TRA LE SPIRE DEL SERPENTE
capitolo 15:
IN MISSIONE PER CONTO DEL RE

Philia non aveva dormito un secondo.
Forse un secondo sì, ma era stato proprio il tempo di battere le ciglia.
Il resto della notte lo aveva passato con gli occhi sbarrati a fissare il soffitto buio e a chiedersi cosa fosse successo.
Nel vano tentativo di darsi una risposta aveva contato tutte le foglie che ornavano il massiccio lampadario vecchio stile che pendeva immobile nel buio. Centosessanta.
E nessun'altra risposta soddisfacente.
Ad un certo punto, più o meno verso le tre o le quattro del mattino, quando un povero gallo rauco aveva cantato senza motivo sbagliando pietosamente orario, si era perfino convinta di aver sognato. E, secondo una certa logica, il pensiero aveva anche un senso.
Milgazia che la scortava galante fino alla sua camera, il vento che spegneva la candela e il drago che si chinava a baciarla.
Impossibile. Sembrava una scena romantica ben congeniata nella storia di un'autrice divenuta improvvisamente troppo sdolcinata.
Insomma, si trattava pur sempre di Lord Milgazia: chissà quante erano quelle che lo aspettavano sui Kataart! Certo non sarebbe arrivato da un giorno ad un altro come il principe azzurro delle favole a baciare proprio lei, semi-sconosciuta proprietaria di un negozietto di anticaglie in una cittadina sperduta nei pressi di Seillune!!
Doveva essersi immaginata tutto, concluse. Magari non proprio tutto. Forse la candela si era spenta sul serio ma Lord Milgazia ne aveva approfittato per dileguarsi e non c'era stata nessuna scena da romanzo rosa.
Sì, doveva essere andata per forza così.
Eppure quel buonanotte caldo e seducente le accarezzava ancora l'orecchio. Per Cephied, se era un sogno era anche fin troppo reale.
Philia si girò sullo stomaco e nascose la testa sotto il cuscino, premendoselo con forza sulla nuca mentre soffocava un grido frustrato.
"MaledizioneMaledizioneMaledizioneMaledizione" borbottò, agitando i piedi. Non riusciva a togliersi dalla testa il viso di Milgazia, nè quello che era successo (o non era successo) in quel corridoio.
Irritata per non riuscire a stabilire una volta per tutte se avesse sognato o meno, si alzò dal letto con le guance rosse come due mele e i capelli biondi che stavano un pò come volevano loro.
Con un profondo respiro si guardò allo specchio, cercando di fare mente locale.
Avevano preso il the, avevano parlato, quindi lui l'aveva riaccompagnata in camera, la candela si era spenta.... e per tutti gli Dei Draghi, si era chinato a baciarla! Lo ricordava alla perfezione.
Milgazia l'aveva baciata!! Milgazia. Lord Milgazia. Quel drago.
Tutto ad un tratto non voleva più scendere a colazione.

Bussarono.
Philia rimase immobile in mezzo alla stanza. I capelli già pettinati e legati in una lunga treccia bionda.
"Ahem.... chi è?" chiese incerta, un occhio verso la porta.
"Philia, sono io"
La ragazza-drago aveva passato le prime ore dell'alba ad eseguire esercizi finalizzati a migliorare e mantenere la calma e la concentrazione.
Si era impegnata sul serio: gambe incrociate, occhi chiusi, respiro regolare. Tutto come da manuale.
Ma quando sentì la voce di Milgazia, andò comunque nel panico. Iniziò ad agitarsi per la stanza, rimettendo a posto cose a caso e buttando tutto quanto nella valigia che divenne una specie di cestino raccogli-tutto, con vestiti, spazzole, scarpe e peluche che spuntavano fuori da tutte le parti in fantasiose composizioni artistiche.
"Qualcosa non va?" chiese Milgazia da dietro la porta, visto che Philia era rimasta in silenzio e sentiva rumori inquietanti provenire dall'interno della stanza.
Qualcosa non va?, chiedeva lui!
Non aveva dormito un solto istante e lui chiedeva se qualcosa non andava?
Certo che qualcosa non andava!!
Philia spalancò la porta quasi scardinandola, in un misto di irritazione e panico. Il vento creatosi scompigliò i capelli di Milgazia che era tutto scintillante e sbrilluccicoso nella sua divisa ufficiale.
Sorrise, educato. "Buongiorno"
"B-buongiorno" balbettò lei, di rimando, ora ipnotizzata dal drago che aveva davanti.
Perchè mi hai baciata?
"La colazione è pronta" la informò Milgazia, senza perdere il sorriso. Forse anche segretamente orgoglioso di essere ammirato a quel modo. D'altronde la tunica bianca bordata d'oro gli stava proprio bene. "Io e Mama Lorein ci chiedevamo perchè non fossi ancora scesa. Ti senti di nuovo male?"
Lei scosse la testa. "N-no. Stavo per scendere"
E sopratutto: perchè non lo fai di nuovo?
Si guardarono per un lungo, silenzioso istante.
Quindi Milgazia non si scompose. "Se mi chino in avanti e lo faccio di nuovo, che cosa rischio?"
Philia stava fissando i suoi occhi dorati e quei lineamenti decisi. Se l'altro drago avesse potuto leggerle i pensieri probabilmente sarebbe arrossito.
"Non troppo, ad occhio e croce" rispose, senza distogliere lo sguardo.
Autorizzato, Milgazia la baciò di nuovo.
Cioè, lo fece davvero. Mica scherzi.

Mama Lorein lì lasciò uscire di casa solo verso le nove e non prima che avessero messo nello stomaco una colazione nutriente, e avessero acconsentito infine a portarsi dietro un cestino di provviste che, a detta della donna, avrebbe potuto essere loro utile durante il viaggio di ritorno. Philia si voltò un'ultima volta a guardare quella donna un pò rotondetta che alzava il braccio e lo sventolava il più possibile per salutarli. Sul viso rubicondo aveva stampato un sorriso felice e alla ragazza-drago sembrò quasi che le strizzasse l'occhio in maniera allusiva, ma quando Philia si girò per controllare, Mama Lorein era già rientrata nella sua casettina. E quella casa era già tornata ad essere una casa come tutte le altre, col suo piccolo comignolo rosso nascosto e al sicuro.
Philia affrettò il passo per raggiungere Milgazia che come al solito si era incamminato più avanti. La città aveva retto il colpo dell'uragano decisamente bene, grazie ai suggerimenti dell'anziana donna. Soltanto il municipio sembrava seriamente devastato. Gran parte delle tegole del tetto erano state divelte dal vento e si erano rotte tutte quante le finestre. Quando Milgazia e Philia passarono dalla piazza principale, un gruppo di muratori era già al lavoro per riparare un'enorme falla apertasi nel muro posteriore.
Il sindaco era un signore alto e magro, dall'aria disperata. L'uomo si affacendava intorno al palazzo dando ordini e facendo domande inutili. Milgazia si fermò soltanto un istante a vedere cosa stesse succedendo. Il suo sguardo si incrociò con quello del sindaco che digrignò i denti.
"Lo conosci?" chiese Philia. Aveva definitivamente abbandonato il lei, visti gli ultimi sviluppi di quel viaggio.
Milgazia insipirò, quindi riprese a camminare. "Sono dieci anni che trucca le elezioni per rimanere sindaco" rispose, osservando il terreno sterrato della strada che si era fatto quasi fango. "E almeno cinque che cerca di raccogliere consensi per buttare Mama Lorein fuori dalla città"
"Oh Cephied! E per quale motivo?" esclamò Philia, decisamente interdetta.
Due bambini piccolissimi corsero nella loro direzione, divertendosi a camminare scalzi nella fanghiglia. I draghi furono costretti ad allontanarsi per farli passare. "Lui e Lorein non vanno molto d'accordo, come avrai sicuramente capito" esclamò Milgazia. Sorrise ad uno dei ragazzini che lo salutò con la mano. Philia ebbe come l'impressione che in realtà lì a Maeryn fossero in molti a conoscere il drago: difatti le bastò alzare gli occhi un istante per scorgere persone affacciate alle porte e alle finestre che scrutavano discretamente il loro passaggio. Ogni tanto Milgazia incrociava lo sguardo di qualcuno ma non faceva alcun cenno.
"Per quale motivo?" chiese Philia. "Una donna con le capacità di Lorein potrebbe fare del bene ad una città come questa. Risolvere parte dei suoi problemi"
Milgazia sorrise, amaro. "E' propro questo il punto" si girò verso di lei e la scortò oltre le porte che conducevano all'esterno della città. "Il più grande problema di questa città... è lui"
Oltrepassarono le porte sotto lo sguardo assonnato e poco interessato di due guardie che recavano le insegne dell'Impero di Lyzeille. Probabilmente Maeryn era una città troppo piccola per possedere un esercito personale e dipendeva dal regno più vicino. La strada sembrava non interrompersi nemmeno e procedeva, ugualmente sterrata, fuori dalla città verso le campagne.
"Andiamo a piedi?" chiese Philia, un pò stranita.
