TRA LE SPIRE DEL SERPENTE
capitolo 13:
MAMA LOREIN
Love, actually...

Castello di Dynast, a nord della Penisola dei Demoni.

"E' stato lui" proclamò Dolphin non appena Dynast mise piede nella stanza.
Mirkar aveva fatto accomodare la demone nella libreria del castello che, in quanto a grandezza, superava di un terzo perfino la sala del trono.
Dynast amava leggere quasi quanto amava bere.
La libreria, quindi, era la stanza più grande, se si escludeva la cattedrale di Shella. Ed era anche la più eccentrica.
Dynast l'aveva plasmata direttamente nelle colate di ghiaccio, creando da quelle trasparenze all'apparenza fragili, un luogo unico che descrivere a parole era impossibile. La biblioteca si trovava al centro esatto del castello, era il cuore iridescente del ghiacciaio.
Conteneva libri perfettamente ordinati in centinaia di scaffali realizzati nelle pareti. File e file di volumi che salivano fino al soffitto, alto almeno una decina di metri.
"Quante volte ti avrò ripetuto di non essere troppo affrettata con i tuoi giudizi, Dolphin?" la apostrofò il demone, scivolando nella stanza con la sua silenziosa maestria. Aveva abbandonato gli abiti frivoli della festa e ora indossava di nuovo le sue pesanti spalliere sotto le quali cadeva la seta di una tunica azzurra.
"Questa volta ho ragione" insistette lei, seduta al rovescio su una delle uniche due poltrone della stanza. Le gambe per aria, stava pericolosamente sfiorando l'immacolato rivestimento bianco.
Dynast si accorse della cosa con la coda dell'occhio mentre non trovava niente di meglio da fare che versarsi da bere per proseguire quella conversazione. "Gradirei che tu non mi macchiassi la poltrona" commentò.
"Non la sto nemmeno toccando!" puntualizzò Dolphin, indispettita.
Dynast si voltò, con il bicchiere già mezzo pieno. I capelli, sciolti, gli rimasero in parte sul tavolo dove teneva le bottiglie, in parte gli scivolarono lungo il fianco. "Siediti composta"
All'inizio Dolphin sbuffò ma non oppose troppa resistenza. Non come ci si sarebbe aspettato da lei per lo meno, forse perchè voleva ritornare all'argomento della sua visita quanto più in fretta possibile. Lasciò scivolare le gambe lungo lo schienale fino a che non si ritrovò ad angolo retto sul bracciolo. Quindi tirò su anche il busto e si sedette in maniera ordinata. Non rinunciò comunque ad accasciarsi di lato, come se la testa le pesasse troppo.
Dynast commentò l'intera sequenza dei suoi movimenti circensi con una millimetrica alzata di sopracciglia. "Sebbene io possa già parzialmente intuire la risposta e sia, oltretutto, anche a corto di tempo, il galateo mi obbliga a farti questa domanda" cominciò Graushella. "Quindi ti prego sii coincisa e il più esaustiva possibile. Cosa ti porta qui nella mia residenza oggi?"
Lei lo guardò stranita. "Non potresti parlare in maniera più semplice?"
"Tale soluzione non è di mio interesse" rispose Dynast. Bevve di nuovo.
Dolphin scosse la testa, quasi sconvolta, ma poi tutte le sue priorità tornarono ai loro posti e nel suo cervello lampeggiò soltanto una frase. "E' stato Phibrizio ad uccidere quel bambino e quello che è successo è una presa in giro!" sbottò, indicando Dynast con veemenza ad ogni singola parola.
Dynast riempì nuovamente il bicchiere, quindi scivolò verso la poltrona libera. Ci furono sei metri di stoffa che si adagiavano su tutte le superfici disponibili prima che lui rispondesse. "Fino a prova contraria, è stato scagionato" disse cauto.
"E' stato lui" sbraitò Dolphin di nuovo.
Attraverso il vetro del bicchiere apparve a Dynast con un enorme testone deformato. Lui però non lo trovò esilarante. "Non puoi accusare una persona limitandoti a ripetere all'infinito che è colpevole"
Dolphin aveva i capelli legati in centinaia di minuscole treccine, ognuna con una perlina diversa in fondo. Risuonarono tutte con suono argentino quando, indignata, agitò la testa. "Ha in mente qualcosa!!! Sicuramente! Ha ucciso Mahali per impedire la profezia! Ha ucciso il moccioso per chissà quale piano contorto!" sentenziò, decisa. "Sai cosa ti dico? Contava sul fatto che non ci siamo mai interessati a quel che faceva per passarla liscia anche questa volta! Ma quando tutti gli siamo andati addosso, draghi compresi, ha messo su quel teatrino e adesso tutti credono che sia innocente. Ma non lo è!"
Dynast l'aveva osservata in silenzio, senza nemmeno muoversi. "E tutto questo tu lo deduci da che cosa?"
"Phibrizio è uno stronzo"
Il demone dei ghiacci scolò il bicchiere. "Phibrizio è uno stronzo" ripetè, trattenendo qualcosa che somigliava paurosamente ad uno scatto di crisi isterica. "Motivazione interessante. Una prova scentifica di importanza non indifferente. Questo lo rende senza dubbio l'unico vero colpevole nella rosa degli indiziati"
Dolphin si alzò, presa nell'impeto del comizio. Nemmeno si accorse dell'ironia dell'altro. "Esatto! Ci ha presi in giro tutti quanti!"
"Questo lo fa da quando è risorto" commentò Dynast, come se fosse un'ovvietà. Constatò anche che il bicchiere era vuoto.
"Magari il bambino non è neanche morto!" continuò Dolphin. Prese a marciare avanti e indietro tra le poltrone, agitando braccia e gambe. Era così magra e scomposta che sembrava avere troppe giunture.
Dynast non alzò nemmeno lo sguardo su di lei. Sembrava molto indispettito con il bicchiere, come se si fosse bevuto da solo. "Se è ancora vivo avrà un gran da fare a ritrovare tutti i pezzi di sè stesso" commentò, macabro. "Compito reso più difficile dal fatto che ancora non camminava. Le gambe non potranno nemmeno venirgli incontro"
Lo sguardo di Dolphin fu così rovente che avrebbe potuto sciogliere le pareti. "INTENDO DIRE" sibilò "Che magari l'ha ucciso proprio per poi recuperare il suo spirito agli Inferi"
"Recuperare uno spirito dopo averne distrutto il corpo è una cosa da stupidi" commentò gelido Dynast, i suoi occhi scattarono verso di lei. "E poi sai bene che non può più farlo"
"Magari ha in mente qualcosa per aggirare le regole" insinuò allora Dolphin. "Lo ha già fatto in passato"
"In questo caso non può"
"Magari invece si" insistette lei.
Dynast si alzò dalla poltrona con una velocità del tutto improvvisa. La tunica frusciò in aria con un rumore delicato ma veloce. "O magari ti stai arrampicando sugli specchi perchè non hai uno straccio di prova" sbottò alla fine. In piedi, massiccio e tutto ad un tratto molto irritato faceva quasi paura.
Dolphin digrignò i denti. "Tu non cambi mai, vero? Sempre dalla sua parte!"
Dynast espirò in maniera appena percettibile. "Sai qual'è il tuo problema? Non sai accettare le sconfitte" rispose. "Che sia colpevole o meno, non ci sono più prove a suo carico e quindi dobbiamo per forza considerarlo innocente. Se ci ha fregato, lo ha fatto bene"
"E la barriera allora?" esclamò Dolphin. "Quella come me la spieghi?"
Sul viso della demone c'era un'espressione di assoluto trionfo, come se avesse appena citato l'unica ragione per cui Phibrizio doveva essere condannato alla morte più atroce.
Dynast non sembrò pensarla allo stesso modo. "Non ne ho idea, ma è del tutto inutile stare qui a fare supposizioni" commentò. "Non ci arriveremmo mai e anche se gli chiedessimo informazioni, non ce le darebbe"
"E quindi ti sta bene così?"
Dynast decise che era arrivato di nuovo il momento di riempire il bicchiere. Dolphin gli andò dietro, senza mollare la presa. "Insomma, non farai niente? Quello ha ucciso il flagello e tu non farai niente!"
Dynast le dava le spalle. "Non era il flagello"
"Lui quasi ci ammazza, ci prende in giro e tu...che cosa?" Dolphin fece il giro, fino a che non furono uno di fronte all'altra. Lei con l'espressione più allucinata del mondo, lui nel tentativo di andare oltre i limiti imposti dalla capacità del bicchiere. Entrava così poco vino! "Potresti ripetere?"
"Il figlio di Alastor non era il flagello" disse ancora Dynast.
"E tu come lo sai?"
Forse poteva usare due bicchieri. "Lo so"
La demone sembrò non capire. "Quindi Phibrizio ha ucciso un bambino umano?" esclamò.
"Non ha ucciso nessuno"
"Quello che è" borbottò Dolphin. "Allora perchè?"
Dynast sollevò il bicchiere più in alto e osservò la luce attraversare il vino che si colorò di riflessi dorati. "Perchè cosa?" chiese distrattamente. Quasi sembrò che sorridesse. Era più espansivo con un calice di bianco che con un'altra creatura. Decisamete agghiacciante.
"Perchè quel bambino è stato ucciso!" rispose la demone esasperata. "La vuoi finire di bere?"
Lui si voltò di fronte all'eresia più grande che orecchie di demone avessero mai udito. "Certo che no" sbottò indignato. La fissò a lungo prima di riprendere il discorso. "Comunque, prendendo per buona l'ipotesi che non sia stato Phibrizio - e lo faremo perchè non abbiamo scelta - il piccolo Caleb potrebbe essere morto per vendetta. Oppure per incastrare Phibrizio. O per entrambe le cose"
"Per vendetta verso chi?"
"Alastor, ovviamente" puntualizzò. "Era figlio suo, magari è una ritorsione. Avrà pestato i piedi a qualcuno" Dynast sembrò fermarsi un attimo a pensare, strinse entrambe le mani sul bicchiere. "Ma se non ha pestato i piedi a te, nè a me. E Phibrizio c'è andato di mezzo...."
"..rimane Zelas" finì Dolphin per lui.
Ci fu un pausa, durante la quale Dynast si limitò a fissare con estremo interesse un punto indefinito di fronte a sè e Dolphin passò il tempo cercando di capire quale fosse. Non ci riuscì. "Impossibile"
"Cosa?"
Dynast sembrò ricordarsi che c'era anche lei. Abbassò lo sguardo di quasi mezzo metro. "E' impossibile che sia stata Zelas"
"Odiava Alastor" fece notare Dolphin.
L'altro scosse la testa. "Non avrebbe mai messo in mezzo Phibrizio senza motivo. E' fuori discussione" rispose convinto.
"Bè un motivo ce l'aveva, voleva vendetta. Lo hai detto tu"
"Avrebbe potuto lasciare i suoi marchi" ragionò il demone.
Dolphin guardò il tavolo su cui erano raggruppate le bottiglie. "Non hai dell'acqua?" sbottò, ma lui non rispose. "Lo ha incastrato perchè pensava anche lei che il bambino fosse il Flagello. Lo ha ucciso per vendetta, ma sapeva che la notizia avrebbe avuto ripercussioni su di noi e sui dragon lord. Doveva dare la colpa a qualcun altro"
Dynast finì il terzo bicchiere, reclinando addirittura la testa all'indietro. "Niente di tutto questo ha senso. Anche se Zelas avesse trovato il coraggio di vendicarsi, cosa che trovo decisamente molto improbabile, non lo avrebbe fatto su una creatura così potenzialmente importante. Inoltre avrebbe incastrato chiunque ma non Phibrizio e lo sai meglio di me. Non c'è niente al mondo che possa convincerla a fargli un torto volontariamente"
Negli occhi di Dolphin lampeggiò una scintilla. "Forse hanno complottato insieme!!" esordì, euforica. Le rotelle del suo cervello si dedicarono allegramente agli straordinari, cigolando idee sempre più pazzesche. "Ma certo! Ora è chiaro! I colpevoli sono due e non uno! E' un complotto bello e buono..."
"Dolphin?"
"Questo è decisamente inammissibile" continuò lei, ignorandolo. "Phibrizio e Zelas. Ma certo, perchè non ci abbiamo pensato prima? Quei due insieme sono pericolosi, noi dovremmo—"
"DOLPHIN!!" gridò all'improvviso l'altro demone. La più piccola si zittì all'istante. Dynast si portò una mano alla testa con aria sofferta, come se alzare la voce gli avesse procurato un doloroso mal di testa. "Ti rendi conto dell'idiozia che stai dicendo?"
"Perchè?"
Dynast si massaggiò la tempia, le scariche elettriche nelle sue vene sembravano peggiorare di minuto in minuto. Forse sarebbe esploso in una nube di ghiaccio. Dolphin si chiese se potesse accadere davvero. E, se sì, quanto potesse essere pericoloso "Zelas e Phibrizio decidono di uccidere insieme il figlio di Alastor e....fanno in modo che tutta la colpa ricada su Phibrizio stesso?" chiese, in tono ironico. "Abbiamo due geni del male in famiglia..."
Dolphin sembrò pensarci un istante. Il suo cervello sembrò fare un pò di fatica a vedere la situazione con chiarezza perchè la demone rimase immobile a lungo, come se fare due cose insieme le avrebbe impedito di ragionare.
Poi, con calma, il suo cervello elaborò la notizia che se Zelas e Phibrizio avessero complottato insieme, certo avrebbero trovato il modo di addossare la colpa su qualcun altro. Dolphin ne concluse che era ragionevolmente logico.
Rimaneva per tanto una soluzione soltanto. "Allora è stato Phibrizio da solo" commentò, convinta. "Non c'è altra possibilità"
Dynast quasi inciampò nella tunica. Avanzò barcollando per qualche metro ma poi riuscì a riprendersi. Saggiamente decise di tornare seduto: c'erano meno possibilità di rovinare a terra e distruggere un'immagine perfetta su cui aveva lavorato per secoli. Ad ogni modo Dolphin, persa nel suo piccolo mondo privato in cui Phibrizio era messo alla gogna un giorno si e l'altro pure, non si accorse di nulla.
"Non ha ascoltato niente di quello che ho detto.." bofonchiò Dynast, incredulo. Sospirò. "Ci sono universi di infinite possibilità, Dolphin e personalmente comincio a pensare che in ognuna di queste Phibrizio non c'entri nulla. Anche io all'inizio ero convinto che si trattasse di lui, ma ragionandoci non ha alcun senso. Lui sapeva che quel bambino non era il Flagello, lo ha saputo prima di me. E non aveva motivo per farlo fuori, lasciando tra l'altro i suoi marchi perchè tutti potessero dargli addosso. E' ridicolo!"
"E' da Phibrizio"
Dynast scosse la testa. "No, non lo è. C'è qualcuno che ha voluto farci credere il contrario" era come se il demone dei ghiacci stesse ragionando da solo piuttosto che con Dolphin. E bisognava ammettere che era più produttivo. "Qualcuno che voleva colpire Alastor e liberarsi di Phibrizio allo stesso tempo" Dynast sospirò. "Ma, escludendo Zelas, non ho idea di chi possa essere"
Ne seguì un silenzio quasi perfetto, interrotto solo da un alito di vento che cantava tra le pareti di ghiaccio e da Dolphin che batteva ritmicamente il piede contro la gamba del tavolino.
In generale sembrava che la piccola demone non potesse stare ferma un secondo e questo contrastava con la necessaria immobilità di Dynast. Insieme formavano una coppia bizzarra e quasi surreale. Lui, alto due metri, con le enormi spalliere e la cascata dei suoi lunghi capelli sembrava un'immensa statua di ghiaccio. Accanto, ma molto più in basso, Dolphin sembrava appena uscita da una scuola elementare.
Era alta si e no un metro e quaranta: una graziosa demone in formato tascabile, con il cervello che ragionava secondo logiche sottomarine di cui nessuna creatura - tranne lei - capiva il funzionamento. "Forse dovremmo chiedere aiuto a qualcun altro" azzardò. Il suo viso rotondo si era fatto più serio, quasi malizioso.
Dynast la squadrò. "A chi, per esempio?"
Lei sorrise, quindi si appoggiò al tavolo con il busto, le mani a sorreggere il mento. "Qualcuno a cui gli eventi parlano" rispose.
Dynast sembrò capire, i suoi occhi si scurirono diventando due pozze di acqua scura.
"Stai parlando di cose che non sai" disse secco. "Sarebbe un sacrilegio"
Il sorriso di Dolphin si allargò. "Sacrilegio?!" esclamò, un tono così alto che la sala rimbombò di quelle parole per qualche istante. "Andiamo, non ti sembra di esagerare?"
"No, affatto" rispose il demone.
Dolphin sbuffò. "Sei veramente noioso"
"E tu sei soltanto una povera sciocca" Il demone dei ghiacci fissò gli occhi dell'altra demone, guardandola come se provasse soltanto pietà. "Il presente e il passato non devono mai incrociarsi Dolphin. Mai. Non è prudente" commentò con una voce fredda e asettica. C'era qualcosa di strano in quel tono. Gli esseri umani l'avrebbero chiamata inquietudine. Si guardò intorno come a trovare un punto di evasione da quel discorso. "Non si disturba un potere come il suo. In nessun momento e per nessuna ragione" Sussurrò pianissimo.
Le sue parole quasi si persero nell'aria prima di essere ascoltate.
Dolphin non sembrò colpita. "Sbaglio o hai paura?" sibilò.
"Impara ad averne anche tu" mormorò Dynast, senza voltarsi. "Ci sono poteri che non puoi comprendere"


