Krimzon, Impero di Lyzeille. A nord della penisola dei demoni.
Milgazia si chiuse la porta alle spalle lentamente, lo sguardo fisso davanti a sè, perso in pensieri che non avrebbe voluto avere. Le visioni che Philia aveva avuto in quella stanza, o per meglio dire le percezioni che le erano arrivate così facili e spontanee, erano particolarmente chiare, molto più di quanto si fosse effettivamente aspettato.
In genere i segni che rimanevano dopo una morte violenta come quella di Madeleine e di suo figlio Caleb erano soltanto vaghi rimasugli di energia residua - di qualsiasi origine -, erano sussurri lontani e appena percettibili. Un qualcosa, insomma, di appena abbozzato che andava poi studiato a fondo e che spesso non portava molti risultati. Quelle che Philia aveva sentito, invece, erano voci ben definite che le avevano riferito cose perfettamente udibili. E aveva visto segni, che aveva descritto con una perfezione tale da far pensare che li avesse avuti fisicamente davanti e non li avesse soltanto intuiti. Una possibilità che capitava veramente di rado.
Il drago sospirò, lanciando occhiate disinteressate alla stanza in cui si trovava. Era piccola e quadrata, con un rozzo pavimento di pietra che vantava almeno tre dita di polvere. C'era un letto matrimoniale di legno buono, abbastanza resistente per non sfondarsi sotto il peso di Milgazia e una finestra che dava sulla costa. Un enorme veliero battente bandiera di Lyzeille era ancorato al porto e stava caricando merci da quando erano arrivati lì. Ormai i viaggi oltre la barriera erano all'ordine del giorno, partivano in media due spedizioni al mese e - per il momento - erano veramente poche quello che poi non tornavano indietro. Un'ottima statistica che non aveva fatto altro che incoraggiare i sovrani di tutti i regni e di invogliare quelli che ancora erano assolutamente scettici.
La locanda che avevano scelto era una costruzione in mattoni nel centro della città, proprio dietro al mercato principale. Forse le sue camere spartane e la poca scelta dei piatti di portata avrebbero fatto rimpiangere loro un paio di appartamenti comodi al castello reale, ma Milgazia non aveva avuto alcuna intenzione di rimanere ospite di re Gordon più delle ore necessarie a fare il loro dovere. Inoltre Philia aveva bisogno di essere lasciata in pace e di non pensare a ciò che aveva visto e sentito. E non c'era miglior posto di quello per non essere disturbati.
La proprietaria, una signora dagli zigomi alti e dai fianchi larghi, li aveva accolti con il solito sospetto che probabilmente le deformava i lineamenti ogni volta che qualche nuova faccia varcava la sua soglia. Le locandiere non si fidavano di nessuno, nemmeno di chi portava sul petto lo stemma del re dei draghi dell'acqua.
Aveva concesso loro due stanze, senza preoccuparsi di mostrargliele o di far sapere loro che di qualsiasi cosa avessero avuto bisogno potevano contare su di lei. Probabilmente se avessero avuto bisogno di qualcosa, avrebbero dovuto arrangiarsi. La cena era servita alle sette, ma Philia si era addormentata non appena varcata la soglia della sua stanza e lui era troppo impegnato a decidere cosa dovesse fare per pensare a mangiare.
Alle sette e mezza nessuno dei due era ancora sceso a cena. E nessuno dei due lo avrebbe fatto.
Milgazia si slacciò il mantello bianco e lo posò sul letto senza preoccuparsi di ripiegarlo, quindi si lasciò andare seduto sulla vecchia poltrona che troneggiava nell'ombra di un angolo polveroso. Il cielo era un manto grigio, punteggiato di minuscole e sporadiche stelle rimaste orfane di una luna calante. Il drago appoggiò la testa alla spalliera e chiuse gli occhi, il profumo delle cucine arrivava fino al secondo piano entrando dalla finestra. Un sapore forte, reso meno insipido da molto aglio e molte cipolle.
Un serpente a due teste.
Milgazia non poteva credere che le sue paure fossero effettivamente così fondate. Non c'era modo di fraintendere un simbolo come quello, che affondava le sue radici nella creazione del mondo. Un simbolo custodito gelosamente da chi si era accollato il compito di proteggere informazioni che avrebbero sconvolto l'ordine delle cose.
Il Consiglio aveva vagliato quell'ipotesi per mesi, con lunghe e snervanti riunioni che avevano costretto tutti i Lord alla forsennata ricerca di una spiegazione. Aveva assistito ad un centinaio di discorsi con i quali, membri decrepiti del consiglio avevano rassicurato altri matusalemme che l'ombra scura comparsa nell'energia che chiunque stava percependo dal Deserto della Distruzione, non era niente di pericoloso. E adesso, saltava fuori questo.
La portata di quella scoperta andava ben oltre le sue capacità di gestione, doveva riferirla immediatamente, anche se non aveva idea di cosa avrebbe comportato.
Non si preoccupò di alzarsi in piedi, nè di assumere un atteggiamente leggermente più formale mentre univa le due mani strette a pugno e quindi le allontanava piano, aprendo lentamente le dita. Tra i palmi leggermente piegati si formò una sfera dorata, attraversata e circondata da sfrigolanti scariche di energia bianca.
I draghi non avevano bisogno di una sfera di comunicazione per tenersi in contatto tra di loro: possedevano ancora l'antico incantesimo su cui Zelgadiss aveva basato e calibrato la sua invenzione.
Milgazia rimase ad osservare apatico e disinteressato il globo luminescente che andava lentamente schiarendosi. L'energia bianca divenne trasparente, ma al posto della camera della locanda, mostrò una sala dai pavimenti marmorei. Soltanto allora il drago allontanò le mani, permettendo a quello schermo di ritagliarsi nell'aria tutto lo spazio di cui aveva bisogno.
La stanza che adesso Milgazia poteva osservare nei minimi dettagli era un qualche tipo di studio. Lanciò un'occhiata intorno, notando velocemente le pesanti tende bianche che coprivano le portefinestra e il pesante e austero mobilio in mogano nero che arredava la stanza in maniera elegante ma decisamente opprimente.
"Lord Milgazia?" la voce era quella anziana di Lord Namar, l'unico consigliere che Milgazia fosse disposto a contattare. Il viso del vecchio drago, rugoso e incartapecorito come quello di una tartaruga, comparve nella sfera.
Due occhi piccoli e di un azzurro tendente al grigio si avvicinarono affaticati per vederci meglio.
Milgazia chinò stancamente la testa in segno di rispetto, ma non sorrise come in genere era abituato a fare. "Sì, Lord Namar, sono io. Ho bisogno di parlare con qualcuno del Consiglio" disse.
Namar era ormai ben oltre la soglia dei quattromila anni e faticava a tenere gli occhi aperti per più di un'ora di seguito. Era stato comandante ai tempi in cui Milgazia era ancora un soldato semplice, ma aveva lasciato l'esercito da così tanto tempo che anche lui faticava a ricordare di essere stato un militare. Era diventato Membro del Consiglio quando ancora era in grado di seguire le vicende della comunità, ma adesso era solo un povero vecchio che avrebbe preferito dormire al sole, piuttosto che star seduto ad ascoltare le folli idee del Primo Consigliere.
Annuì, vagamente confuso. Un pò intontito forse. "Ci sono novità di qualche tipo?" chiese, faticosamente.
"Non sono belle notizie" rispose Milgazia. "Pensa sia possibile indurre una riunione speciale? Io credo che l'intero Consiglio debba sapere.."
"Si, si...." Namar annuì di nuovo, più a sè stesso che a lui. "Penso che dovrebbe esserci una riunione proprio tra qualche minuto. Quel tipo non fa altro che chiamarci avanti e indietro, come se poi servisse a qualcosa.."
Il vecchio continuò a borbottare per conto suo ancora per qualche istante.
"Lord Namar?" provò a chiamarlo Milgazia.
Il vecchio si girò piano, quindi sembrò tornare in sè. "Riguarda l'energia, non è vero?"
"Sì, signore" rispose Milgazia.
Lord Namar rimase in silenzio molto a lungo, ma questa volta Milgazia sapeva con esattezza che stava pensando. Quando tornò a parlare il suo tono era stanco e affaticato, ma lucido. "Era come pensavamo io e te, non è così ragazzo?" disse soltanto.
Milgazia lo guardò a lungo e scrutò quel viso nascosto da rughe profonde, gli occhi azzurrini quasi spariti sotto le palpebre. Inspirò. "Non lo so, Lord Namar" mormorò incerto. "Forse potrei sb--"
"Non ci siamo mai sbagliati. Nè io, nè te. E' per questo che siamo sempre andati d'accordo, la pensavamo allo stesso modo qua dentro" il vecchio sorrise amaro, poi quel sorriso si trasformò in un brutto colpo di tosse. Il drago inspirò, come cercando di recuperare un coraggio che era mancato qualche istante prima. "Comunicherò il tuo desiderio di parlare al Consiglo e credo che me lo concorderanno. Rimani lì, farò in modo che tu sia richiamato"
"La ringrazio"
"Lascia stare quella è mia!"
"No! Non è vero!!"
Valgrav e Kain stavano litigando da ore sull'ultima fetta di torta che ora se ne stava immobile sul vassoio tra i loro piatti e sembrava fissarli entrambi con apprensione, quasi fosse pronta a vederseli saltare addosso.
"Tu ne hai già mangiata una!!" continuò Kain, stringendo al petto una sorta di copertina. Prima di cena Synor lo aveva sgridato per qualcosa e lui era scoppiato in lacrime, riuscendo a calmarsi solo con l'aiuto di quel quadrato di lana che era con lui fin da quando era nella culla. Anche ora che non stava più piangendo, Kain lo teneva stretto.
"E tu due!" protestò Valgrav, spalancando la bocca e mostrando i canini.
"Ma erano più piccole!" replicò Kain, testardo.
Zelgadiss espirò, esasperato. Finì di bere la sua tazza di caffè ad occhi chiusi e cercò, contando, di raggiungere il numero più alto che gli riusciva prima di esplodere in un urlo apocalittico. Aveva passato l'intero pomeriggio ad una riunione noiosissima, durante la quale la sua preziosa presenza si era rivelata utile solo al momento di decidere se finanziare o meno due nuove biblioteche magiche nella zona sud di Seillune. E ovviamente la sua risposta era stata positiva.
"Adesso basta voi due!" esclmò serio, posando la tazzina e guardandoli con occhi severi. "Farete a mezzo di quella fetta"
"Ma papà.."
"O dividete quella a metà, o nessuno dei due avrà assolutamente niente" confermò il sovrano.
I bambini sospirarono affranti, quindi annuirono. Una cameriera arrivò armata di coltello e tagliò a metà per loro la fetta. Si misero a mangiare in silenzio, senza che a nessuno dei due venisse in mente di protestare oltre.
"E non voglio più sentirvi litigare per cose così stupide" concluse Zelgadiss.
Amelia si era fatta portare una camomilla. "Notizie di Milgazia?" chiese.