Milgazia sorrise. "Se avessimo altri due giorni a disposizione probabilmente sì, è una delle strade più belle della penisola" rispose "ma siamo già in ritardo. Ci trasformeremo non appena saremo abbastanza lontani dalla città. La gente è già fin troppo nervosa per l'uragano, aggiungi due draghi dorati e ci additeranno come i primi segni dell'apocalisse..."
Sul viso di Philia comparve uno sguardo pensieroso mentre camminava composta accanto a Milgazia, un passo dietro l'altro in perfetta sincronia.
"Non sono mai stata un segno di apocalisse" esclamò fingendosi sovrappensiero.
Milgazia si finse ugualmente serio. "Se è per questo nemmeno io. Ma immagino che sarebbe terribilmente divertente"
Si guardarono, quindi scoppiarono a ridere, ricevendo un'occhiata interrogativa da un contadino e dalla sua mucca rachitica che masticava paziente.

La porta dell'ufficio di Zelgadiss si aprì con un cigolio tormentato che la chimera fu costretto a sopportare stoicamente.
Sollevò lo sguardo dal foglio di pergamena che stava leggendo e si tolse gli occhiali rettangolari, storcendo leggermente il naso a quel rumore insopportabile. Dopo qualche istante la testa violetta di Kain fece capolino, il principe stava spingendo la porta con entrambe le mani distese di fronte a sè come se fosse pesantissima.
"Papà..." esclamò strascicando svogliatamente la parola ancora prima di essere entrato nell'ufficio "cheffaccio?"
Zelgadiss sospirò, posando gli occhiali sul piano della scrivania e riponendo la piuma con la quale stava scrivendo nel suo calamaio di vetro. "Non saprei, Kain" esclamò dolcemente. "Non hai lezione con il signor Sorhan?"
"Uhn-uh" il bambino scosse la testa.
Sorhan era uno dei generali dell'esercito Seillunense più vicini alla famiglia reale. L'uomo, che ora aveva cinquant'anni, aveva pensato bene di ritirarsi dall'esercito e, vista l'amicizia che li legava, aveva ottenuto da Philionel in persona l'incarico di istruire i figli del sovrano ad andare a cavallo. Per ora c'era un solo principe a cui insegnare, ma Shoran avrebbe fatto da maestro anche ai successivi.
A Kain piaceva cavalcare, nonostante ancora non fosse molto bravo. Per il suo quinto compleanno il nonno gli aveva regalato un bellissimo cavallo dal manto bianco che era stato ribattezzato Päivä.
Le lezioni di equitazione del principe si svolgevano tre volte la settimana, a metà del pomeriggio subito dopo le faticosissime ore mattutine del ministro Synor. In genere Kain era entusiasta di incontrarsi con Sorhan, ma in quel preciso istante sembrava particolarmente annoiato, quindi Zelgadiss doveva aver fatto confusione con i giorni.
"Mi pareva il contrario.." borbottò stranito, poi scosse le spalle. "Allora hai un pò di tempo libero"
Kain si trascinò per tutto lo studio fino a lasciarsi andare mollemente sulla scrivania del padre, la guancia contro il legno e una mano che giocava stancamente con uno dei tanti soprammobili di Zelgadiss. "Sì ma cheffaccio?" ripetè di nuovo, dondolandosi.
Il sovrano sospirò nuovamente, quindi decise di riporre gli occhiali nella loro custodia di stoffa morbida. "Valgrav che cosa sta facendo?" chiese. Aveva davanti una lunga pergamena scritta in una calligrafia scorrevole ma un pò disordinata. Forse il testo di una qualche nuova legge redatta dalla mano instabile di un decrepito ministro.
"Sta disegnando" bofonchiò il bambino. Non sembrava particolarmente entusiasta.
Zelgadiss arrotolò la pergamena e la appoggiò al suo posto, in un mucchio con altre che doveva sigillare con la ceralacca. "Bè, perchè non disegni anche tu allora?" mormorò.
Kain sollevò gli occhi azzurri lentamente, dedicando al padre uno sguardo al vetriolo. "Io non so disegnare" rispose, interdetto.
"Allora sarà una buona occasione per farti insegnare!" insistette Zelgadiss.
Il principe, che era ormai quasi sdraiato sulla scrivania, si tirò su di nuovo con aria annoiata. "Non sono capace" lo liquidò in un sussurro.
Spostò la sedia senza sollevarla e producendo un altro simpatico rumore assordante, quindi ci salì sopra in maniera rocambolesca, finchè non piombò con entrambe le mani su tutte le carte del padre. "Giochiamo insieme io e te?"
"Magari più tardi. Adesso ho molto da fare" rispose Zelgadiss, dolcemente. Sapeva quanto per Kain fosse importante passare un pò di tempo con lui, ma la quantità di carte che aveva da sbrigare richiedeva necessariamente la sua attenzione per quella giornata.
"Solo un pochino" insistette Kain, mostrando indice e pollice ravvicinati e inclinando leggermente la testa.
Zelgadiss rimase a fissarlo, quindi ridacchiò alla vista di quel musetto. "E va bene" acconsentì. "Che ne dici se andiamo a trovare la mamma?"
"Si!" esultò il bambino, sollevando le braccia in aria. Poi si precipitò giù dalla sedia, rischiando quasi di finire in terra. Non permise a suo padre di firmare al volo un paio di carte e lo prese per mano, tirandolo. "Andiamo! Hai detto che andiamo ora!!"
"Si, si, d'accordo!" sorrise la Chimera, rinunciando definitivamente al proprio lavoro. Si alzò, mentre Kain puntava inutilmente i piedi per terra nel tentativo di trascinarlo per qualche centimetro. "Fammi almeno uscire di qui!!"

Krimzon non raggiungeva la grandezza di Seillune ma era comunque una città di dimensioni notevoli, sicuramente ben più estesa di altre.
Sorta poco tempo dopo la Capitale della Magia Bianca, possedeva due delle più grandi biblioteche della penisola ed aveva dato i natali a molti degli storici più conosciuti. Era una città di studiosi e di artisti, ricca di enormi palazzi che vantavano in molti casi architetti di origini elfiche o draconiche. "Conosci la storia di Krimzon?" chiese improvvisamente Milgazia, dopo mezz'ora che camminavano in silenzio per le stradine curate e rumorose della grande città del Nord.
Philia, colta di sorpresa scosse la testa. Aveva ancora i pensieri un pò confusi.
Milgazia sorrise, contento di aver trovato un argomento di cui poteva parlare e sul quale sapeva abbastanza per intessere una delle sue caratteristiche presentazioni. Su un piano come questo si sentiva molto più sicuro e magari sarebbe riuscito ad alleggerire quell'aria in bilico tra l'indeciso e il teso che c'era fra di loro quella mattina.
"E' molto particolare!" esordì, con l'indice sollevato. "La città di Krimzon è una delle più antiche della penisola. Pensa che sorge sulle rovine dell'antichissima città di Lyrlaleke!"
Philia lo guardò in silenzio.
"Noto dall'espressione del tuo viso che non hai la minima idea di cosa sto parlando, vero?" esclamò lui, con un'alzata di sopracciglia.
Lei sorrise imbarazzata. "Temo di no"
Milgazia sospirò. "Allora dovrò partire un passo indietro" concluse. Si schiarì la voce per darsi un tono e quindi riprese. "Lyrlaleke è l'antica città che insieme a Gheeran e Ivorynot formava il triangolo magico della Penisola dei Demoni. Stiamo parlando di molti anni fa, ma sempre toppo pochi rispetto a quel danno che fu la barriera demoniaca quindi è del tutto normale che tu non ne abbia sentito parlare nemmeno per caso.
Circa mille anni fa queste tre città rappresentavano non solo un'enorme potenza militare ma custodivano anche l'intero sapere magico della razza umana: intendiamoci, era ben poca cosa rispetto alla nostra Clair Bible ma considerando le limitazioni degli esseri umani c'era di che andar fieri.
Ora, questa supremazia andò avanti tranquillamente finchè le città rimasero in perfetta armonia tra di loro: legate da scambi culturali - commerciali e da matrimoni più o meno di convenienza. Le tre enormi biblioteche e i vari archivi presenti all'interno di queste città erano custoditi gelosamente e resi accessibili soltanto a chi veniva ritenuto adatto dal Consiglio Supremo.... una specie di collegio di saggi, composto dagli esponenti di rilievo provenienti dai tre luoghi"
Milgazia lanciò un'occhiata a Philia per vedere se si era persa in tutte quelle informazioni, ma lei sembrava ascoltarlo con vivo interesse. Era affascinata da tutte le cose che quel drago sapeva e dal modo assolutamente tranquillo con cui le raccontava, riuscendo ad essere al tempo stesso esauriente e non pesante. Rassicurato, Milgazia riprese.
