Arrivare fino al punto indicato sulla cartina di Zelgadiss si rivelò più complicato del previsto.
Ora che Philia stava meglio, Milgazia aveva organizzato il viaggio in modo da arrivare oltre la barriera con il teletrasporto e poi proseguire fino all'accampamento nella loro forma di drago per avere poi abbastanza energia da teletrasportarsi indietro direttamente a Seillune dopo il colloquio con Artiglio d'Aquila. Era una tattica militare quella di distribuire i teletrasporti secondo una logica che permettesse sempre di mantenere una dose di energia sufficiente ad effettuarne uno di emergenza in caso di pericolo. Tra un teletrasporto e un altro si copriva la distanza in forma di drago, in modo da minimizzare gli sprechi.
Avevano oltrepassato l'ultimo territorio racchiuso dalla linea immaginaria della barriera demoniaca verso le undici, quindi avevano percorso più di duecento chilometri in volo, affiancati l'uno all'altra nello sfruttare le correnti che sembravano abbondare in quella zona.
All'ora di pranzo, Milgazia ordinò la pausa che entrambi si meritavano.
Philia atterrò senza particolari problemi sullo spiazzo che l'altro drago le aveva indicato dall'alto. Durante il viaggio che li aveva condotti fino a lì e sotto lo sguardo del suo personale istruttore di volo, l'ex-vestale aveva migliorato molto il suo stile e, nonostante continuasse ad assomigliare ad un grosso fagiolo giallo volante, adesso i suoi atterraggi non erano più così ridicoli.
Philia si fermò a fissare la distesa di campanule che coloravano di azzurro un orizzonte che non aveva mai visto e che ora risplendeva chiaro nella luce di mezzogiorno.
"Eri mai stata qui?" le chiese Milgazia, atterrando di fianco a lei. Era già praticamente in forma umana non appena metteva piede per terra, non come lei che impiegava qualche istante e nebbie magiche prima di recuperare due gambe e due braccia.
Philia scosse la testa. "No, non ero mai stata così a nord prima d'ora" rispose, rassettandosi la gonna con gesti veloci. "La prima volta che ho raggiunto i territori della penisola è stato dieci anni fa e passammo da sud"
"Attraverso lo stato dei regni costieri?"
Philia annuì, quindi si girò verso l'altro drago. "Quanto è lontano l'accampamento?"
Milgazia espirò, lasciandosi andare seduto sull'erba. "Due o tre ore, non di più" rispose. "Secondo la mappa di Zelgadiss dobbiamo oltrepassare un piccolo villaggio e quindi seguire il corso del fiume fino a raggiungere il bosco"
"Vivono lì?"
Milgazia si prese un minuto prima di rispondere. "Zelgadiss dice che dovrebbero trovarsi da quella parte"
"Come sarebbe a dire?"
Il drago si strinse nelle spalle. "Non saprei" commentò. "Immagino che se ci ha detto così ci sarà un motivo. Vieni a sederti"
Le tese le mani e la trascinò giù con sè, per qualche istante rimasero entrambi in silenzio a fissare il paesaggio che li circondava.
Era stato un viaggio strano. Con il cielo sgombro di nuvole e azzurro come se fosse stato dipinto, avevano volato piacevolmente osservando il territorio sotto di loro. La piana era immensa vista dall'alto, una sorta di oceano di terra, spruzzato da macchie di bosco e di fiori.
Era stato come guardare un bel quadro in cui gli steli si muovevano leggeri per la brezza.
Non c'erano strade costruite dall'uomo in quel territorio, solo prati di erba altissima e campi di grano che tingevano d'oro intere zone. Avevano scorto soltanto un mulino e una manciata di casette, ma tutte verso il confine occidentale. Al centro la piana era libera da qualsiasi traccia umana.
"Tu conosci la popolazione che vive qui?" chiese Philia, distendendosi all'indietro e affondando nell'erba.
Milgazia le lanciò un'occhiata e sorrise. "No, sinceramente non sapevo nemmeno che esistessero" ammise, scuotendo la testa. "Ho sorvolato questa zona molte volte, ma non mi sono mai fermato. Non ci sono templi né draghi da queste parti, non ne avevo motivo"
Philia lo fissò, stringendo leggermente gli occhi per la luce del sole. Indossava una maglia leggera a maniche corte, con una chiusura di lacci all'altezza della clavicola. A Lyzeille faceva ancora molto freddo, ma dopo aver superato la barriera, la ragazza-drago aveva scoperto che da quelle parti era praticamente già primavera, così dalla sua immensa borsa era saltato fuori un vestito più leggero. "Ecco una cosa che nessuno mi ha mai spiegato" mormorò, un avambraccio sulla fronte a farsi ombra sugli occhi.
"Vale a dire?" Chiese lui.
"Cosa stavi facendo prima di fermarti a Seillune? Eri in giro in missione diplomatica?"
Milgazia sorrise, arricciando il naso. "Qualcosa del genere" annuì. "Stavo facendo il giro dei templi per conto del Consiglio. E in più ne ho approfittato per chiedere quanti dei sacerdoti sentissero le forze che si stavano concentrando nel Deserto della distruzione"
"Risultato?"
Il drago stese le braccia dietro di sè e seguì il lento scorrere delle nuvole sopra di loro prima di girarsi e rispondere. "Risultato: tutti lo sentono, nessuno vuole credere alla verità. La scusa ufficiale è che si tratta di residui di energia demoniaca" la fissò sollevando un sopracciglio, come a farle capire che non aveva alcun senso "Residui.... DECENNALI"
Philia rimase a lungo in silenzio, per un pò l'unico rumore presente fu quello morbido del vento che accarezzava l'erba. Poi la ragazza-drago si girò su un fianco, e quindi si distese sullo stomaco ad accarezzare con le dita i petali di una campanula. "Sai è strano..." espirò.
Milgazia le lanciò un'occhiata. "Che cosa?"
"Pensare che mentre noi stiamo qui, da qualche parte quel demone è tornato a vivere" replicò Philia. Tornò a girarsi, distesa su un fianco. "Insomma, senti che pace.... come si può pensare che adesso l'Hellmaster Manor sia di nuovo abitata da un mostro simile?"
Milgazia sorrise, forse divertito dalla domanda. "Che cosa ti aspettavi? Un cataclisma che sottolineasse il ritorno di forze demoniache?"
"No, ma..."
"Philia i demoni ci sono da sempre, se la loro sparizione o il loro rientro incidessero sempre sul mondo, non ci sarebbe un solo attimo di tranquillità" le fece notare lui. "I demoni vengono creati e distrutti ogni santo giorno"
Philia si tirò su a sedere. "D'accordo, ma non sto parlando di demoni minori, sto parlando del Signore di tutti i demoni" commentò, la campanula tra le dita. "Il suo ritorno dovrà pur significare qualcosa, o no?"
Milgazia annuì. "Ovviamente" confermò. "Ma questo non implica che tu possa fisicamente vedere il suo ritorno. Quando ancora Lord of Nightmare non lo aveva distrutto, avresti trovato qui la stessa pace che trovi adesso"
Philia non rispose, ma lo ascoltò in silenzio.
"La sua energia aveva un posto ben preciso in questo mondo. Quando è scomparso ha lasciato quel posto vuoto e ora che è tornato, lo ha riempito di nuovo. L'unico cambiamento che ti è stato concesso di vedere è la sparizione della barriera, ma si tratta di un caso a parte. Se non ci fosse mai stata, non avresti notato niente"
"Perchè non è riapparsa?" chiese all'improvviso Philia, rendendosi conto di quel discorso.
Milgazia la fissò per qualche istante, come se fosse sorpreso di una domanda simile. "Era un incantesimo, non una condizione. Una volta rotto non può essere riutilizzato se non ripartendo da capo" commentò.
"Ma se davvero Phibrizio è vivo..." l'uso del condizionale sembrava servirle a mantenere una certa calma. Usarlo significava che il ritorno del dark lord non era ancora una cosa certa ".. non c'è pericolo che la ricrei?"
Milgazia annuì, con una calma placida che fece quasi impallidire Philia. "Certo che c'è" annuì.
"E lo dici così? Come fosse una cosa da nulla?"
Il drago si strinse nelle spalle. "Che cosa dovrei fare, secondo te?" chiese. "Farsi prendere dal panico non serve assolutamente a niente e poi, vedila così, abbiamo vissuto mille anni dentro una barriera, non sarebbe poi così terribile tornare a viverci"
Philia sgranò gli occhi, senza sapere cosa dire.
"Ad ogni modo... " Milgazia si alzò in piedi e si spolverò la tunica dall'erba che ci era rimasta attaccata sopra "... io non credo che tale eventualità sia da prendersi in considerazione. Ci sono ben pochi motivi per cui Phibrizio potrebbe volere di nuovo quella barriera"
Si pulì le mani l'una contro l'altra, quindi aiutò Philia ad alzarsi.
"Lei Magnus potrebbe essere un motivo sufficiente" commentò, guardandolo con gli occhi azzurri un pò più scuri.
Milgazia osservò la piana, per recuperare la loro direzione. "E' solo uno dei tanti obbiettivi possibili, Philia" commentò. "E per l'appunto uno dei meno semplici da raggiungere. Dimentichi che Lei Magnus è sotto il nostro controllo"
"E questo basta a fermare i demoni?" chiese lei, c'era forse una nota scettica nella sua voce.
Milgazia si voltò, con un sopracciglio di traverso. "Preferiresti tentare di recuperare un pezzo di Shabranigdo sorvegliato da un numero di sigilli magici più alto di quanto un demone brass riesca a contare, o preferiresti fare un controllo più esteso e vedere se per l'appunto mille anni di segregazione e conseguente indebolimento magico hanno fatto spuntare come funghi altri pezzi di Shabranigdo fuori dalla barriera?"
Philia mise le mani sui fianchi. "Mi sono persa alla seconda frase"
"Intendo dire che nei territori oltre la barriera, il livello magico è andato inesorabilmente a calare. Questo significa che se qualcuno dei sette pezzi di Shabranigdo fosse da quelle parti, sarebbe molto più facile individuarlo, risvegliarlo e prenderlo. Lei Magnus, con tutti i suoi bei cerchi draconici intorno alla tomba e i suoi strati di ghiaccio perenne, è un obbiettivo ben più complesso di altri"
Philia non sembrava convinta. "Ma gli altri pezzi vanno trovati, Lei Magnus è lì"
"Per trovarle, le cose, basta cercarle" replicò Milgazia.
"Vallo a dire a Zelgadiss..."
Milgazia tossì imbarazzato, volgendo lo sguardo altrove mentre Philia ridacchiava. Nonostante il discorso non fosse stato esattamente rassicurante - niente che parlasse di demoni poteva esserlo per lei - i toni e i modi di fare di Milgazia l'avevano fatta rilassare in qualche modo.
Il drago le strinse gentilmente una spalla. "Ora andiamo" la esortò. "Se riuscissimo a farci raccontare la storia e a tornare a Seillune entro stasera sarebbe una bella cosa"
"Stanco?"
Milgazia le dedicò la sua miglior faccia stravolta. "Distrutto" piagnucolò. "Ne ho abbastanza di andare in giro come uno zingaro a patire di stenti e di fame"
"Di stenti e di fame?" Philia lo guardò storto.
Milgazia annuì e poi tirò in dentro le guance. "Non lo vedi come sono smunto?"
Philia scoppiò a ridere e allontanò il viso del drago con la mano aperta. "Stupido..."
L'altro drago però si finse molto convinto ed espresse la sua teoria completa. "Alla mia età dovrei starmene in ufficio a firmare documenti e ad annuire con la testa in modo elegante e compunto, altroché!"
"Non sapevo che tu aspirassi a questo per la tua vecchiaia"
Milgazia annuì, con il naso per aria. "A questo e ad un mucchio di soldi da spendere su una spiaggia tropicale da qualche parte oltre l'oceano, naturalmente" quindi si perse sognante nei suoi pensieri. "Le palme che ondeggiano, l'acqua scaldata dal sole, frutti esotici..."
Philia lo guardò storto.
"Hai finito?"
"Credo di si"
"Ottimo"
Phibrizio si appoggiò allo schienale della poltrona, la gamba destra sul bracciolo e l'altra lasciata penzolare in maniera poco composta. Sorrise alla scena che aveva appena visto, quindi gli bastò passare la mano sulla sfera che brillava sul tavolo perchè questa si spegnesse.
L'immagine di Milgazia e Philia che si trasformavano di nuovo e prendevano il volo sulla piana di Kenya-noh si sfaldò in una nebbia nera per poi scomparire.
"Che cosa ci troverai di così interessante in quel drago?" chiese Dynast. Se non avesse parlato, probabilmente sarebbe stato difficile accorgersi di lui: una forma immobile nella stanza.
Phibrizio si voltò verso l'altro dark lord che era seduto all'altro capo del tavolo, i lunghi capelli lisci che gli scendevano giù per le spalle e sugli avambracci. Lo sguardo vitreo che oltrepassava la sfera per arrivare a lui. "Dici così solo perchè sua moglie mille anni fa ti ha distrutto l'esercito"
"I miei giudizi non dipendono da simili incidenti"
Phibrizio gli riservò un'occhiata che era tutto un programma. "Davvero? Quanti ne perdesti?" chiese allora. "Un centinaio?"
Dynast si sollevò dalla sua poltrona, chilometrici teli di seta scivolarono sullo strascico altrettanto lungo della sua tunica bianca, bordata d'azzurro. "Erano centocinquanta, tra demoni scelti, demoni brass e creature elementali" puntualizzò, forse con un moto di stizza appena percettibile nella voce gelida. Camminò per qualche metro, accompagnato dal suo caratteristico frusciare di stoffa. "E naturalmente Ghorost"
Phibrizio seguì tutta la camminata, quindi annuì con gli occhi al cielo e uno schiocco delle sue labbra sottili. "Oh, giusto" annuì. "Quel vecchio caprone ..."