Zelgadiss scosse la testa. "No. Ho provato a chiamarlo ma non risponde" esclamò.
"Dovrebbero essere già arrivati a questo punto" constatò Lina. Non aveva ancora finito di mangiare e Gourry con lei, anche se non avevano spiccicato una sola parola in due fino a quel momento.
"In realtà dovrebbero essere sulla strada di ritorno" precisò la chimera. Lanciò un'occhiata ai due bambini che avevano finito la torta e stavano ora parlottando tra di loro. In genere le loro litigate non duravano mai troppo, perchè andavano molto d'accordo. Zelgadiss ricordava una sola volta in cui non si erano parlati per un giorno intero ma non ricordava il perchè.
"Corre voce che un tornado stia devastando la penisola" s'intromise il ministro Synor, seduto alla destra del sovrano. Lanciò un'occhiata disgustata a Gourry che, per forza di cose, gli era seduto accanto quindi tornò a guardare re e regina con l'aria più composta che gli riuscì di mantenere. Ignorò Lina, come al solito. "Se, come si dice, il brutto tempo si è spostato sui territori di Lyzeille è probabile che Lord Milgazia e la signorina Ul Copt siano bloccati da qualche parte in attesa di condizioni più favorevoli"
"Un tornado?" chiese Amelia, stranita. "In questa stagione?"
Synor bevve il suo caffè, con il brutto naso aquilino nella tazzina. "Così pare, maestà" confermò. "Un brutto presagio..."
"Una carestia in arrivo, senza dubbio" sibilò sarcastica Lina. "E forse anche l'invasione di cavallette. O quella è stata l'anno scorso? Sì, mi sa di sì. Sarà l'anno della siccità allora"
Zelgadiss soppresse una risatina nel tovagliolo.
Il ministro rivolse alla maga un'occhiata tagliente, ma non disse nulla.
Amelia si schiarì la gola. "E pensa che il tornado giungerà anche qui?" s'informò. Non c'era vera preoccupazione nella sua voce, voleva solo distogliere l'attenzione di Synor da Lina.
"Non saprei, maestà" rispose Synor, ma senza vera e propria cortesia. "Ma dicono che provenisse da sud, ciò significa che se è davvero dalle parti di Lyzeille come si vocifera allora dunque deve aver evitato la nostra bella città"
Zelgadiss roteò gli occhi al cielo, chiedendosi per quale insana ragione il ministro continuasse ad esprimersi con vocabili e costruzioni grammaticali che andavano di moda ai tempi del nonno di Philionel. "Immagino che non ci sia comunque da preoccuparsi" esclamò, guardandoli. "In caso avesse dei problemi Milgazia ci farà sapere qualcosa"
Il segnale arrivò proprio quando ormai Milgazia aveva perso ogni speranza di contattare il Consiglio per quel giorno.
Era rimasto in attesa, seduto su quella poltrona, con un gomito appoggiato al bracciolo e lo sguardo perso oltre la finestra dove il paesaggio era ormai sparito nell'ombra di una notte senza luna.
Fu una breve vibrazione nell'energia e quindi lo schermo si aprì nell'aria di fronte a lui, mostrandogli la Sala del Consiglio, rimasta immutata nel corso dei secoli.
C'erano ancora le centinaia di spalti e il tavolo massiccio e altissimo riservato agli anziani consiglieri.
Lord Ghoran era morto dieci anni prima e il suo posto era stato preso dal figlio Tristan secondo una legge che era stata creata apposta per consentire questa operazione automatica. Milgazia era entrato a far parte del consiglio nello stesso anno in cui Tristan era divenuto Primo Consigliere, inutile dire che fra i due scorreva lo stesso astio che era intercorso tra Milgazia e Ghoran.
Il nuovo Primo Consigliere si era rivelato ancora più bellicoso, indisponente e incapace del padre, ma Milgazia - pur essendo un Lord del Consiglio - poteva fare ben poco quando, tra i suoi colleghi, solo un paio erano dalla sua parte. In realtà il governo della comunità era in mano ad un gruppo di draghi troppo vecchi che trovavano immensamente meno faticoso affidarsi ai giudizi di un qualsiasi Primo Consigliere che pensasse al posto loro piuttosto che avere idee proprie.
Negli ultimi due anni Tristan aveva ordinato e ottenuto due campagne militari nei territori oltre la barriera, con l'unico scopo di trovare nuove terre su cui mettere le mani. Non c'era in lui nessuna curiosità nè disponibilità verso i nuovi popoli nè tantomeno verso le colonie della sua stessa razza. Aveva sì nominato ambasciatori e fatto passare ogni visita dell'esercito come una sorta di rappresentanza dei Kataart ma certo era chiaro che non gli importava affatto di dimostrarsi aperto o quantomeno amichevole.
Nella Sala erano presenti soltanto i consiglieri che guardavano nello schermo con un'aria annoiata e stanca.
"Lord Deelan, a cosa dobbiamo quest'improvvisa riunione?" Tristan aveva una voce squillante che rendeva tutte le sue parole un pò più acute del normale. Da quando aveva ottenuto la posizione di comando, si era stampato in faccia un insopportabile ghigno che gli deformava il viso ancora imberbe. Era, difatti, ancora troppo giovane per l'incarico che gli era stato affidato. Per tale motivo e per la sua indiscutibile idiozia congenita, non era assolutamente adatto a ricoprire quel ruolo. Quando si trattava di prendere delle decisioni non si concedeva troppi ragionamenti logici e in genere sceglieva la soluzione raggiungibile attraversando la via più breve. Se c'erano delle ribellioni, dava ordine di sedarle con l'esercito. Se c'erano questioni diplomatiche scaricava ogni responsabilità sui suoi ambasciatori, evitando con maestria ogni visita straniera che riceveva o che, a rigor di logica, avrebbe dovuto fare lui stesso.
Milgazia chinò brevemente il capo, l'unico gesto di rispetto che fosse disposto a fare di fronte a quel ragazzino viziato. "Reco notizie dall'Impero di Lyzeille, signore" rispose, diligentemente. "Non avrei mai richiesto un'udienza con tanto poco preavviso se non fosse stata una questione di questa gravità"
Tristan sembrò già troppo annoiato da quella discussione per dare a quel messaggio la dovuta importanza. Si lasciò scivolare sul trono, accasciandosi su uno dei braccioli. Aveva circa mille e duecento anni e ne dimostrava a malapena diciotto fisici. Sembrava la parodia di un Consigliere vero. "Dunque, si spieghi" lo invitò, con un gesto molle della mano pallida. "Pendiamo dalle sue labbra"
Milgazia represse un moto di rabbia di fronte a quell'atteggiamento strafottente e presuntuoso, quindi si schiarì la voce e si alzò dalla poltrona, facendo un passo avanti come se fosse stato davvero nella sala. Gli altri undici consiglieri sedevano composti al loro tavolo, sei alla destra e cinque alla sinistra di Tristan che aveva preso a giocherellare con una delle piume d'oca che gli venivano costantemente messe a disposizione per prendere appunti, cosa che comunque non faceva mai. "Attualmente mi trovo a Krimzon" esordì il drago dorato. Poi quando vide il giovane Primo Consigliere sollevare appena lo sguardo sulla cartina che era appesa in sala sospirò e aggiunse "La capitale dell'impero di Lyzeille, signore"
"Lo so" replicò stizzitto Tristan. "Vada avanti"
Milgazia preferì non commentare, l'ignoranza di quel ragazzino era scandalosa. "Questo pomeriggio ho avuto modo di esaminare la scena del duplice delitto. Immagino che la comunità sia stata informata di quello che è successo due giorni fa al castello reale" riprese.
Tristan si guardò intorno con aria interrogativa, il suo sguardo si posò sul consigliere che gli stava di fianco e che si chinò verso di lui con discrezione. "Il principino Caleb, Eccellenza, e sua madre la regina Madeleine" mormorò, ma fu piuttosto udibile lo stesso. "Si ricorda? E' giunta la notizia proprio questa mattina. Un'immane, immensa tragedia per noi tutti"
Tristan non parve per niente scosso. "Certo, certo, ricordo" annuì, senza contrizione. "Ma lei cosa ci faceva al castello, Lord Deelan? Se ben ricordo il suo itinerario non prevedeva una visita di questo tipo"
"E' così infatti" confermò il drago "Ero a Seillune quando è giunta a Re Greywords una richiesta di aiuto da parte dell'Impero di Lyzeille. Il re ha chiesto a me di fare le sue veci, poichè la regina non stava bene"
"La regina Amelia. Se non sbaglio è incinta anche lei" commentò Tristan, con un'alzata perplessa delle sopracciglia bionde. Aveva un bel viso ovale, e occhi enormi, di un oro poco luminoso.
Ricordava vagamente di aver visto un qualche ritratto del re e della regina di Seillune, anche se non ricordava bene nè il dove nè tantomeno il perchè. Era però ben stampato nella sua mente che quello era stato un matrimonio misto e che il re era un qualche tipo di non-umano. Inutile dire che la cosa lo interessava meno di niente, aveva seguito la vicenda fin tanto che era stata un pettegolezzo, poi se n'era completamente disinteressato.
"Dite bene, Eccellenza" confermò nuovamente Milgazia, portando pazienza. "Tutto procede per il meglio, ma ho pensato che fosse più opportuno per lei rimanere al castello e il re è voluto rimanerle accanto, così ho accettato di fare per lui questo favore"
"Voi siete il suo medico?" chiese Tristan, forse sorpreso.
Milgazia annuì.
Il ragazzo espirò con quella sua aria da eterno annoiato, quindi gli fece cenno di continuare. "E dunque, cos'è accaduto?"
"Ho raggiunto la Capitale questa mattina e ho avuto libero accesso alla stanza" riprese Milgazia, pensando a come riassumere la situazione in poche parole. "Quel che rimaneva dei corpi non era stato spostato, ma trarre delle conclusioni dalla loro posizione o dal loro stato era praticamente impossibile. C'erano molte impronte, ma niente che io avessi già visto in precedenza. Ho dunque fatto analizzare le energie che ancora vibravano nella stanza"
Tristan non sembrava colpito nè dalla narrazione, nè tantomeno dalle indagini sull'omicidio. "Potrebbe cercare di velocizzare questo resoconto, Lord Milgazia?" sbottò a quel punto, cambiando il lato su cui stava semidisteso. "E' possibile che le si debbano cavar di bocca tutte le parole?"
Milgazia lo fissò per qualche istante, poi fu costretto a guardare altrove prima di farsi scappare qualcosa che poteva creare problemi. "Certo" rispose secco. "In sostanza quel che l'analisi ha rilevato è un simbolo. Un serpente a due teste, per la precisione"
Gli undici consiglieri saltarono sulle sedie, tutti tranne Lord Namar che nonostante la sua sonnolenza era ben sveglio e aspettava di sentire nuovamente le ipotesi del suo giovane amico. "Un serpente a due teste?" ripetè uno dei vecchi, tale Lord Syndar.