"Intorno a tutto questo sapere fruibile solo da una ristretta cerchia di persone, si formarono numerose Gilde di Maghi in un numero decisamente troppo grande anche per tre metropoli di quelle dimensioni. Spuntavano fuori come funghi, ognuna convinta di formare i giovani apprendisti nel modo più giusto possibile. E fu questo a rovinare ogni cosa. I pochi che avevano accesso a tutta quella conoscenza, spesso ottenevano questo privilegio con il denaro e finivano per sentirsi sempre e comunque in grado di gestire e di insegnare un potenziale simile, creando danni inimmaginabili. In realtà nella maggior parte dei casi, gli insegnanti erano dei totali incompetenti che avevano capito la metà di ciò che aveva letto e che insegnavano quel che rimaneva nel modo sbagliato. Le Gilde divennero gruppi di giovani maghi con idee contorte e ben poca organizzazione, un piccolo esercito di ignoranti che si credevano saggi supremi solo perchè la magia era stata insegnata loro in maniera superficiale da chi aveva letto gli antichi libri.
Ben presto, le Gilde entrarono in competizione l'una con l'altra, creando correnti di pensiero assolutamente folli che finirono per scontrarsi tra di loro. In principio si trattò soltanto di diatribe verbali, ma poi la tensione e l'idiozia presero il sopravvento e quello che era nato come un dibattito di proporzioni esagerate divenne una specie di guerra santa per scoprire chi fra di loro diceva la verità assoluta"
Philia lo ascoltava attenta, mentre percorrevano la strada di un grazioso mercatino di bancarelle colorate. Krimzon era avvolta nel rosso e nel bianco, un accostamento delicato ed apprezzabile. I muri erano di mattoni o di legno, con i tetti spioventi fatti di piccole tegole rossastre. Alle finestre c'erano fiori, come nella sua Rayha, e sulle persiane delle finestre - quasi sempre spalancate - erano intagliate bellissime figure di animali o astratte che decoravano ogni casa in maniera unica. "Qualcosa mi dice che non finì affatto bene" mormorò la ragazza-drago al suo accompagnatore. D'altronde una guerra non portava mai buone conseguenze e le faide ne portavano ancora meno. Non avevano fatto lo stesso i draghi dorati con gli ancestrali, per un motivo altrettanto stupido? Per una lancia, per il potere..... una razza era stata completamente annientata.
"No, difatti fu una tragedia" le confermò Milgazia. "La guerra finì per portare alla rovina tutte e tre le città. Molto del sapere che era stato accumulato andò distrutto per sempre. Ciò che ne rimase, ed era una quantità irrisoria, passò in eredità a Seillune, una città che in quel periodo si stava facendo forte al centro della pianura fertile"
Philia sembrò interessarsi particolarmente a questo punto. "Non conoscevo le origini di Seillune" esclamò con entusiasmo.
"Ci sarebbe molto di più da dire al riguardo ma la discussione ci porterebbe fuori strada. Puoi chiedere ad Amelia, però, sicuramente anche lei la conosce: Synor non manca mai di insegnare la storia di Seillune ai suoi studenti"
Philia sembrava sorpresa. "Synor è stato l'insegnante di Amelia?"
L'altro annuì. "Il primo e il migliore, per usare l'espressione che lui stesso ha coniato" scosse la testa impietosito. "Ed è l'insegnante di Kain. Per quel che ne so, lo sarà anche del bambino in arrivo"
I due si scambiarono un'occhiata allucinata. "Poverino" esclamarono in coro.
Poi risero e Philia riprese. "Ma ti ho fatto perdere il filo! Com'è che Lyrlaleke è diventata Krimzon?"
Milgazia annuì pensieroso, cercando di fare mente locale. "Successe circa cento anni dopo, credo...." si grattò la fronte, incerto. "...non sono un granchè bravo con le date. Ad ogni modo, andò più o meno così: a quel tempo i territori che confinavano con la barriera, erano considerati estremamente pericolosi e selvaggi anche se in realtà c'erano poche motivazioni per definirli tali, tranne forse il fatto che a Nord faceva un freddo insopportabile e a Sud c'era il deserto che non si poteva attraversare. Il mare era già di per sè un limite invalicabile e il resto della Penisola, preclusa a chiunque, era diventata nell'immaginario collettivo una terra di cose orribili. In uno scenario del genere, il popolo nomade degli Ut Amir giunse nei territori nord-occidentali, occupandoli. Contrariamente a quanto si pensava di loro, erano legioni forti e organizzate. Gente che aveva tradizioni ben radicate e una cultura ben più estesa di quanto ci si aspettasse, rappresentata in gran parte da sacerdoti scelti che loro chiamavano druidi"
"Druidi?" chiese incuriosita Philia. Aveva già sentito quella parola nella sua parte di mondo, ed era molto sorpresa di ritrovarla nella storia di un territorio tagliato fuori dalla barriera. "Vale a dire?"
"Particolari sacerdoti investiti dalla divinità stessa che hanno la duplice funzione di ministri della magia e di custodi della storia del popolo" rispose Milgazia automaticamente. "Ma quando gli Ut Amir si stabilirono sul territorio figure di questo tipo si fecero sempre più deboli, fin quasi a sparire. Ne ho ritrovati alcuni aldilà della barriera, ma il numero è decisamente esiguo"
Rimase in silenzio per un pò, come pensando a ciò che aveva appena detto, poi sospirò e riprese. "Comunque sia, gli Ut Amir erano originari dei territori dell'estremo nord e lasciarono quelle terre quando cominciò a mancare il cibo. Trovarono una terra che, nonostante il secolo trascorso, portava ancora i segni di quella terribile guerra magica e non fu difficile per loro impadronirsi dei piccoli villaggi e di quel che rimaneva di Lyrlaleke"
"Dei conquistatori, quindi?"
Milgazia sembrava poco convinto da quell'affermazione. "Uomini disperati, più che altro" la corresse. "Gente che non aveva più niente e che ebbe la fortuna e il merito di riuscire a tirare fuori qualcosa da quelle macerie. Dai resti di Lyrlaleke, dunque, naque Krimzon e con lei il regno di Lyzeille. La scelta del nome fu un colpo di genio, a mio avviso"
Philia sorrise a quel modo di narrare gli avvenimenti storici, infarcendoli di numerose e sarcastiche considerazioni personali. "In che senso?" chiese. Uno dei venditori le mostrò una collana di quelli che lui vendeva come rubini ma che erano soltanto paccottaglia. Philia rifiutò gentilmente con un gesto della mano.
"Lyzeille significa Rinascita" rispose Milgazia, e questo spiegava già un sacco di cose. "Inoltre, come puoi notare, contiene quella stessa particella Ly che era anche nel nome di Lyrlaleke. Chiamare l'impero in questo modo era un omaggio a chi li aveva preceduti e, contemporaneamente, un modo per farsi amici i piccoli regni che avevano conquistato dimostrando grande rispetto per una cultura scomparsa che non gli apparteneva. Ho sempre pensato che chiunque fosse l'artefice di quel nome meritava una medaglia alla diplomazia..."
Il drago sospirò, scuotendo la testa quasi stesse parlando con sè stesso, quindi riprese con un'occhiata dorata che fece arrossire Philia. "Ad ogni modo, questa delicatezza durò veramente poco perchè una volta che l'impero si fu definitivamente imposto sul territorio, circa ottocento anni fa, iniziò a rivendicare il diritto a quel sapere magico che per forza di cose era stato ereditato da Seillune. La dinastia reale, ossia gli Ut Amir — di cui tra l'altro Re Gordon è l'ultimo discendente —, iniziarono a dire che Krimzon era l'erede naturale di Lyrlaleke e che incarnava lo spirito delle tre grandiose città magiche scomparse. Per tanto, qualsiasi libro, pergamena o incantesimo provenisse da quel passato avrebbe dovuto essere consegnato all'impero di Lyzeille"
"E Seillune?" chiese subito Philia. In realtà con quelle domande le sembrava di interrompere la spiegazione di Milgazia, ma era anche vero che a star zitta le sembrava di passare per una persona annoiata e poco interessata. La verità era che di quella storia non sapeva un bel niente e voleva saperne di più da Milgazia, che però stava parlando da solo da venti minuti e lei non sapeva come fargli capire che stava ascoltando se non con qualche domanda di tanto in tanto.
"A quel tempo la Capitale della Magia Bianca aveva un esercito attivo come tutti gli altri stati" esordì Milgazia, già sapendo che quella notizia avrebbe colto di sorpresa Philia che spalancò gli occhi presa alla sprovvista. "Era impensabile, allora, governare un regno senza una forza militare pronta all'uso. Il regime illuminato e pacifista iniziò soltanto due secoli dopo quando fu incoronato Hazel, il sesto o settimo re di Seillune, ora non ricordo con precisione." Alla successiva faccia interrogativa di Philia, Milgazia specificò "Uno dei più famosi antenati di Philionel, se guardi i ritratti vedrai che si somigliano pure, stessa stazza, stessi baffi....forse era un pochino meno esagitato"
Philia rise, finendo per coprirsi la bocca con una mano. Si schiarì la gola per ritrovare un contegno. "E così fu guerra di nuovo?" chiese. L'idea di una Seillune pronta alla guerra non era facile da immaginare per lei che aveva visto per la prima volta quella città soltanto dieci anni prima. Ricordava perfettamente la sensazione di tranquillità e di pace che le aveva ispirato, anche soltanto guardando quella stella di mura bianche e lucenti dall'alto della collina di Kohen.