***

Erano arrivati ad Atlas in orario e si erano fermati ancora una volta fuori dal centro abitato a fare un pasto un pò più sostanzioso.
Ma erano rimasti fermi per poco. Milgazia era sembrato decisamente inquieto e aveva voluto rimettersi in viaggio quasi subito.
Rinforzata dal cibo Philia aveva percorso i chilometri del dopo pranzo con più agilità e il pomeriggio era passato in fretta e quasi senza problemi anche se verso nord le correnti erano aumentate di numero e le condizioni atmosferiche non erano certo favorevoli.
Mancava ancora parecchio a Sailarg, la loro seconda tappa importante, quando il tempo smise di assisterli definitivamente.
"Il tempo sta peggiorando" constatò Milgazia con uno sguardo al cielo.
"Dici?" Philia aveva un pò preso il ritmo, adesso quasi riusciva a tenere il passo. D'altronde Milgazia non aveva mai rallentato, si era solo limitato ad aspettarla quando rimaneva troppo indietro. A lei, quindi, non era rimasto altro da fare che aumentare la velocità o continuare ad arrancare.
"Guarda tu stessa" Milgazia le indicò più avanti, con un cenno discreto del lungo muso.
All'orizzonte si stavano addensando gonfi nuvoloni grigi che le ricordavano quelli del suo sogno in maniera tanto profonda da farla rabbrividire vistosamente. Solo allora notò quanto fosse aumentato il vento: fischiava così forte da ferirle le orecchie.
"Verrà a piovere" commentò Milgazia, continuando ad osservare le nuvole scure alle quali si stavano avvicinando velocemente. "Le nubi sono già su Maeryn, ci stiamo andando proprio contro"
Virarono entrambi per evitare una corrente. L'aria stava diventando fredda, quasi gelida. "Cosa facciamo?" chiese Philia. L'ennesima ventata le spruzzò acqua sul muso.
Milgazia stava osservando la zona sottostante con cipiglio critico. Maeryn era già visibile, tra le prime gocce di pioggia. "Atterriamo" concluse. "Ci fermeremo qui per la notte"
"Ma sono appena le sei" protestò Philia, correndogli dietro. Milgazia aveva aumentato la velocità. Philia si chiese quanto ancora l'altro drago potesse andare veloce.
Milgazia voltò soltanto la testa, leggermente, guardandola con la coda dell'occhio. L'aria si schiantava con forza contro le sue ali. "Non abbiamo scelta" le gridò per sovrastare il brontolio delle nubi proprio sopra la città. "Tra poco si scatenerà una tempesta. Non possiamo volare in queste condizioni"
Philia ebbe il dubbio che l'unica a non poter volare in quelle condizioni fosse soltanto lei ma non volle indagare.
Annuì in silenzio.
Quando le porte della città, ancora aperte, furono visibili Milgazia iniziò l'atterraggio e Philia lo seguì a ruota col suo personalissimo metodo.
Fecero attenzione ad atterrare all'interno di una macchia d'alberi, dove si tuffarono appena usciti dal nascondiglio delle nuvole. L'ultima cosa che volevano era scatenare il panico tra i soldati già in tensione per il probabile nubifragio e la noia di una guardia sotto quell'acquazzone.
Milgazia tornò umano non appena mise piede a terra. Philia avrebbe potuto incantarsi a guardarlo ma in realtà la sua trasformazione durava approssimativamente due decimi di secondo e si faceva fatica a vedere qualcosa.
La ragazza colse un lampo delle immense ali ripiegarsi ordinatamente e quindi sparire ma il tempo di sbattere le ciglia per il vento ghiacciato e polveroso che Milgazia era già di nuovo umano, vestito di tutto punto.
Per cercare di darsi un contegno, Philia atterrò con un'espressione altezzosa che non fece altro che rendere il suo assurdo zompettare ancora più esilarante.
Milgazia, comunque, rimase in silenzio anche quando la vide sparire tra gli alberi. Nonostante il vento lo scuotesse violentemente, rimase impassibile ad attenderla - forte della sua naturale zavorra draconica. Essere falsi magri in questo caso era un vantaggio.
Quella che uscì dai cespugli, però, era una Philia in forma smagliante con indosso una lunga gonna bianca e una maglia giallo paglia decisamente aderente. I capelli biondi legati in un'alta coda di cavallo le davano un'aria fresca e affascinante. Si era aspettata dei complimenti per tutto quel lavoro ma non arrivarono perchè Milgazia sembrava molto più preoccupato del tempo che non di lei. Ci rimase un pò male.
Grosse gocce iniziarono a cadere proprio mentre varcavano le porte della città, sotto lo sguardo stranito delle due guardie che videro arrivare due perfetti sconosciuti eleganti e puliti dal nulla delle campagne dove l'acqua stava venendo giù a secchiate.
"Dobbiamo trovare un posto dove dormire" annunciò Milgazia.
La gente correva per le strade fangose, indaffarata a sprangare le finestre con assi di legno e ad arginare il fiume che scorreva a pochi metri dalle case con sacchi pieni di sabbia. Philia si guardò intorno, ora che erano a terra e che non potevano volare l'idea di rimanere bloccata in una cittadina così palesemente priva di risorse e una tempesta consistente in arrivo non la rallegrava affatto. Forse avrebbero fatto meglio ad oltrepassare la burrasca e tentare di arrivare a Sailarg.
"So cosa stai pensando..." Milgazia sembrò quasi leggerle nel pensiero.
"Cosa?" Lo sfidò lei, mentre erano costretti a lasciare la protezione dei portici e ad attraversare la strada che si riempiva di fango. Pioveva ormai troppo forte per sperare di rimanere solo umidi.
"Che era meglio raggiungere Sailarg" non aspettò che lei confermasse. "Ma ti assicuro che non ci saremmo arrivati. Saremmo stati costretti ad atterrare nelle campagne e non ci sono posti comodi sulle rocce, lo so per esperienza..."
Il drago evitò per un soffio di essere infangato da capo a piedi da una ragazzino che era inciampato, finendo lungo disteso su una pozzanghera che ad occhio e croce poteva essere sufficente ad annegarlo. "Non sarebbe ora di rifare la pavimentazione?" mugugnò il drago, più a sè stesso che a lei.
Philia comunque lo sentì e rise. Poi la vide, in fondo alla strada, l'insegna di una locanda. Il pezzo di legno appeso fuori dalla porta sventolava con forza sbatacchiando contro il muro. "Laggiù! C'è una locanda!"
Milgazia seguì il suo sguardo e scosse la testa con convinzione. "Conosco quel posto" disse, chinando leggermente la testa verso di lei perchè il vento non coprisse le sue parole. "E credimi, non vuoi dormire lì"
Philia non capì bene cosa volesse significare lo sguardo che le stava lanciando ma fu abbastanza strano da farla inquietare. "Dove andiamo allora?" disse, lanciando occhiate indietro. A lei sembrava una locanda come le altre. "Non mi sembra che questa cittadina abbia altro da offrire!"
"No, infatti" concordò Milgazia. Philia, distratta dalla discussione, quasi rischiò di finire in un altro di quei laghi artificiali di fango e acqua ma Milgazia l'afferrò saldamente per un polso tirandola indietro. Non la mollò nemmeno quando ormai era fuori pericolo ed entrambi avevano attraversato la pozzanghera. Finse di trascinarsela semplicemente dietro perchè non si perdesse tra le decine di viuzze che si aprivano oltre a quella principale come in un labirinto in miniatura. Lei non protestò.
"No?" gli fece eco, evitando una grondaia che le avrebbe sicuramente offerto una doccia gelida. Era abbastanza in grado di evitare da sola quel tipo di inconvenienti, ma fece in modo di dimostrarsi smarrita e un pò imbranata per avere un buon motivo per farsi trascinare a quel modo. "Dove stiamo andando allora?"
"Dove vanno tutti i bravi viaggiatori che per sbaglio si fermano a Maeryn e vogliono passare la notte vivi" rispose Milgazia, voltandosi un secondo verso di lei come ad assicurarsi che stesse bene. Aveva i capelli completamente bagnati.
La notizia non aveva tranquillizzato Philia. "E sarebbe?" chiese incerta, chiedendosi come stessero i suoi stessi capelli. Dubitava di apparire carina come invece stava succedendo a Milgazia.
Lui si girò di nuovo, con un sorriso di denti bianco perla e un paio di occhi dorati, ora leggermente più scuri come a riflettere il tempo. "Da Mama Lorein.."