Milgazia annuì. "Senza dubbio, signore" ripetè. "Il simbolo era chiaro e la risposta è quella che cercavamo da mesi"
Tristan sembrava piuttosto confuso. Le ultime frasi lo avevano risvegliato dal suo torpore, costringendolo addirittura a sedersi composto. Guardò gli anziani draghi che gli stavano intorno in attesa di una spiegazione che non arrivò. Alla fine si spazientì e alzò un pò la voce perchè il mormorio degli altri non coprisse la sua domanda. "Qualcuno vuole spiegarmi di cosa diavolo state parlando?" esordì, con poca cortesia.
Milgazia per un momento non credette alle proprie orecchie. Si chiese, neanche troppo velatamente, se ci fosse un limite all'ignoranza in cui Tristan viveva e dalla quale probabilmente non gli importava di uscire. Poi si rese conto che il loro giovane Primo Consigliere era, appunto, troppo giovane per ricollegare quel che aveva appena detto a una cosa che era accaduta in tempi così remoti. Una parte del suo cervello, quella più magnanima, quella che di lui rappresentava la professionalità medica probabilmente, lo assolse. "Si tratta di un simbolo molto potente, Lord Tristan" esclamò in risposta, prima che qualche veliardo lo facesse al suo posto, deformando le informazioni in maniera inutile. "E appartiene ad un Era più antica di quella in cui viviamo, un periodo di cui abbiamo notizie solo grazie a frammenti di libri anonimi"
"Vada avanti"
Milgazia mostrò entrambi i palmi delle mani e dalle sue dita si animarono filamenti dorati che formarono un cerchio e da quel cerchio un serpente a due teste. Il simbolo comparve a qualche centimetro da lui, grande quanto un piccolo vassoio e in trasparenza, così che gli occhi di Milgazia e il suo viso furono ben visibili dietro di esso.
Le due teste del serpente emettevano sibili dalla lingua biforcuta. "Questo, Lord Tristan, è il disegno di cui stiamo parlando" riprese, senza distruggere l'illusione e fissando negli occhi il giovane che sembrava impressionato. "Ed è il simbolo inciso sulle porte degli Inferi"
Phibrizio non aveva mai avuto molto appetito e meno che mai ne aveva adesso che il suo corpo rifiutava gran parte delle cose che tentava di ingerire.
Dopo la sua accorata discussione con Zelas e la conseguente dipartita della demone si era trascinato - nemmeno lui sapeva bene come - fino alla sua camera ed era crollato esausto sul letto dove era rimasto addormentato per dieci ore filate.
Il suo corpo non si era ancora rimesso completamente ma l'energia si stava riassorbendo ad un ritmo incoraggiante che faceva ben sperare. Se tutto andava per il verso giusto Phibrizio sperava che sarebbe rientrato nella sua normalità entro la mattina successiva, cosa che gli avrebbe finalmente permesso di riprendere in mano le fila della sua vita.
La sala da pranzo dell'Hellmaster Manor non era un luogo granchè utilizzato. Aiko non era mai stata in grado di stare seduta e composta per più di un quarto d'ora e aveva l'abitudine di mangiare sempre e solo quello che voleva, nell'ordine che preferiva e - soprattutto - dove voleva lei. In genere mangiava sempre dove anche Phibrizio mangiava, ma in un posto che non fosse quello del demone.
Se l'Hellmaster si sedeva a tavola nel soggiorno, lei trascinava una poltrona nelle vicinanze e mangiava abbarbicata là sopra. Se era Phibrizio a cenare sul divano, per stanchezza o per semplice pigrizia, non era difficile che lei apparecchiasse per sè sul tavolino da the con tovaglie di lino, piatti in porcellana e una candela infilata a caso nel primo contenitore che le capitava sotto mano.
Quella sera la situazione era un pò differente, visto che la ragazzina sembrava aver deciso di unirsi a Phibrizio per la cena. Aiko aveva svegliato il suo demone e, una volta assicuratasi che potesse reggersi già in piedi da solo, lo aveva scortato fino alla sala da pranzo dove il tavolo era stato preparato per due. Aiko aveva drappeggiato la tavola con alcune delle sue stoffe di seta più belle, alcune viola e altre nere, apparecchiando poi con il servito di porcellana nera che preferiva. Lo stile dei piatti e quello dei bicchieri era rotondo, fine e armonioso eppure discreto. Ogni pezzo ricordava quelle che erano state le abitudini e le tradizioni di Aiko nel suo paese. Ricordavano le stoviglie che anche Phibrizio aveva visto e aveva usato.
C'era the in tavola e profumo di carne e verdure cotte al vapore.
"Hai preparato tu?" chiese Phibrizio, mentre si sedeva al suo posto. Notò immediatamente che le posate erano sparite per lasciare il posto alle bacchette che non aveva mai imparato ad usare correttamente. Sospirò, rassegnato a passare la serata a rincorrere chicchi di riso nella sua scodella.
Aiko annuì alla domanda e quindi si sedette di fronte a lui, a tavola, anche se lo fece col suo personalissimo stile e passò l'intera cena in ginocchio su un cuscino appoggiato sulla sedia. Non alla maniera giapponese, però: proprio in ginocchio, sollevata sul tavolo.
Phibrizio usò una bacchetta per rovesciare nel suo piatto la carne, le verdure e l'immancabile riso bianco bollito, poi mescolò tutto quanto come gli era stato insegnato da quel folletto orientale che gli stava facendo compagnia a quella tavola e che ora stava mangiando la sua porzione con abili movimenti di polso.
In dieci minuti Aiko aveva già rovesciato due volte la salsa di soya e aveva chicchi di riso perfino sul naso e sulla fronte.
In quegli stessi dieci minuti Phibrizio stava ancora cercando di capire come sistemare le bacchette tra il pollice e tutte le altre dita.
"Posso avere almeno una forchetta?" tentò, speranzoso.
Aiko scosse la testa.
Phibrizio sospirò. "Ecco, appunto".
Dopo una serie infinita di tentativi, uno più pietoso dell'altro, e un elevato numero di imprecazioni che Aiko fece finta di non capire, Phibrizio riuscì nell'impresa e con molta lentezza, cercò di mettere in bocca almeno un paio di bocconi, prima che il piatto si freddasse del tutto.
La stanza era nel solito caos in cui versavano tutte le stanze del castello. Phibrizio non era mai stato un maniaco dell'ordine ed era del tutto inutile sottolineare quanto Aiko seguisse esattamente la sua stessa linea di pensiero. E non essendoci nessun altro che vivesse con loro in quel castello enorme, era facile intuire perchè tutto rimanesse esattamente come stava.
La sala da pranzo era enorme, grande forse come il salone del piano terra, con il pavimento ricoperto di enormi lastroni di pietra serena e il soffitto alto tinteggiato di un rosso antico che diventava sangue con la luce del tramonto. Phibrizio notò che Aiko aveva già aperto le tende, visto che il sole stava ormai morendo oltre la linea dell'orizzonte che faceva sembrare il deserto così infinito. Quel che illuminava la stanza era solo un pallore roseo che non faceva del male agli occhi di Phibrizio.
La grande tavola rettangolare era apparecchiata a metà, e tutto quello che c'era stato sopra, era ammonticchiato nella metà libera. Phibrizio vide subito il Diario accatastato sulla pila di cianfrusaglie e allungò la mano destra per prenderlo. Doveva averlo lasciato lì dopo la festa, si era quasi dimenticato della sua esistenza.
Serrò le bacchette che traballavano pericolosamente nell'altra mano e analizzò il piccolo libretto che adesso, a distanza di due giorni sembrava perfino più innocuo e anonimo di quanto non avesse fatto durante la discussione con Vrabazard.
Un libriccino di pelle consunta, la cui unica particolarità sembrava essere quella strana ed enorme ninfea in metallo che non aveva alcun senso di esistere. Phibrizio si rigirò il diario tra le mani senza riuscire a capire a cosa potesse servire, finchè non si rese conto che si trattava di un qualche tipo di chiusura.
Mise in bocca un altro boccone, intanto che Aiko gli fregava la carne direttamente dal piatto. "Non mi aspettavo di trovarne uno qua sopra" esclamò, tra sè. "Tu hai già provato ad aprirlo?"
Si girò verso Aiko che spalancò gli occhi a mandorla colta sul fatto, le guance piene e l'espressione un pò imbarazzata.
Phibrizio abbassò lo sguardo sul proprio piatto dove il tornado orientale aveva spazzato via tutto quanto tranne il riso. Tornò a guardare Aiko che gli rivolse un mezzo sorriso che implorava clemenza. Il demone scosse la testa. "Butta giù o finirai per soffocare" commentò, con un sospiro. Lasciò le bacchette nella ciotola vuota, da una parte felice di avere una buona scusa per smettere di usarle. Sentì Aiko deglutire e quindi subito dopo la ragazza comparve al suo fianco, dopo il breve scalpiccio dei suoi piedi nudi sul pavimento.
Il demone si girò verso di lei e ripetè la domanda, picchiettando sulla ninfea che sembrava incollata alla copertina e dalla quale partiva un cordoncino di ferro che legava strette le pagine del libro.
Aiko annuì, com'era logico. Spiegò che mentre Phibrizio dormiva aveva tentato di staccare la ninfea, ma non c'era stato niente da fare. Aveva perfino provato a far scivolare tutto il meccanismo lungo la copertina, come si fa con i fili dei pacchi da regalo quando non si ha niente per tagliarli ma non era successo assolutamente nulla. La serratura non si era mossa di un millimetro e alla fine Aiko ci aveva rinunciato.
Phibrizio si strinse nelle spalle. "Forse Alastor saprà come fare" esclamò, appoggiando il diario sul tavolo.
La ragazza aggrottò le sopracciglia. A - L - A - S - T - O - R? scandì, formando con le dita ogni lettera nel suo alfabeto, l'unico modo in cui poteva pronunciare i nomi.
"Il demone che ha chiesto il mio aiuto" spiegò allora Phibrizio "Te ne ho parlato, ricordi?"
Aiko sembrò pensarci su qualche istante, poi annuì prontamente. Si allungò sul tavolo per prendere con le mani una polpettina di carne che se ne stava in bella vista su un vassoio proprio lì davanti al piatto di Phibrizio. La fece sparire in un boccone e quindi si voltò ancora verso il demone, intuendo che c'era qualcos'altro che voleva dirle.
"Non era saggio per lui rimanere qui al castello durante la festa, Zelas difatti si è perfettamente accorta della sua presenza" continuò Phibrizio, sovrappensiero. "Così gli ho detto di tornare stasera a riprendere il libro"
Aiko gli chiese se pensava davvero che sarebbe tornato indietro.
Phibrizio sorrise, stringendola a sè e baciandola sulla guancia. "Vuole quel libro, anche se non ho ancora capito cosa può farsene" rispose, annusandola. C'era un buon profumo di rosa dietro le sue piccole orecchie e sul suo collo.