Milgazia annuì. "Fu guerra e lo fu a lungo" confermò, usando un'espressione che solo lui avrebbe potuto usare in un dialogo come quello. "Il conflitto coinvolse anche molti dei regni vicini, come Raltargue e Kalmaart, che in alcuni casi persero molti territori. Zoana è l'unico regno che non subì questo trattamento e mantenne una propria identità grazie al matrimonio dell'allora principe ereditario di Seillune che si chiamava Lothar, se ben ricordo, e la principessa di Zoana che a quei tempi era una signorina molto composta di nome Eliane. La quale, tra l'altro, fu ricordata in seguito perchè ebbe il merito di scoprire un potenziamento del recovery che è tutt'ora usato dagli esseri umani"
"Una regina di Zoana che usava la magia?" chiese Philia stupita, ricordando Martina e la sua fissazione per i golem e i macchinari in genere. L'unica volta che era stata a Zoana aveva visto che la mania della donna coinvolgeva non solo lei ma anche tutti i suoi sudditi. C'erano pochi maghi da quelle parti.
Milgazia annuì. Infilò una mano nella tasca invisibile della tunica e ne estrasse qualche moneta d'oro che lanciò nel piattino di una bambino che stava facendo l'elemosina. Il piccolo passò accanto al drago, regalandogli un sorriso sdentato e Philia non potè fare a meno di notare che Milgazia lo aveva guardato come se gli fosse dispiaciuto potergli dare solo qualche moneta. "Il Consiglio dovrebbe scendere in strada a vedere come sta davvero questa gente...." mormorò indignato, un pò perso in pensieri tutti suoi. Scosse la testa, rendendosi conto di aver interrotto il racconto. Guardò Philia con aria di scuse, intanto che cercava di riprendere il filo. "Allora le cose erano diverse" disse alla fine. Il suo viso era un pò più tirato, ma di nuovo gioviale. "Le zone di magia si sono spostate col tempo e le famiglie che ne facevano uso sono sparite o hanno subito dei cambiamenti. Ecco quindi che i sovrani di Zoana creano macchinari in ferro e la dinastia di Seillune - ora Greywords - fa largo uso della magia, quasi quanto Sailarg. La città santa per eccellenza"
"Seillune non è cambiata molto sul piano magico, però" gli fece notare Philia. "Cioè, voglio dire, il loro potere è andato semmai aumentando, non si è nè modificato nè è scomparso"
Milgazia sollevò per un istante le sopracciglia, come a farle notare che era una cosa un pò ovvia. "I Seillunensi sono seduti sul più grande catalizzatore artificiale di magia dell'intera Penisola. Anche se non volessero più essere una stirpe di maghi, direi che sarebbe un pò impossibile che il loro desiderio si realizzasse ti pare? Tanto più che possiedono libri talmente rari e potenti da essere motivo sufficente per scatenare una guerra. Non c'è da stupirsi se non hanno mai abbandonato la magia in tutti questi anni"
Philia ci ragionò su un istante e poi finì per annuire, come sempre Milgazia aveva ragione. "Insomma, la guerra come finì?" chiese poi, visto che l'altro drago non aveva concluso il racconto.
Milgazia allargò le braccia indicando tutto ciò che li circondava. "I risultati li vedi tutt'ora. L'impero di Lyzeille si ingrandì ulteriormente, inglobando Atlas, Sailarg e Telmoord che fino a quel momento erano appartenute al regno di Raltargue, ma non riuscì mai ad impadronirsi del sapere di Seillune, la quale divenne da quel momento in poi Capitale indiscussa della Magia Bianca. Due anni dopo la guerra furono erette le famose mura a forma di stella, che all'inizio erano preventive, in caso di un altro attacco militare, e solo in seguito persero questa funzione divenendo ciò che sono ora: un catalizzatore, appunto"
Philia rimase in silenzio per un pò, come se assorbire tutta la storia richiedesse un particolare momento di raccoglimento che comunque Milgazia fu più che lieto di concederle. Gli piaceva raccontare storie, sopratutto se erano vere. C'era sempre un pò di meraviglia negli occhi di chi lo stava a sentire ed essere capace di evocare immagini ormai perdute da secoli era una capacità che lo riempiva di orgoglio. "Dev'essere complicato ricordarsi tutte queste cose" esordì all'improvviso Philia, mandando in frantumi i suoi sogni di gloria. "Ancora mi chiedo se io ne sarò capace"
"Così mi fai sentire decrepito, Philia" commentò Milgazia, interdetto. Le sue orecchie sfarfallarono per qualche istante prima di stabilizzarsi definitivamente verso il basso. "Comunque diventa molto più semplice se le cose le hai vissute invece di studiarle"
Philia aggrottò le sopracciglia "Ma se non sbaglio a quel tempo i Kataart erano chiusi e i draghi non ne uscivano quasi mai" disse. "O almeno così mi pare di aver letto"
Milgazia tirò su col naso brevemente. "Bè ogni tanto si" commentò. "E poi le notizie arrivavano! Siamo sempre stati un pò musoni da quelle parti ma ci tenevamo a sapere cosa succedeva nel resto del mondo!! Anzi, a dirla tutta, ci chiesero anche aiuto... ma ovviamente rifiutammo"
"Ovviamente" borbottò Philia.
Milgazia sospirò, sorridendole. "Rientra nella politica delle alte sfere, non nel cuore dei draghi e tu lo sai meglio di me" le disse, riferendosi implicitamente alle sue dimissioni. "I draghi aiuterebbero la gente, se non fossero educati fin da piccoli ad un comportamento assurdo come quello che il Consiglio dei Draghi si ostina a mantenere"
"Quindi da allora non è cambiato niente?" disse Philia, con rammarico.
Milgazia scosse la testa. "Temo di no" poi rise, ripensando alla storia che aveva appena raccontato. "Pensa che mi spedirono sia a Krimzon che a Seillune con un affare improponibile"
"Cioè?"
"Mi dissero di suggerire ai due sovrani che per far finire la guerra noi eravamo disposti a custodire il sapere magico per il quale stavano lottando così furiosamente. Mi ricordarono di specificare che noi eravamo quelli più adatti perchè già possedevamo la Clair Bible" Milgazia fece una smorfia mentre raccontava. "Ci mancò poco che mi ammazzassero..."
Philia lo guardò allucinata. "Santo Cephied....ma era una follia! Che presunzione!"
"E' buffo sentirti parlare così della tua stessa razza, ma ti capisco" disse Milgazia sorridendo. "Più o meno è quello che pensai anche io, ma d'altra parte erano ordini"
Philia fece per aprire bocca ma prima che potesse parlare, Milgazia le indicò il palazzo che distava meno di cento metri. "Eccoci arrivati.." esclamò, concludendo la discussione ed impedendole di porre qualsiasi altra domanda.
Il castello di Re Gordon era in piedi da secoli e vantava l'invidiabile primato di non essere mai stato nè abbattuto nè conquistato. Questo se non si voleva contare il gruppo di demoni che aveva violato senza problemi le mura, uccidendo la regina e suo figlio.
Ma d'altra parte uomini e demoni non potevano essere messi sullo stesso piano, sebbe le due razze condividessero molti aspetti dello stesso carattere.
Il portone, ancora aperto ad accogliere la fila di sudditi che venivano a portare i loro omaggi, si apriva sulla facciata spoglia e massiccia di un'enorme costruzione in pietra serena che trasmetteva al tempo stesso un forte senso di imperiosa potenza e una freddezza quasi fisica.
Philia ebbe l'impressione che, toccandole, quelle pietre le avrebbero gelato la mano.
Il castello aveva tre torri, anch'esse massicce e severe, incoronate di merli larghi e geometrici che conferivano all'intera struttura un rigore militare e preciso. Niente a che vedere con le curve morbide delle guglie di Seillune.
"Non eri mai stata qui, vero?" chiese Milgazia, notando l'espressione sul suo viso.
La ragazza-drago scosse la testa, con lo sguardo per aria catturato da trifore che brillavano di vetri rosso sangue, argento e oro. "Sembra così.... triste" mormorò, quasi senza rendersene conto. C'era una sorta di strana e malinconica bellezza in quelle pietre nude e grezze. Philia pensò che fosse come trovarsi in cima ad una montagna ghiacciata: la cui visione poteva costringerti in lacrime per la sua bellezza ed essere, al tempo stesso, quanto di più duro la natura aveva da offrire. Era un miscuglio di sensazioni inscindibili. Il castello la affascinava nelle sue geometrie e nella sua rigidezza, ma c'era una sorta di dolore in quel portone gigantesco, tra quelle finestre solitarie e vuote come se il calore vi avesse dimorato una volta ma se ne fosse allontanato da tempo, lasciando ogni cosa fredda e distaccata.