Dynast si fermò e girò la testa di scatto, le mani dietro la schiena. "Ghorost era un ... minotauro" esclamò interdetto. "Ammesso e non concesso che tu sappia di cosa stiamo parlando"
"Ovvio che lo so" replicò Phibrizio. Si spostò, cambiando posizione e sprofondando ancora di più nella poltrona. Appoggiò i pesanti anfibi di cuoio sul tavolo con grande disappunto del suo ospite. "Un incrocio, per metà umanoide per metà toro. Anche se visto il posto in cui abiti, sarebbe più corretto parlare di mufloni o di yak"
Lanciò a Dynast un'occhiata divertita che il demone dei ghiacci spezzò con la sua tipica espressione immobile, quella che faceva passare a chiunque la voglia di dire qualsiasi cosa. In pratica era come raccontare barzellette alla colonna di un tempio.
Phibrizio tossì, quindi storse la bocca e gli fece segno di dire la sua.
"Ghorost era un'opera d'arte" commentò Dynast, convintissimo. "Il perfetto equilibrio tra la magia elementale e le forze demoniache. Era potenza magica allo stato puro, imbrigliata in un corpo capace di sprigionare una notevole forza fisica. Aveva velocità, scatto, resistenza..."
Phibrizio si alzò in piedi, le catene che aveva appese ai passanti dei pantaloni tintinnarono scontrandosi tutte quante insieme e interrompendo l'estasi mnemonica dell'altro dark lord. "Si, ma è bastata una donna con la sua squadrucola di lucertole a farlo fuori. Gran bel demone..."
L'Hellmaster attraversò la stanza ed uscì, quindi fece cenno a Dynast di seguirlo lungo il corridoio del primo piano.
"Questo non è indicativo" commentò il dark lord del nord. "Quello fu un azzardo che non potevamo prevedere" rispose. "E poi se non ricordo male anche tu hai subito le tue perdite"
Phibrizio gli camminava davanti, il lungo cappotto nero e svolazzante aperto e la camicia scura che si allungava fino alle ginocchia con due spacchi laterali sui fianchi. "Due subordinate, tre generali ed un numero imprecisato di demoni tra i duecento e i trecento" rispose, agitando la mano in aria. "Non ricordo con precisione"
Dynast gli scivolava dietro in silenzio, la poca luce che filtrava oltre le tende si rifletteva sulle sue guance come fossero state fatte di cristallo purissimo. "E ti sembra poco?"
Phibrizio afferrò al volo una delle torce appese al muro. "Non poco, ma accettabile" rispose. Svoltarono entrambi a destra e quindi giù per una rampa di scale che si tuffava nel buio scuro di una cantina. "In guerra qualsiasi cosa scenda in campo è una pedina sacrificabile" poi ci pensò su un secondo e quindi scrollò ancora le spalle. "O almeno così la pensavo allora"
"E adesso?"
"Adesso credo che Milgazia abbia ragione. Preferirei di gran lunga qualcosa di più semplice che non una guerra con un dispiegamento di forze simile se non superiore a quello della Kouma Sensou" commentò Phibrizio. "Fatiche di tale portata non hanno più alcun senso in un momento come questo. Però devo dire che mi diverte sapere tutti quei draghi impauriti da un mio possibile ritorno"
Il corridoio che imboccarono era tanto lungo che non si vedeva la fine. Il pavimento era di terra battuta come se non facesse parte delle fondamenta insieme a tutte le altre stanze e c'era paglia sparsa ovunque a coprire vecchio terriccio umido.
Lungo il corridoio si affacciava un numero imprecisato di porte, tutte uguali per dimensione e robustezza ma che differivano l'una dall'altra per le incisioni. Dynast non posò lo sguardo su nessuna di esse come se le avesse viste più volte di quanto fosse disposto a sopportare ancora.
Phibrizio camminava spedito e di tanto in tanto alzava la torcia a scrutare qualche runa, per poi scuotere la testa e passare oltre.
Ogni porta era disegnata e decorata con precisione millimetrica. Le rune erano ancora perfettamente evidenti nonostante fosse chiaro che erano lì da secoli. Il linguaggio era sicuramente quello demoniaco, squadrato e spigoloso esattamente come la sua pronuncia.
Contarono settanta porte, prima di fermarsi.
"Posso sapere, adesso, perchè hai voluto che venissi qui?" chiese alla fine Dynast, mentre Phibrizio si frugava in tasca alla ricerca di una grossa chiave d'ottone che lasciò scivolare nella serratura della settantunesima porta. "E soprattutto perchè mi hai fatto assistere a quelle immagini?"
Phibrizio girò la chiave un paio di volte, quindi tirò una spallata ben assestata al legno che cigolò agonizzante prima di cedere e aprirsi lentamente sui cardini arrugginiti. "Milgazia ha qualcosa di particolare" disse, senza per altro rispondere alla prima domanda.
Entrarono entrambi.
"A me sembra esattamente come tutti gli altri"
La stanza all'interno era ben più stretta di quanto ci si sarebbe aspettato. Uno sgabuzzino di non più di tre metri, con un tavolo di legno tarlato che occupava gran parte dello spazio.
"Non è affatto come gli altri" replicò Phibrizio, mentre si toglieva il cappotto e lo attaccava ad un vecchio chiodo ancora miracolosamente incastrato nel muro di lastroni quasi divelti. Non c'erano finestre nella stanza e faceva freddo. Dynast calcolò che dovevano trovarsi almeno sei o sette metri sotto terra, avvolti da chissà quante tonnellate di sabbia.
"Ah no?"
Phibrizio scosse la testa. "Sa pensare con la sua testa" specificò, guardandosi intorno come se stesse cercando qualcosa. Poi sorrise. "E ha sempre avuto una certa predisposizione per la ribellione e per la disobbedienza alle regole imposte. Ha mandato quei vecchi draghi nel panico non so quante volte! E questo è semplicemente grandioso...."
Dynast lo osservò andare in giro per la stanza a spostare cose così polverose da fargli credere che fossero lì dall'inizio del mondo. "Continuo a non comprendere tanta esaltazione per un drago, sebbene sia anomalo"
Phibrizio si tirò su le maniche della camicia dai polsini slacciati e sollevò una pila di scatoloni che generarono nubi dai colori più vari. "Mi è capitato di vederlo all'opera un sacco di volte" spiegò quasi distrattamente, mentre spostava altre cose che Dynast non riuscì ad identificare. "In pratica lo seguo dalla guerra al gran demone e mi rendo conto che ha un grande potenziale"
"Un nuovo subordinato?" azzardò Dynast. Si spostò, quasi impercettibilmente, quando Phibrizio gli passò accanto con una spada per mano per poi appoggiarle entrambe al muro.
"Assolutamente no!" esclamò indignato l'Hellmaster. Si fermò un istante, proprio davanti alle due spade che erano incrostate di una patina rossa che non era ruggine, ma sangue antico di chissà quanti anni. Si tirò indietro i capelli e li tenne fermi con una mano mentre li legava con il nastro di raso nero. "Sarebbe un danno enorme. Snaturare la sua vera natura, per sostituirla con un'altra completamente opposta. In pratica sarebbe come cancellare totalmente tutti i motivi per cui lo trasformerei, non ti sembra?"
"E allora?" chiese Dynast. Se ne stava immobile, una sorta di ombra bianca in mezzo a quella polvere che sembrava aver paura di posarsi sopra i suoi capelli e tutta la stoffa che si portava dietro. "C'è almeno un concetto che tu riesca a completare nel giro di una frase soltanto?"
Phibrizio sorrise. "Penso che sia un soggetto da tenere d'occhio perchè ci riserverà delle sorprese"
"Una semplice ipotesi o una sicurezza che nasce da una delle tue..... per così dire... premonizioni?" s'informò Dynast. Era buffo come se ne stesse lì ad osservare ogni cosa con gli occhi grandi e immoti, le sue iridi apatiche e sempre ben lontane dal punto in cui guardavano.
Phibrizio spostò altro ciarpame quindi lo guardò un solo istante, ghignando senza rispondere.
"C'è qualcosa che io non so su quel drago dorato?" insistette Dynast.
"Cosa te lo fa pensare?"
Il demone dei ghiacci fece qualche passo avanti, quindi impose le dita sul piano del tavolo e la polvere che vi era sopra si sollevò creando uno spazio dove lui potesse appoggiare la mano. Il tutto sotto la smorfia leggermente impietosita di Phibrizio. "Tu sei sempre a conoscenza di informazioni più o meno importanti che hai la tendenza a nascondere finchè non hanno più alcun peso sulla faccenda in corso"
"Dove ho messo la chiave di questo qui?" borbottò Phibrizio, accosciato davanti al baule. Poi, senza voltarsi, indicò un punto alle sue spalle. "Dynast cerca un pò su quello scaffale"
"Prego?" esclamò Dynast, incredulo.
L'Hellmaster si voltò. "Là sullo scaffale, c'è una chiave. Prendimela per favore" ripetè. Quindi tornò a guardare la serratura del grosso baule che aveva davanti. Sembrava molto antico, rinforzato da barre di ferro inchiodate con bulloni grossi come nocciole. Il legno era di un bel nero compatto, striato di tanto in tanto da ombre d'argento. La serratura era forse un pò troppo decorativa, con tralci di fiori in ferro battuto che si dipanavano intorno al foro per la chiave. "Comunque le tue sono soltanto basse insinuazioni"
Dynast si prese tutto il tempo che gli sembrò necessario per oltrepassare il tavolo con la sua andatura lenta e costante e raggiungere una sorta di armadietto senza ante e provvisto di sei scaffali, di cui il più alto sfiorava quasi il soffitto e conteneva ogni genere di cianfrusaglia indefinibile.
Il demone osservò con aria critica ogni mensola di legno che aveva davanti, soprattutto quella all'altezza dei suoi occhi, sulla quale facevano bella mostra di sè una ventina di barattoli in vetro ricoperti di lanugine dentro i quali sembravano esserci diversi tipi di sementa o almeno qualcosa che appariva come tale. Accanto ai barattoli, una pila di pergamene schiacciate una sull'altra, una delle quali emetteva un ronzio lontano e insistente sul quale Dynast preferì non indagare. "E' possibile evitarle, quando si parla di te?" chiese, intanto che passava allo scaffale successivo.
Phibrizio non si voltò, intento a togliere la polvere dalla serratura del baule con le lunghe dita magre. Sorrise, però. "Stai diventando una vera sagoma, Graushella" lo prese in giro. "Un giorno di questi finirai col fare battute da taverna e allora addio aria da gelido demone d'inverno"
"Direi che non la considero affatto un'ipotesi realizzabile" commentò Dynast, impegnato nella sua ricerca.
"Non si può mai sapere" replicò Phibrizio. Poi si voltò. "Allora l'hai trovata questa chiave?"
Dynast sollevò un cerchio metallico dal quale pendevano ad occhio e croce una trentina di chiavi, all'apparenza tutte uguali. "C'è questo" disse, con voce piatta, osservando quello che aveva in mano come se fosse una sorta di reperto alieno.
Phibrizio emise un sospiro rassegnato. "Suppongo che sia fra quelle" tese la mano perchè Dynast gli porgesse l'intero mazzo. Quindi si mise a guardarle una per una nella vana speranza di trovarvi sopra anche il più vago indizio.
L'altro demone si guardò intorno e, quando non trovò niente di ciò che cercava, fece comparire una poltrona di raso azzurro, pulita e scintillante sulla quale si sedette. Appoggiò un gomito sul bracciolo a reggersi il mento. "Posso sapere che stanza è questa?"
Phibrizio tentò di infilare la prima chiave ma non ce ne fu bisogno perchè era due volte più grande della serratura. "Fa parte della cantina. E' la numero settantuno" rispose. "Ci tengo parte della mia collezione"
Dynast aveva un viso ovale perfettamente disegnato e due occhi intensi e di un blu velato di centinaia di sfumature che non sbiadivano neanche all'ombra di quella stanza senza finestre. Piuttosto si accesero catturando anche quella poca luce emanata dal fuoco della torcia. "La tua collezione di cosa?" volle sapere, scettico. "Ammennicoli da rigattiere?"
Phibrizio scartò altre due chiavi, quindi si lasciò andare seduto per terra a gambe incrociate. "Io colleziono qualsiasi cosa sia interessante" replicò, senza prendersela troppo. "Ci sono armi, libri, oggetti..... non và nemmeno questa"
Dynast prese a guardarsi intorno con aria apatica o annoiata, una delle due cose andava bene tanto comunque un'espressione non si sarebbe distinta dall'altra. "E la tua situazione personale?"
Phibrizio scrollò le spalle, quindi scartò l'ennesima chiave che era troppo fine. "Vomito sempre tre volte al giorno: colazione, pranzo e cena" rispose tranquillo. "Però in generale sto bene"
Il demone dei ghiacci, che era ormai elegantemente inclinato verso destra, non sembrò particolarmente colpito dalla risposta. "Il tuo corpo non si sta stabilizzando come dovrebbe, mi pare"
"No, no, tranquillo....." lo rassicurò Phibrizio. ".. si è solo inceppato, sai com'è"
Ci fu un respiro gelido che abbassò la temperatura della stanza gradualmente e altrettanto gradualmente la riportò alla sua temperatura precedente. "Certo sarebbe tutto molto più semplice se tu la smettessi di forzare le cose, scatenando potenze che non puoi gestire e mettendo su spettacoli come quello di qualche giorno fa" commentò il dark lord azzurro.
Phibrizio scartò l'ennesima chiave che, tra l'altro, era caduta a pezzi dopo il tentativo. "Sapevo che prima o poi te ne saresti saltato fuori con questa storia"
"Allora saprai anche che mi farebbe piacere sapere cos'avevi in mente e se ha funzionato"
Phibrizio fece il tentativo numero dodici, con una chiave lunga e affusolata, con una serie innumerevole di denti. "Pensi che te lo direi?" chiese, con noncuranza.