Aiko chiese se quel libro fosse davvero così importante come dicevano e se avesse un qualche significato importante per quel demone. E chiese anche com'era fatto, se assomigliava a Xellos oppure era più simile a Zelas.
Quando Alastor si era presentato all'Hellmaster Manor la prima volta lei era profodamente addormentata e durante i preparativi per il piano che era stato messo in atto alla festa, Phibrizio aveva pensato che fosse meglio per lei restarne fuori, pertanto la ragazza non aveva mai avuto modo di vedere con i propri occhi questo demone del quale Phibrizio le aveva parlato così tanto.
"A nessuno dei due" Phibrizio rispose alla sua ultima domanda perchè per le prime due non aveva una risposta da darle. "Ha i capelli neri e lucidi, più lunghi dei tuoi"
La ragazzina inclinò la testa di lato e volle sapere se Alastor faceva paura o meno.
Phibrizio sorrise, divertito a quella domanda insolita. "Non penso. No" rispose. "Perchè me lo chiedi?"
Aiko si strinse nelle spalle, quindi sfiorò la ninfea che ornava il piccolo diario e sorrise.
Dopo che il simbolo era apparso proprio davanti agli occhi di tutti e che non solo i ministri ma anche un nutrito gruppo di funzionari e personalità importanti presenti in quel momento lo aveva visto, sulla stanza calò un silenzio intimorito.
Le due teste di serpente continuavano a sibilare con le lingue biforcute dalle dita di Milgazia che era rimasto immobile, con un'espressione solenne sul viso.
"Il simbolo degli Inferi, ha detto?" esclamò all'improvviso Tristan e la sua voce sembrò più forte di quanto in realtà non fosse quando risuonò per la sala, messa a tacere da quella nuova rivelazione. "Quindi lei sostiene che l'omicidio del figlio di Re Gordon abbia a che fare con l'Hellmaster, Lord Deelan?"
"Sì, signore" annuì Milgazia, con un breve cenno del capo. Quando richiuse le mani, il simbolo emise un ultimo sibilo poi le code dei serpenti si attorcigliarono tra le sue dita e infine svanirono come fumo. "Io credo che sia giunto il momento di prendere in considerazione l'idea di un suo possibile ritorno"
Il prevedibile brusio che si sollevò fu immediatamente interrotto dalla risata divertita di Tristan. "Sciocchezze! Questa è pura follia: Hellmaster Phibrizio è stato distrutto" replicò, trionfante ora che aveva trovato un argomento sul quale sapeva qualcosa. "Fu Lon a toglierlo da questo mondo e non vedo come potrebbe essere tornato senza il suo aiuto"
"Non possiamo prevedere cosa sia nei piani di Dio, signore" commentò Milgazia, pacatamente.
Tristan non perse il sorriso, sicuro com'era di essere dalla parte del giusto e di rappresentare, in quella discussione, la logica razionale contro la pura follia. "Vuol forse dire che Lord of Nightmares ha resuscitato il più forte tra i demoni dopo che lei stessa lo aveva distrutto, considerandolo una minaccia?" chiese, non c'era nessuna curiosità nella sua domanda, però. Soltanto il suo irritante sarcasmo.
Milgazia contò dentro di sè fino al numero che gli sembrò adeguato per ritrovare la calma e superò ampiamente la cinquantina. "Io non ho la presunzione di voler capire nè ipotizzare i ragionamenti divini" rispose, le mani intrecciate in grembo e lo sguardo calmo ma non per questo umile di fronte al Primo Consigliere. "Ma l'enorme concentrazione di potere che sentiamo nel Deserto della Distruzione non può e non deve essere ignorata"
Tristan alzò le spalle, come ad indicare che era una cosa da poco e che non vedeva la ragione di tanto allarmismo. Si appoggiò allo schienale della sua immensa sedia e guardò Milgazia da dietro lo spiraglio delle palpebre semi-abbassate per la noia. "Non abbiamo mai avuto prove concrete che quell'energia fosse quella che un tempo ha alimentato il signore degli Inferi" commentò, agitando una mano pallida e magra davanti a sè con fare scostante. "Potrebbe trattarsi di una qualsiasi altra forma demoniaca"
"Sinceramente non credo che esistano molte creature che avrebbero il coraggio di prendere possesso di Hellmaster Manor in assenza del suo proprietario" insistette Milgazia "Le creature superiori sono spiriti complessi e le dimore in cui abitano non sono soltanto semplici abitazioni. Il castello è intriso del vecchio potere e Lon sola sa di cos'altro. Nessuno si azzarderebbe a viverci"
Tristan sorrise, divertito. "Allora vorrà dire che il potere che sentiamo proviene dalle mura" esclamò, poi si girò verso i due draghi che gli stavano accanto ".. non certo da un demone svanito nel caos da più di dieci anni!"
Alcuni dei consiglieri si unirono alla risata, Milgazia strinse le labbra furibondo. Il Consiglio era in mano ad un ragazzino incompetente e presuntuoso che non sapeva niente della storia passata, a cui non importava niente nè del mondo nè della Colonia che gli era stata affidata fintanto che poteva fare quel che voleva. I Katart stavano cadendo a pezzi e nessuno sembrava accorgersene. Fece per aprire bocca, ma Lord Namar dovette intuire la catastrofe che le sue parole avrebbero scatenato, così lo precedette richiamando l'attenzione degli altri con un faticoso colpo di tosse. "Signori.." disse. La sua voce era un soffio appena udibile ".. forse Lord Deelan è stato eccessivamente pessimista nel giudicare l'enorme forza che sentiamo provenire da Sud ma sono certo che è in buona fede e che ciò che più gli sta a cuore è il bene della Colonia, del mondo e di tutti quanti noi" Rimasero in silenzio, mentre il vecchio prendeva fiato per continuare. Milgazia aggrottò le sopracciglia, chiedendosi dove Lord Namar volesse arrivare con quelle parole. "Ora chiedo a voi tutti, non sarebbe più utile controllare il castello e tranquillizzare il Generale, piuttosto che star qui a deridere una paura che è nata solo da un buon proposito?"
Lord Syndar si schiari la voce, sedendosi meglio sul suo seggio. "Con tutto il rispetto, Lord Namar, una spedizione verso il Deserto della Distruzione per controllare qualcosa di assolutamente improbabile sarebbe solo un dispendio di forze e denaro che non gioverebbe affatto alla Colonia"
"Ma se Lord Deelan avesse ragione, non ci troveremmo forse impreprati di fronte ad un problema molto più grosso?" insistette con fermezza Lord Namar. Era seduto placido al suo posto, le mani in grembo e la schiena leggermente ricurva. Il suo viso era pacifico e rilassato, come se si fosse trovato nel suo bel giardino a conversare di cose futili. Milgazia ammirava la calma con la quale riusciva ad affrontare qualsiasi argomento.
"Lord Namar, non c'è alcuna possibilità che Hellmaster Phibrizio sia resuscitato" insistette Syndar, col tono di chi sta parlando ad un povero rimbambito. Cosa che Lord Namar non era affatto. "Lord Deelan può dormire sonni tranquilli"
Il vecchio consigliere sorrise affabile, le guance cadenti e gli occhi un pò chiusi lo facevano assomigliare ad una testuggine. "Ne dormirà, ne sono convinto, non appena l'intera faccenda verrà chiarita. Non ci vorrà un esercito, basterà una decina dei nostri soldati. Non credo che la scorta di sua Eccellenza risentirà di tale mancanza per qualche giorno"
"Ma signore, non ci sono motivazioni sufficenti per giustificare una spedizione simile!" esclamò Syndar, leggermente interdetto. Sembrava non voler togliere ufficialmente di rispetto a Lord Namar, il quale aveva ad occhio e croce il doppio dei suoi anni, ma era chiaro dall'espressione che aveva sul viso che cominciava a crederlo pazzo.
"Il simbolo che Lord Deelan ha trovato in quella stanza mi sembra una giustificazione più che sufficente, lei non crede?"
Lord Syndar balbettò qualcosa di incomprensibile, senza per altro che nessuno corresse in suo aiuto. Tristan stava ascoltando le parole di un altro consigliere che gli stava probabilmente sussurrando all'orecchio qualcosa che riguardava il vecchio Namar. Il Primo Consigliere aveva per lui uno sguardo di palese insofferenza.
"A quanto ne sò, c'è bisogno di un membro del clero per percepire un simbolo simile a quello che ci è stato mostrato" fece notare una voce nuova.
Lord Namar si voltò sbattendo le palpebre un paio di volte tanto per schiarirsi la vista annebbiata dall'età e vide Damon attraversare lo spazio che divideva gli spalti dal tavolo centrale. Proprio com'era successo più di mille anni prima. Milgazia emise un ringhio sommesso, che non riuscì a trattenere.
Damon sorrise. "Non mi sembra che lei rientri nella categoria, milord" concluse, con falsa gentilezza.
Milgazia incrociò lo sguardo di Namar, nel quale lesse il chiaro invito a mantenere la calma. "Certamente, no. Difatti non ero solo" si affrettò a spiegare. Avrebbe voluto sorvolare sui dettagli, ma ripensandoci capì che era impossibile. "E' stata la signorina Ul Copt ha occuparsi dell'analisi. La signorina è una vestale"
Subito gli occhi del Consigliere che sedeva vicino a Tristan si strinsero incattiviti. Si piegò verso il ragazzino e gli sussurrò qualcosa all'orecchio, qualcosa che incattivì anche l'espressione del Primo Consigliere.
"Ex-vestale, Lord Deelan" commentò Damon, con una nota sarcastica. Guardò Tristan che, con un breve gesto del capo, lo invitò a continuare "Se sono ben informato, ha rassegnato le sue dimissioni molto tempo fa"
"E' così" confermò Milgazia, espirando. Stavano deviando dal problema principale, ed era l'unica cosa che aveva temuto. "Questo però è irrilevante. I suoi poteri sono ancora dentro di lei"
"Spacciarsi per vestale è un affronto a Dio, milord" intervenne un altro dei consiglieri, visibilmente perplesso.
Milgazia scosse la testa. "Non è avvenuto niente di simile" rispose. "Ha solo usato il potere che era già in lei"
"Non è mai stato provato che il potere di Cephied rimanga nel corpo di una persona, dopo che essa ha lasciato i voti" fece notare un altro di quei vecchi che fino a quel momento non aveva parlato. Sembrava una brutta statua antica corrosa dal tempo.
"Io credo fermamente in questa possibilità" rispose Milgazia, ma ben sapendo che questa sicurezza non sarebbe affatto bastata aggiunse "In ogni caso, la signorina Ul Copt ha avuto più volte un sogno che non esiterei a definire premonitore"
"Da cosa lo deduce?" chiese Damon, c'era una nota sarcastica nella sua voce. Quella stessa nota che non lo aveva mai abbandonato da quando era un ragazzino, la stessa nota che Milgazia odiava più di ogni altra cosa al mondo.