"Capisco cosa vuoi dire" commentò Milgazia, seguendo il suo sguardo. "Rispecchia il carattere del suo sovrano"
Philia si voltò a guardarlo, con aria incuriosita. "Non conosco Re Gordon, se non di fama" ammise. "Sono sicura di averlo intravisto una volta, ma non lo ricordo"
Il drago inclinò leggermente la testa verso le mura. "Guarda queste pietre e ci troverai dentro lui e tutta la sua stirpe" rispose, mentre attraversavano le porte principali sotto lo sguardo vigile di due guardie armate fino ai denti.
"Non sembri entusiasta di lui" disse Philia, piano.
Milgazia continuò a guardare dritto davanti a sè con le mani dietro la schiena.
"Non brilla per simpatia" concluse.

Al castello di re Gordon non si aspettavano di veder arrivare due persone. Non si aspettavano due draghi dorati capaci di tornare indietro prima del messaggero e sopratutto si aspettavano il sovrano in persona. Per i primi dieci minuti i ministri e quanti contassero qualcosa in quel castello si considerarono profondamente offesi per la mancanza di rispetto da parte del regno di Seillune e indignati con il sovrano per aver relegato qualcun altro a rispondere alla loro richiesta d'aiuto. Poi si era saputo che si trattava di Lord Milgazia e si era scatenato il panico. Quando lui e Philia misero piede oltre il portone del castello, erano già pronti in quattro a chiedere al drago cosa gradisse per pranzo, se volesse farsi un bel bagno caldo prima dell'udienza con il re, se più tardi avrebbe necessitato di un qualche tipo di assistenza per controllare la stanza della defunta regina Madeleine e, non ultimo, se desiderava che in presenza della sua illustrissima persona individui a lui sgradevoli venissero allontanati.
Philia rimase sconvolta, un passo dietro a Milgazia, mentre i quattro uomini - che dovevano essere ognuno a capo di una specifica parte della servitù - bersagliavano Milgazia con domande su domande, desiderosi di sapere in che modo potevano rendergli piacevole la permanenza a Lyzeille. Lei sapeva che Milgazia era un drago importante, una figura nota all'interno della Penisola e certo era d'accordo sul fatto che meritasse una determinata accoglienza: ma da lì a venerarlo fin a quasi a cospargere di petali il pavimento che calpestava ce ne correva!
Lanciò occhiate a Milgazia che non sembrava a disagio quanto lei. Anzi, chiamò per nome le quattro persone, dimostrando non solo di trovarsi perfettamente a suo agio ma di conoscere anche chi lo stava servendo e riverendo a quella maniera. A questo punto il drago avrebbe potuto cadere dal piedistallo sul quale lei lo aveva messo e lasciarsi andare a presunzioni di ogni genere ma non lo fece. Rimase il solito Milgazia che, dell'aria divina che gli attribuivano, aveva ben poco.
"Non ho bisogno di stanze, ripartirò questo pomeriggio" rispose, mentre tutti e sei svoltavano in un enorme corridoio piastrellato di minuscole tasselline azzurre. "E per carità non disturbate nessuno. Trovo molto fastidioso tutto quel via vai di gente ogni volta che entro in una stanza. Lasciate vivere le persone dove hanno sempre vissuto, per favore"
I quattro annuirono silenziosamente. Due di loro si lanciarono un'occhiata dubbiosa, ma non proferirono parola mentre Milgazia continuava a rispondere alle loro domande con garbo, ma con fermezza, smontando la metà delle cose assurde che quelli gli proponevano. "Per quanto riguarda il pranzo, pensateci voi. Basta che non sia carne, nè minestra"
"Minestra, milord?"
Milgazia dedicò all'omino basso e grassottello che gli correva appresso un sorrisone pacifico. "Quella brodaglia verdastra che va tanto di moda dare agli ospiti" arricciò il naso. "Non mi piace"
"Oh ma si certo, certo. Assolutamente" l'omino estrasse una pergamena dalla tasca e depennò l'ultima voce. "Niente minestra"
"In quanto all'assistenza, milord?" chiese il primo.
"Come vede ho già una deliziosa e qualificata assistente" rispose, indicando Philia gentilmente. La ragazza sorrise. "Lasciate che vi presenti la signorina Philia Ul Copt"
"Ul Copt?" uno dei quattro, quello che si occupava del pranzo, guardò la ragazza come se tentasse di capire chi si trovava davanti. "Possibile che io abbia già sentito questo cognome?"
"E' molto probabile" intervenne Milgazia, senza per altro preoccuparsi di guardare lei o anche l'ometto. Continuava a procedere spedito lungo il corridoio. "La signorina è figlia di Vazaard Ul Copt, uno dei nomi più ricorrenti delle nuove cronache provenienti dal sud della nostra Penisola"
L'omettino ci pensò su qualche istante, strizzando gli occhi in una buffa smorfia. Poi all'improvviso li spalancò come se avesse avuto un'illuminazione. "Ma certo! Adesso rammento!" esclamò euforico in direzione della ragazza drago. "Vostro padre era una figura importante dell'esercito di Vrabazard, dico bene?"
Philia divenne compleamente rossa. In realtà non ricordava molto di suo padre. Sapeva che era un valoroso combattene ma niente di più perchè era morto pochi mesi prima della sua nascita e sua madre era così distrutta dalla sua mancanza che parlarne la faceva soffrire, così Philia aveva smesso di chiedere. Sapeva di lui attraverso le Cronache che probabilmente ora, con la caduta della barriera, circolavano anche in questa parte del mondo. "Sì, signore" rispose dolcemente. "Generale, per la precisione"
L'omettino annuì, ricordando altri particolari letti man mano che ne parlavano. "Vero, vero" annuì con foga, poi alzò la testa guardando Philia che era una ventina di centimetri più alta. Forse anche di più. "Beata voi signorina Ul Copt che lo avete conosciuto, sareste così gentile da parlarmi di lui se abbiamo tempo questo pomeriggio?" chiese.
Philia rimase in silenzio, deglutendo. L'uomo si affrettò quindi a scusarsi. "Perdonate la mia insolenza" disse, chinando il capo. "Non tengo mai a freno la lingua quando si tratta di queste cose"
"Non vi preoccupate" esclamò Philia. "E' solo che non posso esservi di nessun aiuto, io non ho mai conosciuto mio padre"
L'ometto rimase un pò stupito dell'affermazione, così come sembrò esserlo Milgazia che le dedicò un'occhiata di sfuggita. "Non ne ero al corrente, signorina" disse l'uomo chinando il capo. "La prego di scusarmi"
Philia si sentì avvampare le guance, mentre una serie di pensieri le riempiva la testa. "Non fa niente, davvero. Non è colpa sua" balbettò di fretta.
Sentì Milgazia schiarirsi la voce, come a riprendere il filo di una discussione che era scivolata ben lontano dall'argomento principale.
"Sfortunatamente non abbiamo molto tempo a disposizione" mormorò. "Vuole condurci dal sovrano, per cortesia?"

Milgazia aveva già incontrato il sovrano di Lyzeille prima di allora, ma quello che si trovò davanti non era lo stesso re Gordon che ricordava. L'uomo sembrava invecchiato di dieci anni ed era distrutto dal dolore. Quando entrarono nella sala del trono, non si voltò nemmeno a guardarli e rimase afflosciato sul trono con lo sguardo perso nel vuoto.
Uno dei ministri si chinò su di lui e lo sentirono mormorare i loro nomi, ma il re non sembrò particolarmente colpito dalla notizia. La testa sorretta dalla mano, si voltò salutandoli con un gesto del capo.
Il ministro sospirò, quindi fece lui gli onori di casa e andò incontro ai due draghi. "Perdonatemi, Lord Milgazia" esclamò, come se Philia non gli stesse camminando davanti allo stesso modo. "Sua maestà non si è ancora ripreso"
Milgazia sollevò una mano. "E' comprensibile" commentò, trovando decisamente superfluo quell'appunto. A quell'uomo erano stati uccisi brutalmente sia la moglie che il figlioletto appena nato. Cosa si aspettavano che facesse? Che ballasse ed elargisse sorrisi entusiasti?
Li fecero accomodare su due enormi sedie di legno, proprio davanti al trono. Il Re osservò tutta la procedura con occhio distaccato, sembrava che non gli importasse assolutamente niente della loro presenza, e forse era così. D'altronde trovare il colpevole non gli avrebbe restituito la sua famiglia. "Lord Milgazia" mormorò alla fine. "Non mi aspettavo di vederla qui, oggi"
Il drago sedeva composto, con le mani in grembo. Indossava la sua solita tunica bianca e dorata che Mama Lorein aveva lavato e stirato per lui. Era una palandrana di cotone bianco, con i blasoni dorati e il simbolo di Ragadria ricamato sul davanti. Philia notò per la prima volta le insegne di generale e i quattro simboli intorno allo stemma del dio dei draghi dell'acqua che lo identificavano come un membro di rilievo del Consiglio Generale dei Draghi. C'era qualcosa di ufficiale in lui, quella mattina. Pensò che era decisamente lontano dall'immagine gioviale e sincera che le aveva mostrato la sera prima. Più freddo. "Sua Maestà, Zelgadiss Greywords si scusa per la sua assenza ma viste le delicate condizioni della regina sua moglie ha preferito non abbandonare il castello e ha affidato a noi il compito di aiutarvi"
Solo allora Re Gordon sembrò notare Philia, che sedeva in silenzio al fianco di Milgazia. La ragazza drago aveva l'aria un pò spaesata e si sentiva decisamente fuori posto in un luogo come quello dove lei, in realtà, non aveva nessun ruolo. Si spostò a disagio su quella sedia scomoda e si lisciò le pieghe della gonna bianca che indossava, cercando di assumere un aria seria.