"No" un secondo sospiro gelido.
"Allora non chiedere" concluse Phibrizio. Poi si sentì uno scatto secco. "Ci siamo, è questa"
"Proprio lei cercavo, Altezza"
Zelgadiss si fermò a metà del corridoio, la schiena un pò incurvata e le orecchie orizzontali. Si tirò su impettito immediatamente, però. Quindi si schiarì la voce, cercando di darsi un tono.
"Davvero?" chiese. "Per qualche motivo?"
Synor strinse le labbra sottili e serrò la mascella infastidito. Fece qualche passo avanti e si affiancò al sovrano, poi in due ripresero a camminare lungo il corridoio come se la conversazione non potesse svolgersi in un luogo soltanto. "Lo sa benissimo" rispose, le mani intrecciate dietro la schiena e il tono sfacciatamente cortese che in genere utilizzava.
Zelgadiss continuò a far finta di non capire. "Temo di non capire a cosa si riferisca, ministro"
"Francamente sono stanco di doverla rincorrere ogni santo giorno per ricondurla ai suoi doveri" replicò il vecchio, che era alto e magro come una pertica. La pelle del viso, un pò cadente, lo faceva somigliare ad un cammello che ruminava.
"Allora non lo faccia"
"E pretende che il regno vada avanti da solo?" sibilò il ministro. Non alzò nè cambiò il tono della voce. Ogni volta che parlava, qualunque cosa dicesse, sembrava sempre troppo gentile.
Il corridoio del terzo piano svoltava più volte, in un labirintico susseguirsi di minuscoli corridoi laterali. Orientarsi là dentro poteva essere un'impresa. Zelgadiss aveva fatto lunghe ricerche sull'architetto che aveva progettato il castello ed era saltato fuori che si trattava di un essere umano alquanto bizzarro, che era autore anche di altri palazzi sparsi per la penisola e che amava inventare per le sue creazioni piante quasi impossibili da ricordare a memoria, con corridoi, pianerottoli e stanze che s'intrecciassero gli uni con le altre in un groviglio apparentemente incomprensibile. Questo aveva stuzzicato la curiosità di Zelgadiss che, appena stabilitosi al castello anni prima, aveva passato settimane con le planimetrie in mano alla ricerca di ogni angolo non ancora scovato. Con un pò di logica, poi, aveva scoperto che partendo dal nodo del groviglio - nel suo caso la biblioteca - si poteva raggiungere qualsiasi luogo e che ogni strada, nella sua contorta struttura, aveva però una logica particolare.
La pianta interna di stanze e corridoi era formata da un numero imprecisato di pentacoli, esattamente identici a quelli delle mura esterne, ma sovrapposti gli uni sugli altri e quindi ribaltati o inclinati secondo gradi differenti così che andassero ad intrecciarsi in centinaia di fantasie diverse. Zelgadiss era riuscito a contare venti stelle, ma era quasi sicuro che ce ne fossero altre che non era riuscito a vedere.
"Non sto abbandonando il regno a sè stesso, come state sicuramente pensando" replicò Zelgadiss, mentre scendeva attraverso una delle tante scalinate di marmo con il ministro sempre al fianco ".. ma ritengo che il mio parere sul colore delle mattonelle nella nuova biblioteca reale non sia indispensabile. Seillune non cadrà a pezzi se non esprimo le mie preferenze su qualche pezzo di ceramica"
"Un buon re si occupa di tutte le questioni pertinenti al suo regno"
Zelgadiss sospirò. "Sono convinto che le persone che si stanno occupando della costruzione sapranno scegliere il colore più adeguato per quelle mattonelle" rispose, cercando di mantenere un certo controllo. "Ci sono altre questioni urgenti che deve sottoporre alla mia attenzione, possibilmente senza dover indire la centoventesima riunione della giornata?"
Synor ebbe un moto di stizza, ma non lo dette a vedere. "Le riunioni servono a fare il punto della situazione, non ci siamo solo io e lei in questo castello e riunirsi tutti quanti intorno ad un tavolo facilità le spiegazioni"
"Allora da qui in avanti indica una sola riunione alla fine della giornata e utilizzi le sue fantasmagoriche abilità di sintesi per elencare in una volta sola tutti i problemi di questo dannato regno!" sbottò Zelgadiss. Si fermò, costringendo il suo interlocutore a fare altrettanto. E si guardarono in cagnesco per qualche istante, prima che la chimera sospirasse di nuovo.
Synor disincrociò le braccia da dietro la schiena per incrociarle di nuovo in grembo. "Dunque, ci sarebbe da discutere la questione della regina, altezza"
"La regina?"
Synor annuì. "Forse sarebbe opportuno non mettere al corrente il regno del motivo esatto per cui sua maestà non può presenziare ai suoi appuntamenti" rispose, pacatamente.
L'espressione sul viso di Zelgadiss si fece scura. "L'unico motivo per cui non c'è bisogno di fare un comunicato è che la regina Amelia sta bene e si rimetterà nel giro di poco tempo" replicò, senza sforzarsi di non far notare quanto quella frase lo avesse notevolmente irritato.
Il viso di Synor rimase serio e, nonostante le sue parole fossero pronunciate con la calma e la tranquillità di un discorso qualsiasi, traspariva dalla sua voce qualcosa d'altro. "Non metto in dubbio che Lord Milgazia stia facendo del suo meglio, ma dobbiamo tenere a mente che una qualsivoglia.... alterazione del principino potrebbe creare qualche spiacevole inconveniente"
Zelgadiss ringhiò contro il viso di Synor, nemmeno fosse stato pronto a sbranarlo. "L'unico spiacevole inconveniente che lei dovrà affrontare se ripeterà ancora qualcosa di simile sarà il licenziamento" sibilò. Si fissarono, senza che nessuno dei due abbassasse lo sguardo. "Mi ha capito?"
Synor non rispose.
"Non tiri troppo la corda, ministro. La mia pazienza ha un limite" concluse Zelgadiss, prima di allontanarsi.
Il vecchio attese di vederlo svoltare, i suoi occhi erano due fessure sul volto altezzoso. "Anche la mia, altezza" mormorò. "Anche la mia"
"Si può sapere per quanto ancora hai intenzione di rovistare in quel ciarpame?" commentò Dynast.
Sempre seduto sulla sua poltrona, aveva accavallato le gambe, ora la forma del ginocchio si delineava sotto la piega delicata della sua tunica che sembrava quasi troppo fragile per non strapparsi ad ogni minimo movimento. Era seta scivolosa, ricamata e di un valore probabilmente inestimabile. Qualsiasi abito col quale Dynast decideva di abbigliarsi sarebbe costato più di quanto qualsiasi re poteva permettersi.
Aveva un debole per i materiali preziosi e che davano idea di purezza, un pò come il suo amato ghiaccio.
"Un attimo ancora" commentò Phibrizio, che aveva ammonticchiato accanto a sè decine di oggetti all'apparenza del tutto inutili e stava ora cercando sul fondo quello per cui erano venuti fin lì. "So che è qui dentro, solo che non apro questo baule da almeno tre secoli, quindi probabilmente è sepolto sotto qualcosa"
"Cosa è sepolto, di grazia?" chiese Dynast, con un sospiro quasi malinconico. La mano con la quale si sorreggeva il mento era completamente nascosta dietro la massa dei suoi capelli che erano bianchi ma che mostravano a volte brillantezze di un azzurro appena accennato. Aveva unghie fini e quasi trasparenti, rotonde e ben curate. Le sue non erano mani da uomo nè mani da donna, erano mani di una creatura che non sarebbe passata completamente per umana nemmeno volendolo.
"Lo vedrai" rispose Phibrizio. "Oh! .... Eccolo qua"
Dynast si voltò verso di lui, non di scatto ovviamente ma con una certa velocità. Phibrizio si stava già alzando, con una mano reggeva un involucro di stoffa che un tempo doveva essere stata di un nero lucido e perfetto ma che ora era soltanto uno straccio imbiancato e reso quasi rigido dalla polvere di centinaia di anni.
Dynast lo guardò con palese diffidenza e allontanò le dita dal tavolo non appena Phibrizio ci appoggiò sopra il fagotto. "Dunque?" chiese.
L'Hellmaster aveva sul viso un'espressione impegnata e critica insieme. Non gli rispose ma scostò con cura i lembi di stoffa. Quando anche l'ultimo strato fu rimosso, rimase soltanto un piccolo rubino rotondo e rosso sangue..
"L'ho sempre avuto qui, solo che non ne avevo idea o per lo meno lo avevo dimenticato" Phibrizio fissava l'oggetto, come perso in ricordi che con esso erano riaffiorati.
"Cos'è?" chiese ancora Dynast.
"E' un miracolo che sia ancora intero con tutta la roba che c'era sopra" commentò ancora l'Hellmaster. Era quasi meravigliato di non aver rinvenuto una manciata di frammenti. Poi sembrò accorgersi della domanda di Dynast. "Questa potrebbe essere la soluzione al tuo problema"
"Vale a dire?"
Phibrizio sollevò il rubino, poco più piccolo del palmo della sua mano e lo mostrò all'altro demone. "Secondo te cos'è questo?"
"Non ne ho idea, per questo te l'ho chiesto"
"Andiamo, prova!" lo incalzò Phibrizio.
Dynast sembrò pensarci sopra un istante quindi prese il rubino e lo sollevò in aria per guardarci attraverso. Lasciò che la luce giocasse un pò con le sfaccettature di quella pietra che sembrava intatta. "Ho già visto qualcosa di simile prima d'ora?" s'informò, il naso per aria.
Phibrizio lasciò scivolare il gomito sul tavolo, sorreggendosi il mento con la mano. Sorrise, divertito. "Direi di si. Almeno quattro"
"Un catalizzatore di magia?"
Phibrizio agitò la mano libera. "Ci sei quasi"
Dynast osservò di nuovo la pietra che era ben lavorata e lucida come se il tempo non l'avesse nemmeno sfiorata. La montatura sembrava fatta d'argento, il che classificava l'oggetto come qualcosa di molto importante. Non era nelle possibilità di chiunque possedere oggetti in quel materiale.
Attaccati al cerchio centrale, che conteneva il rubino, c'erano due minuscoli anellini. Dynast ipotizzò che si trattasse di quel che rimaneva di una catena. "Un moltiplicatore di energia magica?" azzardò ancora.
Phibrizio inclinò la testa verso di lui e il suo sorriso si allargò in un ghigno divertito. "Di che tipo?"
Quella sorta di indovinelli lo divertivano sempre. O forse lo divertiva vedere Dynast impegnato in quel gioco.
Graushella aveva l'espressione del gioielliere esperto. "Demoniaca, senza dubbio" decretò, poi finalmente abbassò le braccia e si girò verso l'altro demone. "Da dove salta fuori?"
"Dal mio baule, che domande!"
"Phibrizio!"
L'Hellmaster rise. "Guardalo, non ti ricorda proprio niente?"
Dynast lanciò un'occhiata al gioiello che teneva tra le dita con cura. Quindi gli scappò un'esclamazione incredula. "I talismani di Lei Magnus..." mormorò, con lo sguardo fisso che si rifletteva nel rubino.
I suoi occhi si accesero quando trovò conferma nel ghigno di Phibrizio.
"Quattro li ha Lina Inverse. Il quinto ce l'hai davanti agli occhi" esclamò l'Hellmaster.
"Quinto?"
Phibrizio annuì. "Esattamente quello più grande"
Dynast sembrava perplesso ed incredulo. Il suo viso non era mai stato così espressivo e a guardarlo adesso sembrava anche molto, molto più giovane. "Ma di cosa stai parlando? I Daemonblood sono soltanto quattro, come può essercene un quinto?"
Phibrizio prese il rubino e si sporse allungandosi sul tavolo. Appoggiò il rubino sulla fronte di Dynast. "Stava qui" gli suggerì.
Dynast sollevò appena lo sguardo, quindi per un istante il suo viso fu attraversato dalla sorpresa. "La tiara?"
"Proprio così" confermò Phibrizio.
Graushella sembrava assolutamente sorpreso ma non del tutto convinto. Si riprese subito, dunque. I lunghi capelli, di quel colore indefinito tra il bianco-perla e l'azzurro-ghiaccio, gli scivolarono dietro le spalle mentre si sporgeva sul tavolo, gli occhi fissi sul rubino. "Phibrizio, quello che dici non ha senso" esclamò alla fine. Non arrabbiato ma senza dubbio stanco di un discorso che non aveva nè capo nè coda. "La tiara di Lei Magnus andò distrutta quando i draghi lo sigillarono! E non c'era nessun --"
Si fermò quando vide Phibrizio sollevare entrambe le sopracciglia con aria allusiva.
"Tu?"
"Non proprio. Cioè, fu più che altro un incidente" commentò. "Io non c'entro niente"
Dynast si appoggiò allo schienale della sua poltrona con un sospiro rassegnato. C'erano volte in cui parlare con Phibrizio gli portava via non solo tutta la pazienza che possedeva, ma prosciugava anche il resto delle sue energie. Phibrizio era stancante, stargli dietro era una prova di resistenza e superare questa prova a tratti sembrava impossibile. "Spiegati" esclamò alla fine, con un gesto della mano.
In quel momento sperò che parlasse a lungo, senza bisogno del suo intervento perchè non ci stava capendo più niente e odiava avere in testa una simile confusione.
Avevano superato il villaggio in volo senza fermarsi.
Philia aveva visto piccole casette di legno non pitturato e qualche decina di esseri umani che non avevano nemmeno alzato lo sguardo quando in due avevano per un attimo spento la luce del sole, creando un'ampia ombra alata sulla piazza principale.
L'inizio del bosco si trovava a qualche chilometro dall'ultima casa, una macchia scura che spuntava all'improvviso sulla piana. Atterrarono all'ombra dei primi alberi, guardandosi intorno come se si fossero aspettati un'altra cosa.