Il drago dorato inspirò profondamente. "Il sogno si ripete continuamente, modificandosi ma mantenendo invariate le sue caratteristiche principali. Provoca al soggetto disturbi a livello fisico e racchiude in sè un simbolismo tipico di questo tipo di manifestazioni notturne"
Lord Tristan scivolò ancora di più sulla sua sedia, trattenendosi a stento dallo sbadigliare. Milgazia non capì se fosse colpa del linguaggio tecnico o della sua maleducazione. Lord Namar si sistemò gli occhiali rotondi sul naso e si schiarì la voce, raschiando la gola. "La prego, Lord Deelan, racconti nel dettaglio questo sogno" lo invitò gentilmente, vedendo che nessuno degli altri sembrava minimamente interessato a comprendere meglio quello che consideravano un'inutile preoccupazione di Milgazia.
Il drago dorato raccontò il sogno nei minimi dettagli, così come Philia lo aveva raccontato a lui. Spiegò tutta l'evoluzione, dalle prime immagini agli ultimi cambiamenti, stando ben attento a sottolineare la presenza dell'imenso pitone nero e della torre di ossidiana, dipingendola esattamente come Philia l'aveva dipinta e aggiungendo quei particolari che erano venuti in mente a lui e che probabilmente Philia non poteva ricondurre alla sua torre.
"Può ripetere, Lord Milgazia?" commentò Lord Syndar, scettico.
Milgazia annuì. "La torre nera" mormorò a bassa voce, come se quelle tre parole meritassero improvvisamente una qualche sorta di deferenza. "Ne esiste soltanto una che risponde alla descrizione che la signorina Ul Copt ne ha fatto"
Qualcuno mormorò un: "Ridicolo"
Milgazia si voltò. "No, non lo è affatto, milord" replicò. "Qualcosa sta cambiando, anche se non riusciamo a coglierne precisamente il senso e l'apparizione di quella... torre è qualcosa su cui dovremmo riflettere"
"Nient'altro che una coincidenza"
"O forse no" insistette Milgazia. "Quella ragazza non può sapere della torre nera, va ben aldilà delle sue conoscenze.
"Queste sono soltanto sue sopposizioni. Stiamo parlando di qualcosa che ha perso il controllo di questo mondo ben più di cento secoli fa" replicò inviperito il suo interlocutore. "E' ridicolo anche solo pensare che la sua presenza possa ancora significare qualcosa e che una qualsiasi torre nera sognata da una ragazzina non qualificata sia in qualche modo riconducibile ad un potere estinto da così tanto tempo!"
"Non estinto, milord" precisò Milgazia. "Soltanto sopito. Lei non è morta, lei dorme e voi lo sapete"
Forse una minima parte dei presenti stava cominciando ad interessarsi a questo racconto ma il consiglio era già sufficentemente perplesso e stanco da dubitare di dovergli dare ascolto ulteriormente, una situazione ideale che conciliò l'intervento di Damon. "Signori, la situazione in questo caso non mi sembra così pericolosa come il nostro Lord Deelan vuole farci credere" disse, e la sua voce spense un pò di quel mormorio che si era di nuovo sollevato. "Sono sicuro che questa ragazza abbia agito in buona fede, tuttavia non possiamo ritenere perfettamente attendibili le ipotesi fatte sulla base di informazioni date da un ex-vestale"
"Questo non significa niente" Esclamò Milgazia, imbestialito. "Le informazioni sono perfettamente valide, c'ero io a fare da testimone"
"Tu non puoi vedere i segni" Fece notare Damon "Lei potrebbe mentire".
Milgazia espirò dal naso con irritazione. "Garantisco io per lei"
Generale e sacerdote si guardarono a lungo in cagnesco, come se fossero pronti a venire alle mani, ma furono interrotti dal battere insistette di un martelletto di legno.
"Signori, adesso basta..." stava dicendo Tristan, anche se sembrava ben poco convinto. Con ogni probabilità stava ripetendo parole che gli erano appena state suggerite da uno dei più vecchi. "Io e il consiglio ci riuniremo per prendere in considerazione il suo suggerimento Lord Delaan"
"Ma Lord Tristan--" tentò Milgazia.
"Si consideri conclusa questa riunione" commentò Tristan senza ascoltare ulteriormente.
Il rettangolo di luce che ormai riempiva tutta la parete della stanza si ridusse fino a raggiungere le dimensioni di un francobollo, quindi scomparve.
Furioso, il drago tirò un pugno contro il muro, lasciando che l'intonaco gli si sbriciolasse tra le dita.
Verso le undici, Phibrizio scese le scale che portavano al salone. Nonostante si sentisse abbastanza bene da camminare per conto suo, Aiko aveva insistito per accompagnarlo e ora gli trotterellava dietro scalza, saltando due scalini per volta.
In realtà il demone sospettava che fosse solo curiosa di vedere Alastor da vicino, ma gli faceva comunque piacere averla lì con sè.
Si era infilata di corsa un vestito di stoffa azzurra. Era un abito intero, semplice e a maniche corte, con fiori di stoffa applicati sull'orlo della gonna svasata. Lo portava senza cintura, benchè ci fossero i passanti, perchè così rimaneva largo e svolazzante come piaceva a lei. I capelli erano sciolti, neri e lucidi come al solito e ai polsi aveva due braccialetti di filo intrecciato, ornati di minuscoli campanellini tintinnanti legati a gruppi di due.
Sparita anche l'ultima traccia della festa, il salone era tornato grigio con le sue colonne imponenti e i gargoyle ruggenti sui piedistalli. Tutti tranne quello che era stato detronizzato da Dolphin e che ora era soltanto un puzzle di cinquanta chili.
Phibrizio si chinò in terra a raccogliere la punta di un'ala uncinata. "Guarda qua" commentò tra se e sè. "Questo mostro era qui da secoli, arriva lei e non rimangono che quattro pezzi"
Il successivo rumore di pietra che andava in frantumi sul suo preziosissimo pavimento di marmo gli fece capire che Aiko aveva appena dato il suo personale contributo al disfacimento dei beni artistici dell'Hellmaster Manor.
"Sei pezzi" borbottò Phibrizio.
Aiko lo guardò con l'aria di chi non capisce perchè c'è bisogno di farla tanto lunga.
Il demone si voltò a guardarla, quindi sospirò rassegnato. "Immagino che non sia una gran perdita dopotutto. Cos'altro ci mettiamo?"
Aiko non mancò di esporre la propria opinione fin nei minimi dettagli, dimostrando una discreta fantasia.
Phibrizio sollevò un sopracciglio. "Non credo che un unicorno alato con un cespuglio di bacche e quattro fatine sarebbe molto in tema con il castello" commentò, lanciando un'occhiata al salone che trasudava gotico ovunque.
La ragazza ci pensò su, quindi propose la sua alternativa.
"Anche senza il cespuglio, Aiko" mormorò Phibrizio esasperato.
Comunque, prima che potesse modificare ancora l'ipotetica scultura, Aiko fu distratta completamente dall'accoccolarsi morbido di una figura davanti ai suoi occhi. La ragazzina fece un passo indietro: non aveva sentito il tonfo morbido prodotto dal corpo di Alastor che si staccava dal soffitto per atterrare sul pavimento, ma l'imponenza del demone minore doveva averla colta decisamente di sorpresa. Phibrizio notò che Aiko non aveva davanti quello che si era aspettata, e il fatto che gli stesse stringendo la mano così forte da stritolarla ne era la prova.
Phibrizio fece un cenno con la testa, per dare il benvenuto al nuovo arrivato. Non sembrava colpito dalla sua presenza. "Ti aspettavo due ore fa" lo apostrofò, guardandolo dritto negli occhi azzurri. "Cos'è successo?"
Alastor era ancora ranicchiato sul pavimento, la schiena curva e le nocche delle grandi mani ossute appena lievemente appoggiate al pavimento. Si prese tutto il tempo di sollevarsi, in un movimeto unico e liquido durante il quale Aiko si fece ancora più indietro. C'era qualcosa che la spaventava come non era mai successo prima, forse era l'aspetto di Alastor - che inquietava perfino Phibrizio - o forse era il muoversi lento di quel corpo che non assomigliava a niente che lei conoscesse.
"Ho avuto degli imprevisti" rispose, quella voce bassa e monotonale. C'era ancora quello strano accento, come straniero. "Demoni e draghi mi danno la caccia, adesso"
Phibrizio socchiuse gli occhi un istante. "Questo era prevedibile"
Il volto di Alastor rimase immobile, ma i suoi occhi si indurirono. Seguì Phibrizio che attraversava la sala e si lasciava andare seduto sul trono. Aiko rimase in piedi lì accanto, una mano ancora stretta in quella di Phibrizio e gli occhi fissi in quelli di Alastor come se non si fidasse e volesse tenerlo sotto controllo. Sembrava che la tranquillità di Phibrizio nei confronti dell'altro demone non le bastasse come garanzia.
"Zelas Metallium è sulle mie tracce" Alastor pronunciò la frase lentamente, cercando ogni singola parola con cura e lasciando che gli si formasse sulla lingua prima di pronunciarla. Parlare era qualcosa che sembrava costargli una grande fatica, come se non fosse stato programmato per farlo anche se ne aveva tutte le possibilità.
Phibrizio si strinse nelle spalle, ma con aria di solidarietà più che di menefreghismo. "E' normale, direi che ne ha pienamente diritto"
"Avevi detto che le avresti parlato"
Phibrizio annuì. "L'ho fatto ma non posso impedirle di darti la caccia. Lei non si fida di te e non si fida completamente di me perchè ti sto dando una mano" spiegò, senza tanti giri di parole. "Posso dirle quello che mi pare, ma lei manderà comunque Xellos a farti fuori"
"Per il momento non può trovarmi" mormorò il demone, lentamente.
Phibrizio annuì. "Se vuoi un consiglio, fà in modo che sia così a lungo perchè ho l'impressione che tuo fratello non andrà troppo per il sottile"
"Non è mio fratello"
L'Hellmaster ghignò. "Suppongo tu abbia ragione, nemmeno io andrei in giro a dire che quella cipolla col caschetto è mio parente" annuì, lasciandosi scivolare sul trono in una posizione più rilassata. "Ad ogni modo, ecco il tuo libro..."
Phibrizio gli lanciò il diario e Alastor lo prese al volo. Le lunghe dita seriche si strinsero sulla copertina come intorno a qualcosa che conosceva bene. Nei suoi grandi occhi dalle iridi enormi si accese una luce morbida che li rese più dolci. Accarezzò la pelle della copertina lentamente.
"Lei ti manca molto?"
Alastor girò la testa di scatto e i suoi occhi tornarono scuri e taglienti come quelli di un lupo. I suoi tratti animali ridisegnarono il suo volto di bambola che acquistò un'espressione inquietante, incattivita e infernale. "Non voglio parlarne" abbaiò e la sua voce si abbassò ulteriormente, sdoppiandosi come fossero state due persone a parlare e non soltanto una. Quelle tre parole rimbombarono nella sala e infine si persero, lasciando dietro di loro una scia tesa tra i due demoni.