***

Il piano astrale era un riflesso in negativo della realtà.
Guardarsi intorno era come fissare un paesaggio attraverso la superfice scura di un lago molto profondo. Un piano di esistenza che era fatto come di ombra tangibile, screziato di colori improbabili che lo rendevano alienante. L'energia che lo costituiva non poteva essere contenuta nel piano stesso e quindi ogni cosa vibrava, deformandosi a tratti. Le pareti delle costruzioni sembravano vive e c'era il costante fruscio di passi nell'erba. Un rumore lontano, ma presente che insisteva nelle orecchie e pizzicava la pelle come energia statica. Lampi squarciavano il cielo d'ebano denso, precedendo scrosci asciutti di acqua color ruggine.
Nel piano astrale non faceva nè caldo nè freddo, non c'erano acqua nè fuoco, ma solo il perfetto replicarsi del mondo umano in un continuo cambio di immagini. I demoni non vivevano là dentro, era un luogo di passaggio accessibile solo a loro. E ai draghi. Un luogo che nasceva dalla realtà e che non viveva senza di essa. Era un ambiente replicato che subiva le influenze esterne. Era formato dal potere primario che aveva creato il mondo ma aveva una forma grazie a ciò che vi era all'esterno.
Era lo schizzo a carboncino di un quadro ad olio.
Solo il tempo era diverso.
Scorreva molto velocemente e si manifestava - fisicamente - in correnti di aria scura che percorrevano come un reticolato l'intero piano astrale, schizzando fuori e dentro in un susseguirsi continuo di brusche frenate e improvvise accelerazioni.
Era quello che consentiva a demoni e draghi l'illusione del teletrasporto.
Assecondare le correnti di tempo permetteva loro di spostarsi velocemente da un punto all'altro del piano astrale, in pochissimo tempo. E visto che il piano astrale non era visibile ad occhio umano, nella realtà questi spostamenti venivano percepiti come sparizioni.
A Xellos non piaceva particolarmente recarsi lì. Amava tutto ciò che il mondo reale aveva da offire e non concepiva che la sua razza fosse, per abitudine storica, associata ad un luogo tanto privo di contenuti.
Sorrise e fece un solo passo avanti, lasciandosi travolgere da una corrente scura che disintegrò il suo corpo in milioni di particelle. Fu come vederlo esplodere in tante piccolissime luci violacee che rimasero vicine per un qualche tipo di strana attrazione. Poi l'intera sagoma, confusa e luccicante, fu trascinata altrove ad una velocità folle. In pochi istanti Xellos non fu altro che un groviglio di luci ametista che vorticavano all'interno di una porzione di tempo.
Ci si poteva perdere in quel modo. Venir trascinati in lungo e in largo per il piano astrale e uscirne senza rendersi conto nè della direzione presa nè tanto meno del luogo in cui si era usciti.
Ovviamente questo non capitava a demoni del rango di Xellos che aveva una concezione perfetta dell'ambiente esterno anche quando il suo corpo era separato in minuti diversi all'interno del flusso temporale.
Nell'esatto istante in cui volle fermarsi, le sue particelle si districarono dalla corrente per poi riunirsi in un equilibrio perfetto di forme che poco dopo avevano il viso e il corpo di Xellos.
Il demone si guardò intorno, la mano stretta al bastone che così reale e acceso sembrava quasi brillare in tutto quel nero.
Nessuno potè fare a meno di notare che era là.
Molti si scansarono, preferendo non incrociare nemmeno il suo sguardo, altri rimasero a fissarlo con gli occhi indagatori, chiedendosi come mai si facesse vedere da quelle parti. La sua presenza non era mai un buon segno.
Qualcuno ci rimetteva sempre qualcosa e in genere era la vita.
Xellos non fece caso agli sguardi che gli venivano lanciati. Non era la prima volta che la sua presenza produceva simili reazioni.
E poi ormai tutti sapevano chi era e la sua apparizione significava il volere di Zelas Metallium.
Un motivo più che valido per avere paura.
C'era qualcosa che scalpitava tra i demoni. Un mormorio che serpeggiava, che passava per le bocche di tutti e che si espandeva a macchia d'olio sul piano astrale e anche al di fuori di esso: Phibrizio non aveva ucciso il cucciolo umano.
Era partita la caccia al vero colpevole.
A nessuno, in verità, importava che l'Hellmaster fosse innocente o meno. La stessa parola innocenza non aveva una particolare rilevenza nel vocabolario di quelli fra loro che sapevano parlare. Ma se decidevi di incastrare qualcuno e non ci riuscivi, allora diventavi un bersaglio per tutta la comunità. Insomma, un fallito che merita tutto il disgusto possibile. Inoltre, e questo non era certo un fatto da sottovalutare, a questo punto del gioco mettersi dalla parte del misterioso infame non era la mossa più intelligente da fare. Non quando l'altra parte in causa era Hellmaster Phibrizio.
Improvvisamente, tutte le fazioni si erano riunite sotto un'unica bandiera. E quella bandiera portava i simboli del signore dei dark lords.
Nessuno si era offerto ufficialmente di scovare il folle che aveva tentato di incastrare Phibrizio, ma più o meno tutti si guardavano intorno nella speranza di essere presenti al momento in cui ci fosse stato qualcosa da vedere.
C'era la credenza generale che il misterioso demone avrebbe prima o poi fatto un passo falso, e ovviamente coglierlo in quel preciso istante era quello che volevano tutti. Probabilmente Phibrizio aveva in serbo una gustosa ricompensa. O forse no.
Ma tanto valeva tentare.
Xellos sapeva dove recarsi per cercare informazioni e, guarda caso, laggiù avrebbe trovato anche qualcuno che gli doveva un favore.
Quella in cui entrò spalancando la porta con un gesto deciso era una locanda. O meglio, qualcosa che assomigliava ad una locanda reale.
Un luogo, per così dire, dov'era raggruppato un certo numero di demoni.
Chi alzò la testa per vedere chi era entrato la riabbassò immediatamente. Solo il barista gli fece un cenno con la mano che lui ricambiò.
Era un vecchio amico, o per meglio dire, un essere abbastanza affidabile che non sarebbe stato così immediatamente sacrificabile in caso di necessità. Amici nel piano astrale Xellos non ne aveva.
Il barista era un demone di medio livello, con un viso schiacciato e il naso ridotto a due minuscoli narici al centro del viso. Aveva la pelle squamosa delle lucertole e la corporatura di un toro. Un altro maledetto incrocio.
"Salve" ringhiò, quando Xellos gli fu abbastanza vicino.
Xellos annuì soltanto. "Jude è qui?" chiese, guardandosi intorno con fare indifferente.
Il barista stava gettando in un lavandino lurido, bicchieri ancora più luridi.
"No" rispose a voce alta, indicando la porta della stanza sul retro.
Xellos lanciò un'occhiata alla porta. "E non sai dove posso trovarlo?" continuò, mentre superava il bancone, verso la stanza.
"Cosa vuoi che ne sappia? Non gli faccio da balia"
"Capisco"

"Te ne stavi andando, Jude?" Chiese Xellos, dopo essersi chiuso la porta alle spalle con un colpo secco. Inutile, ma d'effetto.
L'altro demone deglutì a vuoto, girandosi piano. "..Ahem, ciao Xellos" balbettò, cercando inutilmente di nascondere il suo tentativo di fuga, reso palese dal fagotto che aveva per le mani. "...non sapevo che saresti venuto"
"Mi piacciono le sorprese" commentò l'altro. "Ora posa quella borsa. Devo parlarti"
Jude aveva la certezza quasi matematica che quella era l'ultima volta che camminava, ma non aveva nessun altra possibilità se non quella di fare come gli veniva detto. Xellos andava ben oltre le sue capacità di difesa.
Lasciò andare la borsa che si afflosciò sul pavimento con un suono vagamente metallico.
"Sto cercando una persona" esordì Xellos "Forse puoi dirmi dov'è"
Il viso di Jude si indurì. Era un demone dall'aspetto umanoide, con corti capelli color amaranto. Solo due minuscole corna appuntite sulla fronte lo identificavano per quello che era. Ma niente di troppo mostruoso che una fascia per capelli non potesse dissimulare. E come a tutti quelli a cui bastava poco per confondersi nel mondo reale, gli piaceva vestirsi con abiti umani. Anche se era privo del minimo senso estetico. "E io cosa ci guadagno?"
Xellos si era aspettato una risposta del genere, la feccia di quel tipo aveva sempre esclamazioni simili nel suo repertorio. "La tua sopravvivenza" commentò, serafico, quasi affettuoso. Un sorriso che lo rese più inquietante del solito.
Jude si sentì improvvisamente molto indifeso.
"Lo ritieni uno scambio equo?" chiese Xellos. Sembrava sinceramente interessato.
"Ho altra scelta?"
Xellos si strinse nelle spalle. "No"
Il demone sospirò, quindi tornò a guardarlo felice che i suoi occhi fossero completamente nascosti dalla frangia. L'ultima volta che li aveva visti aveva perso due dita. Un'occhiata gli cadde inevitabilmente sulla propria mano destra, dov'erano rimasti solo l'indice, il pollice e il medio. "Che cosa vuoi sapere?"
"Cominciamo con la festa di ieri sera" esclamò Xellos. "Chi erano quelle lucertole?"
Jude si strinse nelle spalle, formando una "O" con le dita. "Zero informazioni, al riguardo" rispose. "Non vengono da qui"
"Impossibile" commentò Xellos.
L'altro demone allargò le braccia. "Ma è così" insistette Jude. "Nessuno li ha mai visti da queste parti e sono...erano...diversi"
Xellos rimase in piedi mentre il suo informatore si sedeva. Glielo permise.
"Diversi in che senso?"
Jude inspirò. "Non naturali" spiegò. "Creati, come te"
Xellos rimase in silenzio per qualche istante.
Tecnicamente non esistevano demoni come lui, nè esistevano demoni creati al di fuori delle gerarchie dei dark lords quindi l'informazione suonava falsa. Eppure in quelle lucertole c'era qualcosa di strano. "Cos'altro sai?"
Jude scosse la testa. "Niente" rispose il demone minore. "Te l'ho detto non venivano dal Piano e nessuno li aveva mai visti. Non si fa che parlare di loro"
"Senza capirne niente, a quanto pare" sibilò Xellos.
"Che vuoi farci, da queste parti ogni cosa diventa un evento" sorrise Jude.
Ma Xellos non sembrava dello stesso umore. "E di Alastor cosa sai dirmi?"
Jude sollevò la testa rossa e sgranò gli occhi. "Alastor?" ripetè, stringendosi nelle spalle. "Non conosco ogni demone di questo posto per nome. Chi cazzo è?"
Xellos inclinò leggermente la testa, un brillio d'ametista s'intravide dietro ai suoi capelli. "Non ho mai sopportato le persone volgari, Jude. E tu lo stai diventando" dichiarò, la voce si era abassata di un tono. "C'è un solo Alastor di cui io e te potremo mai parlare"
Jude volse lo sguardo su un gruppo di casse dall'altra parte della stanza. "Ne so quanto chiunque altro" rispose.
"Cioè?"
Il demone minore tornò a guardarlo. "Cioè niente" sbottò, alla fine. "So che è vivo e che è abbastanza in forma da sfornare marmocchi"
"Qualcuno deve averlo coperto in tutti questi anni" commentò Xellos
Jude alzò le mani, scuotendo la testa. "Non guardare me, non ho posto in casa.."
L'istante successivo la mano guantata di Xellos gli stava stritolando il collo. "Ascoltami bene, idiota" sibilò. Lo guardò dritto negli occhi senza permettergli di fare nient'altro che fissarlo. "Non mi pare tu sia in condizioni di fare dello spirito, sei d'accordo con me?"
Jude annui lentamente, ma la pressione delle dita di Xellos aumentò comunque.
"Quindi, se hai qualcosa di utile da farmi sapere..parla" continuò il priest. "Altrimenti, tieni la bocca chiusa"
Il demone annuì ancora.
Xellos sibilò qualcosa nella lingua dei mazoku quindi tirò su di peso l'altro demone e lo scaraventò senza sforzo sulla parete opposta.
Jude gemette ma non perse nemmeno i sensi. Sangue viola gli usciva da dietro la testa.
"Parla con la tua gente e scopri tutto ciò che lo riguarda o che lo ha riguardato negli ultimi mille anni" concluse Xellos. "Qualsiasi cosa ti arrivi alle orecchie, voglio che tu lo porti alle mie. Ci siamo intesi?"
Dal pavimento arrivò solo un mugolio dolorante, ma Xellos era già uscito.