Philia sciolse i capelli per poi legarli nuovamente in una coda. "E adesso?"
Milgazia riportò alla memoria la mappa che Zelgadiss gli aveva mostrato ma era piuttosto generica e ad ogni modo il villaggio non vi era segnato. La Chimera aveva semplicemente indicato con il dito un punto da quelle parti. Ora loro erano lì, ma dell'accampamento nemmeno l'ombra.
Il drago si parò gli occhi con una mano, osservando quello che li circondava.
"Zelgadiss non ti ha dato informazioni più precise?" s'informò la ragazza drago.
Tutto intorno c'era odore di fiori e di alberi che non conosceva, ma era un odore buono e dolce. Chiuse per un istante gli occhi per sentire quella brezza speziata sul viso e il calore del sole sulla pelle. Tutto sommato non le dispiaceva trovarsi lì, il clima era senz'altro migliore di quello che al momento avvolgeva la Penisola dalla quale provenivano.
"No" rispose Milgazia, che le dava le spalle con aria un pò accigliata. "Ha semplicemente puntato il dito sul limitare di questo bosco proclamando che il villaggio era qui"
Philia aveva sempre gli occhi chiusi. "Magari abbiamo sbagliato bosco?"
"Magari è rincoglionito?" azzardò Milgazia, voltandosi piano. Ora sembrava scettico. "E' stato in quel villaggio sei anni fa, cosa vuoi che si ricordi? Per quel che ne sappiamo questi indiani potrebbero essersi trasferiti, non l'ha forse detto lui che sono nomadi?"
"Zelgadiss non sbaglia mai direzione... " commentò Philia, ben sapendo che difficilmente la Chimera perdeva l'orientamento e se aveva indicato proprio quel punto evidentemente doveva esserci un qualche motivo. Anche se pure lei faticava a capire quale.
"Beh, c'è una prima volta per...... tutti"
Milgazia rimase in silenzio.
"Che c'è?" aprì gli occhi lei.
"Sembra che li abbiamo trovati"
Phibrizio si era messo comodo e aveva trovato il tempo di srotolare le maniche della camicia di cui adesso stava sistemando i polsini. Più che una camicia era una sorta di maglia di stoffa leggera, con poche cuciture e con nastri di stoffa che la chiudevano in un intreccio sullo scollo. C'erano lunghi lacci neri anche ai polsi, che Phibrizio lasciava slacciati così che pendessero giù fino ai fianchi.
La maglia aveva ricami appena in rilievo lungo i bordi e Dynast poteva scommettere che Phibrizio l'aveva comprata in uno dei mercatini nei quali Aiko lo trascinava perchè aveva un taglio strano e insolito. Era qualcosa che lui non avrebbe mai indossato.
Phibrizio girò anche un paio dei braccialetti di cuoio che portava al polso destro e che erano aumentati di numero dal giorno della festa. L'ultimo, quello più nuovo, aveva due pietre dure intrecciate insieme ai lacci di stoffa. "Dunque" iniziò, cercando di rimettere insieme i pensieri "Se ben ricordi, prima che i draghi ci attaccassero, dovetti raggiungere Lei Magnus e aiutarlo a risvegliare il pezzo di Shabranigdo che possedeva"
Dynast annuì, anche se in effetti non ce n'era affatto bisogno. Prima della Kouma Sensou, il piano di Phibrizio era stato piuttosto lineare e tutti loro - chi più, chi meno - ne avevano fatto parte, pertanto sapevano perfettamente com'erano andate le cose.
Phibrizio aveva fatto tutti gli studi del caso e una volta trovato il pezzo di Shabranigdo custodito nel corpo di Lei Magnus, era andato personalmente dal grande saggio dissigillando il pezzo del Demon King senza troppi problemi. Dynast non era stato presente, Phibrizio aveva ordinato che ognuno di loro rimanesse nel proprio castello, ma erano bastate due ore perchè Lei Magnus perdesse la sua identità e Shabranigdo tornasse indietro. Due ore soltanto perchè uno dei grandi saggi lasciasse il posto al loro creatore. Phibrizio, da quanto si raccontava, non aveva perso tempo a convincere Lei Magnus a dargli una mano, lo aveva direttamente scavalcato liberando Shabranigdo per lui.
Non aveva bisogno di Magnus.
Phibrizio, comunque, aveva ripreso a parlare. "Al momento del risveglio, con il potere di Shabranigdo che usciva fuori da tutte le parti, i quattro talismani che Lei Magnus aveva addosso entrarono in risonanza. E questo..." Phibrizio mostrò di nuovo il rubino che aveva in mano ".. non resse tutta l'energia che gli altri quattro stavano incanalando"
"Quindi?"
"Quindi invece di accumulare energia e moltiplicarla come avrebbe dovuto, s'incrinò e cadde scheggiandosi in quattro punti che tu ora non vedi perchè i tagli sono praticamente invisibili"
Dynast lo guardò, la fiamma della torcia baluginò nei suoi occhi. "Mi stai dicendo che è rotto?"
Phibrizio fissò il rubino con un sospiro. "Eh si"
Il demone dei ghiacci si tirò indietro e battè una mano sul tavolo in un gesto di stizza incontrollato. Si appoggiò allo schienale, fissando un punto qualsiasi della stanza senza vederlo. "E a cosa diavolo mi serve un rubino rotto?" sibilò irritato.
Phibrizio giocò un pò con il rubino, tenuto stretto tra indice e medio. Vi guardò attraverso, sorridendo di fronte alla pelle di Dynast che, dietro quel prezioso schermo, acquistava strane sfumature di un rosa brillante.
Serrò di nuovo il rubino nel palmo della mano e si sollevò dalla sedia in un unico movimento. "Credo di sapere come ripararlo" annunciò, mentre anche Dynast si alzava e lo seguiva verso la porta. Ad un cenno della sua mano pallida la poltrona alle sue spalle sparì così com'era arrivata.
"Come?"
Phibrizio sospirò, senza voltarsi. "Anche se te lo dicessi non capiresti" rispose, ma senza ostentare superiorità. "In realtà nemmeno io comprendo le regole del procedimento che ho in testa, però so che funzionerà"
"Quello che dici non ha senso"
"Ce l'ha eccome, invece" replicò Phibrizio. "Non tutti i pensieri che ho in testa sono miei, così come non tutte le nozioni che ho scoperto di avere. Io so di poter riparare questo rubino, so anche cosa devo fare per farlo e sono certo che funzionerà. Solo che non so il perchè" si strinse nelle spalle con noncuranza. "Probabilmente si tratta di un processo che va ben oltre la nostra capacità di comprensione"
"Pensavo che tu avessi soltanto parte dei suoi ricordi" commentò Dynast, incredulo per l'ennesima volta quella giornata.
"Pensavo anche io. Invece sembra che il suo potere mi abbia lasciato ben più di quanto immaginassi. Forse ben più di quanto immaginasse lei" sorrise, forse divertito come suo solito. "Suppongo fossero rischi ipotizzabili, non trovi?"
Phibrizio recuperò le pesanti chiavi della cantina, che gli tintinnarono tra le dita. Rimasero entrambi in silenzio fino a che non riemersero dai sotterranei.
"Quanta potenza può accumulare?" chiese alla fine Dynast.
"Probabilmente non tutta quella che ti serve" rispose sincero Phibrizio. Ripose la torcia nel suo supporto del corridoio, quindi infilò il rubino nella tasca del cappotto ed entrambi ripresero a camminare. "Ma triplicherà l'energia scaturita dal tuo sistema di rune".
"Pensi che questo possa riportarla indietro?"
Phibrizio si strinse nelle spalle, mentre varcavano le porte del salone centrale.
"Sicuramente ci andrà vicino" fu l'unica risposta che gli diede.
Davanti alle loro facce sconvolte c'erano sei esseri umani, con la pelle abbronzata di un bel color nocciola.
Erano sei uomini armati di lance e di archi rudimentali, con il viso dipinto di rosso e strani disegni sulle braccia e sul petto nudo.
Philia fece istintivamente un passo indietro verso Milgazia, anche se era ben consapevole del fatto che avrebbero potuto facilmente liberarsi di quella gente in meno di cinque minuti in caso ce ne fosse stato bisogno. "Chi diavolo sono questi?" mormorò a denti stretti.
"Cosa vuoi che ne sappia.." borbottò Milgazia. Poi sorrise, forse in maniera esagerata. "Salve!" esclamò, sollevando una mano in segno di saluto. Fece anche qualche passo avanti ma gli uomini gli puntarono addosso le frecce quindi preferì rimanere immobile. "Ehm... sono Lord Milgazia Deelan e vengo a nome di sua maestà Zelgadiss Greywords di Seillune"
I sei guerrieri rimasero in silenzio a fissarlo, le armi puntate su di loro e gli occhi fissi, quasi vitrei. Due di loro puntavano gli archi dritti al cuore, gli altri quattro li avevano circondati alle spalle e sarebbe bastato loro fare un passo indietro per sentire le punte delle lance contro la schiena.
Milgazia non sapeva da dove fossero spuntati fuori nè come avessero fatto ad arrivare fin lì senza farsi sentire. Non aveva nemmeno percepito le loro auree e dubitava che fossero in grado di nasconderle visto che, per quanto ne sapesse, in quella zona la magia non era una pratica molto diffusa.
"Re Greywords" provò a ripetere il drago, mimando inconsapevolmente una corona sulla sua testa. "Dal regno di Seillune, nella Penisola"
Uno dei sei, quello più tatuato e che aveva l'orecchio destro traforato almeno otto volte da ornamenti di legno di varia forma e misura, fece qualche passo avanti senza abbassare l'arco che stringeva tra le braccia muscolose ma snelle. Gli altri cinque rimasero immobili come statue.
Philia lanciò un'occhiata a Milgazia, ma il drago guardava l'uomo che aveva davanti e che aveva ribattezzato il capo per la quantità di cianfrusaglie che indossava rispetto agli altri e per il fatto che emanava una sorta di autorevolezza.
"Il mio nome è Milgazia" tentò ancora, più lentamente. Poi scosse la testa rassegnato, vedendo che non otteneva alcuna reazione. "Lei non capisce niente di quello che dico, non è vero?"
Il capo del gruppo disse qualcosa in una lingua che Milgazia non aveva mai sentito prima di allora.
Fu una frase veloce e perentoria, alla quale l'uomo sembrava pretendere una risposta.
I due draghi rimasero in silenzio, guardandosi tra di loro in cerca di una soluzione. L'uomo allora ripetè di nuovo la stessa frase, senza cambiare il tono o l'intonazione, senza smettere di fissare Milgazia dritto negli occhi.
All'ennesimo silenzio, il guerriero fece un cenno ai suoi che spinsero Milgazia e Philia dentro il bosco ignorando le loro proteste.
"Hey, ma cosa....mi tolga le mani di dosso!" Philia si divincolò perchè la lasciassero andare. L'indiano che l'aveva afferrata per un avambraccio le dette un'altra piccola spinta ma lasciò andare la presa. Milgazia stava mugugnando tra i denti, con un ringhio infastidito.
La ragazza drago lanciò occhiate intorno e dietro di sè e vide che quegli uomini li stavano scortando e che tutti fissavano davanti a sè, come poco prima avevano fissato loro.
Lei e Milgazia camminavano al centro del piccolo gruppetto, proprio dietro al capo che aveva riposto l'arco. Solo gli ultimi due uomini che chiudevano la fila continuavano a minacciarli con le lance, gli altri avevano tutti abbassato le armi e camminavano spediti costringendoli a mantenere il passo.
Philia tornò a guardare Milgazia. "Zelgadiss si è scordato di dirci che non parlavano la nostra lingua" sussurrò.
Milgazia ringhiò di nuovo. "Appena torniamo a Seillune giuro che lo uccido"
Camminarono a lungo in quella foresta nella quale i sei guerrieri sembravano muoversi a loro agio.
Philia notò molte varietà di piante che non aveva mai visto, e alberi dai tronchi enormi e così larghi che sarebbe stato difficile abbracciare per intero. Vide foglie larghe e dalle sfumature rossastre ed enormi farfalle dalle ali brillanti e dalle punte nere.
All'interno della foresta c'era un silenzio pacifico, interrotto solo di tanto in tanto dal verso di qualche animale nascosto tra il fogliame.
La loro passeggiata durò circa mezz'ora, durante la quale i loro accompagnatori non dissero una parola e loro furono spinti a fare altrettanto. Li scortarono lungo un sentiero appena visibile, spesso invaso dalle piante che gli indiani non calpestavano ma spostavano gentilmente. La strada si snodava attraverso un percorso tortuoso, in cui persero ben presto l'orientamento, fino ad oltrepassare un piccolo corso d'acqua.
Alla fine raggiunsero una sorta di radura che si apriva ai raggi del sole dopo la strada leggermente umida del sottobosco.
Nello spiazzo di erba morbida e verde erano raggruppate una ventina di tende di pelle, tutte uguali tranne una, sulla quale erano appese piume rosse e azzurre così lunghe che nè Milgazia nè Philia riuscì a capire di quale animale fossero.
Si accorsero che quello doveva essere l'accampamento di cui Zelgadiss parlava solo quando le persone presero ad uscire dalle tende, prima timidamente poi a gruppi di quattro e di cinque finchè l'intera radura non si riempì di occhi scuri e di visi rotondi, abbronzati dal sole e identici nelle caratteristiche a quei sei che li avevano accompagnati fin lì.
Videro altri guerrieri armati di lancia o di arco che fissavano attenti il loro gruppo appena arrivato. E donne, ferme all'entrata delle tende oppure chine su pelli che stavano tingendo o cucendo, che si fermarono a guardarli a loro volta. Erano donne minute, dai lunghissimi capelli neri, lucidi e corposi come piume di corvo. Alcune sorrisero, altre chiamarono le sorelle e le amiche nella lingua nasale che i due draghi non comprendevano.