"Non credo di avere il piacere di conoscervi, signorina...?" Il sovrano alla fine comprese che rimanere piegato sul bracciolo del trono non era un atto di educazione nei confronti dei suoi ospiti, così si sforzò di rimanere eretto. Il suo viso, ad ogni modo, rimase la maschera di disperazione che era.
"Philia, Maestà" rispose la ragazza drago. Il nome le uscì incerto, sentiva quasi la voce raschiare. "Philia Ul Copt"
"Siete anche voi un membro del Consiglio dei Draghi, signorina Ul Copt?" s'informò il sovrano.
"N—"
"Sì, maestà" intervenne Milgazia. Non la guardò mentre mentiva. "La signorina Ul Copt mi farà da supporto durante i rilevamenti. Sempre che questo per voi non sia un problema"
Philia lo guardava con gli occhi spalancati e la bocca serrata. Non ebbe il coraggio di contraddirlo e, a conti fatti, non era nemmeno sicura di riuscirci. Aveva visto come Milgazia riusciva ad avere il sopravvento in una discussione. Ma perchè mentire al sovrano? Perchè rifilargli una menzogna così grossa: lei il Consiglio nemmeno lo aveva mai incontrato! Non sarebbe bastato dire a Re Gordon che anche lei era un drago e che era lì per aiutarlo, nel cordoglio che la notizia di quelle due morti aveva portato?
Sì sentì presa in giro, quanto e più del sovrano di Lyzeille. Si chiese se le avrebbe mai concesso di parlare o se avrebbe continuato a decidere per lei e a parlare al suo posto anche in seguito.
"No, nessun problema" stava dicendo Re Gordon. Poi sospirò, un respiro sofferto. "Spero solo che riusciate a trovare un indizio"
Milgazia rimase impassibile mentre il sovrano crollava di nuovo e i suoi occhi si riempivano di lacrime. Philia non ebbe il tempo di compatirlo perchè il suo cervello era ancora impegnato a capire il motivo per cui Milgazia si era comportato e si comportava tutt'ora a quel modo.
Sentì alcuni ministri cercare di tranquillizzare il sovrano, ne sentì altri scortarlo via dalla stanza e altri ancora che li conducevano fuori dalla sala del trono. Capì vagamente che si stavano dirigendo nella stanza dell'omicidio, ma in quel momento la notizia non le fece alcun effetto.
Era troppo presa da quello che era accaduto e dal fatto che Milgazia non le avesse lanciato nemmeno un'occhiata, nemmeno il minimo sguardo per metterla al corrente dei propri pensieri, per farle capire almeno in parte che cosa avesse in mente.
Era come se la stessa trascinando, convinto che non fosse capace di pensare con la propria testa.
La cosa la fece imbestialire.
Ma non ebbe modo di farglielo notare.
Non quando il primo ministro, aprì loro la porta su un lago di sangue e interiora.

C'era un odore insopportabile mischiato a quello dolciastro del sangue.
La porta si aprì su una scena che nessuno avrebbe mai dovuto essere costretto a vedere.
Quel che rimaneva dei due cadaveri era sparso ovunque ed era lì da giorni.
Philia fece in tempo a scorgere le pareti macchiate di rosso prima di riprendere a vomitare.
Non era nemmeno entrata.
Urlò. E lo fece così forte che accorse gente e i ministri si misero in allarme.
La ragazza drago si portò le mani alla bocca, cercando di smorzare i singhiozzi e le esclamazioni isteriche ma non riusciva a smettere di urlare. Milgazia non sembrò sconvolto quanto lei. Il suo sguardo si era fatto ancora una volta distaccato, come se ciò che vedeva facesse parte di un mondo che non era il suo. Ma non proseguì oltre. Chiuse la porta, distogliendo rispettosamente lo sguardo e fece qualche passo indietro.
I ministri osservarono l'intera scena in silenzio, non sapendo se e come soccorrere Philia che piangeva, una mano appoggiata al muro, l'altra a reggersi lo stomaco in previsione di un secondo conato. Anche se sembrava impossibile che potesse vomitare altro dopo il primo.
Milgazia le si avvicinò in silenzio e per un qualche effetto ottico, forse dovuto al fatto che Philia era in condizioni orribili, sembrò enormemente più alto e imponente.
Philia lo sentì arrivare e si tirò su, ma piangeva così forte che le lacrime le scorrevano a fiumi sulle guance.
Milgazia le passò un fazzoletto pulito da un'improbabile tasca della lunga tunica.
"Io...non credo" mormorò l'ex-vestale "Non credo di poter entrare là dentro..."
Aveva ignorato il fazzoletto, così fu lui ad asciugarle le lacrime. "Devi, Philia" rispose, ma parlando così piano che lo sentì soltanto lei.
La ragazza drago tirò su col naso, scuotendo la testa. "Non..non posso" balbettò. Aveva le labbra arrossate, bagnate di lacrime. Scosse di nuovo la testa come se questo avrebbe reso le sue parole più convincenti. "Non voglio entrare"
Milgazia sospirò, quindi la prese per le spalle.
I suoi occhi d'oro si concentrarono sul viso di Philia, stravolto dal dolore.
"Ho bisogno di te, là dentro" disse, con voce sincera.
Lei si passò una mano sugli occhi. Aveva smesso di piangere, ma sembrava sul punto di crollare ancora. "Perchè?" chiese, calcando la voce su quella parola. Non capiva. Non capiva perchè Milgazia avesse bisogno del suo aiuto, sopratutto quando era chiaro che non poteva sopportare la vista di quel massacro più a lungo di qualche manciata scarsa di secondi. Come poteva aiutarlo, lei? Non si intendeva di omicidi e qualsiasi rito funebre certo lui poteva farlo da solo. Oppure poteva occuparsene lei, ma fuori da quella stanza.
Milgazia spostò entrambi di qualche passo e abbassò ulteriormente la voce. Non ebbe bisogno di voltarsi per sapere che i ministri e chiunque fosse accorso alle grida isteriche di Philia, stava facendo gli sforzi più fantasiosi per riuscire a carpire anche solo una parola.
"Se là dentro c'è qualche traccia invisibile..." sussurrò, senza mai staccare gli occhi da lei "..io non sarò in grado di vederla. Tu invece si"
Philia sgranò gli occhi. "Che cosa..non capisco!"
"Sei una vestale" precisò.
Philia spostò lo sguardo sui propri piedi, ma poi tornò a guardare lui. "Non lo sono più da molto tempo, ormai"
"Questo non ha nessuna importanza" continuò Milgazia.
"Ce l'ha perchè mi sono dimessa!!" puntualizzò la ragazza drago, ricordando l'esatto istante in cui aveva riconsegnato all'anziano i suoi simboli di vestale. Era stata una scelta dura, ma non si era mai pentita di averla fatta. Il suo legame con i draghi dorati si era interrotto in quell'esatto istante e, per quanto la riguardava, non doveva mai più ricrearsi.
"Il potere che avevi prima, ce l'hai ancora. Non si estingue con le dimissioni, Philia!!" insistette Milgazia. "E' dentro di te"
Lei rimase in silenzio, la testa piegata di lato.
Sapeva che le parole di Milgazia erano vere. Aveva smesso di ascoltare quello che Cephied aveva da dirle molto tempo prima, ma sentiva sempre la sua energia. Sentiva il calore e la forza del potere divino. Non avrebbe mai potuto liberarsene.
Ma questo non bastava a darle il coraggio per entrare in quella stanza rossa di sangue e aprire gli occhi su quel massacro ingiustificato.
Non aveva i mezzi per rimanere distaccata come faceva lui.
"Philia.." Milgazia la chiamò gentilmente, costringendola a voltarsi verso di lui. "Lo so che è dura, ma sei l'unica qui che può darmi una mano"
"Come? Vomitando anche l'anima?" sbottò lei, alla fine.
Milgazia espirò profondamente. "No" esclamò deciso. "Mi descriverai ciò che non posso vedere"
"E' per questo che mi hai baciata ieri?" Philia alzò un pò la voce. Qualcuno captò stralci di conversazione, il mormorio alle loro spalle si fece ancora più animato. "Così ti sarebbe stato più facile convincermi a darti una mano?"
La mascella del drago s'indurì, ma i suoi occhi rimasero chiari.
"Non ti avrei mai baciata se non fossi stato sicuro che tenevo a te più di ogni altra cosa!!" esclamò. "E mai, al mondo, mi sarei azzardato a fare una cosa così importante solo per avere qualcosa in cambio!"