***

Mama Lorein era l'essere umano più strano che Philia avesse mai incontrato in vita sua ma la trovò subito simpatica, sopratutto quando offrì loro il tè. Cosa che avvenne poco dopo averli fatti entrare in casa.
Milgazia si tolse il mantello che indossava e prese quello di Philia appendendolo all'attaccapanni di legno all'entrata. La donna offri loro degli asciugamani per asciugarsi la testa. "Prenderete un malanno, altrimenti" disse, prima di sparire nel cucinotto.
Quella di Mama Lorein non era una locanda ma una casa vera. Una piccola casetta dal tetto color magenta e con le porte così basse da costringere Milgazia a piegare la testa. "Santo cielo, Milgazia!" esclamò Lorein, vedendolo dalla cucina. "Sei cresciuto ancora? Pensavo che avessi smesso molto tempo fa" scherzò.
Philia seguì la scena con estrema curiosità ma il suo sguardo confuso non sfuggì alla padrona di casa che la scortò gentilmente nel salottino, reggendo una teiera rossa e sbreccata con la mano libera. "Conosco Milgazia da quando ero piccola, sai?" le disse. Poi rise, in maniera un pò sguaiata ma allegra. "E lui aveva già più di millenovecento anni a quell'epoca!"
Philia sgranò gli occhi. "Lei sa che è un drago?" esclamò.
Il salottino era piccolo e rotondo con i muri bianchi, di tufo forse. C'erano quattro piccole finestrelle con la loro piccola rientranza riempita di cuscini cuciti a mano, in fantasie geometriche o a prorompenti quadrettoni. Un tavolo di legno al centro della stanza era circondato da due divani e il pavimento era coperto da un enorme tappeto rosso che aveva l'aria di essere lì da secoli. C'era un'aria accogliente. Famigliare. Uno strano calore che Philia aveva trovato solo in pochi altri posti in vita sua e certo qualcosa di simile a ciò che provava nel salotto della sua stessa casa.
"Ci sono tante cose che Mama conosce" esclamò Milgazia, sedendosi su uno dei divani senza che la donna lo avesse invitato a farlo. Si comportava esattamente come fosse di casa.
"Siediti pure, cara" la invitò la donna, indicandogli il posto accanto a Milgazia. "Non fare complimenti"
Mama Lorein non era alta più di un metro e cinquanta e non aveva sicuramente meno di cinquant'anni. Aveva il viso rotondo e rubicondo della gente del nord, e un paio di occhi azzurri limpidi e luminosi che, anche sotto le rughe profonde, ricordavano una bellezza semplice e delicata. Doveva essere stata bella, un tempo.
Nonostante i fianchi pesanti e gli avambracci non proprio magri si muoveva con agilità tra le piccole cose della sua casa. Indossava un abito verde di cotone pesante e un grembiule bianco ricamato di stelle alpine. E sembrava immensamente felice di avere ospiti.
Da una credenza tirò fuori tre tazze rosse, anche quelle un pò sbreccate ma graziose. Philia pensò che le sarebbero piaciute se fossero state intere.
"Sapessi che piacere mi fa averti di nuovo qui, Milgazia" esclamò, versando dalla teiera un tè scuro e profumatissimo che odorava di autunno. Philia lo trovò dolce e inebriante ancora prima di assaggiarlo. Mama Lorein la vide chiudere gli occhi e inspirare. Sorrise. "Tè di foglie d'acero. Ti piacerà, vedrai" le annunciò, sedendosi proprio di fronte a loro. Milgazia stava bevendo di gusto, con entrambe le mani sulla tazza. Non proprio elegante, ma molto intimo.
"Non fai le presentazioni?" lo rimproverò la donna, strizzando gli occhi a Philia.
Il dragò posò la tazza e si pulì educatamente con il tovagliolo che l'amica gli passò. "Certo" rispose. "Mama Lorein, questa è la signorina Philia Ul Copt di Rahya. Philia, questa è Mama Lorein, una mia carissima amica"
"Piacere" la salutò Philia.
La donna sorrise. "Piacere mio, Philia. Sei un drago anche tu? Ti piace il tè?"
La ragazza drago rimase a fissarla per qualche istante, imbarazzata, prima di rispondere. "Ahem..si"
"A quale delle due domande, cara?"
Philia divenne rossa. "Entrambe"
"Mi fa piacere che ti piaccia il tè. Te lo avevo detto no?" sorrise di nuovo, poi il suo sguardo si addolcì e si rivolse a Milgazia. "Cosa ti porta di nuovo qui dalla vecchia Lorein dopo quasi vent'anni?" chiese. Versò dell'altro tè a Philia che aveva proprio intenzione di chiederlo. "Tieni, cara"
Philia rimase a bocca aperta, mormorando un grazie silenzioso. Forse era una strega? Magari sapeva leggere nel pensiero anche lei (da qui i fenomenali poteri cosmici di Milgazia). O magari era qualcosa di più. Un'emanazione divina come Mireya?
"La pioggia" rispose il drago.
Mama Lorein annuì seria mentre beveva. "L'uragano, ragazzo mio. L'uragano!"
"Uragano?" esclamò Philia.
Lorein annuì ancora. "Sì, uno molto violento tra l'altro" spiegò. "Si abbatterà entro domani su Maeryn. Ho provato a dirlo al sindaco ma, come al solito, quel pallone gonfiato non vuole ascoltarmi!" sbuffò, gonfiando le guance piene. "Fortunatamente la gente di questo villaggio ha ancora abbastanza sale in zucca da darmi retta invece! Sanno che le sento nelle ossa queste cose! E le ginocchia di Mama Lorein non dicono mai bugie!"
"Un uragano non è insolito in questa stagione?" osservò Philia, la tazza in grembo e lo sguardo confuso puntato su quella piccola donna che le stava davanti. Milgazia, accanto a lei, aveva finito il suo tè e le ascoltava.
Mama Lorein la indicò con un dito grassottello e annuì con complicità. "Esattamente quello che ho pensato io stessa" disse "E' insolito. Inoltre non ne passava uno di queste dimensioni da...hum...da cento, forse duecento anni. Magari tu lo ricordi, Milgazia"
Entrambe si voltarono verso di lui, ma il drago si strinse nelle spalle guardando un punto imprecisato del tavolino da caffè sul quale giacevano tazze ormai vuote e la teiera che aveva smesso di sbuffare vapore profumato. "Temo di no" rispose
Lorein annuì di nuovo, sovrapensiero. Poi, come già conoscendo la risposta aggiunse. "Immagino che nemmeno tu possa ricordarlo, Philia. La barriera era ancora in piedi allora"
Philia cadde in un silenzio assoluto, fissando la donna con gli occhi sgranati e increduli. Vide la sicurezza su quel volto inciso da rughe profonde, la calma placida di chi sa esattamente di che cosa sta parlando, eppure non c'era alcuna presunzione nel tono. Non le stava rivelando ciò che sapeva per sfida o per orgoglio, semplicemente sapeva. Philia strinse gli occhi, ritirando leggermente la testa. "Come.." iniziò, ma non sapeva nemeno in che modo formulare la domanda. Mosse l'indice in cerchio per indicare la discussione che stavano avendo.
Mama Lorein sorrise. "Non chiedermelo. Non lo so" rispose.
"Non lo sa?" le fece eco la ragazza drago. Milgazia continuava a rimanere in silenzio.
"Lo sento, ma non ho idea del perchè lo so" spiegò lei. "E' come se la tua energia mi parlasse, raccontandomi tutto di te"
Philia la guardò preoccupata, così Lorein aggiunse "Non proprio tutto, stai tranquilla. Soltanto le cose basilari, il luogo di nascita o la razza. Non sono così brava da leggere nella mente o nei ricordi"
Questo alleggerì notevolmente la preoccupazione di Philia e spiegò non poche delle stranezze che sembravano avvolgere la donna. Adesso capiva perchè si comportava come se la conoscesse da sempre, in un certo senso l'aveva conosciuta non appena aveva varcato la soglia di casa. "Questo potere..."
"Non lo chiamerei potere" s'intromise Milgazia. Philia si voltò di nuovo e vide che era appoggiato allo schienale del divano, in una posa decisamente rilassata. Forse aveva atteso di sfiorare l'argomento, era una cosa plausibile. Molto probabilmente non avrebbe spiegato niente se lei o Lorein non avessero sollevato la questione per prime. "Parlerei piuttosto di un talento"
"Un talento?"
Milgazia annuì. "Mama Lorein percepisce l'energia che le sta intorno e in qualche modo la sua mente è in grado di leggerla e decifrarla estrapolando informazioni sommarie da ogni individuo semplicemente sfiorandolo o anche solo guardandolo" spiegò. "Ma si tratta di un livello di lettura molto modesto, quasi un istinto. Un qualcosa di non sollecitato che capita indipendentemente dalla sua volontà"
La donna sorrise, un pò imbarazzata. "Già, credo che la spiegazione di Milgazia sia piuttosto esauriente. Come sempre del resto" mormorò, con una voce calda e dolce. "Ho questa capacità da quando sono nata"
"E' per questo che mi ha versato il tè prima che lo chiedessi" indagò Philia, cominciando a capire. "Perchè ha sentito che lo volevo. Ha percepito il mio desiderio. Non ha letto nella mia mente?"
"Oh cielo, no" Lorein sorrise, divertita. "Non sono una maga io. La magia non fa per me. Ho solo questa abilità, come altri hanno quella di cantare o di ballare: io percepisco le emozioni degli altri"
"E' un dono naturale. Persone come lei nascono una volta ogni mille anni" spiegò Milgazia.
"Ho sentito parlare di capacità come la sua, oltre la barriera la chiamano empatia" osservò Philia. "Ma capita così di rado che in pochi l'hanno studiata"
"Empatia..." ripetè la donna "..per me non è nient'altro che la capacità che ho di aiutare gli altri. Non ho mai pensato di mettere sotto esame questo dono. Non credi anche tu che non ho alcun bisogno di interrogarmi su di esso?"
Philia sentì che in qualche modo doveva averla turbata, il tono della sua voce era sempre molto gentile ma molto più freddo dei precedenti. "Non volevo offenderla signora Lorein. La prego di perdonarmi"
La ragazza drago abbassò la testa, sinceramente dispiaciuta. Non avrebbe mai voluto dire qualcosa di scortese verso Mama Lorein. Quella donna le era piaciuta da subito, sentiva che aveva in sè una forma di bontà diversa dalle altre, così profonda da sembrare inattaccabile. Un cuore puro era una cosa talmente rara da essere considerata leggenda e certo gli empatici si avvicinavano a rendere reale tale credenza. La cosa la affascinava a tal punto da volerne sapere di più, ma certo non voleva farlo contro la volontà di quella donna tanto gentile. Sentì di aver fatto un passo falso e non aveva la minima idea di come riparare.
"Non essere triste, cara" disse dolcemente la donna dopo un pò che erano rimasti tutti e tre in silenzio. "Non fartene una colpa, in fondo essere curiosi è un bene. La mia reazione sostenuta non dipende dalle tue parole ma da un ricordo a cui permetto ancora di influenzarmi. Scusami tu se sono stata così brusca"
Philia sollevò la testa e sorrise, rincuorata. "Non parlerò più di studi se questo le crea fastidio"
Mama Lorein scosse la testa. "No, no, va bene. Anzi se vuoi possiamo parlarne più approfonditamente più tardi" si offrì, prima di alzarsi. "Ma ora venite, immagino vogliate un riparo per la notte"
Un tuono si schiantò con forza in lontananza, accompagnato dal bagliore di un lampo che rese la stanza più spettrale di quanto Philia si aspettasse. Fuori si era ormai fatto buio.
"Sarà meglio accendere qualche candela, non trovate?" cinguettò la padrona di casa, avviandosi verso il corridoio mentre gli altri due la seguivano. "Milgazia, ragazzo mio, mi daresti una mano? Le candele sono al solito posto"
In un attimo sembrò che la discussione sulla strana capacità di Mama Lorein fosse una cosa passata e trascorsa. Dopo il lampo la casa era tornata calda e accogliente e la donna era solo una deliziosa vecchietta dal cuore gentile che li scortava nelle loro stanze. Philia percepì una strana sensazione irreale mentre Milgazia raggiungeva senza esitazione un angoliera del salottino, recuperando cinque candele bianche. Ne passò alcune a lei, quindi accese le proprie con un gesto della mano. Mama Lorein sorrise mentre li guidava al piano superiore, su per una rampa di scale scricchiolanti ma non lugubri, coperte da un bel tappeto color malva. "Non mi abituerò mai a vederti accendere le candele a quel modo" esclamò, divertita. "E dire che ci sono ben tre maghi qui a Maeryn"
"Io non sono un mago" protestò gentilmente Milgazia "E poi i maghi di qui non sono l'esempo giusto"
Mama Lorein sospirò, mentre saliva a fatica gradino dopo gradino, appoggiando una gamba per volta e facendo leva sulle proprie ginocchia come se lo sforzo le costasse ogni volta qualche anno di vita. "Hai ragione" ammise "Hai proprio ragione"
Il piano di sopra era caldo ed accogliente come quello che avevano lasciato. Le scale davano su uno stretto corridoio protetto da una balaustra di legno bianco, sul quale si affacciavano quattro porte. Il pavimento era di legno e le pareti bianche come quelle del salotto. Tra una porta e l'altra erano appesi quadretti di fiori o di paesaggi montani che Philia trovò adorabili. Tutto in quella casa sembrava piccolo e grazioso, come la casa di un elfo o di uno gnomo. Philia non aveva mai visto uno gnomo, ma se li immaginò tutti come Mama Lorein.
"Milgazia, tu puoi prendere la stanza in fondo al corridoio" annunciò la donna non appena le sue gambe riuscirono a trascinarla oltre l'ultimo gradino della scala. "Tu sei di casa qui, puoi sistemarti da solo. Non ti dispiace, vero, se accompagno Philia?"
Milgazia scosse la testa. "No, certo" esclamò, dirigendosi verso la sua stanza.
"Vieni, cara. La tua stanza è di qua"
La stanza che la padrona di casa le aveva riservato era più di quanto Philia avesse sperato di trovare in quella piccola, seppur graziosa, casetta. Dall'esterno la casa non sembrava in grado di contenere una camera di quelle dimensioni, eppure era là davanti ai suoi occhi. C'erano i soliti muri bianchi e il pavimento di legno, ma sembrava una perfetta scatolina di cose belle. C'era un bell'armadio di legno chiaro e un baldacchino, al centro della stanza, con stupendi tendaggi di seta rosa. Alle finestre, con gli immancabili cuscini, tendine di pizzo nascondevano gli scrosci di pioggia e il vento, che si era fatto così violento da scuotere i vetri. Philia s'innamorò perdutamente di quella stanza e sopratutto dei centrini che erano sparsi ovunque e del vaso di porcellana che conteneva rose bianche. Si avvicinò, spinta dalla sua passione e sfiorò le delicate pitture sulla ceramica.
"Ti piace?" disse Mama Lorein mentre appoggiava la candela su un mobile e tirava fuori le coperte dall'armadio.
Philia annuì con la testa prima di risponderle a parole. "E' molto bello, direi un'opera perfetta nel suo genere"
"Sembra che tu te ne intenda" la donna distese le coperte sul letto, stirando le pieghe.
"Ho un negozio di antiquariato a Rahya" spiegò orgogliosa Philia, dando un'ultima occhiata al vaso per poi aiutare la donna a rifare il letto. "I vasi e le porcellane sono la mia passione"
Mama Lorein smise un attimo, sollevando lo sguardo sulla ragazza drago. "Anche la precedente proprietaria di quel vaso aveva un debole per cose come quella" esclamò piano, sorridendo. Poi abbassò di nuovo lo sguardo.
Per qualche motivo che sfuggiva anche a lei, Philia capì che non era il caso di fare ulteriori domande su chi avesse posseduto quel vaso prima di Mama Lorein, voleva evitare di fare un altro passo falso.
L'empatia della donna, però, si rivelò più dura da ingannare.
"Non angustiarti, cara" disse con un altro sorriso dopo che il letto fu rifatto. "Anche se volessi non saprei dirti niente di lei. Mi è stato regalato da chi la conosceva, ma io non l'ho mai incontrata di persona"
"Era una persona importante?" Philia non seppe trattenersi.
La padrona di casa rimase in silenzio per un lungo istante, guardando il quadretto di un castello che era appeso sopra il letto. Poi si voltò verso Philia che attendeva, fissandola. "Per qualcuno si, lo era molto" rispose.