E c'erano bambini ovunque, di tutte le età, quasi tutti nudi che correvano e gridavano. Alcuni erano armati di piccole fionde, altri - più piccolini - correvano dietro ai fratelli maggiori inciampando ogni tre passi.
I sei guerrieri li condussero al centro del gruppo di tende, quindi li lasciarono lì in piedi andando a raggiungere i loro compagni in una piccola folla che di colpo si fece assolutamente silenziosa e riverente.
Philia si voltò verso Milgazia. "Che sta succedendo, perchè stanno tutti zitti?"
"Non lo so Philia" rispose Milgazia, guardandosi intorno. "Probabilmente stanno aspettando qualcosa"
"Se questo è il posto dove dovevamo essere, allora con chi dovevamo parlare?" chiese ancora Philia.
"Zelgadiss ha detto che si chiamava Artiglio d'Aquila, o qualcosa di simile" replicò Milgazia. "Ma vai a sapere come si dice nella loro lingua"
"Puoi dire semplicemente Artiglio d'Aquila" commentò una voce, bassa e profonda.
I due draghi si voltarono, notando solo in quel momento che la folla si era aperta per lasciar passare una persona che ora stava loro davanti e li osservava con un mezzo sorriso bonario. Milgazia pensava che fosse anche divertito, ma non si azzardò a dirlo.
"Vorremmo parlare con lui, allora" disse il drago, facendo un passo verso il nuovo arrivato.
L'uomo lo squadrò per un istante, senza perdere la sua espressione. "Ce l'avete davanti" replicò, scostando un lembo dell'unica tenda diversa dalle altre e sparendo al suo interno. "Seguitemi, prego"
Artiglio d'Aquila era un ometto non più alto di un metro e quaranta che si presentò a loro vestito soltanto di una sorta di straccio di cuoio che gli arrivava a mala pena ai ginocchi e di un numero incalcolabile di collane e monili fatti di sassi e di legno.
Aveva la pelle scurita dal sole e un'età indecifrabile che poteva essere qualsiasi età. Milgazia faticava a dargliene una precisa, perchè nonostante il suo viso fosse solcato da rughe profonde e numerose, aveva un sorriso giovane e denti bianchi e perfetti. Gli occhi, due perle lucide e nere, avevano l'aria di aver visto un sacco di estati ma c'era in loro anche la certezza di vederne altrettante.
Aveva i capelli bianchi, ma erano lunghi e sembravano forti e resistenti. Aveva ciocche intrecciate con fili colorati o con foglie che Philia non avrebbe saputo riconoscere.
Le dita delle sue mani erano nodose e magre, alcune delle nocche erano tatuate con segni neri e circolari, il palmo destro aveva su di sè un intera sequenza di simboli ondulati e precisi che furono perfettamente visibili quando l'uomo alzò la mano in segno di saluto.
All'interno della tenda, Artiglio d'Aquila si sedette per terra a gambe incrociate, di fronte ad un fuoco che bruciava allegro protetto da un cerchio di pietre. Fece cenno a loro di fare la stessa cosa.
Philia e Milgazia obbedirono, guardandolo con gli occhi sgranati e un pò increduli.
Lui rise. "Perchè quelle facce?" chiese. Parlava piano, ma non con fatica. Pronunciava con chiarezza ogni parola e il suo accento era piuttosto marcato.
Milgazia tossì leggermente per ritrovare un contegno. "Pensavamo che nessuno ci avrebbe capiti"
"Io ho imparato la vostra lingua molti anni fa" rispose l'indiano.
Non disse nient'altro per qualche minuto e non sembrò minimamente imbarazzato da quell'assenza di parole. Piuttosto si mise a frugare in una sacca di tela che era appoggiata vicino a lui e ne tirò fuori foglie allungate che iniziò a masticare.
Philia era a disagio e il fumo che saliva dal fuoco le faceva lacrimare gli occhi. Tirò una gomitata leggera a Milgazia che tornò a schiarirsi la gola nel disperato tentativo di attirare l'attenzione del vecchio. "Siamo qui a nome di Zelgadiss Greywords" disse.
L'uomo rimase chinato sulle sue foglie ancora per qualche istante, quindi annuì e sollevò la testa sorridendo.
"Sì, lo so" confermò.
"Ah, bene" commentò incerto Milgazia. Nonostante avesse una certa esperienza in fatto di visite diplomatiche, era la prima volta che gli capitava di trovarsi in una situazione del genere. Gli era capitato più volte di incontrare sovrani o capi di qualsiasi tipo che non si prendevano la briga di nascondere la loro indisponenza nei suoi confronti, ma Artiglio d'Aquila non stava facendo niente di simile. Non era ostile, era semplicemente flemmatico. Standogli davanti si aveva l'impressione che stesse avvenendo qualcosa ma ad una velocità così irrisoria che era quasi stancante.
"Signor Artiglio D'Aquila.." iniziò Philia cortesemente. L'aria nella tenda si stava surriscaldando e ora capiva perchè quell'uomo se ne andasse in giro in mutande. "Vorremmo farle delle domande se fosse possibile. Se per lei non è un disturbo, insomma"
Artiglio d'Aquila annuì ancora. "So anche questo" confermò.
Quando però Philia aprì bocca per porre quelle domande, lui sollevò il palmo tatuato e li guardò senza sorridere. Il suo viso non era irritato ma aveva acquisito un'espressione solenne. "Conosco le vostre domande. Ho visto questo incontro in sogno."
Il fuoco aumentò d'intensità e il fumo si colorò di sfumature verdi e rosa che invasero il soffitto della tenda. L'aria si fece irrespirabile, ma nessuno dei due draghi si mosse mentre il vecchio iniziava a raccontare. Le sue parole, pronunciate in una sorta di nenia cantilenante, sembrarono trasformarsi in immagini e parve loro di vederle prendere vita e muoversi come in un sogno sulle pareti di stoffa di quella tenda.
Tutto avvenne per la prima volta quando il mondo era giovane.
Quando, di preciso, nessuno può dirlo e in fondo il tempo non è poi così importante ai fini di questa storia, poichè ogni cosa prima o poi si ripete come in passato e così in futuro e ancora e ancora si ripeterà fino alla fine delle cose.
Non c'è niente che sia mai completamente nuovo e forse anche le cose che accadono per la prima volta erano già accadute prima, in un tempo di cui noi non sappiamo niente.
A quel tempo, comunque, il mondo era puro e libero dalla presenza degli uomini. Le terre erano ricoperte di erba morbida e di foreste di ombra fresca in cui ripararsi dal sole. Il mare era una distesa chiara che occupava più spazio di quanto ne occupi adesso e lontano da qui, oltre il confine segnato dal sole, c'erano terre coperte sempre di neve come se l'inverno stesso vi abitasse e la primavera non andasse mai a fargli visita.
Allora la terra era abitata soltanto da creature potenti, spiriti dal corpo perfetto che regolavano il corso degli eventi come a loro piaceva e com'era giusto perchè ogni cosa della natura seguisse il suo corso così com'era stato scritto. Gli spiriti guidavano i venti e le maree, comandavano alla luna di alzarsi in cielo e ridiscendere perchè il sole potesse fare il suo dovere. Altri spiriti alternavano le stagioni perchè nei campi crescessero i fiori del sole, del vento e della neve.
Queste creature vivevano da sempre e, poichè erano immortali, non sarebbero mai morte fino a che la Terra stessa non avesse voluto il contrario. Essi erano i figli di Gaya, la grande madre che si era addormentata dopo averli dati alla luce e aver creato per loro un luogo dove potessero vivere, stelle che potessero guardare prima di dormire e un cielo infinito che li proteggesse e poi ancora altre cose che erano bellissime e immortali come loro e che sono tutte le cose che noi possiamo vedere.
Gaya, però, non voleva lasciare i suoi figli da soli poichè il tempo che mancava al suo risveglio era troppo lungo da calcolare, così creò con le ultime forze una divinità simile a se stessa che governasse al suo posto e che custodisse il suo corpo fino al momento opportuno.
La divinità non si rivelò però all'altezza del compito che le era stato affidato. Invidiosa e avida, ignorò le creature figlie di Gaya e anzi creò a sua volta due forze, che sono il bene e il male e le costrinse a combattere tra di loro poichè si compiaceva nella distruzione che la loro lotta eterna portava con sè. La terra nè soffriva ma la Divinità invece di porre rimedio agli errori che ogni giorno compiva, si sentiva forte e potente e infliggeva ferite sempre più grandi al corpo della Grande Madre, senza che gli spiriti potessero in alcun modo impedirlo.
A lungo la Grande Madre non potè fare niente per tutta questa ingiustizia e a lungo pianse e si lamentò nel vedere i suoi figli maltrattati e piangenti, nel sentire il proprio corpo pervaso da tutto quell'odio e da quel dolore. Pregò, nel suo sonno, che la Divinità smettesse e capisse che non era questo il suo compito e che lasciasse in pace le sue creature, che non distruggesse tutto quello che per loro aveva creato.
La Divinità, però, non ascoltava e poichè Gaya non poteva affatto svegliarsi sembrava non esserci soluzione. Passarono le lune e le stelle in cielo si mossero a lungo, formando costellazioni che prima non c'erano, mentre altre morivano dopo molto, molto tempo. Poi, finalmente, dal cuore di Gaya - che non poteva più sopportare - nacque un'entità che era pura e fragile come le lacrime appena piante eppure portava con sè tutta l'antichità del cielo e della terra. Quello era l'Inyan, colui che nasce per riparare agli errori commessi.
Esso era come ora sono gli uomini, ma anche bello e perfetto come uno spirito. Poichè era nato dal cuore di Gaya, era in comunione con tutte le cose della natura ma, poichè nel cuore risiedono sia la luce che l'ombra, egli aveva in sè due nature e spesso una prendeva il sopravvento sull'altra.
Gli spiriti, che avevano subito capito ogni cosa, si misero tutti d'accordo per aiutarlo a prendere la strada giusta, perchè non si perdesse nell'una o nell'altra natura vanificando il suo compito.
Gli affiancarono così un guardiano che lo proteggesse. Ed esso ebbe la forma del lupo.
E una guida, che lo conducesse dove doveva andare. Ed essa ebbe la forma di un serpente, perchè potesse strisciare davanti a lui e creare un'impronta che Inyan potesse seguire.
E crearono per lui altri animali perchè non si perdesse, e non fosse solo, perchè il suo viaggio fosse piacevole e sicuro finchè non fosse arrivato a destinazione. Tredici cose crearono per lui gli spiriti e lui le portò sempre con sè.
Egli però non riuscì a portare a termine il suo compito, alcuni errori furono corretti ma per altri non c'era soluzione, poichè gli errori spesso come le storie, si ripetono e si ripetono all'infinito.
Gli antichi narrano che Inyan rinascerà ancora e che per la seconda volta intraprenderà lo stesso viaggio. Poichè se è vero che gli errori si ripetono, lo fanno soltanto perchè da essi si impari qual'è l'unica via giusta tra tutte quelle possibili.......
Il punto di forza dell'Hellmaster Manor era probabilmente che le sue planimetrie complete erano note soltanto a Phibrizio.
Il castello era reale. Non c'erano false pareti, stanze illusorie o passaggi mobili ma si trattava comunque di una costruzione particolare che per un motivo o per un altro non appariva mai uguale alla seconda occhiata.
L'impossibilità di tracciarne una mappa dipendeva esclusivamente dal potere del demone che, per natura, era portato a proteggere il proprio luogo di residenza e lo faceva modificando la visione del castello che qualsiasi occhio, umano o non umano che fosse, poteva avere.
Era l'impressione che se ne aveva, quindi, non la struttura reale del castello a cambiare.
Nemmeno Dynast, che da solo rappresentava un'ingente quantità di potere e di forza, era in grado di girare per l'Hellmaster Manor da solo senza perdersi e riusciva ad apparire senza problemi soltanto in due o tre stanze e solo perchè Phibrizio lo permetteva.
Per qualsiasi altro spostamento aveva bisogno del padrone di casa e la cosa divertiva Phibrizio fino alle lacrime.
"Sono venti minuti e dodici secondi che scendiamo e saliamo ogni tipo di scalinata, Phibrizio" commentò il demone dei ghiacci. "Comincio a credere che stiamo girando in cerchio"
"Ti sembra di essere già passato di qui oggi?" chiese Phibrizio, che gli camminava due passi avanti. Avanzava sulla gradinata lasciando scivolare le dita lungo il corrimano. Non si voltò per rispondere, ma sorrise con un ghigno divertito.
Dynast volse la testa indolente, lasciando che il proprio sguardo si perdesse nel buio della torre che stavano attraversando. La rampa di scale si perdeva dietro e davanti a loro ed era impossibile vederne sia la fine che l'inizio. Intorno non c'era altro che il vuoto, buio e freddo. Si aveva l'impressione che a scavalcare il corrimano e a buttarsi di sotto non si sarebbe mai arrivati in fondo. In un certo senso, nonostante camminassero, Dynast aveva l'impressione che fossero fermi perchè l'ambiente intorno a loro non cambiava. "No, non mi pare" confermò, scettico. "Ma la cosa non è certo indicativa in questo castello"
"Comunque la risposta è: no, non stiamo girando in cerchio Dynast" concluse Phibrizio, sempre più divertito.
Dynast ricordava di aver attraversato il salone e aver salito due rampe di scale vagamente illuminate per poi svoltare in un corridoio a destra ed entrare nella torre Est.
Quando però arrivarono finalmente in cima alla rampa di scale ed ebbe modo di affacciarsi all'unica, minuscola finestra che c'era, scoprì con disappunto che erano rivolti a Nord.
Phibrizio si teneva a debita distanza dalla striscia di sole che colorava le mattonelle sconnesse del pavimento. "Qualcosa non va?" chiese, notando lo sguardo perplesso dell'altro demone.
"L'assoluta illogicità di questa costruzione" commentò inacidito Dynast, senza smettere di guardare fuori. Era proprio il Nord, non poteva sbagliarsi, solo che non aveva la minima idea di quando avessero preso quella direzione.