Phibrizio rimase a guardarlo, forse un pò sorpreso dalla reazione ma certo non spaventato. Sollevò la mano con il palmo aperto in segno di scuse e chinò leggermente il capo come ad accettare la decisione del suo interlocutore. "Sta bene" disse. "Non c'è bisogno di alterarsi"
Alastor non si calmò subito. Phibrizio vide le sue dita stringersi nervose e sentì il grignare di denti che non aveva mai visto prima, nascosti da labbra composte. Gli incisivi erano lunghi e appuntiti, forse più grandi di quelli di un essere umano ma non poteva dirlo con sicurezza. E avevano l'aria di essere resistenti. Non erano lì per bellezza, il demone li usava e considerando che - per quanto Phibrizio ne sapesse - Alastor non aveva una seconda forma animale, dovevano servire alla funzione primaria di staccare carne dalle ossa.
"Comunque quel coso non si apre" continuò Phibrizio, cercando di portare la conversazione verso argomenti che non conducessero Alastor alla follia omicida di cui sembrava essere vittima al momento. "Non ho idea di cosa tu possa fartene"
Alastor si voltò piano, improvvisamente sembrava stranito. Aiko, piegò la testa di lato e lo guardò, questa volta con una curiosità che prima non aveva avuto. Cominciava ad abituarsi alla sua presenza, come del resto era successo anche a Phibrizio. Alastor sembrava sempre fare quell'impressione, ci voleva del tempo in sua compagnia per trovarlo in qualche modo famigliare, come se l'ambiente in cui si trovava gli fosse sempre e comunque estraneo e bisognasse aspettare che forme e colori lo assorbissero e integrassero prima di trovarlo accettabile.
Aiko non sembrava aver gradito affatto il passaggio di proprietà del diario, forse perchè aveva tentato più volte di aprirlo senza riuscirci e non aveva ancora abbandonato del tutto l'idea di provarci, o forse più semplicemente perchè nella sua semplicità era un oggetto grazioso.
Come tutte le cose piccole, aveva avuto su di lei una forte attrazione, in più il fatto di saperci scritte sopra parole che raccontavano storie antiche di millenni rendeva il tutto ancora più affascinante.
Nonostante questo, comunque, la ragazza non fece un solo passo verso Alastor ben sapendo che qualsiasi cosa fosse quel diario, rappresentava un patto tra Phibrizio e quel demone, e lei non doveva interrompere lo scambio.
"Non lo hai aperto?" chiese Alastor. Il tono della sua voce era un misto di confusione e incredulità, sembrava che non fosse sicuro di aver capito quello che Phibrizio aveva appena detto. Tornò a guardare la serratura del diario e poi il suo sguardo si posò su Aiko.
"Ho provato, ma non si apre" rispose il demone, afferrando un bicchiere dal tavolino vicino al trono. C'era dentro del liquido ambrato e corposo, sicuramente non vino. "Bevi qualcosa, tu? Non so bene come funzioni esattamente..."
Alastor però non lo stava assolutamente ascoltando. "Com'è possibile che tu non lo abbia aperto?"
Phibrizio lo guardò stranito per qualche istante, come a chiedersi cosa ci fosse di tanto strano a non aver aperto un diario chiuso di cui non si possedeva la chiave. "Quale parte del semplice concetto "Ho provato ma non si apre" non ti è chiaro?"
"Deve aprirsi" esclamò Alastor, ma senza alterarsi o allarmarsi, la sua fu soltanto una specificazione. Voltò il bel viso liscio verso Phibrizio, gli occhi enormi lo guardarono come in cerca di una comprensione che Phibrizio non aveva. Quindi inspirò e la sua voce, che aveva acquisito toni metallici, tornò a parlare. "Tu hai la chiave"
Phibrizio sorrise, divertito. "No"
Alastor non perse tempo ad insistere che era come diceva lui, ma neanche si spazientì di fronte all'evidente scetticismo del suo interlocutore, anche perchè non ne sembrava capace. Tutto ciò che faceva era starsene lì quasi immobile, con quella postura strana e le orecchie tese a percepire qualsiasi rumore come fa chiunque sia braccato. Phibrizio lo vide fare tre passi avanti, tanti ne bastarono a fargli coprire lo spazio che li divideva, e quindi lo vide allungare un braccio verso la testa di Aiko che si scansò colta di sorpresa e quindi corse a nascondersi dietro lo schienale del trono.
Phibrizio gli afferrò un polso di scatto. "Hey! Cosa diavolo credi di fare, si può sapere?" sibilò ad Alastor che lo fissava con aria apatica e interrogativa. Sembrava di nuovo una grossa mantide nera, china in avanti, con gli occhi troppo grandi. "Allontanati"
"Tu hai la chiave" ripetè l'altro, semplicemente.
Fece un passo indietro come gli era stato chiesto e solo allora Phibrizio gli lasciò andare il braccio, ma non sembrava affatto contento. "Ora mi hai stancato" esclamò "Non so di cosa tu stia parlando, ma voglio che tu esca da questa stanza immediatamente e non ti faccia più vedere per il resto dei tuoi giorni che presumo saranno notevolmente pochi se continui in questo modo"
Alastor non cambiò espressione. "Me ne andrò, ma ho bisogno della chiave"
"Non ho nessuna chiave!" insistette Phibrizio. Dietro alle sue spalle, Aiko fece capolino, troppo curiosa per stare nascosta.
Gli occhi di Alastor divennero due fessure bluastre mentre scivolava di lato, un'ombra nera in direzione della ragazza.
Aiko cacciò un grido rauco e sgraziato, ma il demone non fece in tempo a raggiungerla e lei non ebbe nemmeno bisogno di scappare perchè Alastor finì lungo disteso per terra, con la mano di Phibrizio che gli inchiodava il collo al pavimento.
Alastor non sembrava provare alcuna emozione, continuava a fissare Phibrizio senza dar segno di sentire la stretta che invece aveva impresso segni lividi sul suo collo. La cascata dei suoi capelli neri si era adagiata morbida intorno a loro e Alastor appariva come nient'altro che una strana creatura senza forza nè volontà. Solo gli occhi avevano ancora qualcosa di strano ed inquietante.
"Nei suoi capelli, la chiave" mormorò all'improvviso e dopo così tanto silenzio, che Phibrizio quasi fu sorpreso di sentirlo parlare.
"Che cosa stai dicendo?" ringhiò l'Hellmaster, c'era nella sua voce una fretta nervosa.
Aveva perso lievemente il controllo e la cosa non gli piaceva per niente.
"Lasciami, posso mostrarti cosa sto dicendo" mormorò ancora il demone minore, senza che il suo viso cambiasse un solo istante. Le sue mani rimasero adagiate contro i suoi fianchi, perchè Phibrizio capisse che non aveva alcuna intenzione di reagire.
L'Hellmaster lo guardò, per nulla convinto. Alastor non era mai stato aggressivo prima di allora e Phibrizio non capiva perchè avrebbe dovuto diventarlo adesso, ma continuava a ripetere di una chiave che lui non possedeva. E, ad ogni modo, il solo fatto che avesse tentato di avvicinare Aiko era già di per se un punto a suo sfavore.
Espirò forte, come avrebbe potutto fare un grosso felino ma allontanò lentamente la mano. "Alzati" ordinò, permettendogli di muoversi. Senza mai staccare gli occhi di dosso ad Alastor, raggiunse Aiko facendole da scudo. Alastor lo vide fare un cenno e pochi istanti dopo, Fear apparve dall'ombra alle sue spalle e ringhiò minaccioso nella sua direzione. "Resta lì e non ti muovere" continuò Phibrizio "Ti spiegherai chiaramente, senza fare un solo passo in più"
"La chiave del libro è tra i capelli della tua compagna" scandì il demone minore, sollevandò un braccio nella direzione di Aiko che stringeva con forza la camicia di Phibrizio. E quando vide che comunque l'Hellmaster continuava a non capire, aggiunse. "La farfalla, quella è la chiave"
Aiko, però si era già tolta il fermacapelli dalle ali di zaffiro e ora lo teneva tra le mani unite, guardandolo come se non l'avesse mai visto prima. Il gioiello brillava debolmente di piccole luci bianche, adesso le ali sembravano fremere impercettibilmente come se fosse stata una farfalla viva.
Alastor le porse il diario, senza che Fear gli lasciasse fare un solo passo nella direzione della ragazza.
Rimasero tutti in attesa, mentre lei appoggiava il fermacapelli sulla ninfea che era la serratura del libro. Il contatto tra i due oggetti, produsse una luce calda ma poco intensa nella quale la farfalla tornò immobile e si sentì lo scatto di qualcosa che veniva infine aperto. I piccoli cordoncini scorsero lungo la copertina fino a slacciarsi e infine cadere a terra morbidi, come se si fosse trattato di nastri di raso e non di un filo metallico.
La luce si spense, mentre la chiave tornava buia e immobile.
Ci fu un istante di silenzio, rotto forse soltanto dal vento del deserto che si stava alzando fuori dalle finestre in turbini violenti e rabbiosi. Da lì a qualche ora la temperatura si sarebbe abbassata fino a raggiungere anche dieci gradi sotto lo zero e la visibilità sarebbe diminuita a tal punto che andarsene in giro sarebbe stato impossibile.
"Come lo sapevi?" Phibrizio fu il primo a parlare.
Per la prima volta, Alastor sorrise ma non rispose.
Aprì per lui il diario ed indicò pagine di pergamena ruvida che sembrava fossero state appena create e non avessero invece viaggiato nel tempo per più di dieci secoli.
Tutti i fogli erano ricoperti di scritte da cima a fondo, senza che vi fosse mai uno spazio bianco. Ogni pagina era stata riempita fino ai quattro margini prima di passare a quella successiva e, per quanto continuassero a sfogliare, il diario sembrava infinito.
Phibrizio sfogliò con delicatezza le pagine, come se avesse paura che si sarebbero sgretolate ma non ce n'era pericolo. Il Diario aveva resistito fino a quel momento e avrebbe resistito ancora: probabilmente non esisteva modo per distruggerlo e sarebbe rimasto intanto fino alla fine del mondo.
La lingua usata era una soltanto ma le calligrafie erano diverse, i testi non erano mai scritti con lo stesso inchiostro perchè quelle pagine erano passate di mano in mano, ogni volta.
Rimasero tutti quanti in silenzio a lungo, con il rumore ruvido della carta come unico suono. Poi Alastor si era mosso leggermente. "Tu puoi leggere queste parole, vero Hellmaster?" chiese.
Phibrizio fu sorpreso di sentirglielo dire, era strano che sapesse. "Ci sono cose che non capisco di te, Alastor. Dove hai preso queste informazioni?" chiese. Non c'era irritazione nella sua voce, non gli importava che quel subordinato sapesse che era capace di leggere nella lingua di Lon e che questo non era così normale come poteva sembrare. La Dea aveva il suo linguaggio e questo non era ad uso delle altre creature. Certo un tempo lo era stato, ma quel tempo non esisteva più.