***

Dopo che Mama Lorein l'aveva lasciata per conto suo, Philia si era rinfrescata e aveva pettinato di nuovo i capelli, impresa non facile dopo che si erano bagnati a quel modo riempiendosi di nodi. Quindi si era seduta sul letto e lì era rimasta per molto tempo ad osservare quella cameretta e a meditare su quello che aveva appena saputo o, per meglio dire, su quello che le era stato accennato.
La casa e la donna avevano su di lei un fascino tutto particolare. In genere non era troppo curiosa, si era sempre considerata una persona discreta e tentava, per quanto possibile, di non impicciarsi mai degli affari degli altri se questo non era strettamente necessario ma in questo caso proprio non poteva farne a meno. Mama Lorein era un personaggio sicuramente molto curioso che sembrava nascondere qualcosa che traspariva attraverso le sue parole pacate ma che si lasciava sempre e solo intravedere. Non che Philia pensasse a chissà quale segreto, piuttosto era convinta che Lorein nascondesse un'enorme tristezza. La stessa che a volte scorgeva in alcuni degli sguardi silenziosi di Milgazia.
Si alzò dal letto, sospirando.
Con un gesto abituale risistemò la sovraccoperta a fiori che si era leggermente ingrinzita. Quindi raggiunse di nuovo il comodino e sollevò l'elegante vaso bianco che si rivelò molto leggero. Forse troppo per essere semplice porcellana. Magari si era sbagliata nel giudicarne il materiale. Non capitava molto spesso, ma d'altra parte nemmeno lei era infallibile.
Le rose bianche e fresche, scivolarono lungo il bordo accavallandosi le une sulle altre. Lei fece ben attenzione a non lasciarle cadere a terra.
Il materiale con cui il vaso era stato realizzato era effettivamente diverso dalla porcellana che conosceva ma ci assomigliava molto. Era fine, dall'aria fragile. Sembrava sul punto di andare in frantumi, come il cristallo, ma era di un bianco opaco.
Il fiori dipinti erano di una precisione quasi indescrivibile. Dai petali rosa e cuoriformi, fino ai minuscoli boccioli sui quali si riuscivano a vedere perfino microscopiche gocce di rugiada. Nessuna mano umana sarebbe stata in grado di produrre qualcosa di simile. Un elfo, forse?
I manufatti elfici valevano uno sproposito ed erano estremamente rari perchè gli elfi concedevano al resto del mondo pochissimi oggetti e soltanto in particolari occasioni. Non c'era una vera e propria produzione elfica sul mercato. Solo oggetti unici. Qualche centinaio di oggetti diversi in tutta la Penisola, non di più.
Cercò tracce di una firma, o un simbolo qualsiasi che l'aiutasse a capire la provenienza di quell'oggetto prezioso ma non ne trovò. Il mistero del vaso sarebbe rimasto un mistero, almeno per il momento. Lo ripose con cura sul suo centrino e ricompose le rose, sfiorandole molto delicatamente.
Sentì rumori confusi al piano di sotto: probabilmente Mama Lorein stava preparando la cena.
"Forse dovrei andare ad aiutarla" realizzò Philia, rendendosi conto che era in quella stanza da un sacco di tempo e che non doveva aver fatto una bella figura con la padrona di casa. Si ripromise di scusarsi con la donna. Il vaso le aveva fatto perdere la cognizione del tempo e anche l'educazione.