Phibrizio trattenne a stento una risata o, molto più probabilmente, trovò molto più interessante limitarsi a ghignare come faceva di solito. "Per muoverti nel mio castello hai bisogno della mia guida. Ti fidi di me, Dynast?" chiese, intanto che faceva girare la chiave nella porta, la quale cigolò sui cardini sollevando una nube di polvere.
Dynast si staccò dalla finestra e lo precedette all'interno, con le mani dietro la schiena. "Assolutamente no"
Phibrizio rise. "Lo supponevo"
La stanza era grande abbastanza da contenere due enormi tavoli e una sorta di altare che poggiava su quattro scalini rialzati.
Tutt'intorno c'erano decine e decine di mensole e di armadi che contenevano teche di vetro reso opaco da secolari strati di polvere.
"Che cosa succederebbe se avessi sparso briciole di pane alle mie spalle mentre venivamo qui?" chiese distrattamente Dynast, guardandosi intorno.
Phibrizio sfiorò con le dita le due sfere di vetro che erano appese ai muri, appena sopra la porta, e queste si illuminarono per poi proiettare fasci luminosi in direzione di sfere identiche che si trovavano in tutto il resto della stanza. La luce rimbalzò diretta da una parte all'altra, accendendo le varie sfere in una sequenza simmetrica fino a che l'intera stanza non fu illuminata a giorno.
Dynast sembrò non stupirsene affatto.
"Probabilmente i miei coccodrilli avrebbero già spazzato via tutte le tracce che ti saresti lasciato alle spalle per ritrovare la strada" commentò Phibrizio, mentre lo superava e raggiungeva il fondo della stanza, dove si trovava l'altare.
Rimasero in silenzio per qualche istante, mentre Dynast si avvicinava ad una delle teche, cercando di scorgerne il contenuto. "Hai dei coccodrilli in questo palazzo?" chiese, senza particolare inflessione.
"Secondo te?"
Dynast si strinse nelle spalle. "Non posso escludere la possibilità, considerando che sei completamente pazzo" rispose. Poi sollevò la testa e indicò il vetro senza che le dita magre lo sfiorassero. "Cosa contengono queste teche?"
Phibrizio gli dava le spalle, intento ad osservare qualcosa nei pressi dell'altare. "Sono gabbie" rispose.
"Gabbie?" il demone dei ghiacci sembrava perplesso. "Gabbie per cosa?"
Phibrizio tolse il telo di raso che copriva l'altare e lo gettò a terra, in un angolo. L'altare era composto da una base di roccia dura e da un lastrone di pietra perfettamente tagliato e levigato, appoggiato sulla base perpendicolarmente. Sulla superficie erano incise rune e segni alchemici, in un ordine ben preciso che era abbastanza comune in ogni laboratorio in cui si facessero studi sulle forze magiche. "Principalmente serpenti. Erano la mia passione quasi ottocento anni fa"
Incuriosito Dynast fece in modo di ripulire una porzione di vetro senza sporcarsi le dita. Un secondo dopo, si fece indietro con un sopracciglio leggermente sollevato. "Phibrizio....?"
"Si?" l'Hellmaster era chino sulla lastra di pietra e seguiva le incisioni con la punta di due dita.
Dynast ripulì magicamente altre teche, mentre avanzava lungo la stanza per raggiungerlo. "Queste bestie sono tutte morte"
Phibrizio non si scompose. Sempre chinato, fece il giro della lastra per esaminare la parte opposta. Sollevò un attimo lo sguardo per vedere dove fosse Dynast, quindi tornò a guardare le scritte. "Te l'ho detto che era un hobby che avevo ottocento anni fa" aggrottò le sopracciglia alla vista di un paio di rune che non comprendeva, poi le liberò dalla polvere che ne copriva alcuni tratti e tutto risultò più chiaro. "Ora lascia perdere quel ciarpame e vieni qui..."
Dynast ci mise un tempo incalcolabile ad arrivare come se la distanza che li divideva fosse stata chilometrica. La sua capacità di muoversi velocemente non sembrava interessarlo affatto. Si spostava con lentezza, quasi lasciandosi scivolare sul pavimento, le mani intrecciate e nascoste nelle due ampie maniche della tonaca bianca e lo sguardo perso nei suoi pensieri.
Phibrizio espirò, osservandolo con insistenza per mettergli fretta ma Dynast non ne risentì minimamente e arrivò in fondo quando voleva arrivare.
"Che posto è questo?" fu la prima cosa che chiese.
Phibrizio tolse altra polvere che sembrava essersi posata nelle scanalature e nelle incisioni. "E' un laboratorio" rispose.
"Pensi di riparare il rubino qui?"
"Già" Phibrizio tolse il pezzo della tiara dalla tasca del cappotto e lo posò esattamente al centro della lastra, dove la pietra formava una conca perfettamente rotonda dalla quale si dipanavano poi tutte le linee incise che portavano ai gruppi di rune e di simboli. Dette un'occhiata veloce a tutte le cose, spesso sottolineando ogni riga col dito mentre leggeva. "Mi serviva una buona base"
Dynast osservava tutto in silenzio. Il rubino era così rosso da sembrare acceso. "Come hai intenzione di fare?" chiese. "Oggetti magici di questo tipo sono estremamente fragili e una volta incrinati difficilmente tornano a funzionare completamente"
"Oh, non è affatto così" sorrise Phibrizio, che continuava ad aggirarsi intorno alla lastra. "Ogni cosa che si rompe può essere riparata, solo che in certi casi il sistema è meno chiaro che in altri"
Dynast fece comparire nuovamente la sua poltrona e si sedette, in attesa della riuscita dell'esperimento o per lo meno di una spiegazione valida di ciò che da lì a qualche istante sarebbe successo.
"Inoltre" continuò Phibrizio "Questo non è esattamente un daemonblood come gli altri"
"Ah no?"
Phibrizio scosse la testa. "No. E' un moltiplicatore di magia: nè più nè meno di un amuleto comune"
Dynast fece comparire un bicchiere di vino e osservò con attenzione ogni movimento di Phibrizio. "E allora perchè soltanto ora sei in grado di ripararlo?" chiese. "Non dev'essere poi così comune"
"La sua funzione è identica ad un amuleto. Poi la quantità di potenza che può gestire e moltiplicare è un'altra cosa. E' la possibilità di incanalare l'energia di quattro daemoblood e di rispedirla indietro triplicata a renderlo prezioso e complicato da riparare"
Dynast ci pensò su un istante. "Credo di capire" rispose. Poi bevve un sorso, ma la quantità di vino nel bicchiere non diminuì. "E come pensi di fare?"
L'Hellmaster aveva finito i controlli, sollevò la testa e sorrise complice. "Vediamo se hai studiato: come si ripara un amuleto moltiplicatore, incrinatosi per un qualsiasi motivo?"
Dynast espirò. "In genere si colma lo spazio della crepa con del materiale simile, quindi si verifica lo stato di integrità del materiale e la solidità dell'incantesimo con cui è stato incantato"
"Oppure?"
"Oppure si compra un altro amuleto! Non lo so Phibrizio.... dove vuoi arrivare?" esclamò esasperato il demone dei ghiacci.
Phibrizio rise, quindi colpì con l'indice l'angolo di lastra che aveva sotto mano e l'intero grafico inciso si illuminò. L'energia, partita dal suo dito dilagò in ogni singola scanalatura, colorando di nero rune e disegni.
"Oppure gli si chiede di ripararsi da solo"
Quando anche l'ultimo simbolo divenne nero, la lastra esplose di luce violacea, quindi grigia e di un rosso sangue sfumato di cenere. Poi la luce si affievolì riducendosi ad un bagliore sommesso intorno al disegno. Dynast vide pulsare quella luce di un battito lento ma continuo, come quello del cuore.
"Phibrizio, non è possibile. E' solo un ogge..."
L'Hellmaster si portò l'indice alle labbra e gli fece segno di fare silenzio. L'amuleto si stava sollevando in aria, come se qualcosa lo stesse spingendo da sotto. Il pulsare dell'energia rimaneva costante, ma la sua brillantezza era aumentata e si stava concentrando principalmente intorno all'oggetto, per racchiuderlo in una sfera di energia striata di venature dorate.
L'amuleto prese a girare su se stesso, prima molto lentamente - facendo quasi un giro completo al minuto - poi la velocità aumentò in maniera esponenziale, fino a che non prese a girare così veloce che i due ne distinguevano a malapena il davanti e il dietro.
La sfera contenne la rotazione anche quando il pezzo della tiara iniziò ad oscillare e a muoversi secondo angolazioni differenti, sempre più velocemente.
Dynast fissava immobile quello che stava avvenendo di fronte ai suoi occhi. Non era affatto sicuro che da quella sfera sarebbe uscito un rubino riparato, non era nemmeno tanto sicuro che non sarebbe uscito più distrutto di quando ci era entrato.
Phibrizio, al contrario, appariva particolarmente tranquillo. Ad un certo punto di quella operazione si allontanò perfino dall'altare lasciando il rubino a girare a mezz'aria come se nulla fosse. Dynast lo seguì con lo sguardo. "Dove vai?"
"E' inutile star lì a guardarlo, ne avrà per almeno un paio d'ore" commentò, guardandosi intorno con le mani sui fianchi "Mi sa che ne approfitto per fare un pò di pulizia"
Raggiunse l'armadio più vicino e lo aprì, con un brutto cigolio di cardini vecchi e lo schiantarsi del legno che era ormai troppo secco. Una delle due ante si ruppe mentre tentava di aprirla e lui la lasciò così a penzolare sui cardini divelti. Dentro l'armadio era stipato ogni genere di cianfrusaglia e c'erano altre gabbie là dentro, che contenevano però soltanto un laniccio indistinto e putrescente.
Phibrizio estrasse due mucchi di pergamene e un contenitore di legno pieno di boccette tintinnanti. "Questa roba è qui da secoli e nella maggior parte dei casi non so più nemmeno di cosa si tratti" con la coda dell'occhio vide Dynast lanciare sguardi preoccupati al rubino rotante. Sorrise mentre portava le cianfrusaglie recuperate verso uno dei tavoli. "Lascialo pure stare, non abbiamo bisogno di guardarlo perchè funzioni"
Dynast lo raggiunse con riluttanza e osservò gli oggetti che Phibrizio stava spargendo accuratamente sul tavolo con lo stesso sdegno che lo aveva accompagnato fino a quel momento.
"Come può un oggetto ripararsi da solo?"
Phibrizio sollevò un paio di pergamene, scoprendo che il più delle volte gli rimanevano in mano per metà. L'inchiostro era sbiadito e ormai confuso con la carta secca su cui era stato usato. "Non lo so con precisione ma credo che dipenda dalla natura delle cose. Ogni oggetto complesso, come può essere un artefatto semidivino o semidemoniaco, com'è il nostro caso..." spostò in massa le pergamene a cui avrebbe dovuto dare fuoco visto che erano inutilizzabili e avvicinò la scatola con le boccette "... possiede una propria coscienza o per lo meno una struttura cosciente a cui ci si può rivolgere"
"Questo discorso è ridicolo" commentò Dynast.
Le boccette erano alte poco più di dieci centimetri ed avevano il tappo di sughero. Da ogni tappo pendeva un etichetta diversa che ne segnalava il contenuto. Ovviamente le sostanze all'interno erano evaporate - se erano state liquide - o erano polveri dall'aspetto malsano e dai colori più improbabili. "No, non è ridicolo. Non per gli oggetti trattati magicamente. Lo sai meglio di me che le forze magiche hanno una volontà propria" replicò Phibrizio, sollevando boccetta per boccetta e leggendo le etichette.
"Si ma da qui ad ordinargli di ripararsi ce ne corre!" esclamò Dynast.
"Questa era una raccolta di un qualche tipo di ingredienti..." commentò Phibrizio, sovrappensiero. Poi fece una smorfia col naso "... chissà per cosa, poi..... boh, comunque sia, sì è vero ce ne corre ma farlo è possibile. Ammesso che se ne conosca il modo"
"E ovviamente spiegarlo è impossibile"
Phibrizio aggiunse anche le boccette al mucchio di cose di cui doveva liberarsi, quindi tornò all'armadio e tirò fuori altre cose. In fondo alla sala il rubino continuava a girare. "Temo di si" rispose l'Hellmaster. "Insomma, sono certo di poterlo fare, lo sto facendo per altro, ma non so in che modo funzioni. Probabilmente si tratta del fatto che con il suo potere Lon può interagire con tutto ciò che si trova su questo mondo. E io di riflesso posso fare la stessa cosa anche se in scala molto ridotta"
Dynast rimase immobile a pensare a tutto ciò che era stato detto in quei pochi minuti.
Nel resuscitare Phibrizio, Lon aveva lasciato scivolare in lui un pò della sua essenza e questo aveva radicalmente modificato i poteri originali del demone. Ovviamente non era un dio e, certo, non aveva il potere di Lon inteso come tale ma aveva - a volte - percezioni di cose avvenute o di cose che dovevano esserlo di lì ad un immediato futuro. Aveva guadagnato, in un certo modo, una sfumatura in più nei suoi poteri. Questo non faceva di lui un demone più forte e non gli aveva comunque impedito di trovarsi in difficoltà con il suo nuovo corpo umano. Inoltre il nuovo bagaglio di conoscenze acquisite non faceva altro che appesantire il carico di potere che ogni giorno doveva controllare.
"A cosa stai pensando demone congelato?" chiese Phibrizio, parandosi di fronte a Dynast con aria dubbiosa. "Non mi piace quando mi fissi intensamente a quel modo...... devo preoccuparmi?"
Dynast gli riservò un'occhiata così gelida che avrebbe potuto abbassare la temperatura se solo lo avesse voluto. Gli rifilò un sibilatissimo "Sono le tue associazioni di idee a preoccupare me, Phibrizio" quindi voltò altrove lo sguardo e rimase in silenzio per il resto del tempo, mentre Phibrizio finiva di svuotare l'armadio.