"Milgazia, là dentro c'è l'inferno!!" esclamò Philia all'improvviso. E per la prima volta gli urlò in faccia come non si sarebbe mai sognata di fare con nessuno, figuriamoci con lui.
Lui la guardò dritto negli occhi.
"Allora stringi i denti e attraversalo con me" le urlò a sua volta. "O saremo venuti qui per niente"

"Che cosa vedi?"
Milgazia era in piedi in mezzo alla stanza e continuava ad osservare le pareti e il pavimento, valutando quello che aveva davanti agli occhi.
Stava cercando di ricostruire cosa fosse successo ma non era facile.
Il sangue aveva coperto ogni cosa e c'erano impronte ovunque. Piccole impronte allungate e scordinate. Decisamente troppo confuse per capire di che razza fossero e ad ogni modo lui non aveva la competenza necessaria per identificare quel tipo di indizi.
Era lì per capire se le ipotesi sui demoni erano esatte o meno e l'unico modo che aveva di scoprirlo era decifrare le sensazioni che Philia avrebbe percepito dai resti dei due cadaveri e dal sangue incrostato su ogni superfice visibile.
Se c'era stata qualche energia demoniaca ed era rimasta là dentro, lei l'avrebbe sentita. "Philia?"
Il drago si voltò, ma Philia non lo stava guardando. Era immobile, in piedi qualche centimetro dietro di lui.
Aveva gli occhi chiusi e il viso rivolto al soffitto.
"Philia?" la chiamò ancora, ma lei sembrava non sentirlo.
La ragazza drago avanzò nella stanza e lui si scostò per farle spazio. I piedi dell'ex-vestale pestarono il sangue rappresso in una macchia enorme che s'immergeva nel buio sotto al letto.
"Piange" disse semplicemente.
L'attimo dopo le sue ginocchia cedevano e lei finiva sul pavimento.
Milgazia provò a sostenerla ma lei si adagiò in ginocchio sul pavimento e lui non potè fare altro che assecondarla.
La vide allargare le braccia e dischiudere gli occhi che improvvisamente erano senza pupilla.
Era un flusso di energia costante e scura quello che vorticava nella stanza, con un'insistenza e una forza spaventose.
Philia lo sentì lasciare i resti dei due cadaveri, il sangue e le interiora e riunirsi intorno al suo corpo, circondandola completamente.
La forza di quell'energia le coprì la visuale. Non riusciva più a scorgere il pavimento o le mani di Milgazia che tentavano di tirarla su in piedi.
Si fece tutto buio e lo scorrere di quell'energia si trasformò in parole.

Sangue. Dolore.
Philia sentì il mormorio di parole che si ripetevano all'infinito.
Sangue, sangue, sangue.
Dolore, dolore, dolore.

Le rimbombavano in testa in un fruscio continuo e insistente senza finire, senza riprendere da capo. Ascoltò a lungo, seguendo il ritmo di mille voci che si sovrapponevano dicendo tutte la stessa cosa. Ad un certo punto si accorse di non essere in grado di ascoltare nient'altro oltre al lamento che proveniva da quei resti, ma non ne era spaventata.
Qualunque cosa fosse, sapeva che lei era lì per aiutare. L'energia era avvolgente e calda e intima. Lasciò che il buio la confortasse, che fosse solo l'assenza della luce del giorno e non un luogo di nulla, presente solo negli incubi.
In quella nuova consapevolezza, le voci acquisirono forza, spessore e tono.
A tratti le parole divennero volti che non conosceva. Facce rotonde di bambini, visi allungati di donne tristi.
"Vedo il sangue, sento il dolore" sussurrò Philia, sentendo dentro di sè che era necessario parlare piano. Le sue parole apparvero del tutto prive di senso a Milgazia, che le udì distorte. In una lingua che non era il draconico nè altra lingua che lui conoscesse.
Odio è a capo di tutto.
Esso ha portato il sangue.
E il sangue ha provocato dolore.

Le voci si ridussero a due soltanto che parlavano nello stesso momento, poi di nuovo esplosero in cento, mille sussurri diversi attraverso i quali arrivò il pianto di un neonato. "Chi ha sparso il sangue?" chiese Philia.
Lo ha sparso l'odio, lo ha sparso l'invidia e l'ambizione. Le tue domande sono difficili.
"Un bambino e sua madre sono morti qui, due giorni fa?" mormorò Philia.
Le voci rimasero in silenzio. Lei sentì soltanto un fruscio lontano, lieve.
Poi uno schianto. La risposta è si.
Quelle che aveva intorno erano forme semplici di energia. Essenze residue che non avrebbero compreso un interrogatorio troppo complesso.
Tecnicamente non rispondevano alle sue domande con razionalità, ma si avvicinavano alla risposta che più sembrava logica.
"I demoni hanno ucciso la madre e il bambino?"
Sì. No. La tua domanda non ha risposta.
"Non capisco" Philia, inspirò.
Era come vivere un secondo sogno in cui qualcuno le diceva cose che lei non capiva. Si chiese perchè tutte le entità che avevano qualcosa da dire, scegliessero lei come tramite. "Sento energia demoniaca" commentò.
Energia demoniaca. Brava.
Il vorticare delle voci e dell'energia aumentò e si concentrò intorno alle sue mani, costringendole ad avvicinarsi. A piegarsi l'una verso l'altra.
Provò a resistere ma era del tutto impossibile. Da fuori, Milgazia la vide lottare contro qualcosa che non vedeva. Osservò in silenzio mentre univa le mani come a ricevere qualcosa.
Tra le mani di Philia l'energia divenne dapprima scurissima, quindi fu invasa da stralci di luce bianca che la attraversarono sfrigolando. La sfera divenne un cerchio vuoto tra le sue mani. Poi, con estrema lentezza, dai lati del cerchio partirono linee brillanti che formarono un disegno ben definito, percorrendo l'interno del cerchio con sicurezza e precisione.
Le voci s'interruppero durante quell'operazione.
Estranea, la voce di Milgazia fu di nuovo udibile. "Philia, adesso basta" stava dicendo. "Svegliati"
"E' un serpente..."
Milgazia si fermò, accosciato accanto a lei. "Philia..." balbettò "...stai vedendo..."
"Il simbolo" riprese la ragazza drago, i suoi occhi erano ancora privi della pupilla ed erano fissi su ciò che solo lei poteva veder nascere tra le sue mani. "..un simbolo..."
"Descrivilo, prima che svanisca.."
"E' un serpente....un serpente che si avvolge intorno...."
Il respiro di Philia s'interruppe a metà.
"Intorno a cosa?" Milgazia fissava lei e le sue mani, nella speranza stupida che il simbolo si materializzasse oltre la mente dell'altro drago.
"Non lo so" mormorò Philia. "Sembra...un altro serpente..."
Le linee cambiarono ancora. Il disegno mutò, leggermente, si fuse, torcendosi. "No..aspetta..."
Milgazia rimase in attesa.
"E' uno soltanto...." si corresse. "Un serpente con due teste"

Amelia era ancora là dove l'avevano lasciata.
Seduta sulla sedia vicino alla finestra, con la sua coperta di lana sulle ginocchia, leggeva un libro.
"Mamma! Mamma!" Kain entrò di corsa dentro la stanza e si gettò tra le braccia della madre che fu costretta a sollevare lo sguardo e ad abbassare il libro sul quale il principe praticamente si era disteso.
"Ciao, amore mio!" lo salutò, abbracciandolo stretto. "Ma che bella sorpresa!"
Kain si sciolse da quell'abbraccio e la aiutò a chiudere il libro, per poi giocare distrattamente con la nappina del segnalibro che rimaneva fuori dalla costola. "Siamo venuti a trovarti!!" esclamò euforico.
Amelia sorrise al marito che li aveva appena raggiunti.
"Come stai?" chiese subito la Chimera, dopo essersi chinato a baciarla sulle labbra. Kain ridacchiò.
La regina sospirò, socchiudendo un pò gli occhi. "Hum, bene" rispose. Appoggiò il libro e si stiracchiò. "Niente nausea e mi è passato anche il mal di testa"
"E lui?" s'informò Zelgadiss, indicando la pancia appena pronunciata della moglie. Spostò senza troppi problemi la poltrona lì di fianco e si sedette.
Amelia si accarezzò il ventre, con il sorriso che le illuminava sempre il viso ogni volta che pensava al bambino che doveva nascere. "Oh, il signorino sta più che bene" scherzò. "E' un tipo tosto"
Zelgadiss rimase a guardarla per un pò, come se fosse poco convinto da quella risposta ma poi si rilassò, appoggiandosi allo schienale della poltrona. Afferrò Kain che saltellava lì intorno e lo fece sedere sulle sue ginocchia. "Mi spiace che tu debba stare qui da sola ad annoiarti" mormorò alla moglie.