L'aria si era fatta fredda.
Milgazia si cambiò d'abito, ripescando i suoi vestiti praticamente dal nulla del piano astrale. Era comodo viaggiare quando eri un drago.
Scelse i pantaloni al posto della tunica e un maglione di lana scuro. La borsa rimase sul letto.
Le lanciò un'occhiata distratta, era piacevole vederla la sopra. Non avrebbe saputo spiegare il perchè.
Si guardò intorno nella stanza senza particolare interesse come se l'avesse già vista troppe volte. Tutte le stanze di casa erano identiche, tranne che per i colori. Sapeva che la stanza di Philia era bianca, rosa e piena di trine.
La sua era decisamente più sobria, maschile.
Sospirò. Starsene fermo a fissare la sua immagine nello specchio non gli sarebbe servito a molto e non era venuto fin lì rischiando di perdersi Philia in una corrente ascensionale per notare che i capelli gli erano cresciuti parecchio negli ultimi due anni.
Si chiuse la porta alle spalle, silenziosamente.
Nel corridoio la luce del pomeriggio stava morendo in una pozza rosata. C'era un silenzio tranquillo, rilassato, che il vento di fuori non riusciva nemmeno a scalfire. La casa di Lorein era un rifugio caldo e pacifico.
Scese le scale lentamente, facendo uno scalino per volta quasi annoiato. Sentiva la presenza di Philia alle sue spalle, dietro la porta bianca della camera. Si fermò un istante ad ascoltare ma da lì dentro non arrivava alcun suono.
La loro anziana ospite era in cucina. Un vezzoso grembiulino rosso alla vita e le maniche della camicetta rimboccate fin sopra i gomiti. Milgazia la trovò davanti ai fornelli che assaggiava qualcosa con un mestolo.
"Mama Lorein?" chiamò il drago, affacciandosi.
Lei si voltò, piano. Sorrise stancamente. "Milgazia cosa ci fai qui?" si fissarono, poi Mama Lorein abbassò lo sguardo. "Vieni, siediti"
Posò il mestolo sul suo sostegno di ceramica e gli indicò il tavolo rotondo, sul quale troneggiava una piccola cesta quadrata di vimini coperta da un tovagliolo a quadrettoni. Pane bianco.
Il drago si passò una mano tra i capelli biondi e si lasciò andare seduto su una delle piccole sedie.
Mama Lorein afferrò una ciotola che c'era lì accanto e iniziò a pulire i fagiolini. Le sue dita grassocce si muovevano con estrema abilità.
Rimasero a lungo in silenzio.
"L'hai più sognata?" chiese Mama Lorein all'improvviso, sollevando appena lo sguardo dagli occhiali che inforcava per riposarsi gli occhi.
Il drago afferrò un pò di fagiolini e si mise a darle una mano. Era decisamente più impreciso di lei, e tendeva a pulirli quattro o cinque alla volta, spezzando le punte tutte insieme. "Hai cucinato troppa roba, come al solito" mormorò.
Mama Lorein sospirò ma non interruppe il proprio lavoro. "Non ti è più capitato, non è così?"
Milgazia rimase immobile a lungo, poi alla fine scosse la testa. "Tu me lo avevi detto"
La donna continuò con i fagiolini per qualche istante, senza mai guardarlo. Dai fornelli le pentole borbottavano allegre e l'odore delle patate arrosto si mischiava a quello del sugo, rigorosamente di verdure. "Sei venuto qui apposta per questo?"
Il drago gettò nella seconda ciotola di legno vuota i fagiolini puliti. "Non avevo altro modo" mormorò. "Comincio a dimenticare il suo viso"
Mama Lorein gli accarezzò una mano con tenerezza. "Sai che questo non è vero"
Solo allora Milgazia si decise a guardarla. I suo occhi dorati erano scuri e tristi. "Ho bisogno di vederla". La sua voce era più bassa del solito, incrinata da un dolore che veniva direttamente dal cuore. Sembrava stanco.
La donna inspirò profondamente, come ogni volta che doveva dirgli qualcosa che aveva già ripetuto a lungo. "Milgazia non è più tempo di abbandonarsi al ricordo. Hai sofferto troppo"
"Non posso dimenticare Brianna" protestò lui, scuotendo la testa velocemente come se l'altra donna stesse per fare qualcosa in grado di cancellare i suoi ricordi. Era come angosciato.
"Dimenticarla no" Lorein cercò di sorridere, ma fu un sorriso triste. "Ma devi lasciar andare il suo ricordo o impazzirai"
Milgazia rimase in silenzio, fissandosi le mani pur non vedendole. I suoi pensieri tornarono indietro, fin dove Mama Lorein non poteva arrivare. Ricordava, o per meglio dire intuiva il ricordo, del suo passato, della donna che aveva amato per una vita e che gli era stata sottratta con la forza per il resto dell'eternità.
Le sue sopracciglia bionde si aggrottarono in un'espressione ferita, strinse i pugni e scosse la testa. Voleva rivedere quel viso e al tempo stesso pregava ogni giorno che il suo ricordo diventasse meno grave e doloroso. E si sentiva colpevole per desiderare una cosa come questa.
"La risposta è quella che già conosci" disse all'improvviso Mama Lorein. La sua voce dolce e decisa sembrò cullarlo come un bambino. "Non avere paura di Philia e di quello che provi per lei"
Milgazia si voltò. "Io non provo niente per Philia" esclamò di getto, il tono incrinato, troppo veloce per non sembrare falso.
Mama Lorein gli rivolse un'occhiata materna e intenerita. "Mentire a te stesso non serve a niente, figliolo. Dovresti saperlo ormai"
Il drago si limitò a guardarla negli occhi, ma non trovò il coraggio di replicare.
Si alzò, cercando di assumere un'espressione irritata ma Mama Lorein gli leggeva direttamente nel cuore, mostrarsi scostante o annoiato non serviva a niente.
La donna lo seguì con lo sguardo, finchè non fu uscito dalla stanza e nello stesso istante sentì Philia chiudere la porta della sua camera da letto.
Mama Lorein sorrise.

Uscendo dalla porta Philia andò a sbattere contro Milgazia che ancora una volta la riprese al volo.
Il drago aveva appena finito di salire le scale a testa bassa e se la ritrovò praticamente tra le braccia.
"Scusa" esclamò Philia non appena ritrovò l'uso della parola. Si scostò leggermente dall'altro drago, imbarazzata. "Ero distratta"
Era mai possibile che ogni volta che Milgazia era nei paraggi riuscisse a registrare un numero incalcolabile di figure meschine? A ben pensarci, nemmeno Xellos era mai riuscito a farla sentire tanto impacciata quanto lui. Espirò, anche un pò troppo visibilmente forse, e si lisciò la gonna tentando di darsi un contegno e al tempo stesso di calmarsi quel tanto che bastava a guardare Milgazia dritto negli occhi.
"Non importa, anche io avevo la testa da un'altra parte" esclamò Milgazia, con uno dei suoi soliti sorrisi. Il drago le indicò poi le scale con tranquillità, come se non avesse notato niente e come se lui stesso non fosse stato preso dal suo passato soltanto un istante prima. "Se stavi pensando di andare a darle una mano te lo sconsiglio caldamente"
Philia aggrottò le sopracciglia. "Ma è così gentile ad ospitarci in casa sua che mi sembrava carino aiutarla almeno a preparare la cena"
"Pessima idea, credimi" insistette Milgazia. "E' molto gelosa delle sue ricette e non permette a nessuno di entrare in cucina"
"Ma..."
Milgazia si sedette sul primo gradino della rampa di scale, le gambe che si allungavano sui successivi tre. "Le farai un favore se resti qui, potrai ringraziarla stasera facendo onore alla tavola"
"Sicuro che non ci siano problemi?" Chiese ancora.
Milgazia sorrise. Un bel sorriso fresco, solare. I suoi capelli si erano asciugati e adesso gli incorniciavano il viso, lucenti proprio come erano stati prima di arrivare. "Tranquilla" rispose. "Ti va di fare due chiacchere?"
Philia annuì, sedendosi accanto a lui sullo scalino.
Per un pò rimasero in silenzio. Lei, abbracciandosi le ginocchia inglobate nella lunga gonna, con lo sguardo fisso davanti a sè verso il piano di sotto. Milgazia con gli avambracci posati sulle proprie gambe, fingendo un'aria indifferente che non gli riuscì un granchè bene. "Ti piace qui?" chiese all'improvviso.
"Oh si, molto" rispose lei, il sorriso le uscì quasi involontario. "E' accogliente. E Mama Lorein è una signora veramente deliziosa"
Milgazia annuì. "Concordo"
"Parlami di lei" Philia si sentì spinta a continuare la discussione su quell'argomento. O forse parlare della loro ospite allontanava il pericolo di dover parlare di sè stessa. "Come vi siete conosciuti?"
Sentirono il rumore di piatti appoggiati da qualche parte e il fischio di un bollitore. Mama Lorein stava mormorando un motivetto allegro, che accompagnava di tanto in tanto con le parole sconnesse di una canzoncina per bambini. "E' successo più di quarant'anni fa, non ricordo il perchè" rispose Milgazia, vago. Philia intuì che non aveva molta voglia di parlarne e che probabilmente quello che le avrebbe detto sarebbe stata solo una mezza verità, ma scoprì che voleva saperne di più e che anche il suo buon senso e la sua buona educazione avevano lasciato il posto ad una grande curiosità. "Sembri di casa qui" continuò. "Hai vissuto a Maenyr?"
"Mai per più di una settimana di seguito" Milgazia si appoggiò a quel poco di scalino che poteva sostenergli la schiena. "Ma sono stato qui molte volte, conosco questa casa come fosse la mia"
"Sembra una città carina" Forse era un'esclamazione azzardata, sopratutto quando aveva visto quel posto solo per un istante e sotto scrosci violenti di pioggia.
Milgazia mugugnò prima di arriciare il naso. "Non direi" esclamò, infatti. "Qua la gente è decisamente indisponente. Mama Lorein è l'eccezione che conferma la regola. Non è un bel posto per fermarsi"
Philia era perplessa. Milgazia diceva che quello non era un bel posto e, se ben ricordava, aveva detto anche qualcosa a proposito di maghi poco raccomandabili. Però ci viveva Lorein e lui stesso era stato lì molte volte. "Perchè lei vive qui, allora?" esclamò, esponendo a voce alta l'ultimo tratto dei suoi pensieri. Arrossì, rendendosi conto di essere stata sfacciata.
Milgazia la guardò, con un sorriso leggero. "Dovresti chiederlo a lei"
"E tu?"
Milgazia si strinse nella spalle. "Lavoro"
La discussione trovò un baratro improvviso. Per altri interminabili minuti rimasero entrambi a fissarsi le unghie delle mani che sembravano essere diventate l'attrazione più interessante dell'universo.
Philia prese sistematicamente ad insultarsi, decidendo che il precedente interrogatorio non era stato affatto carino da parte sua. In fondo era un'ospite, ci si aspettava da lei un comportamento educato, cosa le era saltato in testa di fare domande a raffica su un argomento che, ovviamente, infastidiva Milgazia?
Ma il drago non sembrava affatto infastidito. Se Philia si fosse presa la briga di sollevare la testa, forse avrebbe notato che lui era molto più dispiaciuto di vederla stare in silenzio in quel modo. Milgazia provò a cambiare argomento. "Ti piace la tua stanza?"
"Molto bella, si" rispose Philia. "Oh, e c'è un bellissimo vaso antico. Credo si tratti di ceramica"
"Ceramica elfica" Milgazia confermò le sue supposizioni.
"Davvero? Era quello che pensavo" sorrise. "Un bellissimo pezzo unico"
Milgazia sembrò farsi leggermente più serio. "Mama Lorein te ne ha parlato?" s'informò.
Philia si strinse nelle spalle. Troppo entusiasta di quel vaso per notare il cambiamento sul viso di Milgazia. "Non proprio. Mi ha detto soltanto che non è sempre stato suo e che le è stato regalato. Nient'altro" rispose. "Dice che non ha mai conosciuto la precedente proprietaria. Tu sai chi era?"
"No" Milgazia rispose velocemente. Forse con un pò troppa fretta. Questa volta Philia vide i suoi occhi scurirsi. Ma fu soltanto un istante, poi il drago tornò a sorriderle sereno. "Credo che la cena sia pronta. Meglio non fare tardi"