Quando il rubino smise di girare su se stesso e tornò ad appoggiarsi delicatamente sulla lastra di pietra, erano passate due ore e mezza. Dynast era così immobile da sembrare una statua e Phibrizio aveva dato fuoco e fatto sparire una notevole quantità di ciarpame assortito.
L'Hellmaster attese che la sfera si dissolvesse e che il bagliore sulla lastra si affievolisse fino a sparire, quindi sollevò il rubino che era ora perfettamente lucido e brillante.
"Prova a dirle se le va di tornare indietro" esclamò, porgendo il rubino a Dynast con un mezzo sorriso "E' una vita che non la vedo, mi farebbe piacere incontrarla di nuovo"
Quando Philia si svegliò, era il giorno dopo e lei non aveva la minima idea di cosa fosse successo dopo il loro incontro con Artiglio d'Aquila e del perchè o del come fosse arrivata nella tenda in cui si trovava. Milgazia non era lì.
Si alzò seduta, scoprendo di aver dormito su un letto fatto di pelli d'orso e che per quanto si sforzasse di ricordare, non c'era nessun evento nella sua testa che andasse collocato dopo le immagini della storia che il capo indiano aveva raccontato.
Socchiuse gli occhi perchè anche la poca luce che filtrava dall'entrata della tenda le stava dando fastidio e solo allora si rese conto di avere un mal di testa, non forte ma insistente che pulsava proprio alla base del collo come se qualcosa stesse premendo forte.
Mugolò frasi sconnesse, forse in draconico o forse in nessuna lingua particolare mentre cercava i distrarsi con lente occhiate intorno a sè.
Quella tenda era molto più piccola di quella del vecchio indiano e non puzzava affatto di fumo o di fuoco. C'era odore di buon cibo appena cotto e odore di lavanda. Nè scorse piccoli mazzetti fissati tra i pali di legno che sorreggevano le pelli di daino con cui era fatta la tenda.
Intorno, oltre le pelli di orso sulle quali aveva dormito, c'erano borse e utensili di vario tipo tra i quali riconobbe un pettine rudimentale fatto di legno o di osso - non distingueva - lavorato perchè avesse quattro denti perfetti tra loro.
Doveva essere la tenda di una donna.
All'improvviso, la porzione di luce nella tenda si fece più ampia, segno che qualcuno stava aprendo l'entrata. Philia, colta di sorpresa, cacciò un urlo e non si prese la briga di guardare chi aveva messo la testa dentro la tenda. Afferrò la prima cosa che si trovò sotto mano per poi lanciarla in faccia all'intruso indesiderato.
Milgazia si ritrovò con i capelli fradici e una ciotolina di legno in testa a fargli da cappellino.
Rimase immobile per qualche istante, quindi sfoderò uno dei suoi sorrisi che andavano da un orecchio all'altro. "Buongiorno anche a te, tesoro!" cinguettò giulivo. Solo allora Philia lo riconobbe.
"Oh" gridò teatralmente, per poi gettargli le braccia al collo con irruenza, tanto che finirono tutti e due lunghi distesi. "Dov'eri finito?"
Milgazia aveva appena battuto la testa contro un sasso ma dissimulò il dolore con una smorfia ai limiti del concepibile. "Hem, Philia si può sapere che ti prende? Dove vuoi che fossi, ero qui fuori!"
Philia lo abbracciò ancora più stretto, con il rischio di soffocarlo. "Misonosvegliataquienonsapevodoveroedoverituenonceranessunoetcetcetc" farfugliò in maniera lamentosa e scomposta.
Milgazia le accarezzò la testa, dandole più che altro delle pacchine, indeciso se scoppiare a ridere oppure preoccuparsi seriamente per le crisi isteriche di Philia. "Ehm... mi è sfuggita qualche parola all'inizio e alla fine.... e anche nel mezzo..." balbettò, ma poi con un sospiro aggiunse ".. ma sono pressoché sicuro di aver afferrato il concetto"
Philia tirò su la testa e lo guardò storto, sfoderando un'improvvisa espressione da angelo dell'apocalisse. "Si può sapere perchè non mi ricordo assolutamente niente delle ultime...... approposito, che ore sono?"
"Circa le tre del pomeriggio" rispose Milgazia, intanto che Philia si districava e tornava a sedersi a gambe incrociate di fronte a lui. Indossava ancora lo stesso vestito del giorno prima, ma era senza scarpe e aveva i capelli spettinati visto che aveva dormito senza farsi la treccia.
"Oh" la ragazza drago fece una pausa. Quindi lo guardò, pensierosa. "Le tre?"
"Le tre" confermò Milgazia.
Philia contò sulle dita, quindi sgranò gli occhi. "Allora sono quasi 24 ore!!" lo prese per il colletto della tunica e lo agitò un pochino. "SI PUO' SAPERE PERCHE' NON MI RICORDO NIENTE DELLE ULTIME VENTIQUATTRO ORE???!?!?"
Milgazia aspettò che i suoi organi interni recuperassero le loro posizioni originarie dopo quello sciaguattio, quindi tossicchiò per ritrovare un contegno e assunse un'espressione seria e professionale. "Dunque, vedi...."
Philia rimase in perfetto silenzio, attendendo la spiegazione.
"...in pratica..."
"Si?"
Milgazia sorrise. "Io non ne ho la più pallida idea!" sorrise, gioviale.
"COME SAREBBE A DIRE CHE NON NE HAI IDEA?? COS'HAI FATTO TUTTO QUESTO TEMPO?"
"Ho dormito credo" rispose il drago pensieroso. Poi si strinse nelle spalle, come a dire che proprio non sapeva che altro rispondere. "Mi sono svegliato dieci minuti fa nella tenda qui accanto"
Philia chiuse gli occhi e scosse la testa, cercando di mantenersi calma. "Ma che razza..." borbottò.
Milgazia non aveva perso il sorriso. "Penso che non sia successo niente" cercò di rassicurarla, frugandosi in tasca. "Secondo le mie supposizioni siamo semplicemente caduti addormentati come due pere per effetto di qualcosa che era mischiato alle braci"
"E tu questo me lo chiami NIENTE?!?"
"Per ora non ho altro modo di chiamarlo" Milgazia le mostrò un sacchettino che conteneva foglie, bacche e ramoscelli. "Il nome preciso te lo dirò quando avrò fatto le analisi"
Philia si scoprì neanche troppo sorpresa. "Quelle dove le hai prese?"
Milgazia tossì discretamente. "La tenda di Artiglio era aperta...."
La ragazza drago lo zitti, sollevando una mano. "Lascia perdere, non voglio sapere" lo liquidò. "Piuttosto, ora che si fa?"
"Ora si torna a Seillune" rispose Milgazia, rimettendo a posto il sacchettino e sorridendo. "Aspettavo solo che ti svegliassi, Biancaneve"
Philia si avviò fuori dalla tenda, dove fu investita in pieno dalle voci dell'accampamento e dal sole del primo pomeriggio. "Ci teletrasportiamo?"
"Indovinato" rispose Milgazia, seguendola.
Lei si girò. "Approposito, quella che dormiva era la Bella Addormentata nel bosco"
Uscirono dalla tenda carponi e poi si alzarono in piedi, riassettando i vestiti.
Milgazia sembrava perplesso. "Beh, è uguale no? Dormivano tutte e due!"
"Biancaneve era morta"
"Oh"
Poco prima che decidessero di dare un taglio a quel viaggio e tornare a Seillune con un semplice e pratico teletrasporto, Artiglio d'Aquila pretese nuovamente di parlare con loro.
Erano al limitare dell'accampamento, circondati da un gruppo di ragazzini sghignazzanti, quando il vecchio se ne uscì fuori dal folto del bosco, vestito solo del suo straccio di pelle e di una bisaccia di stoffa che traboccava di erbe, rami ed oggetti indecifrabili dall'aria tutt'altro che sana.
Sollevò un braccio, con la sua pacifica lentezza e li richiamò indietro con un movimento breve delle dita. Sorrideva, in quel modo strano con cui sembrava perennemente prenderli in giro.
Milgazia prese Philia per mano e raggiunse lo sciamano che continuava a starsene in disparte, all'inizio del sentiero che s'inoltrava nella foresta e che dal loro punto di vista non portava da nessuna parte.
"Prima che partiate, c'è qualcosa che dovete sapere" esordì il vecchio, riprendendo a camminare non appena loro gli furono a meno di mezzo metro. Fece cenno di seguirlo e, quando lo fecero, si mise a tagliare fiori e ciuffi di erbe con un piccolo falcetto rudimentale.
"Non tutto è stato detto ieri sera"
Philia e Milgazia si guardarono tra di loro, quindi tornarono a guardare lui che dava loro la schiena, intento nel suo lavoro. La sua sacca era già piena, segno che probabilmente era in giro da tutta la mattina.
"Di che cosa si tratta?" chiese Milgazia.
Il drago spostò con cura un ramo che gli ostruiva il passaggio. Erano buffi, lui e Philia, entrambi così bianchi e biondi in mezzo a quell'esplosione di verde e di rosso e di rosa acceso che era la foresta.
Il vecchio sollevò una pianta dai piccoli fiorellini rotondi e azzurrini. La mostrò ai due e quindi il suo sorriso si allargò soddisfatto mentre la riponeva nella borsa con gli altri. "Il mondo sta cambiando, Milgazia" disse. Il drago si sorprese perchè non ricordava di aver mai detto il suo nome al vecchio e dubitava che i guerrieri potessero averglielo riferito correttamente visto che non capivano una sola parola di quel che diceva. "E voi siete nel centro del cambiamento"
"Cosa significa?" chiese allora Milgazia. C'era qualcosa nelle parole del vecchio che non riusciva a comprendere e che, allo stesso tempo, sentiva come una cosa importante, come se - in quel momento - si stesse compiendo il volere di qualcuno più in alto di loro. Era la stessa sensazione che aveva provato il giorno prima, ascoltando la leggenda dell'Inyan.
Artiglio sorrise, ripose altre erbe ma non rispose alla domanda. "Fate quello che vi sarà chiesto di fare" continuò e nessuno dei due draghi si azzardò a chiedere di nuovo quello che era stato chiesto inutilmente prima. "Perchè questo è il vostro compito. Soprattutto il tuo, Milgazia" si rivolse al drago con lo sguardo profondo di due occhi scuri. Sembrava incredibilmente più vecchio di qualche istante prima e molto più saggio. Poi sorrise, voltandosi verso Philia. "In quanto a te, Philia, smetti di temere i tuoi sogni"
La ragazza drago sgranò gli occhi, sorpresa. "Come..."
Artiglio, però, aveva già smesso di guardarli entrambi ed era tornato a riempire la borsa. "Andate ora, vi stanno aspettando" disse. Poi sollevò la testa, ma soltanto brevemente senza girarsi verso di loro per intero. "E dite a Zelgadiss che il nome sarà Cheyenne"
Milgazia aggrottò le sopracciglia. "Il nome di cosa?"
"Cheyenne" ripetè il vecchio. "Ora andate"
I due draghi rimasero immobili, ma Artiglio non proferì nessun altra parola e si avviò, seppur lentamente, nel folto del bosco lasciandoli indietro. Solo dopo qualche istante Milgazia si decise a girare sui tacchi e ad uscire dall'accampamento senza aver capito una sola tra le cose che gli erano state appena dette e che sapevano, a modo loro, di profezia.
Non avevano fatto neanche cinquanta metri per allontanarsi dal campo indiano, quando un quadrato di appena mezzo metro si aprì davanti ai loro occhi con un rumore elettrico. Una sorta di strappo nella realtà, proprio di fronte ai loro occhi.
Philia fece istintivamente un passo indietro, riconoscendo nella figura che apparve, un generale dell'esercito del re dei Draghi del Mare.
Era un uomo giovane, con i capelli biondi tagliati molto corti e gli occhi rotondi gialli come l'oro. Un drago dorato che dimostrava qualche anno in più di Milgazia e che indossava la divisa.
"Kelt?" esclamò Milgazia, sorpreso. Si guardò intorno come se ci fosse stato qualcuno, ma c'era soltanto una distesa infinita di campi.
Il generale appariva nervoso. Continuava a guardarsi intorno e poi a voltarsi verso Milgazia con aria strana. A Philia sembrò che volesse dirgli qualcosa senza aprire bocca, i suoi occhi erano spaventati. "Milgazia, c'è qualcosa che devo dirti" lanciò un'occhiata a Philia che se ne stava in disparte, come a non voler disturbare la comunicazione.
Milgazia notò lo sguardo e fece cenno a Kelt. "Parla pure" acconsentì.
Kelt si guardò ancora una volta alle spalle, poi si avvicinò e il suo viso apparve lievemente più grande mentre il tono della sua voce si faceva più sommesso e circospetto. "E' da ieri che provo a chiamarti, si può sapere dove sei?" mormorò.
"Ad est di Kalmaart, appena oltre la barriera" rispose Milgazia, senza comprendere.
"Sta succedendo qualcosa di strano qui, Mil" mormorò Kelt, lasciando da parte qualsiasi formalità. "Qualcosa di molto strano"
Il viso di Milgazia tornò serio così come Philia se lo ricordava. In un breve attimo perse tutta la giovialità che aveva avuto fino a quel momento e riacquistò i tratti decisi con cui lo aveva sempre visto prima di quei giorni. "Spiegati meglio"
Kelt tornò a controllare che nessuno lo stesse ascoltando. "Ieri alla riunione, ti hanno mentito" mormorò il generale e sussultò appena quando vide gli occhi di Milgazia stringersi. "Il consiglio sapeva del ritorno di Hellmaster. Lo ha sempre saputo"
"Che cosa?" la compostezza di Milgazia si trasformò in un ghigno incredulo. Anche Philia si ritrovò a guardare Kelt con aria sconvolta.