Amelia si strinse nelle spalle, stringendo la mano di Zelgadiss. "Oh, è meglio di quello che sembra, sai?" lo rassicurò, tranquilla. "La sto guardando dal lato positivo: avevo sempre voluto leggere quel libro"
Zelgadiss lanciò un'occhiata scettica al titolo del romanzo, quindi sollevò un sopracciglio. "Amelia, hai sempre odiato quella storia!"
"Ehm..." la regina arricciò il naso.
La chimera scosse la testa, sospirò. "Cercherò di liberarmi per cena, così possiamo stare insieme" promise.
In quel momento la porta del piccolo salottino del secondo piano, si spalancò di botto. "Kain guarda cosa--Oh" Valgrav si fermò appena oltre la soglia, i capelli spettinati come se gli fosse esploso qualcosa proprio sopra la testa. Indossava una maglietta logora che originariamente doveva essere stata verde militare, ma che adesso era irrimediabilmente chiazzata di tempera. "Non volevo disturbare" esclamò, educatamente.
Zelgadiss sorrise. "Non preoccuparti, è tutto a posto Valgrav. Vieni pure avanti" lo invitò.
Il cucciolo di drago avanzò titubante. "Posso far vedere una cosa a Kain?"
"Oh" Amelia lo guardò, sorpresa di tanta formalità, poi si accorse intenerita che il piccolo drago - rimasto da solo in quel castello senza la sua mamma - era probabilmente un pò in soggezione di fronte a Zelgadiss e a lei. "Ma certo"
"Kain mi ha detto che sei bravo a disegnare" s'intromise Zelgadiss.
Valgrav spalancò la bocca in un sorriso orgoglioso. "Si" rispose, senza falsa modestia.
Mostrò la pergamena che teneva dietro la schiena. Il foglio, un pò spiegazzato e arriciato dalle mani maldestre del cucciolo e dalla tempera che entrava tra le fibre rendendole ondulate, era completamente ricoperto dal disegno.
Le piccole opere di Valgrav erano ancora molto infantili e semplicistiche, spesso il piccolo drago sbagliava qualche colore e aveva la tendenza a disegnare continuamente gli stessi soggetti ma - nonostante questo - era già pienamente visibile quel talento che nel corso degli anni lo avrebbe portato a dipingere quadri di straordinaria qualità.
Zelgadiss e Amelia si sporserono sulla pergamena, osservando insieme a Kain il disegno del drago. Il foglio era stato da prima ricoperto da una base di nero, uniforme e compatto, quindi al centro del foglio erano state dipinti due occhi privi di pupilla o di iride. Due fessure esattamente simmetriche. Il bianco che le circondava, disegnandone i contorni imprecisi e sfocati, le rendeva luminose, quasi abbaglianti.
Intorno a quegli occhi inquietanti il nero era corrotto da ombre di altri colori, tracce appena percettibili di viola e di blu, come sbavature d'acqua caduta su un colore non ancora completamente asciutto.
In un angolo in basso, a destra, spiccava invece nitido un sinuoso segno rosso di cui i due sovrani faticavano a comprendere il senso. Ad una prima occhiata sembrava uno sbaglio, una riga venuta per caso mentre magari Valgrav spostava il pennello ma poi, guardando bene, per una qualche incomprensibile ragione quel segno aveva un suo motivo di esistere, rientrava nell'armonia dell'intera pergamena.
Kain, teneva il fogio ben stretto tra le mani. "Fa paura" commentò, senza però riuscire a togliere gli occhi da ciò che stava guardando.
Zelgadiss si scoprì turbato da quell'immagine. "Che cos'è?"
"Non lo so" ammise Valgrav, stringendosi nelle spalle e guardando la sua opera con aria critica e il capo leggermente inclinato di lato. Era curioso come a soli sette anni riuscisse perfettamente a darsi un tono. Indossava pantaloni senza cintura, che gli ricadevano un pò larghi sui fianchi e sulla maglia macchiata - decisamente troppo grande anche quella - aveva disegnato lui stesso rune che conosceva per renderla personalizzata. Ora le chiazze di tempera coprivano un pò i suoi disegni, ma erano ancora sufficentemente visibili per notare quanto senso artistico avesse.
"Non lo sai?" chiese gentilmente Amelia, guardando il bambino preoccupata quasi quanto Zelgadiss.
Valgrav storse il naso e allargò le braccia come a scusarsi. "No. E' solo una cosa che ho sognato" spiegò, semplicemente. "L'ho sognata un mucchio di volte"
Zelgadiss e Amelia si guardarono per un istante, con lo stesso atroce dubbio in testa.
Poi Valgrav chiese il permesso di uscire con Kain a giocare.
"Certo. Andate" concesse Zelgadiss, serio, ma lo fermò prima che uscisse. "Valgrav?"
"Si?" Il bambino si voltò, trattenendo per la maglietta Kain che lo aveva superato. Il principe, fermato in corsa, piombò seduto a terra.
La Chimera si alzò dalla poltrona e raggiunse il cucciolo di drago. "Posso tenere il tuo disegno per un pò?" chiese.
"Certo, nessun problema" rispose Valgrav, con un'altra alzata di spalle disinteressata.
Quindi lui e Kain sparirono rumorosamente nel corridoio.

Milgazia lasciò che fosse Philia a sedersi sulla poltrona vicino al letto del sovrano e le rimase accanto, in piedi.
"Altezza, è sicuro di volerne parlare adesso?" iniziò il drago, gentilmente. "Ci tratterremo ancora un pò, possiamo discuterne più tardi"
Re Gordon scosse la testa, gli occhi ancora arrossati dal pianto e il viso stanco, invecchiato. "No, Lord Milgazia" mormorò. "Voglio saperlo ora. Non dia retta ai miei zelanti ministri. Sono sconvolto, ma non ancora così fuori di me da non comprendere ciò che mi viene detto. Voglio sentire le informazioni dalle sue labbra e da nessun altro"
"Come preferisce" Milgazia chinò brevemente la testa, in segno di rispetto.
Philia rimase in silenzio, lanciando occhiate sfuggenti al sovrano per paura di sembrare troppo invadente. Sentiva la presenza di Milgazia come un'ombra accanto a lei. Era stanca, quasi non riusciva a tenere gli occhi aperti.
"Allora mi dica cos'è successo in quella stanza. Sono stati i demoni, come sospettavamo?" chiese il sovrano. Le sue parole uscirono decise, anche se dietro di esse la voce tremava un poco.
Milgazia fece qualche passo avanti, Philia vide l'orlo della sua lunga tunica bianca sfiorarle la gonna e le scarpe. "Sì, maestà. L'attacco è certamente demoniaco" rispose, le mani in grembo e gli occhi persi in pensieri che non riguardavano esattamente la situazione presente. Perfino il re, nel suo sconvolgimento e nella sua tristezza, si rese conto che il drago era più assente di quanto avrebbe dovuto. "ma di che genere non sono in grado di dirlo"
"Questo che cosa significa?" chiese il sovrano, accigliandosi.
Milgazia sospirò. "Non so di che razza siano i demoni che hanno compiuto questo scempio" spiegò.
"Ma è stato un attacco mirato?"
Il drago si voltò verso l'uomo con un'espressione compassionevole. "Su questo non c'è dubbio, altezza" commentò, quasi fosse una cosa già appurata. E in qualche modo lo era. "Per quanto se ne dica di loro, i demoni non fanno niente per caso"
Re Gordon scosse la testa affranto ed incredulo, lo sguardo perso tra i pesanti lastroni del pavimento della sua stanza. "Ma perchè? Perchè uccidere mia moglie e mio figlio in questo modo. Non è stato portato via niente dal castello! Che cosa volevano, allora?"
Dalla finestra aperta un refolo di vento sollevò le tende di broccato e avvolse la stanza in un alito freddo che rimase tra le pareti e gli arazzi che le ricoprivano. Philia si strinse nel mantello.
"Questo dovrebbe dirmelo lei, maestà" la voce di Milgazia si fece grave, il suo sguardo tagliente. "Forse c'è qualcosa che non ci ha raccontato?"
Re Gordon alzò la testa di scatto, gli occhi scuri guardarono il drago con rabbia. "Che cosa sta insinuando?" lo accusò, immediatamente.
Milgazia non perse la calma. "Niente di particolare, altezza" rispose. "Ma se non hanno portato via nulla, allora volevano semplicemente uccidere la regina e il suo neonato. Il motivo, però, io non posso saperlo"
"Uccidere Madeleine?" sbottò il sovrano, incredulo e risentito. "Che assurdità! Per quale motivo avrebbero dovuto?"
Milgazia non rispose. Camminò in silenzio lungo la stanza immersa nella penombra di qualche candela accesa. Il sole stava calando all'orizzonte, potevano scorgere gli ultimi raggi rosati inabissarsi dietro i monti oltre il confine.
Il drago si fermò di fronte alla finestra, dando le spalle al sovrano.
"Temo che le ragioni dietro questo omicidio finiranno per svelarsi da sole, Maestà" ammise, piano. La sua bella voce riempì la stanza, seria. "E allora dovremo pregare perchè ci sia concessa la possibilità di rimediare ai nostri errori"
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