare a priori quali provvedimenti avrebbe potuto prendere. Ma certo non sarebbe stato magnanimo. E in fondo, un demone in più o uno in meno che differenza poteva fare, ormai?
"Tra poco meno di dieci secondi il tempo reale ci riassorbirà completamente" cantilenò Phibrizio. Scariche bluastre stavano ora attraversando la bolla, formando un reticolato luminoso e sfrigolante sopra le loro teste. "Sei pronto a-"
"Ferma la sfera"
"Come hai detto scusa?" Phibrizio si portò una mano dietro l'orecchio. "Non riesco a sentirti. C'è troppo rumore"
"Blocca la stasi. Fermala" ripetè il drago, piegandosi per lo sforzo. "Hai vinto, maledetto"
Le crepe rimasero sulla sfera ma il tremare sconnesso e violento della bolla cessò all'istante. Le pareti tornarono solide anche se un pò meno reali. Vrabazard tirò un sospiro di sollievo mentre l'aria smetteva di bruciare.
Phibrizio ripose la sfera nella tasca dei pantaloni. "Dillo di nuovo, per favore, la tua voce ha un bel suono mentre dichiari la tua sconfitta" esclamò trionfante.
Vrabazard inspirò rumorosamente. "Hai vinto" ripetè. Poi sprezzante, come se avesse avuto davanti uno semplice bandito di strada, aggiunse "Che cosa vuoi?"
Phibrizio si slanciò in avanti, sedendosi accosciato di fronte al drago, in modo che i loro occhi fossero alla stessa altezza. "Vederti così sconfitto e amareggiato, seduto col culo per terra in mezzo alla polvere sarebbe già una bella ricompensa. E in cambio del mio silenzio potrei essere magnanimo e accontentarmi di questo....ma ovviamente non lo farò. Oltre alla tua umiliazione qui, voglio due cose".
"Sarebbero?"
Phibrizio fece scattare l'indice. "Richiesta numero uno: tu mi scagionerai"
Il drago lo guardò incredulo. "Scagionarti? Come diavolo pretendi che io ti scagioni?" esclamò.
Phibrizio si strinse nelle spalle. "Non lo so. E non mi importa" rispose, tranquillo. "Trova un modo. Sono affari tuoi"
"Ma è assurdo!" Vrabazard alzò la voce, ma non ebbe il coraggio di farlo a lungo dopo che Phibrizio gli ebbe lanciato un'altra delle sue occhiate. "Non mi crederanno certo sulla parola!"
Phibrizio gli dedicò un sorrisone quasi sincero. "Chi può saperlo? Alle volte la gente è più comprensiva di quello che si crede sai?"
Il drago si passò una mano tra i radi capelli bianchi.
Le dita scostarono le ciocche, in maniera frenetica e nervosa. "Quello che mi chiedi è impossibile! Io..non posso-"
"Richiesta numero due: Io voglio quel libro" continuò Phibrizio, smettendo di ascoltare lamentele nelle quali non aveva alcun interesse.
"Quale libro?"
Phibrizio si abbracciò le ginocchia. La giacca si distese ordinatamente sul pavimento dietro di lui. "Il diario" specificò.
Alle orecchie del drago la notizia arrivò del tutto inaspettata.
Strinse i denti. "E' una richiesta sciocca, del tutto priva di logica. Una ripicca, oserei dire" sbottò. "Che cosa te ne faresti tu del diario?"
"Magari quello che vuoi farci tu?" Azzardò l'Hellmaster. "E ad ogni modo queste non sono cose che ti riguardano più ormai. Starà sicuramente meglio a casa mia che in quel mausoleo dove vivi tu! Dimmi, volevi forse tenerlo nella libreria, tra 'Cappuccetto Rosso e il demone cattivo' e '1001 ricette per cucinare un demone'?"
Vrabazard tentò di alzarsi ma Phbirizio glielo impedì.
"Blasfemo!" sbraitò allora il drago. "Il libro della Madre nelle mani di un demone!"
Ancora accosciato per terra, Phibrizio teneva l'avambraccio destro appoggiato al ginocchio. Si portò due dita della mano sinistra sulla fronte, come se si stesse concentrando per trovare le parole. "Vorrei farti presente che tua Madre è anche mia Madre, il che fa di noi fratellastri e di lei una gran....ma non è questo il discorso"
"Posso darti ben altro che un Diario a te del tutto inutile" tergiversò il drago.
Phibrizio si tirò su in piedi con un balzo e lo fissò con una finta aria inorridita. "Cielo, sei disgustoso" commentò, guardandolo male. "In ogni caso, no, grazie. Le tue proposte indecenti non mi interessano affatto. Ourgh.." scosse la testa, cercando di rimuovere dalla sua testa pensieri che non voleva avere. "Senti dammi il libro e falla finita"
Questa volta Vrabazard riuscì ad alzarsi in piedi. "Credimi, non ti servirà e-"
Il demone gli lanciò un'occhiata impietosita, quasi stanca. "Male che vada Aiko avrà un nuovo quaderno per disegnare" tagliò corto, tendendo la mano. "Ti muovi, per favore? La stasi è faticosa e se non mi sbrigo a tornare finiranno tutta la torta. E la cosa mi seccherebbe. E' alla panna".
Vrabazard tentò l'ultima carta. "Sei testardo" constatò, ricevendo un alzata di sopracciglia come risposta. "In ogni caso non ce l'ho qui con me"
"Invece ce l'hai, nasc |