Kelt annuì. "Lo sapevano da prima che tu partissi" insistette il generale. "E io pensavo che lo sapessi anche tu e che te ne fossi andato per questo!! Pensavo che tu fossi in giro per la Penisola ad avvertire gli altri templi!!"
Milgazia scosse la testa, guardando fisso di fronte a sè. "Ora è chiaro il motivo per cui mi hanno permesso di stare via così tanto" mormorò. "Stanno cercando di tagliarmi fuori"
"Non ha senso! Sei uno dei consiglieri!" sibilò Kelt, ma era chiaro che anche lui la pensava come Milgazia.
Il drago dorato rimase a lungo in silenzio, quindi tornò a guardare Kelt con aria seria. "Come stanno le cose lì?" chiese. Philia pensò che fosse proprio così che si era rivolto alle truppe durante la guerra. Lo immaginò sul campo di battaglia, con la divisa, che riorganizzava la fanteria.
"Non si capisce niente" rispose Kelt. "Le alte sfere sono in fermento: Damon e Syndar continuano ad indire riunioni su riunioni. E ogni ora arrivano decine di messaggeri da tutte le altre colonie"
"Che tipo di messaggi portano?"
Kelt scosse la testa. "Non sono resi pubblici. L'intera Colonia civile non è al corrente delle ultime decisioni nè del gran movimento che si svolge ai piani alti"
"E l'esercito?"
Una folata di vento agitò le fronde dei pochi alberi che avevano intorno e Kelt attese che tutto si fosse di nuovo calmato prima di rispondere, come se avesse approfittato di quei pochi secondi per recuperare concentrazione e pensieri. "Nessun ordine, per il momento"
Milgazia annuì, perso nei suoi pensieri.
"Io credo che sia cambiato qualcosa dopo le tue rivelazioni" mormorò alla fine Kelt.
"Lo credo anche io" fu d'accordo Milgazia. "E in tutto questo c'entra qualcosa la Torre Nera. Hai sentito niente al riguardo?"
Kelt scosse la testa. "Non di preciso, Mil, ma hanno trascritto il sogno di cui hai parlato e lo hanno portato all'Oracolo. Ad ogni modo, qualsiasi cosa abbia risposto lo sa soltanto Damon e non lo dirà per il momento"
"Devo parlare con il Consiglio" decretò Milgazia, sicuro.
Kelt scosse la testa. "Inutile. Ogni chiamata esterna è stata bloccata per dare la precedenza a quelle provenienti dai quattro castelli dei Re dei Draghi, è evidente che stanno aspettando qualcosa. Io stesso ti sto chiamando senza permesso dallo studio di Namar, ma non ho molto tempo"
Milgazia annuì. "Va bene, d'accordo. Se non me lo diranno loro, allora me lo dirà lei"
"Vuoi scherzare?" replicò Kelt. "Ti ha dato di volta il cervello per caso?"
Il drago dorato apparve completamente concentrato in ciò che gli era appena stato detto e in quello che di conseguenza aveva iniziato a pensare. "No, non sono pazzo Kelt. Questo è l'unico modo. Lei c'entra qualcosa in tutto questo e se il consiglio vuole tagliarmi fuori, allora cercherò le mie informazioni nell'unico altro luogo in cui posso trovarle."
"E' una cosa seria, non puoi bussare alla sua porta come se niente fosse!" insistette Kelt. "Non sappiamo nemmeno cosa ci sia là dentro di preciso!"
"Non si era mai resa così palese prima di adesso. Vuole dirci qualcosa che non sappiamo o forse quel che non sappiamo è semplicemente là intorno. Se è apparsa in un sogno qualcosa deve pur significare, non credi? E io voglio capirlo!"
"Ma è pura follia anche solo pensare di..."
Milgazia lo interruppe, sollevando leggermente il palmo della mano. "Ora vai, prima che ti scoprano. Grazie per avermi avvisato"
Kelt fece schioccare la lingua, interdetto e preoccupato. Lo guardò come si guarda un amico, sospirando ormai arreso all'idea di non poterlo far desistere. "Milgazia, cerca di non fare cazzate!" esclamò.
Milgazia sorrise. "Cercherò di contenermi, promesso"
Kelt sospirò, affranto. "Ti richiamerò appena posso" gli assicurò, poi volse gli occhi verso Philia come a chiedergli di stare accanto a Milgazia, quindi lo strappo si richiuse su se stesso come se non fosse mai esistito.
Per un pò rimasero entrambi in silenzio, lui rivolto verso l'orizzonte che sembrava impossibile da raggiungere da quella posizione, lei con lo sguardo basso rivolto ai propri piedi. "Immaginavo che avresti parlato del sogno al consiglio" mormorò Philia, alla fine.
"Pensavo che potessero aiutarci" mormorò Milgazia "Ma evidentemente mi sbagliavo. Era l'ultimo posto in cui avrei dovuto parlarne"
Ci fu ancora silenzio, poi lentamente Philia sollevò la testa. "Quella... Torre, è lì che vuoi andare?"
Milgazia annuì.
"E' molto più pericolosa di quello che vuoi farmi credere, non è vero?"
Il drago si voltò verso di lei, ma non riuscì in nessun modo a guardarla dritta negli occhi. "Penso che se si è resa nota, se ha fatto in modo che ci ricordassimo di lei significa che vuole essere contattata. Ne sono convinto" esclamò. "Sapevamo che era lì ma era come morta. Ora invece è comparsa nel tuo sogno, e insistentemente continua a tornarci. Vorrà pur significare qualcosa, no?"
"Ne parli al femminile. La torre ha una volontà propria?"
"Non la torre, Philia, ma quello che ci sta dentro" mormorò Milgazia. "Sono secoli che sappiamo della sua esistenza, ma mai si era rivolta a noi in qualche modo e a questo punto sono portato a credere che il tuo sogno sia il mezzo con cui ha deciso di contattarci"
"E se ti sbagliassi?"
Milgazia volse lo sguardo altrove.
"Rispondi Milgazia! Se ti sbagliassi?"
Il drago estrasse la sfera di comunicazione dalla tasca della tunica. "Chiamo Zelgadiss" mormorò, senza rispondere alla domanda. "Devo avvertirlo che ritarderemo ancora".
La grande Sala costruita sotto le viscere del ghiacciaio, appariva ancora più luminosa del solito quel pomeriggio.
Centinaia di piccole luci volteggiavano come neve nell'aria, rischiarando ogni cosa con un bagliore chiaro e leggermente lattiginoso come quello della neve alla mattina presto. Dynast discese lentamente a terra, in un silenzio praticamente perfetto.
Era tornato a casa molto presto, ma non aveva trovato il coraggio di oltrepassare la porta e scendere nella tomba di Shella. Per secoli aveva cercato qualcosa che potesse aiutarlo a risvegliarla e adesso che aveva tra le dita una possibilità aveva paura di tentare.
Quando poggiò i piedi a terra, sembrò che non lo avesse fatto. Le suole dei suoi stivali non produssero alcun rumore, solo l'immenso schema inciso nel ghiaccio del pavimento e delle mura brillò per un istante percependo la sua potenza.
Osservò la sala, anche se ricordava a memoria ogni centimetro e ogni piega che il ghiaccio formava sulle pareti. Ricordava una per una le statue del colonnato dove gli angeli, protesi verso chi passava sotto di loro, avevano ognuno un'espressione diversa ma tutte ugualmente addolorate.
Ogni cosa, là dentro, rispecchiava il dolore che la sala rappresentava. Solo Shella, ironia della sorte, sembrava tranquilla immersa nella sua vasca come se stesse dormendo.
Lo schema magico che permeava la sala, si estendeva da nord a sud e da est ad ovest, in una sequenza di simboli e percorsi che si rifacevano a tanti incantesimi diversi che Dynast aveva accuratamente studiato, selezionato e unito insieme.
Al centro della sala, si trovava l'incrocio delle linee principali di quell'immenso disegno. Ora, seduto sulle gradinate che portavano alla vasca, Dynast osservava quel punto chiedendosi cosa sarebbe successo nel momento in cui avrebbe inserito il rubino come ultimo anello mancante dello schema tracciato.
Non voleva affrontare le conseguenze di un ennesimo fallimento, nè d'altra parte voleva lasciare qualcosa di intentato. Pensò che, anche se non avesse funzionato, il rubino avrebbe moltiplicato le potenze e quindi, in un futuro, quando avesse trovato altre rune e altri incantesimi, sarebbe stato comunque d'aiuto. Questo era vero, ma quante volte prima di quella aveva aggiunto pezzi, disegnato schemi per poi non vederla sollevarsi dalle acque che la conservavano? L'energie si dissipavano attraverso l'aria e lei rimaneva sempre immobile, il suo corpo privo di uno spirito finito in luoghi che nemmeno conosceva. Per quanto ancora avrebbe sopportato di fallire?
Non si rispose o, per meglio dire, non ebbe il tempo di cercare una risposta perchè la Cattedrale fu invasa da un'ondata di calore che si schiantò contro le pareti quasi fosse stata fisica.
Fu come il dilagare dell'acqua in uno spazio lasciato aperto. Dal fondo della sala il calore si espanse, travolgendo ogni cosa e battendo contro il colonnato e le rocce, arrivando a colpire il soffitto per poi ridiscendere ancora e quindi scontrarsi contro l'abside di quell'ipotetica chiesa fino a racchiudere ogni cosa e soffocarla. Per qualche breve istante, nemmeno calcolabile, Dynast sentì la propria pelle bruciare e chiuse gli occhi ma quando li riaprì, la temperatura si era nuovamente abbassata e sembrò che il calore precedente fosse stato soltanto immaginazione.
Attraverso la vista leggermente annebbiata, Dynast vide un'ombra farsi sempre più distinta ad ogni passo. Non ebbe bisogno di chiedersi chi gli stesse davanti nè di cercare un nome che corrispondesse alla figura che si stava avvicinando perchè poteva essere soltanto uno.
Sentiva il potere circondarla, formare intorno a lei una forza che distorceva lo spazio che occupava.
Era una donna, più alta e magra di qualsiasi altro essere che avesse mai camminato sulla terra. Il suo corpo era perfetto nella sua illusione eppure c'era qualcosa che stonava leggermente. Aveva mani bellissime e magre, dalle dita lunghe ma non definite. Le unghie si intravedevano appena perchè l'ultimo tratto delle dita tendeva a rarefarsi come se non fosse completamente finito.
I capelli, lunghi fino al pavimento, erano biondi e risplendevano come il grano o come l'oro. Fremevano intorno a quel corpo come mossi da una brezza leggera e sembravano fatti di niente.
In tutto questo, soltanto il viso era perfettamente chiaro e visibile. Una forma graziosa, anch'essa allungata ed ovale, con la pelle di un bianco perlaceo come lo sono a volte le maschere del teatro. Gli occhi avevano un taglio leggermente allungato verso l'esterno e lo sguardo era reso inquietante e inumano dalla mancanza di iride e di pupilla: due spazi vuoti in cui si faticava a guardare attraverso.
Dynast scivolò in ginocchio, lasciando dietro di sè la scia della sua tunica che si sparse sugli scalini. Abbassò la testa in segno di rispetto ma strinse tra le dita il rubino, cercando di tenerlo nascosto alla vista dell'essere che l'aveva raggiunto. "Madre..." fu l'unica cosa che si permise di dire, senza guardarla, lasciando che essa lo osservasse come sempre osservava le cose: con un freddo distacco e con ironia.
"Dynast" Lon non aveva una sola voce. Dalle sue labbra, appena dischiuse, uscirono due, tre, mille voci che parlarono insieme. Non erano voci maschili nè voci femminili. Erano qualcosa di completamente diverso. Il demone sentì le tonalità dolci degli esseri umani ma anche uno stridio insopportabile che gli graffiò le orecchie. Udì il rumore lontano del vento e quello del mare, gli sembrò di udire perfino la sua stessa voce in quell'unica parola appena pronunciata. "Alzati"
Dynast fece come gli era stato ordinato, le mani dietro la schiena a tener celato il suo tesoro. Non poteva essere sicuro che non lo avesse visto, anzi quasi sicuramente lei lo aveva già notato - perchè non c'era niente che lei non sapesse - ma sperò che non dicesse nè facesse niente al riguardo. Lon aleggiava a mezz'aria, i piedi sfioravano il pavimento di ghiaccio che continuava ad illuminarsi. Sulla superficie trasparente, Dynast vide piccole onde dorate incresparsi e spargersi concentriche per tutta la sala. "Ho un favore da chiederti" questa terza frase si sovrappose alle altre la cui eco non si era ancora completamente estinta.
"Qualsiasi cosa, mia signora" pronunciò il demone. I suoi capelli scivolavano oltre le spalle, fino a terra e gli coprivano il bel viso bianco. I lineamenti delicati e perfetti di Dynast sembravano improvvisamente più dolci e più naturali ora che c'era qualcosa di più alieno di lui.
Lon sorrise, c'era luce tra le sue labbra, e notte dietro ai suoi occhi. "Non ne dubitavo" disse. Lo oltrepassò, camminando nell'aria come fosse stata a terra. Ad ogni suo passo si portava dietro una scia di cose diverse. Sensazioni di paura e di terrore, ma anche di una dolcezza infinita, di una pace completa e perfetta. Il demone non potè fare a meno di seguirla con lo sguardo poichè era così vicina alla vasca di Shella e lui sapeva che, qualsiasi cosa avesse deciso di fare, non poteva impedirgliela.
La Dea osservò il corpo immobile della subordinata "Hai ancora la chiave che ti ho consegnato?" chiese poi, senza spostare gli occhi neri dalla vasca.
Dynast annuì. "Sì, ancora la conservo"
"Riportala a tuo fratello"
Nell'istante esatto in cui il demone sgranava gli occhi, Lon planò sulla figura di Shella e vi rimase sospesa sopra per un frazione di secondo.
E poi se n'era già andata.
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