"Da nessuna parte. Certe cose sono sotto gli occhi di tutti ma non sempre le persone vogliono vedere" rispose, ma non sembrò attendere conferma. "Ma il Diario non ti serve, tu sai già cosa c'è scritto. Il passato non è un segreto per chi è stato resuscitato"
Phibrizio annuì vagamente, anche questo era vero.
Richiuse il Diario e lo passò al demone, ben sapendo che qualsiasi informazione vi fosse stata appuntata faceva anche parte di quell'energia che gli scorreva nelle vene. "Quello che mi chiedo, è cosa serva a te"
Alastor non distolse lo sguardo.
"Qualcosa sta cambiando nella penisola, lo sento, è nell'aria. E lei è morta per questo motivo" disse, gli occhi asciutti e lontani come prima. "Voglio capire se questo Diario che era così importante per Vrabazard può essere usato per migliorare le cose o se è solo capace di portare dolore"
Phibrizio valutò quelle parole, quindi si passò entrambe le mani nei capelli. "Come posso essere sicuro che non lo riporterai a Vrabazard?" chiese. "Non ho nessuna garanzia che in fondo tu non lavori ancora per lui"
Alastor sorrise sincero. "Tu sai perfettamente che io non lo farò" disse, ed era sicuro. "Non sei il demone che eri. La tua conoscenza ha una forma diversa"
L'Hellmaster non rispose.
Alastor sospirò, quindi fece per voltarsi ma si fermò ancora. "In qualche modo so che c'è qualcuno a cui questo Diario è destinato, ma quello non è Vrabazard. Devo solo trovare il luogo e il tempo per scoprirlo"
"Ti muovi a piedi?" chiese Phibrizio, dissipando in un istante quell'aria mistica.
Alastor annuì.
L'Hellmaster tornò seduto sul trono. "Viaggia soltanto di notte, lungo la strada che costeggia il confine con il regno di Elmekia e raggiungi Seillune. Non sono più di cento chilometri"
"Seillune?" ripetè Alastor. "Nessun demone varcherebbe mai la stella bianca!"
L'Hellmaster sorrise. "Per questo nessuno cercherebbe mai un demone a Seillune" spiegò. "Fai sempre quello che non si aspettano. Ti credono stupido e questa è la carta che gioca a tuo favore"
Alastor rimase fermo, forse un pò sconcertato.
Phibrizio gli fece cenno con la mano. "Ora và. Ci sono strani demoni in giro stanotte"
L'altro annuì brevemente, quindi si allontanò. Phibrizio lasciò che l'altro demone percorresse in silenzio tutta la sala, diretto verso l'ultima finestra dalla quale sarebbe poi scomparso, quindi sorrise.
Milgazia slacciò con rabbia il colletto della tunica, chiusa sul davanti da due minuscoli bottoni bianchi. Raggiunse anche le due chiusure laterali, fatte di stringe di raso bianche che si intrecciavano a croce sui suoi fianchi e le sciolse a strattoni, quasi avessero la colpa di essere troppo chiuse. Quindi si tolse la tunica bianca per poi lanciarla con stizza sulla poltrona, dove si afflosciò in morbide pieghe.
Era furibondo e sconvolto dalla reazione e dal comportamento assolutamente indisponente dell'intero Consiglio. Si chiese da quando esattametne quel gruppo di vecchi era rincoglionito a tal punto da non vedere il pericolo nemmeno quando lo aveva davanti agli occhi..
Non spese però un solo pensiero su Tristan per il quale non provava nient'altro che pena e dal quale non si era mai aspettato niente di più che una mente ottusa e rozza, poichè quel ragazzino assomigliava in tutto e per tuto al suo pessimo padre. E sapeva che all'idiozia congenita non c'era mai scampo.
Con ogni probabilità le sue parole si sarebbero perse prima di rendersi utili. Nessuno, tranne Namar, lo aveva preso sul serio. Senza contare il fatto che erano sembrati tutti quanti così presi dalla necessità che il loro più grande incubo, Hellmaster Phibrizio, fosse andato per sempre da non capire che c'erano abbastanza prove per cominciare ad avere paura sul serio.
Il serpente nel sogno di Philia non aveva altri significati se non il ritorno del signore degli Inferi. Il suo simbolo nella stanza di Lyzeille, confermava ampiamente le teorie.
Quel che rimaneva da spiegare era il motivo per cui Lon avesse deciso di riportare in vita l'unico dei suoi figli che le si fosse mai rivoltato contro. E, qualsiasi fosse la risposta a questa domanda, Milgazia sapeva che si avvicinava al concetto di Immane Tragedia.
Il bussare discreto alla porta interruppe il flusso concitato dei suoi pensieri. "Chi è?" chiese, forse più sgarbatamente di quanto avesse voluto. D'altronde non si aspettava nessuna visita e certo non ne voleva una adesso. Rimase immobile in mezzo alla stanza, dando le spalle alla porta e girandosi solo quel tanto che bastava per vederla.
"Milgazia, sono Philia" la voce della ragazza drago arrivò un pò ovattata come se stesse parlando piano.
Un'occhiata fuori dalla finestra bastò a Milgazia per rendersi conto che erano più o meno le undici. Doveva essere stato impegnato in quella discussione molto più a lungo di quanto pensasse.
"Philia?" mormorò tra sè, aprendo la porta. Aveva addosso i suoi pantaloni di tela che completavano la divisa e una camicia larga e semplice senza alcun tipo di ricamo o chiusura, nè sui polsini nè sullo scollo. Un tipo di camicia che andava portata sotto la palandrana. "Cosa succede?"
Philia entrò nella stanza spedita e senza chiedere il permesso. Milgazia fu costretto a togliere immediatamente il braccio che teneva contro lo stipite per farla passare prima che ci battesse contro una testata.
"Scusa se vengo a quest'ora, ma proprio non ce la faccio" esordì lei, gesticolando mentre il drago chiudeva la porta osservandola. La guardava stranito, senza capire. Si aggirava per la stanza visibilmente nervosa, forse un tantino isterica. "Ci ho pensato tanto, sai? E credo che a questo punto sia giusto che tu me lo dica"
Philia si voltò, indossava ancora il suo vestito da viaggio, ma non gli dette la possibilità di dire nulla. I suoi movimenti erano scattanti e imprevedibili, continuava a muoversi sorpassandolo. "Perchè davvero, io sono rimasta stupita" continuò a dire, guardando per terra e poi le sue mani. "E ti giuro che ho rimuginato per ore ma proprio credo sia venuto il momento di parlarne perchè è una cosa importante. Capisci?"
Sollevò lo sguardo su di lui, gli occhi azzurri pieni di profonda apprensione.
"Sinceramente, Philia?" chiese lui.
La ragazza annuì, con un movimento veloce della testa.
"No" esclamò replicò Milgazia, secco.
"Come sarebbe a dire no?"
Il drago si massaggiò la fronte corrugata con due dita. "Per l'amor del cielo, Philia, ma di cosa stai parlando?"
"Se non lo sai perchè mi dici no?" esclamò lei, con gli occhi a scodella.
"Che ne so entri e vaneggi!" replicò lui allargando le braccia.
Rimasero tutti e due in silenzio per qualche lungo istante a guardarsi, poi sospirarono in sincrono. "Qual'è il soggetto di questa conversazione?" esclamò Milgazia sedendosi sul bordo del letto.
Philia si lasciò andare seduta sulla poltrona, con uno sbuffo della sua enorme gonna azzurra e delle sue trine. "Il sogno che ho fatto"
Milgazia sgranò gli occhi impercettibilmente, quindi cercò nella stanza un punto di evasione e lo trovò in un basso tavolino rotondo su cui erano appoggiato il the che si era fatto portare e che era ancora abbastanza caldo. "Ti va del the?" chiese.
Non aspettò che rispondesse, intanto che ne versava un pò in due tazzine.
"Tu sai che cosa significa" esclamò Philia. Non c'era nessuna domanda in quelle parole, anzi il suo tono sembrava quasi una sorta di piccola accusa.
Il dragò le passò la tazza, quindi si sedette con la propria sul bordo del letto. "Cosa ti fa pensare una cosa simile?" mormorò piano. Non era un bisbigliare il suo, ma un modo di parlare ben preciso. Non urlava mai, qualsiasi cosa dicesse era un sussurro fin troppo udibile ma mai eccessivo.
Philia strinse le labbra. "Dalla tua reazione, dal fatto che mi hai liquidata con due parole..." rispose, sembrava un pò sostenuta. ".. quelle tue frasi criptiche a Re Gordon. E poi sai sempre ogni cosa e trovo assolutamente impossibile che tu non abbia neanche una vaga idea di cosa abbiamo per le mani. Senza offesa, Milgazia, ma credo che tu mi stia nascondendo qualcosa"
Milgazia fissò il the ambrato nella sua tazzina senza averne bevuto un sorso. Scorgeva un pò dei fondi galleggiare e c'era ben poco vapore che ancora saliva dalla superfice, forse era già troppo freddo per poterlo gustare. Dopotutto nessuno dei due aveva realmente intezione di berlo.
Sul viso di Milgazia c'era un'espressione strana, che Philia non aveva mai visto. Sembrava immensamente stanco e triste insieme. I suoi grandi occhi dorati erano scuri e spenti, e il profilo delicato era in qualche modo reso ancora più sottile dall'ombra delle candele. Sospirò come se volesse rispondere, ma ci volle ancora qualche istante perchè trovasse il coraggio di farlo sul serio. "Non conosco sempre ogni risposta" mormorò, senza guardarla. "E spesso quando mi capita di saperla, preferirei di gran lunga ignorarla"
Philia sollevò lo sguardo su di lui e appoggiò la sua tazza sul tavolino. "Io vorrei soltanto capire" mormorò, le mani in grembo a torturarsi le dita. "Se davvero quella che ho avuto è una profezia, allora forse ho più diritto degli altri a capire cosa significhi, non credi?"
Milgazia socchiuse gli occhi, un pò addolorato. "Dopo che mi hai raccontato quel sogno, ho cercato di dargli mille interpretazioni, ma qualsiasi pensiero portava ad un'unica risposta. Non so se sia quella giusta, ma di certo non è lontana dalla verità"
Philia rimase in silenzio, sperando che il drago continuasse. Lo vide riportare la tazzina dove l'aveva presa, forse rendendosi conto che era davvero imbevibile, e quindi tornare a sedersi e riavviarsi i capelli con un gesto nervoso delle mani. "Il pitone è un simbolo demoniaco" esclamò all'improvviso, sollevando gli occhi su di lei e poi, notando lo sguardo incredulo nei suoi occhi, aggiunse "E' il marchio di Hellmaster Phibrizio"
"Non ho mai visto il signore degli Inferi rappresentato in quel modo" fece notare lei. Sembrava spiazzata, ma decisa ad andare avanti.