Oltre ad essere empatica, Mama Lorein si rivelò anche una superba cuoca.
Aveva cucinato più di quanto Philia avrebbe potuto mangiare in una settimana e in così poco tempo che la ragazza drago si chiese se una cosa del genere fosse umanamente possibile.
Come al solito, Milgazia non fece una piega mentre si sistemava il tovagliolo sulle ginocchia.
Sembrava che si aspettasse tutto quel cibo, cosa che portò Philia a pensare che Mama Lorein cucinasse sempre a quel modo.
Poi i pensieri della ragazza drago andarono a Lina e a quanto avrebbe gradito tutto quel ben di Dio sparso sulla tavola. Ad occhio e croce c'era tanta di quella roba da tenere perfino quel pozzo senza fondo impegnata per più di dieci minuti.
"Philia, qualcosa non va?" Le chiese Lorein, sedendosi e appoggiando un piatto d'insalata.
"Oh, no, no" si affrettò a rispondere la ragazza drago. "Sembra tutto buonissimo"
La donna sorrise. "Allora assaggia senza complimenti e poi dimmi" la invitò. "Non sapevo cosa ti piacesse, così ho fatto un pò di tutto"
"Andrà benissimo" Philia si servì.
C'era una serie infinita di piatti vegetariani per Milgazia, al quale il drago dette fondo quasi da solo e senza ritegno. Philia era consapevole che Milgazia mangiasse parecchio ma non l'aveva mai visto mangiare a quel modo. E anche Mama Lorein, a dispetto delle sue dimensioni, fece sparire un bel pò di roba. Philia si rifece tre volte, ma più di così proprio non potè fare.
"Allora, da quanto vi conoscete?" chiese Lorein, mentre finiva le ultime tre fette di tacchino. "State insieme da molto?"
"Non stiamo insieme" Milgazia rispose così in fretta e in tono così deciso che Philia non seppe bene se doveva sentirsi offesa.
"Già.." balbettò a sua volta, pulendosi la bocca col tovagliolo, imbarazzata. "Abbiamo solo....amici in comune"
Mama Lorein li guardò entrambi per qualche istante in silenzio. Non sembrava affatto a disagio per la gaffe che aveva fatto, anzi li guardava stupita come se fra tutte le risposte che aveva ipotizzato quella non fosse stata nemmeno lontanamente concepita. "Oh, certo" esclamò, ma a Philia sembrò estremamente poco convinta. "E...come mai siete da queste parti? Dov'eravate diretti?"
"Stiamo andando a Lyzeille" rispose subito Philia, pronta a tutto pur di cambiare argomento e tornare al suo cadaverico, ormai famigliarmente verdognolo colorito abituale.
Mama Lorein sembrò intristirsi. Il suo viso paffutello assunse un'espressione di angosciosa pietà. "Avete saputo della tragedia? La povera regina Madleine" poi fece una pausa e lanciò un'occhiata ad entrambi. Dubbiosa. "Non starete andando lì per questo?"
"No" Milgazia non guardò Philia che si era girata di scatto verso di lui, ma Mama Lorein non era il tipo da accettare di farsi prendere per il naso da una palese bugia.
"Milgazia" cominciò, quasi con indifferenza, mentre prendeva una mela dal cestino della frutta. "Non sono forse più degna della tua fiducia?"
Il drago sollevò la testa e i due si guardarono fino a che Milgazia non espirò dal naso, come se avesse definitivamente deciso di cedere. Ma lui era l'uomo delle mezze misure. "Meno sai e meglio è" commentò. Non negare una seconda volta avrebbe annullato la risposta precedente. "E' una faccenda complicata"
Una qualunque altra persona avrebbe lasciato cadere l'argomento, soprattutto dopo che il drago aveva concesso una risposta piuttosto chiara come quella. Ma lei era ovviamente una persona speciale, tanto speciale da ignorare il tono perentorio di Milgazia. "Puoi nascondermi i dettagli, se vuoi" concesse, con un breve cenno del capo. "Ma non basterà qualche bugia a farmi credere che quei due innocenti non sono morti in circostanze strane. Non ho idea del perchè, ma intorno a te ci sono pensieri negativi riguardo all'intera faccenda e quelli direi che non possono mentire"
"Forse si tratta di un attacco demoniaco e noi dobbiamo fare dei sopralluoghi" spiegò Milgazia alla fine, senza comunque sottolineare che Lorein aveva vinto quella pacifica battaglia di volontà.
"Demoni?" Lorein guardò per un istante il vuoto, quindi tornò a guardare lui. "E' terribile, davvero. Non avrei mai pensato ad una cosa del genere"
Philia disincrociò forchetta e coltello e li appoggiò paralleli sul suo piatto, tanto per tenere occupate le mani. "Ad ogni modo non sappiamo ancora se sia davvero così" puntualizzò.
"Capisco" Lorein annuì, lentamente. "Quindi siete stati chiamati da Re Gordon?"
Milgazia a quel punto aveva già chiuso il rubinetto delle informazioni, ma Philia non trovò niente di male a raccontarle anche quell'ennesimo particolare. "In realtà il regno di Lyzeille ha chiesto aiuto a quello di Seillune" spiegò, pazientemetne.  "Noi siamo in viaggio in nome del sovrano di Seillune"
Mama Lorein sembrò soffermarsi a pensare. La faccia tonda si contrasse in una smorfia concentrata e le sopracciglia bianche si unirono sulla sua fronte. "Il sovrano di Seillune, hai detto? Il re Chimera, dico bene?"
"Esattamente" confermò Philia.
Mama Lorein sorrise. "Parlano molto bene di lui" commentò, annuendo. "Si dice in giro che sia un ottimo sovrano"
Milgazia finì quello che c'era nel suo bicchiere, quindi infilò una mano nel cestino della frutta e scelse una mela rossa. "Lo è" concordò, senza alzare lo sguardo. "Con i suoi modi di fare è riuscito a svecchiare quel regno. Zelgadiss non è che un bene per Seillune"
"Tu dici?" chiese Philia, mentre lo osservava. Milgazia sembrava molto preso dallo sbucciare la mela. Proprio come aveva fatto al castello, creò un unico serpente di buccia. Doveva essere una cosa che gli piaceva molto.
Il drago annuì. "Ne sono sicuro. E' una persona intelligente e, a parte le sue fissazioni, è molto equilibrato" spiegò. "Inoltre ha una cultura enciclopedica su qualsiasi argomento e s'interessa praticamente di tutto. Ha davvero voglia di migliorare le cose e a modo suo partecipa attivamente alla vita del regno. Se riuscisse a lasciarsi alle spalle le paure, non ci sarebbe posto migliore per lui di quel trono!"
"Lo hai mai detto questo a Zelgadiss?" s'informò Philia, con un sorriso. Ancora una volta Milgazia si era rivelato ai suoi occhi come una persona del tutto normale, con degli affetti e dei sentimentalismi. Era sempre più lontano da quel piedistallo su cui lei tendeva sempre a vederlo.
Il coltello scivolò silenziosamente tra le dita del drago, fino al tavolo. "Se glielo dicessi non mi crederebbe" commentò sbrigativo.
"Lo conosci da tempo?" s'intromise Mama Lorein, che era rimasta in silenzio fino a quel momento.
Milgazia sembrò pensarci su. "Dodici o tredici anni, credo" si strinse nelle spalle.
"E' un tuo amico, allora" constatò la donna, con un tono molto materno nella voce. C'era qualcosa in tutto quel discorso che Philia non aveva compreso troppo bene. C'era come un significato nascosto che serpeggiava tra le loro parole, un significato che però si rifaceva a qualcosa che lei certo non conosceva. Si sentì un pò esclusa.
"E' un folle" rispose di getto Milgazia. All'ultimo minuto decise di non tagliare la mela a fette e la prese a morsi. "Suo figlio ha il mio nome, lo sai?"
"Che cosa?" Philia sgranò gli occhi, decisamente colta di sorpresa.
Il drago si voltò verso di lei, dopo aver addentato di nuovo. Aveva un'espressione divertita sul viso: sapeva che quella sarebbe suonata una grossa rivelazione alle orecchie delle due donne. Sopratutto a quelle di Philia. "Kain Milgazia Greywords di Seillune" esclamò. "Questo è il nome completo di Kain"
"Non lo sapevo!" esclamò la ragazza drago. "Da quando?"
Milgazia arricciò il naso. "Da quando è nato, tu che ne dici?" la prese in giro. "Zelgadiss ebbe questa brillante illuminazione e io non sono riusciuto a farlo desistere"
"Perchè non ne avevo idea?" Philia sembrava sconvolta dal fatto che in sei anni non aveva mai scoperto che il principino portava il nome del drago.
Milgazia finì la mela con tre morsi, la sua mascella umana non aveva niente da invidiare a quella draconica evidentemente. "Il secondo nome si usa solo nelle occasioni ufficiali e nei documenti di particolare rilevanza e Kain è ancora troppo piccolo per entrambe le cose" spiegò tranquillo. "Probabilmente lo sentirai spesso quando sarà più grandicello"
Philia rimase muta per qualche secondo, poi sembrò metabolizzare la notizia e infine fu in grado anche di giudicarla. "E' una cosa stupenda" esclamò. Incontrò lo sguardo di Mama Lorein e seppe all'istante che stavano pensando le stesse cose. "Se ha deciso di dare al suo primo figlio il tuo nome, significa che siete molto legati"
"Sarà meglio sparecchiare" Milgazia si alzò di scatto e prese a raccogliere i piatti.
Per la prima volta in più di mille anni, sembrò molto imbarazzato. Philia lo dedusse dal fatto che rimase con gli occhi bassi un pò troppo a lungo e che la sua voce suonò un pò incrinata. Senza contare il fatto che continuava a prendere e lasciare le stesse posate da quando si era alzato. L'unica cosa che riuscì a togliere dalla tovaglia furono due pezzi di pane, e solo perchè li urtò col gomito, muovendosi con un'agitazione del tutto insolita per lui. Mama Lorein e Philia si scambiarono un'occhiata complice e sorrisero.
Qualcosa diceva loro che nel profondo Milgazia era decisamente molto orgoglioso che quel bambino portasse il suo nome.
Philia si ripromise di chiedere ad Amelia più informazioni sull'argomento, sicuramente c'era dietro una storia più ampia che solo lei sarebbe stata disposta a raccontare.

***

Le una di notte.
Mama Lorein era sparita dalla circolazione.
Se n'era andata subito dopo che Philia si era ritirata nella sua stanza.
Milgazia sospirò chiudendo il libro che stava leggendo. Lo posò sul basso (ma basso sul serio) tavolino rotondo che aveva al fianco e si massaggiò gli occhi. La poltrona su cui era seduto in salotto sembrava troppo piccola per lui. Cominciava a fargli male l'osso sacro.
Con un sospiro sofferto, tanto non c'era nessuno a guardarlo, si alzò e si stirò con un poderoso sbadiglio che mise in mostra ventotto denti perfetti e quattro canini affilati come rasoi.
Rimase per un pò ad ascoltare il rumore della pioggia che bussava sulle finestre rinforzate dalle assi di legno. Era un suono rassicurante, non sapeva perchè. Poi decise di salire in camera sua.
"Oh"
"Oh" Milgazia rimase immobile sul primo gradino della scala che portava ai piani superiori, la mano destra appena appoggiata sul corrimano e gli occhi sgranati su Philia, sorpresa almeno quanto lui.
L'ex-vestale si strinse al petto la vestaglia e cercò di sistemare i capelli legati in una spessa treccia bionda. Indossava curiose ciabattine rosa confetto.
"Qualche problema?" esordì Milgazia, premuroso.
"N-no...io..." Philia indicò davanti a sè. C'era una rampa di scale a dividerli. "...io mi chiedevo se potevo entrare in cucina adesso. Ho bisogno di un bicchiere d'acqua"
Milgazia sorrise. "Certo"
Philia attese, un pò indecisa sul da farsi, quindi prese a scendere le scale. "A-allora, vado.." balbettò sorpassandolo. Lui spostò il braccio teso per farla passare. C'era un vago odore di frutti di bosco oltre a quello naturale della ragazza drago. Milgazia rimase imbambolato per qualche secondo.
"Ti accompagno!" esclamò poi in fretta, quando riuscì a recupare un pò di auto-controllo.
Lei si voltò, forse un pò troppo di scatto. Il drago colse uno sguardo strano.
"...sempre che tu sia d'accordo, ovviamente" concluse poi tentennando. Improvvisamente non era troppo sicuro di aver detto la cosa giusta.
Questa volta fu Philia a sorridere.
La cucina era piccola e rotonda, ma graziosa come tutto quanto il resto della casa. C'era un piccolo tavolo di quercia, rotondo anche quello, due sedie e due piccole finestre sbarrate. Milgazia accese qualche candela, trasformando il buio della cucina in una penombra intima e calda. La bufera sembrava solo sfiorare la casa di striscio. All'interno di quelle mura tutto appariva sicuro.
"Siedi" la invitò Milgazia, aggirandosi come un indemoniato per la cucina. "Ti va un pò di the?"
"Oh, non ti distur—"
Milgazia le si parò davanti con una teiera a fiorellini in mano. "Mi farebbe molto piacere prepararti il the" sussurrò.
Lei si bloccò a metà della frase, divenne rossa e quindi abbassò lo sguardo imbarazzata. "Solo se poi ti siedi anche tu" disse alla fine.
Il drago afferrò anche il barattolo di biscotti e lo mostrò, alzandolo con la mano libera. "E biscotti?"
Philia annuì.
Milgazia sembrò soddisfatto. "Allora affare fatto" sorrise.
"Tu perchè sei sveglio?" chiese Philia, cercando di fare conversazione mentre Milgazia metteva l'acqua sul fuoco, controllando la fiamma al millimetro.
Portò anche le tazze in tavola.
Philia dovette aspettare l'arrivo di zucchero e cucchiaini prima di avere una risposta. "Non sono ancora andato a letto" esclamò, stringendosi nelle spalle. Solo quando fu sicuro che non aveva nient'altro da fare tornò a guardarla. "Ci vorrà qualche minuto..." aggiunse, riferendosi al the.
Philia annuì, giocando con la sua tazza. Milgazia si appoggiò di schiena al tavolo.
"Amicizia" esclamò all'improvviso, non si voltò verso di lei. Stava osservando il bollitore appeso qualche centimetro sopra il fuoco.
Philia inarcò le sopracciglia. "Come?"
Il drago sorrideva leggermente. "Il nome di Kain" la guardò. Il suo viso era sereno ma sembrava distante. Perso in altri ricordi. "Lo ha chiamato Milgazia per amicizia. Ero là, quando è nato"
Philia rimase in silenzio, sorrise.
"Zelgadiss era così felice che non riuscivamo a tenerlo seduto un secondo. Così disse che se lui poteva stringere quell'esserino tra le braccia era perchè non gli avevo mai permesso di credere che era impossibile" continuò il drago. Ricordava ogni secondo di quella giornata come se fosse appena trascorsa. "Era convinto che il mio nome gli avrebbe portato fortuna"
"E tu?"
Milgazia si strinse nelle spalle, sospirando. "Spero sinceramente che sia così" rispose.
Philia sembrò ricordarsi qualcosa. "Perchè me lo hai detto?" chiese. "A tavola sembravi molto imbarazzato". Non potè fare a meno di ridacchiare, ma a questo punto Milgazia sembrava essere già in grado di sopportarlo. Non divenne rosso, nè abbassò lo sguardo.
Arricciò il naso. "Perchè tanto lo avresti chiesto ad Amelia" commentò indispettito.
Lei lo fissò sconvolta.
Lui rise. "Ora tocca a te, però. Qual'è il problema?"
"Nessun problema. Io sto-"
Milgazia sollevò una mano e la fermò. "Ah, errore. Queste erano le battute per la prima parte di dialogo. Accettando il the dimostri di fidarti. Inoltre hai vomitato per ventiquattr'ore sotto la mia supervisione, nonchè sulle mie scarpe nuove, quindi temo che la storia che stai bene, con me non attacchi proprio. Tu che ne dici?"
Lei divenne, se possibile ancora più rossa ma era impossibile sfuggire agli occhi di Milgazia. E poi aveva avuto intenzione di parlarne a lui fin dall'inizio quindi un momento valeva l'altro e oltretutto tirarla troppo per le lunghe poteva diventare assolutamente patetico. "E va bene" sospirò, "Qualcosa c'è che non va"
Il bollitore fischiò, richiamando l'attenzione del drago. "Un attimo solo" le disse, sollevando un dito. "Sembra che il the non sia disposto a venire dopo una profezia"
"Profezia?" esclamò lei, mentre Milgazia afferrava il bollitore e versava l'acqua in una teiera. L'infusore di metallo era già là dentro. "Sogno premonitore, profezia..quello che è" esclamò, dandole per un istante le spalle indaffarato nell'operazione. "Ne hai avuta una, non è così?"
La ragazza drago aveva gli occhi sgranati e un bel pò di capelli fuori posto, una pettinatura quasi punk che non era esattamente nei suoi piani. "Come puoi sapere tutto in anticipo?" Lo apostrofò, con un tono quasi stressato nella voce.
"Ti sei sentita male in maniera strana" spiegò lui. "Certo non poteva essere influenza e, bè, si da il caso che molte persone subiscano danni fisici non permanenti quando hanno una profezia o un sogno relativamente profetico"
"Stai scherzando?" chiese lei.
Milgazia scosse la testa. "No, perchè dovrei?" rispose confuso. "Funziona così: il ricevente ha una visione o il riflesso di una visione. La sua mente è così coinvolta in ciò che sta sperimentando che non regola più le funzioni corporee. Da qui sbalzi di temperatura, nausea, mal di testa....una brutta faccenda. Ti ho sgamata quasi subito" aggiunse poi con un sorriso a 64 denti.
Lei non disse niente, divenne solo color pomodoro mentre lui portava la teiera in tavola. "Quando è iniziato?" chiese.
Philia insipirò e sembrò pensarci su un istante. "Dopo che sono arrivata a Seillune. Tre, quattro giorni fa non di più" rispose. Si passò la lingua sulle labbra guardando dritta davanti a sè. "Ma non è sempre lo stesso sogno"
"Cioè ne hai fatti più di uno?"
Lei lo guardò. "No, è uno soltanto ma si evolve" specificò.
Il drago aggrottò le sopracciglia bionde. "In che senso? Si evolve in qualcos'altro?" chiese, mentre le versava il thè nella tazza. "Attenta, brucia"
Philia scosse la testa. "No è come se...andasse avanti"
"Come una storia?"
Lei sorrise, servendosi da sola lo zucchero. "Potremmo dire così"
"E tu sei la protagonista? Lo vedi in terza persona, in prima..come si svolge?"
Philia esitò. Sentiva il sogno come personale. C'era come una forza, in tutte quelle immagini, che la tratteneva dal dire ogni cosa ma ormai aveva deciso di spiegare al drago ogni dettaglio. A dispetto delle sue sensazioni, sapeva che se c'era qualcuno che poteva capirci qualcosa, quello era lui. "Io sono lì, ma mi sento fuori posto" ammise, scaldandosi le mani con la tazza. "Come se fossi stata chiamata per vedere qualcosa che non mi appartiene ma sulla quale c'è bisogno del mio giudizio. La terra è arida e il cielo è grigio e in tempesta. Ci sono lampi ovunque. E nessun rumore, Milgazia, il silenzio assoluto. Niente. Nemmeno un suono. Come la fine del mondo...."
"..o come dopo la Kouma Sensou" replicò Milgazia, piano. I due si guardarono poi il drago si scosse abbassando lo sguardo. "Lascia perdere, vai pure avanti..."
Lei lo guardò preoccupata per qualche istante, poi decise di proseguire. "Io cammino, in questo deserto dove non c'è nessuno, non un'anima viva ma nemmeno alcun cadavere" fece una pausa per vedere se la stava seguendo, ma sembrava che Milgazia non perdesse una virgola. "E poi incontro lei"
"Lei chi?" Milgazia si era versato il the e ora stava appoggiando la teiera sul tavolo. Si sedette. Niente zucchero.
"La ragazza di porcellana" rispose Philia prontamente. Milgazia si risparmiò una domanda ovvia e la sua interlocutrice gli rispose comunque. "E' una ragazza, ma questo l'ho capito solo al secondo sogno, una ragazza dalla pelle bianchissima e liscia come se fosse di porcellana. Indossa un velo molto lungo che le lascia scoperti solo il viso e le mani. Ha gli occhi così verdi che quasi brillano"
"Ti ha detto qualcosa?" chiese Milgazia.
Philia annuì. "Mi ha detto che sò già chi è" ripetè con il tono di chi sta ricordando. "Ma io non ne ho idea"
"Normale direi. Se ne avessi avuto idea non ci sarebbe stato bisogno di nessuna profezia" commentò l'altro drago. "Non ti dice nient'altro?"
"Non molto altro e sempre niente di utile. Nel secondo sogno però aveva le mani sporche di sangue"
Milgazia sembrava essere immerso in profonde riflessioni eppure la stava ascoltando. Uno dei suoi orecchi era deliziosamente piegato ad angolo retto, una cosa stranissima. "E siete tu e questa ragazza nel deserto?"
"C'è una torre vicino alla ragazza" mormorò Philia. Il the era dolce, diverso da quello che Mama Lorein le aveva fatto assaggiare prima di cena. Guardò davanti a sè come vedesse il sogno scorrerle davanti, Milgazia non le disse nulla: così le sarebbe stato più facile visualizzare. "Una torre nera e lucida, che non riflette le nubi. Sembra solida e mi dà sensazioni strane....come se non fosse di questo mondo"
L'espressione di Milgazia si indurì, ma lei non la vide, impegnata com'era a ricordare.
"Ha la forma di un alfiere" continuò. "Non è proprio uguale, ma ci assomiglia....e la ragazza di porcellana è sempre vicina alla porta. Mi aspetta per dirmi le solite cose. Nell'ultimo sogno c'era anche una culla, ma si è sbriciolata" Philia scosse la testa. "Ogni volta ci capisco sempre meno..."
"Nient'altro?" s'informo Milgazia con tranquillità. Finì il the con quell'ultimo sorso e la guardò oltre il bordo della tazzina.
"Sì, un serpente" rispose Philia, rabbrividendo. Una ventata gelida scosse le assi delle finestre con violenza. "Un enorme pitone nero"
Milgazia posò la tazzina che tintinnò sul piattino. "Un pitone nero?" ripetè.
La sua voce aveva un urgenze che Philia non aveva mai sentito.
Philia annuì. "Un'orribile bestia che si avvolge intorno alla torre nera. E alla ragazza di porcellana. Mette i brividi"
"Non ne dubito..." Milgazia sembrò come rimanere incantato per qualche istante. Notò che entrambi avevano finito il the. Il suo sguardo vagò per il tavolo, tra la tovaglia, la teiera e le mani di Philia che stringevano delicatamente il manico della tazzina. "Metto io a posto qui" si offrì, all'improvviso.
Lei afferrò la propria tazza prima che potesse farlo lui. "E di tutto quello che ti ho detto?" esclamò, incredula. Possibile che non gli avesse fatto nessun effetto? Nemmeno un'alzata di sopraccigli questa volta? Milgazia prese il resto delle cose e le portò verso il lavandino, dove Philia lo seguì.
Rumore leggero di porcellana contro il marmo. Versò acqua da un secchio sulle tazzine. Il drago la guardò "Devo pensarci, così su due piedi non dice nulla nemmeno a me...."
Allora perchè Philia aveva la martellante sensazione che stesse mentendo come non aveva mai fatto da quando lo conosceva?
"Andiamo a letto?" la voce di Milgazia interruppe il flusso dei suoi pensieri. Philia si voltò di scatto.
"Eh?"
Il drago non si scompose. "Sono le due. Io rimarrei volentieri qui a parlare, ma qualcosa mi dice che sarebbe difficile domattina raggiungere Lyzeille senza almeno sei ore di sonno dietro le spalle"
Lei rimase immobile. Ripercorse l'ultimo scambio di battute. Quindi si sentì molto stupida e raggiunse l'ennesima gradazione di rosso. "Oh. Certo" esclamò. "C-certo..io ero..sovrapensiero".
Milgazia le sorrise. Piccole pieghe ai lati della bocca. La sua espressione era tutta da raccontare.
Lei infilò la porta a testa bassa. Datti una calmata, Philia....
Milgazia la scortò silenziosamente fino alla porta della sua camera, dove si fermarono, circondati da un silenzio pesante. Lampi oltrepassarono gli spiragli delle assi e illuminarono il corridoio in brevi strisce biancastre.
"Allora..." mormorò Philia, guardando ovunque tranne che nella direzione di Milgazia. Lui invece guardava lei. "..buonanotte?"
"Buonanotte"
Rimasero immobili.
Philia inspirò e si portò i capelli dietro le orecchie, imbarazzata. Le sue guance ormai sembravano due mele mature. Si sistemò la vestaglia almeno quattro volte. Il Lord dei Kataart invece aveva infilato una mano in tasca e con l'altra reggeva un portacandela per farsi luce.
Mentre Philia aveva ormai memorizzato ogni ghirigoro sulle sue scarpette rosa, Milgazia non sembrava più in grado di distogliere gli occhi da lei. La pioggia prese a battere più forte. La sentirono chiaramente aumentare di intensità in quel silenzio perfetto. Poi una sequenza assolutamente casuale di eventi rese quell'attimo un attimo speciale.
Una folata di vento scappò al controllo delle assi di legno e si affrettò lungo il corridoio. La fiamma della candela si spense all'istante.
Ci fu un tuono, troppo vicino perchè Philia non sobbalzasse, colta alla sprovvista.
Non lo vide chinarsi, nè colse il bagliore dei suoi occhi d'oro.
Sentì solo le sue labbra appoggiarsi lentamente sulle sue.
Fu soltanto un istante.
Quando un lampo illuminò il corridoio, Milgazia non c'era più ma il sussurro caldo del suo buonanotte le stava ancora solleticando l'orecchio.
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