Milgazia annuì con l'aria di chi si aspettava una domanda simile. "E' normale che tu non ne sappia niente" sospirò, fissando il vuoto. "Questo, come altri segni, fa parte di una simbologia caduta migliaia di anni fa. Già ai tempi della Kouma Sensou, Hellmaster Phibrizio non era più collegato al marchio del serpente. Ma è lui e fa parte di lui, perchè così fu creato"
Philia era ancora perplessa. "Perchè le cose sono cambiate?" chiese ancora.
Il drago temeva quella domanda più delle altre. Incapace di rimanere seduto ancora a lungo, si sollevò e prese a camminare avanti e indietro gesticolando. Philia osservò quella figura, le sue spalle ora più basse e la camicia che ricadeva morbida lungo le braccia. Ogni volta sembrava una persona diversa, ma tutte sembravano far parte di lui. E ogni volta lei sembrava essere sempre più affascinata. "I demoni cambiano nel corso dei secoli, Philia" cercò di spiegare Milgazia e la ragazza ebbe l'impressione che stesse cercando parole semplici per un concetto che andava ben oltre la comprensione di entrambi. "Le simbologie si formano dal rapporto con gli esseri umani, non sono cose che si portano dietro alla loro nascita. E questi segni cambiano attraverso le generazioni, arricchendosi o perdendosi a seconda di quanto i demoni incidono sul luogo in cui regnano. Gli esseri umano sono creature superstiziose, che cercano di imbrigliare concetti troppo grandi in figure e pensieri che loro possano comprendere più facilmente. Gli animali, ad esempio. Così sulle prime Phibrizio fu il serpente"
"Per la sua forma beast?" chiese la ragazza drago.
Milgazia scosse la testa. "Nessuno sa quale sia la forma beast dell'Hellmaster" replicò. "Ma il serpente è simbolo di morte e rinascita, per il mutare annuale della sua pelle e gli esseri umani videro nel ruolo di Signore degli Inferi, di accompagnatore di anime se vogliamo, la stessa funzione. Per ogni vita che Phibrizio prende, ne nasce un'altra da qualche parte perchè l'Inferno non è uno spazio infinito"
Philia lo guardò, incredula. Milgazia sorrise leggermente, con tenerezza. "Questo mostra il signore dei demoni sotto un'altra luce, non è così?"
Lei annuì vagamente, sconcertata. "C'è...equilibrio in questo modo" mormorò, faticosamente. Poi sollevò lo sguardo "Ha un senso"
"Certo che ne ha. Il mondo si basa sull'equilibrio, nel bene il male e nel male il bene. Sempre" Milgazia espirò, stringendosi nelle spalle. "Ma c'è la convinzione generale che educare i figli a temere i demoni come mostri sia molto più producente"
"Avere un nemico, giustifica tante azioni"
"Appunto" concordò Milgazia. Poi però sollevò un dito. "Questo però non significa che Phibrizio sia un angelo misericordioso"
"Ma lui che cosa c'entra? Voglio dire.... è stato distrutto più di dieci anni fa!"
Gli occhi di Milgazia si fecere di nuovo scuri e le lanciò un'occhiata piena di significato. Lei però non voleva ascoltare il dubbio che le attanagliava lo stomaco, perchè significava ammettere qualcosa che le faceva paura.
"Un anno fa, sul Deserto della Distruzione è apparsa un'alta concentrazione di energia, proprio sul luogo in cui sappiamo esserci l'Hellmaster Manor" spiegò Milgazia, in un soffio appena udibile che però riempì la stanza come il grido più alto, forse perchè l'aria era rimasta immobile carica di quella notizia ancora non detta che faceva battere il cuore di Philia ad una velocità surreale.
"E...si tratta di lui? Avete controllato?"
Milgazia scosse la testa. "Non possiamo" respirò forte. "O per meglio dire, non vogliamo. Il Consiglio non considera credibile l'ipotesi di un suo ritorno e così non da l'ordine di controllare. Eppure quell'energia si è fatta più forte ogni giorno, raggiungendo i livelli che avevamo sentito l'ultima volta che l'Hellmaster era presente su questa terra"
"Tu credi che si tratti di lui?" Philia cambiò la domanda.
"Prima la consideravo solo una probabilità" rispose il drago, prendendola larga come suo solito "ma dopo il tuo sogno io credo che si tratti di una certezza. E' tornato, anche se non so per quale motivo"
"Perchè ne sei così certo, ora?" chiese la ragazza drago. Sembrava aver preso la notizia meglio di quanto Milgazia si aspettasse o forse ancora non ci credeva. "Spiegami il sogno, io non ci vedo niente di ciò che sembri vederci tu"
Milgazia annuì senza una parola, come a farle capire che anche lui concordava fosse venuto il momento di spiegare ogni cosa nei minimi dettagli. "Come ti ho già detto, il serpente può essere riconducibile soltanto alla figura di Phibrizio, se poi si calcola anche la presenza di quei marchi sulla scena dell'omicidio di Caleb e di sua madre, direi che la risposta è piuttosto inequivocabile. Non so esattamente in che forma possa essere tornato, non è affatto detto che lo abbia fatto in forma umana, ma è qui o la sua energia non avrebbe trovato tanti modi per rendersi palese"
Philia ci pensò su un istante. "Ma perchè utilizzare il marchio del serpente, perchè non qualcosa che fosse immediatamente riconoscibile. Qualcosa di più recente, magari"
Milgazia sorrise leggermente, colpito dall'intelligenza dell'osservazione. "Più antico è il simbolo, più profondo è il suo legame con ciò che rappresenta" disse, con un tono che sapeva di libro antico.
Philia lo guardò perplessa, allora il drago sospirò. "E' stata solo una scelta, avrebbe potuto essere il suo simbolo attuale, come quello antico, o chissà quale altro di cui non conosciamo l'esistenza, ma evidentemente la sua energia era legata a quel serpente molto più di quanto era legata agli altri. Tutto qui, non è questo l'importante" si strinse nelle spalle, c'erano cose per le quali ci sarebbero volute lezioni di anni e tanto valeva sorvolare.
"E la torre?" chiese ancora Philia. "Anche quella è legata a--"
"No" Milgazia la interruppe di scatto e lei si ritrovò a guardarlo, senza capire. Allora il drago si schiarì la voce, cercando di ritrovare la calma. Abbassò il tono di voce e si alzò in piedi, aggirandosi per la stanza. "No" ripetè più piano. "La torre è un'altra cosa"
"Cosa?"
Milgazia sembrò roteare gli occhi verso il soffitto, ma non in un gesto annoiato, piuttosto preoccupato all'idea di dover rispondere. "La torre è un concetto difficile da spiegare, anzi va ben oltre qualsiasi spiegazione"
"Tu provaci" replicò lei, decisa, guardandolo fisso mentre lui invece non ci riusciva. "E' un luogo che esiste davvero?"
"Sì, è esattamente ciò che vedi"
"Quindi lo conosci, sai dove si trova?" lo incalzò Philia. "Che cos'è, un castello, una reggia.. "
Milgazia scosse la testa di fronte alle due ipotesi. "Entrambe le cose e nessuna di esse" disse. "Adesso è una prigione, la più orrenda che tu possa immaginare"
Dal porto, non molto distante dalla locanda, arrivarono le imprecazioni dei marinai e i rumori dell'ultima nave che attraccava. Dal piano di sotto saliva ancora odore di cibo e di vino e il vociare indistinto di gente che stava in compagnia di altra gente.
Per qualche istante l'aria nella stanza rimase immobile.
"Chi è tenuto prigioniero in quella torre?" chiese Philia, lasciando che la propria voce coprisse i rumori esterni e li ricacciasse indietro da dove erano venuti.
Milgazia la guardò ancora, poi chiuse gli occhi e sospirò. "Qualcuno di cui in genere non parliamo" la liquidò.
Il drago non sembrava in colpa per essere stato così sgarbato, sembrava soltanto avere fretta di cambiare argomento. Philia lo lesse nei suoi occhi e sul suo viso che era improvvisamente teso come non lo aveva mai visto prima.
"E la ragazza?" mormorò, allora, decidendo che forse era meglio lasciar perdere per il momento. "Che cos'è lei?"
Milgazia scosse la testa. "Temo di non saperlo" ammise, e sembrava sincero. "E' l'unico interrogativo che mi rimane e non riesco ad afferrarne il significato"
Philia però aveva i suoi dubbi. "Lei ha detto che io so chi è"
"Ma mi hai detto che non ne hai idea"
Philia annuì. "E' così infatti, ma potrebbe essere un enigma anche questo"
"Forse" replicò Milgazia, laconico.
Philia sospirò rendendosi conto che non sarebbe andata più in là di qualche risposta generica. Evidentemente si era rotto qualcosa che impediva a Milgazia di proseguire con quella spiegazione. Niente le era più chiaro di prima e adesso aveva in testa il doppio della confusione, senza contare che se l'Hellmaster era di nuovo in circolazione forse il problema era ben più grosso di quanto avessero inizialmente ipotizzato.
Si sollevò dalla sedia e si rassettò la gonna con aria un pò sostenuta. "Ho capito che non puoi dirmi nient'altro" disse e non fece neanche lo sforzo di nascondere l'irritazione che quel comportamento le aveva messo addosso. "Solo che preferirei tu me lo dicessi chiaramente quando non vuoi più parlare. Le risposte date tanto per accontentare mi fanno saltare i nervi"
Lo superò a grandi passi, diretta verso la porta della stanza che non distava più di tre metri.
"Philia aspetta!" Milgazia si voltò di scatto, andandole dietro.
Lei scosse la testa. "No, non c'è nessun problema" replicò lei, ma il problema c'era. "Se non vuoi dirmi quello che sai, puoi startene zitto quanto ti pare"
Il drago l'afferrò per un polso e la costrinse a girarsi, senza poi lasciarla andare. Philia sollevò il mento, fissandolo con aria quasi di sfida.
Milgazia provò a fissarla allo stesso modo, ma non ce la fece quindi espirò abbassando il capo. "D'accordo, mi dispiace" mormorò, liberandole il braccio. "E' solo che questa storia è strana"
"Perchè continui a fare così?"
Lui non capiva. "Così come?"
Philia sospirò, gli occhi azzurri che brillavano della luce lunare che entrava dalla finestra. "Perchè ti ostini a tagliarmi fuori non appena le cose si fanno più complicate?"
Migazia socchiuse gli occhi dorati un solo istante. "Voglio soltanto che tu non soffra per qualcosa che ti è stato affidato senza che tu lo volessi" mormorò. "Credimi, l'ultima cosa che voglio è tenerti a distanza"
Milgazia si chinò a baciarla di nuovo e lei lasciò che lo facesse, gli occhi chiusi e la luce ambrata di poche candele accese che giocava sul suo viso e sui suoi capelli biondi. Sentì i rumori svanire in lontananza, mentre il drago l'abbracciava stretta. Si perse nel profumo dei suoi capelli che le sfioravano le guance e sorrise contro le sue labbra, certa che questa volta non sarebbe sparito come un'ombra tra le altre ombre di un corridoio.
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